1719 : Daniel Defoe uccide l’avventura e crea l’uomo moderno

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“La nostra lancia ha portato a bordo un uomo vestito di pelli di capra con un aspetto più selvatico delle loro proprietarie d’origine”.

Siamo nel Pacifico, al largo di un’isola disabitata, benché non sconosciuta alle carte nautiche. I marinai che abbiamo mandato a terra a cercare acqua, capre ed ortaggi, stanno tornando con a bordo della lancia un personaggio che ci è ben familiare, nel quale riconosciamo i tratti di quel Robinson Crusoe, protagonista del romanzo pubblicato da Daniel Defoe nel 1719, che, in lontani anni preadolescenziali, ha aperto a molti di noi il mondo della fantasia (almeno a quanti, come me, per motivi di età ancora vedevano nel libro un veicolo primario in questa direzione, anche quando, e forse ancor più, il libro spuntava da una polverosa cassa in cantina, destinata ad imprigionare gli svaghi infantili di qualche zio ormai approdato alle tediose spiagge dell’età adulta). Ed invece ci sbagliamo, come ci eravamo sbagliati in quei lontani anni, quando avevamo ritenuto di leggere un libro di avventura scritto per ragazzi, ed invece avevamo in mano un libro che uccideva l’avventura ed era scritto per educare gli adulti al quotidiano.

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Daniel Defoe

 

 

Cerchiamo invano nella nostra memoria il punto del romanzo che leggemmo tanti anni fa nel quale inquadrare il passo succitato. E sì perché l’isola potrebbe davvero essere quella che già conosciamo, forse anche l’uomo irsuto, rinselvatichito e farfugliante suoni sillabici che si fatica a ricomporre in parole e frasi, ma il libro certamente no, trattandosi di una citazione tratta dal “Cruising voyage round the world” pubblicato nel 1712 (quindi sette anni prima del romanzo di Defoe), da Woodes Rogers, poliedrica figura di corsaro, esploratore e scrittore di resoconti di viaggi, sagacemente attento tanto alla sua cassaforte quanto alla sua immagine (Drake docet), tanto da guadagnarsi una sana vecchiaia al sole delle Bahamas, di cui sarà il primo governatore britannico.

Dunque siamo finiti fuori rotta. Poco male, succede da queste parti anche ad esperti navigatori. Come Juan Fernández, il primo ad incappare, il 22 novembre 1574, sospintovi da una tempesta mentre navigava da Valparaíso a Callao, in quest’isola scabra ed inospitale, facente parte di un gruppo di tre principali, più una manciata di scogli, a quasi 700 km. dalle coste cilene. Fernández vi sbarca i 60 indios che stava trasportando, corredati di capre e galline, intrigato dalla presenza di una nutrita colonia di leoni marini, ignari portatori di preziose pellicce, e dall’idea di impiantarvi una colonia stabile che funga da stazione di approvvigionamento su una possibile nuova rotta transpacifica alternativa a quella equatoriale da Panama o dall’Ecuador fino alle Filippine. Ma la sorte non lo favorisce, la nave naufraga, col carico di pelli, sulle coste cilene, e, ancor peggio, arrivato in qualche modo a Santiago, scopre che a Sua Maestà Cattolica la nuova colonia e la nuova rotta non interessano affatto. Conseguenza di tutto ciò, una vecchiaia misera in Cile per il povero Juan e la nomea di Islas Desventuradas con cui i marinai cominciano ad appellare l’arcipelago (ufficialmente denominato col nome del suo scopritore) quando ne sussurrano l’esistenza nelle bettole di Valparaíso (quanto agli indios lasciati sull’isola, la storia se li dimentica, ma è probabile che i superstiti siano stati raccolti in seguito da qualche nave pirata e portati a completare il loro destino di schiavi da qualche altra parte).

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Contrariamente alle intenzioni spagnole, infatti, saranno proprio pirati e corsari, entrati abusivamente in quel Pacifico che sarebbe dovuto restare un lago spagnolo, a trarre vantaggio dallo sfortunato tentativo di colonizzazione (come pure da quello, anch’esso fallito, tentato circa un secolo dopo dal gesuita Diego de Rosales), facendo dell’isola un comodo scalo dove rifornirsi di ortaggi acclimatati e carne (le capre avevano dimostrato di essere coloni più efficienti degli esseri umani).

