La Cop21 e gli attentati silenziosi all’ecosistema

Di Mattia Balestra.

Dal 30 Novembre all’11 Dicembre 2015, si è tenuta a Parigi la Cop21. Essa è l’organo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations framework convention on climate change – UNFCCC), alla quale hanno partecipato più di 190 paesi che si sono riuniti per trovare un accordo che riesca a salvaguardare l’ambiente e il clima nei prossimi anni, regolando l’emissione di CO2 in atmosfera e limitando così il riscaldamento climatico.

Negli anni ’80 si è raggiunto un accordo per limitare l’utilizzo dei CFC (clorofluorocarburi; cfr. buco dell’ozono). In un recente articolo pubblicato su Nature dei ricercatori britannici hanno dimostrato che se non si fosse raggiunto un accordo sui CFC, oggi lo strato di ozono avrebbe perso più del 40% del suo spessore, e probabilmente un nuovo buco si sarebbe formato al Polo Nord creando problemi come tumori alla pelle e gravi danni agli ecosistemi. I due trattati per la salvaguardia dell’ambiente, di Vienna e Montreal, sono divenuti i primi due nella storia ad essere rispettati da tutti gli stati. Dopo questi accordi lo strato di ozono ha continuato a diminuire fino al 2000 per poi stabilizzarsi (Questo è uno degli esempi di come un accordo a livello mondiale come quello che si sta cercando di ottenere al Cop21 può funzionare).

Alla fine di questi 12 giorni, si è arrivati alla tanto attesa decisione che consiste in una proposta finale, la quale fissa il limite del riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 gradi centigradi entro il 2020 (obiettivo minimo iniziale) puntando al limite massimo di 1,5 gradi. Inoltre si è deciso di effettuare un taglio delle emissioni di gas serra, e di impegnarsi finanziariamente per aiutare i Paesi in via di sviluppo nella sfida alla sostenibilità ambientale. Un successo, secondo alcuni, che pone il paragone con il protocollo di Kyoto, siglato nel 1997, che coinvolgeva di fatto molti meno Paesi. Naturalmente ci sono alcuni Stati che si sono trovati in disaccordo con quanto sopra affermato, ad esempio, l’Arabia Saudita ha dichiarato che porsi un obiettivo così radicale e ambizioso in così poco tempo potrebbe mettere a rischio la sicurezza alimentare del pianeta.

Per quanto riguarda le emissioni inquinanti (calcolate come equivalente in CO2), si prevede di raggiungere un picco globale delle emissioni di gas a effetto serra in un breve periodo di tempo, anche se ci vorrà una tempistica probabilmente più lunga tenendo conto dei Paesi in via di sviluppo, e quindi intraprendere delle azioni prefissate da quel picco in poi secondo le conoscenze scientifiche disponibili, così da arrivare a un equilibrio tra le emissioni in atmosfera e le emissioni assorbite in modo persistente dalle biomasse (foreste, suolo) o catturate e stoccate dall’ambiente. Secondo i critici dell’accordo questo potrebbe aiutare a ridurre in modo significativo le emissioni, ma non potrà sostituire la necessità di ridurre a zero quelle risultanti inquinanti per la terra. Inoltre si è stabilito che da qui al 2020, verranno stanziati 100 miliardi di dollari per i Paesi in via di sviluppo, garantendo loro un supporto finanziario e velocizzando così le tempistiche per un loro adattamento rispetto allo sviluppo attuale e, oltre a ciò, per fornire l’appropriato supporto tecnologico con relativa competenza professionale nel campo.

Ogni Paese si è quindi impegnato per rispettare gli obiettivi sopra detti, dalle potenze economiche affermate (USA e Russia) a quelle che si uniranno tra i “potenti” nel prossimo futuro (India e Cina). Per quanto riguarda la nostra nazione, il governo italiano ha annunciato un contributo di 13 milioni di dollari per lo sviluppo delle energie rinnovabili e per le azioni sul clima degli Stati Africani. Questa somma di denaro sarà versata nella Banca africana di sviluppo (African Development Bank – AfDB), un’istituzione finanziaria no profit avente lo scopo di aiutare lo sviluppo economico e il processo sociale delle nazioni africane. “L’Italia – ha detto il ministro dell’Ambiente Galletti – si conferma nazione in prima linea nel contrasto al cambiamento climatico e schierata al fianco dei Paesi in via di sviluppo per sostenerli verso una crescita sostenibile. Questo accordo può aiutare molto l’Africa in un settore determinante per gli obiettivi che ci daremo qui a Parigi e in generale per il suo futuro economico e sociale”.

(La seconda parte dell’articolo verrà pubblicata il 15 gennaio)

Sitografia (1° e 2° parte):

 

 

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