Tien-Tsin: l’Italia in Cina

Lamponi Roberto – Quando si fa riferimento al colonialismo italiano la nostra mente vola subito ai vasti possedimenti africani come la Libia, l’Eritrea o la Somalia. Qualche volta ci si ricorda anche del Dodecaneso, dell’Albania o di quelle adriatiche. Non ci si può poi assolutamente dimenticare di zone nevralgiche come l’Istria o di quelle più propagandate come l’Etiopia. Ma molti non sono a conoscenza del fatto che il tricolore sventolò  anche nell’estremo Oriente, in quel paese sconfinato come la sua popolazione quale è la Cina. Si tratta più precisamente della piazzaforte di Tien- Tsin ovvero l’attuale Tianjin, terza città più popolosa della Repubblica Popolare Cinese.

Ubicazione della città di Tianjin (Tien-Tsin).

Il contesto storico da cui è necessario partire è la cosiddetta “Rivolta dei Boxer” del 1900, appoggiata dall’imperatrice vedova Tsu-Hsi, scoppiata per i malcontenti dovuti all’influenza colonialista di alcune potenze straniere. Per sedare la rivolta fu creato un contingente di truppe internazionali con l’obiettivo di difendere le sedi diplomatiche delle rispettive nazioni. I paesi che aderiscono all’iniziativa sono diversi: dal Giappone all’Impero russo, dalla Francia al Regno Unito, dagli USA alla Germania, dall’Impero austro-ungarico ad appunto il Regno d’Italia; per un totale di circa 70 000 uomini di cui 2000 italiani. La rivolta venne stroncata soltanto l’anno dopo (1901), in cui le truppe internazionali contarono circa 80 vittime tra le quali alcune italiane come,ad esempio, il sottotenente di vascello Ermanno Carlotto che ottenne la medaglia d’oro alla memoria. L’Italia quindi, come tutte le altre potenze, si vedeva riconosciuti una serie di vantaggi commerciali, un indennizzo di guerra sostanzioso e, attraverso l’accordo del 7 giugno 1902 anche il centro di Tien-Tsin. A dir la verità però, sebbene il luogo fosse strategico dal punto di vista commerciale, il territorio non era molto favorevole alle abitazioni vista la presenza di paludi e acquitrini. I soldati italiani furono infatti impegnati in una dura opera di bonifica e di spostamento delle saline presenti, in modo da rendere la zona non soltanto abitabile ma anche effettivamente operativa per gli interessi economici italiani. Si costruirono fogne e strade, ospedali, scuole, edifici amministrativi e scuderie. Come già detto,importante era anche rendere la zona sviluppata  dal punto di vista “residenziale”; cosa che riuscì perfettamente grazie ai lavori citati: spuntarono infatti centinaia di villette con un’alta presenza non solo di cinesi ma anche di stranieri attratti dalla vicinanza del luogo con la città di Pechino.

1922: in madrepatria giunge al potere il Fascismo e l’eco dei provvedimenti del regime raggiunse anche la “piccola Italia” situata all’altra parte del mondo. Infatti, sebbene per i primi due anni la colonia italiana venne governata dall’antifascista Menotti Garibaldi, nel 1924 il governo nominò un podestà. La trasformazione del  piccolo centro,da solo vent’anni sotto giurisdizione italiana, fu incredibile: vennero subito costruiti due edifici utili alla propaganda del regime quali la Casa degli Italiani e il Forum degli sport. In questi anni Tien-Tsin fu dotata anche di complessi con funzioni militari quali la Caserma Carlotto dove erano raccolti i fucilieri della San Marco, gli alpini che giungevano dall’Italia oltre che a bersaglieri e carabinieri. Dopo 28 anni, quindi nel 1930, si potevano contare 8 000 abitanti di cui 400 italiani, oltre che l’apertura di diverse attività e uffici commerciali. Nonostante il veloce sviluppo però, i “sogni economici” dell’Italia non furono del tutto realizzati, complici soprattutto la difficoltà economica seguita alla Prima Guerra Mondiale e la tensione dovuta alla guerra civile cinese esplosa nel 1926.

La situazione cambiò in negativo con l’invasione giapponese della Manciuria agli inizi degli anni ’30; espansione che inglobò anche il possedimento italiano. Le delegazioni delle potenze internazionali vennero limitate, anche se quella italiana godette di una sostanziale autonomia e libertà grazie ai buoni rapporti con il Giappone e al patto Anticomintern  stipulato tra le due potenze e la Germania. Con la dichiarazione di guerra dell’Italia a Gran Bretagna e Francia (1940) e l’attacco di Pearl Harbor da parte nipponica (1941), le delegazioni alleate furono attaccate e molti, tra civili e soldati, furono trasferiti in campi di prigionia. L’Italia e i soldati italiani continuavano comunque a godere di misure “ad hoc”: potevano infatti, tenere le armi e muoversi liberamente, anche se non era consentito loro uscire da Tien- Tsin senza lasciapassare o non potevano ricevere posta. Quest’ultimo fatto fece sì che gli italiani in Cina sapevano poco o nulla riguardo gli sviluppi nefasti della guerra e conseguente caduta del regime fascista. A guerra finita la Concessione venne revocata all’Italia e gli ultimi italiani furono rimpatriati nel 1947.

E’ possibile comunque ritrovare qualche testimonianza della presenza italiana (1902-1947) a Tien- Tsin: è stata ricostruita la statua della Vittoria Alata che si trovava in piazza Regina Elena (ora ribattezzata piazza Marco Polo), il Forum sportivo fascista è stato ristrutturato e adibito ad attività ricreative come cinema e sale giochi, molti palazzi hanno visto la nascita di bar e ristoranti in cui gustare tipicità italiane e  di negozi con prodotti made in Italy.

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In ordine: stabilimento polizia italiana a Tien-Tsin, esercitazione interna alla caserma Ermanno Carlotto, statua della Vittoria Alata in piazza Marco Polo (precedentemente piazza Regina Elena).

Fonte: Focus Storia n°79

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