Ed appunto questo stavano cercando i marinai di Rogers, il quale, mentre sta meditando su cosa fare di quello strano esemplare recapitatogli a bordo con le altre capre, viene tratto d’imbarazzo dall’attempato ed autorevolissimo nostromo William Dampier (forse il più esperto marinaio della sua generazione, con una pluridecennale esperienza di bucaniere antillano e poi pirata e corsaro soprattutto nel Pacifico, tanto da dare il proprio nome allo stretto che divide la Nuova Guinea dalle Bismarck, con una variegata reputazione che va dalle sinistre accuse di ammutinamento facile con annesso cannibalismo a spese dei superiori alla fama acquisita attraverso la scrittura, anch’egli, di memorie di viaggio in uno stile discorsivo e godibile, con buon successo presso il pubblico inglese dell’epoca). Dampier non ha difficoltà a riconoscere nello strano ospite un suo vecchio compagno di scorrerie corsare, lo scozzese Alexander Selkirk.

E qui sono Rogers e Dampier, i due vecchi marpioni, a perdere la rotta, dimostrandosi non all’altezza della loro fama di cacciatori di tesori, con la penna oltre che con la spada, visto che non colgono il potenziale narrativo insito nella possibilità di romanzare la storia narrata dallo scozzese, limitandosi Rogers ad un breve cenno nel racconto del suo viaggio.

Imbarcatosi nell’agosto 1704 sulla nave corsara Cinq Ports, Selkirk aveva avuto di che lamentarsi col capitano circa l’inadeguatezza dello stato di manutenzione della nave. La lamentela (invero fondata, visto che, qualche settimana dopo, naufragò sulle coste peruviane, ed il capitano, con annessi e connessi, finì col danzare allegramente dalle forche gentilmente messe a disposizione dal governatore di Lima) ebbe come esito un furioso litigio, con conseguente  calcio nel sedere e sbarco forzato sull’isola che oggi porta il nome dello scozzese. In verità Selkirk afferma di aver voluto sbarcare di sua iniziativa, preferendo giocarsi la sorte sull’isola deserta piuttosto che su un guscio di noce fradicio, ma la cosa appare improbabile, equivalendo l’abbandono su un’isola deserta ad una morte lenta per inedia e/o pazzia molto peggiore di quella per naufragio, fatta salva la scorciatoia del suicidio (non a caso al marinaio derelitto erano lasciati una Bibbia ed un moschetto, per meditare sull’ultimo porto di destinazione e per poterlo raggiungere senza dover aspettare troppo).

Ma, proprio come Crusoe, Selkirk si dimostra ostinatamente attaccato alla vita e con una straordinaria capacità di valorizzazione delle risorse locali (ortaggi ed alberi da frutto rinselvatichiti, capre, topi, molluschi, otarie, oltre a godere della compagnia di cani e gatti discendenti di quelli abbandonati dalle navi di passaggio nei decenni precedenti), sopravvivendo in solitudine per quattro anni e quattro mesi, fino al 2 febbraio 1709, quando arriva il taxi Rogers-Dampier. Invero, un paio di altri taxis erano già passati in quel periodo, ma avevano il difetto di issare sul pennone la bandiera di Sua Maestà Cattolica, affiancabile da corda da cui far penzolare un eventuale corsaro raccattato sull’isola, per cui il buon Alexander aveva trovato saggio tenere l’ancora ben fissa negli anfratti più reconditi della sua “beloved island”. Come si vede, Defoe si concede qualche giustificabile licenza poetica. A cani e gatti preferisce, come compagno del naufrago, il buon Venerdì, molto più malleabile in qualità di allievo di corsi di catechismo, educazione domestica e civica in pillole, i cannibali danno al racconto un’efficacia orrifica ben più incisiva degli Spagnoli, Crusoe deve attendere ben ventotto anni prima di esser liberato (ma, si sa, il lettore è disposto a perdonare il suo eroe per il peccato di salvarsi solo dopo che questi abbia sofferto davvero tanto).

Selkirk, rapidamente rimessosi in forze, riprende la sua carriera di corsaro al seguito di Rogers, e, dopo qualche anno, torna alla natia isola di Fife, in Scozia, godendosi un buon bottino e cominciando una nuova carriera, quella di fenomeno da baraccone, invitato a feste e fiere per raccontare la sua storia (che, di volta in volta, si arricchisce di nuovi particolari, veri o inventati), divenuta famosa grazie al cenno fattone nel racconto di Rogers. E qui comincia a nascere nello scozzese l’idea di trovare uno scrittore con cui romanzare a quattro mani la sua storia (anche se il concetto di  romanzo ancora non esiste, il prototipo sarà proprio “Robinson Crusoe”).

L’uomo giusto esiste, si chiama Daniel Defoe, anche se, a quasi sessant’anni, non ha ancora nessuna esperienza come scrittore di racconti (ed infatti, alla fine, proporrà il suo racconto come una storia vera, per darsi più credibilità, anche se alla storia di Selkirk Defoe applicherà tutte le modifiche che riterrà opportune). Alle sue spalle, invece, ha una pluridecennale carriera di pubblicista (oltre che di commerciante), autore di pamphlets satirico-moralistici ispirati dalla sua formazione puritana, nell’attenersi alla quale, peraltro, nella vita privata si concede diverse pause di riflessione, come testimoniano almeno un figlio illegittimo, disinvolte speculazioni commerciali, ripetute bancarotte e spericolati giringiro politico-giornalistici che lo portano, benché di convinzioni whigs, a passare talvolta dalla parte dei tories, vuoi per doppio gioco, vuoi per vendere la penna al miglior offerente. Non sempre gli va bene, tanto che fa conoscenza con la prigione per debiti e con la gogna per diffamazione della Chiesa ufficiale, ma ne esce sempre con nonchalance, mantenendo il vascello in buona linea di galleggiamento (ad esempio, dall’esperienza della gogna trae ispirazione per scrivere un satirico “Inno alla gogna” che riscuote un buon successo di vendite). Ed è con questa buona linea che volge la prua al nord dopo aver sentito parlare di quello strano scozzese, forse un po’ tocco, la cui storia però, oltre a promettere di dare un buon sugo a pro del narratore, gli offre il destro per riproporre i suoi consueti temi moralistici, ma inseriti in una nuova forma di comunicazione, che avvinca il pubblico facendogli perdere la percezione di essere oggetto di un sermone.

Nasce così il romanzo. Con un procedimento opposto all’unico possibile termine di paragone antecedente, il “Don Quijote” di Cervantes, il cui protagonista fugge dal reale nel fantastico, mentre Crusoe, incappato suo malgrado nell’avventura, fa di tutto per tornare al quotidiano. Ma rendersene conto non è facile, perché Defoe ci beffa ad ogni piè sospinto.

Basta la suggestione delle parole pericolo, solitudine e isola deserta, a stimolare in noi l’attesa di una qualche terra lontana, ai confini del mondo, lo scorrere del tempo scandito solo dal sorgere e tramontare del sole, mentre l’uomo, avulso dai suoi aimili, medita solingo sulla natura della società e dell’individuo. Bello, quasi un quadro introspettivo-esistenziale del grande pittore romantico Caspar David Friedrich.

Solo che siamo fuori strada. Realtà, fattualità, materia, dominano il romanzo, costringendoci gradualmente a rivedere le nostre aspettative iniziali. Il sole si rattrappisce dietro l’orizzonte, da cui uscirà, solo come bieco dispensatore di pioggia o siccità, vita o morte. E il sole è Dio, che quindi, svilito nella materialità, finisce col non esistere. L’isola vergine è la quintessenza della natura lussureggiante, ma a noi la natura  interessa solo se può darci di che sopravvivere, quindi neanche la natura, come valore autonomo, esiste. Il primo pensiero di Crusoe, al cospetto dei cannibali che ha ucciso, non è di umana pietà, ma piuttosto di seppellirli subito, per evitare il tanfo della putrefazione. La morte dunque, come fatto morale, non esiste. Né esiste l’uomo come valore in sé, ma solo come amico utile o nemico pericoloso. “In seguito non vidi più né loro, né un loro segno, eccetto tre cappelli, un cappuccio e un paio di scarpe scompagnate”, è quanto basta a ricordare i compagni naufragati, un asciutto “grigiore del mattino” deve bastarci per capire che un’altra alba di solitudine si è levata. “Vedere come, simile ad un re, pranzavo da solo, attorniato dai miei servitori!” (pappagallo, cane e due gatti), è una constatazione che si presterebbe ad aprire una meditazione filosofica sulla solitudine umana, tanto in un’isola deserta come ricoprendo il ruolo di massimo prestigio nella società, ma a Crusoe/Defoe ciò non interessa, preferendo ripiegare, subito dopo, sulla constatazione pratica che i gatti non sono più quelli scesi dalla nave, bensì ormai i loro discendenti. Tutto si può spiegare razionalmente, quello che non lo è oggi e da me, lo sarà in futuro e da parte di qualcun altro, ai misteriosi “esseri enormi” che nuotano attorno alla barca con cui va a recuperare provviste sul relitto, Crusoe spara senza tanti complimenti, senza perder tempo ad interrogarsi sulla loro natura (squali? diavoli? leviatani?). Infine, neanche il più imperioso di tutti gli dei, il sesso, esiste : neanche un accenno per spiegare come il naufrago conviva con un’astinenza di ventotto anni, esistono problemi concreti molto più pressanti.

Perfino la descrizione della sofferenza morale è puramente materialistica, come quando racconta che, in un momento d’angoscia, aveva stretto le mani tanto forte da sfarinare qualsiasi cosa morbida, e serrato i denti così forte, da non riuscire a staccarli per un pezzo. In senso opposto alla psicologia, Defoe cerca l’emozione non nella mente, ma nel corpo, e nelle azioni utili che questo borghese concreto compie, senza mai farsi sorprendere in operazioni non essenziali. Non gli deve sfuggire niente e non può permettersi il lusso di estasiarsi davanti allo spettacolo della natura, di fronte ad un  possibile temporale la prima cosa da fare è mettere al riparo dai possibili fulmini la polvere da sparo. Scavare, cuocere, piantare, costruire sono azioni banali che acquistano nobiltà dalla loro utilità, così come accette, forbici, assi e ceppi acquistano bellezza dal loro esser funzionali a quelle azioni. Le onde,  il cielo, il mare , gli uomini, li vediamo attraverso gli occhi di un borghese che non perde tempo con l’immaginazione e con l’emozione.

Non che il sublime non esista, ma è inutile cercarlo nell’inattingibile comprensione della solitudine di isole deserte e dell’animo umano. Va invece cercato in ciò che concretamente possiamo capire, usare, plasmare.

Dominare la quotidianità. Ecco il concetto di sublime proprio a Defoe. Il suo romanzo, un racconto che fila dritto in assoluta semplicità, senza l’impaccio di commenti ideologici o morali, è il manifesto di questo concetto, esplicitato però solo nei fatti, nelle azioni concrete di Crusoe, ma proprio la linearità univoca del comportamento del protagonista, senza tentennamenti esistenziali, ci rende facile la comprensione della morale della storia, benché non sia esplicitata dall’autore (come invece avverrà nelle mediocri  seconda e terza parte delle avventure di Robinson Crusoe, scritte per ragioni di cassetta, ma prive della solida e semplice fattualità ideologica che è il punto di forza che giustifica il valore artistico ed “educativo” della prima parte).

“Robinson Crusoe” è il manifesto della nuova borghesia che si sta affermando come ceto determinante i valori sociali, a cominciare da quel mercantilismo che nobilita l’utilitarismo  in chiave individuale, perchè dall’utilità individuale deriva, secondo la nascente ideologia liberale, quella sociale, la società non essendo altro che la somma di tanti individui. Ovviamente i secoli seguenti evidenzieranno i limiti di questa ideologia, ma, per ora, fuori da qualsiasi ipocrisia delle ideologie del passato, a cominciare dalle religioni, che condannavano l’egoismo in teoria per poi perdonarlo nei fatti, la  generazione di cui Defoe è il portabandiera vi vede addirittura l’unica forma di riscatto sociale anche per le classi più povere, come appare ben chiaro nell’ultimo romanzo di Defoe, a mio parere il suo vero capolavoro, ossia “Moll Flanders”, storia protofemminista e moralmente amorale di una trovatella cresciuta nei bassifondi londinesi, ladra, truffatrice e prostituta, ma riscattata proprio “moralmente” dal suo costante desiderio di uscire, seppure con qualsiasi mezzo, dalla condizione di popolana costretta ad arrangiarsi nella quotidianità, per attingere, come infine in qualche modo le riesce, quella di rispettabile signora borghese di mezza età. Lo stesso cammino di Crusoe, e poco importa che il punto di partenza sia un’isola deserta o gli slums della periferia londinese. L’importante è che alla fine del cammino si accetti di vivere secondo i valori di quella media borghesia che, a giudizio di Defoe, rappresenta il meglio dell’umanità.

PS : un’ultima nota sul destino di Alexander Selkirk, che abbiamo perso di vista quando il discorso ha fatto vela sul romanzo. Non fece una bella fine. Gabbato dallo scaltro Defoe, che si impadronisce della storia riplasmandola a modo suo, a tal punto da rendere difficile l’identificazione con quella di Selkirk, non riceve un penny a seguito della pubblicazione del romanzo di Defoe, anzi vede troncata la sua carriera di cantastorie da fiera a seguito del passare di moda del suo racconto, troppe volte ripetuto e, a partire dal 1719, superato dal ben più avvincente “falso racconto vero” di Crusoe. Pertanto, al povero Selkirk non resterà che riprendere, nel 1721, l’unico mestiere che conosce, quello di corsaro, trovandovi la morte per febbre gialla nel 1723, mentre navigava al largo delle coste africane. Un anno prima di Defoe, morto poverissimo nella modestissima casa d’affitto londinese in cui trascorse gli ultimi mesi di vita in incognito per sfuggire ai creditori. L’utilitarismo ignorante e schietto del corsaro cacciatore di tesori, e quello aggiornato ai tempi del cantore dell’uomo nuovo, alla fine avevano condotto allo stesso risultato.

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L’isola di Robinson Crusoe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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