La Cop21 e gli attentati silenziosi all’ecosistema: parte 2

Di Mattia Balestra. (Parte 2) L’Italia ha destinato 8 milioni (dei 13 totali) al Fondo per l’energia sostenibile per l’Africa (Sustainable Energy Fund for Africa – SEFA) gestito dalla Banca Africana di sviluppo. L’impegno del nostro paese consente di rafforzare l’assistenza alle nazioni africane per gli investimenti privati nel settore dell’energia pulita. La nostra nazione si unisce così ai governi di Danimarca, Regno Unito e Stati Uniti, che sono quelli che sostengono lo sviluppo di progetti per l’energia rinnovabile come, appunto, il “New Deal” proposto dal presidente della AfDB, per dare fornitura elettrica a tutta l’Africa nei prossimi 10 anni e risolvere il deficit energetico del continente entro il 2025. I restanti 5 milioni di dollari verranno devoluti al fondo per il cambiamento climatico in Africa (Africa Climate Change Fund – ACCF), che passerà ad essere un fondo multilaterale, dato che prima, con il solo impegno della Germania, era bilaterale.

Naturalmente questi limiti posti dalla Cop21 aiuteranno la salvaguardia dell’ambiente ma, come tutto, avranno un costo. Proviamo quindi a vedere il punto di vista di “BlackRock” che è la più grande società di investimento nel mondo e gestisce un patrimonio totale di 4.320 miliardi di dollari circa. BlackRock è il primo gestore indipendente quotato alla Borsa di New York ed una delle più grandi società di investimento con un elevata influenza a Wall Street e Washington. Essi hanno stilato per la prima volta un report dal titolo “The Price of Climate Change. Global Warming’s impact on portfolios”, ovvero un documento che analizza nel dettaglio i cambiamenti e gli effetti dell’inquinamento, non tanto dal punto di vista scientifico, ma da un punto di vista economico-finanziario. I principali punti che possono essere estrapolati da questo report possono essere così riassunti:

  • Si può anche non credere al problema inquinamento e si può anche ignorare qualsiasi prova scientifica che ne dimostri la verità, però non si può essere in disaccordo che qualunque sia la prossima “mossa” contro i rischi connessi al cambiamento climatico porterà con se un sostanziale cambiamento dei mercati e delle forze che ne gestiscono l’andamento. Definendo precisi obiettivi per ridurre le emissioni di gas serra, i governi aprirebbero le porte a un cambiamento politico che si ripercuoterà inevitabilmente su tutti i settori dell’economia.
  • Non è solo questione di salvare il pianeta o mettersi a posto la coscienza, ma di saper produrre senza essere in perdita, focalizzandosi su una produzione che sia sostenibile, sociale e che segua una certa “governance” operativa con dei criteri prestabiliti (Environmental, Social and Governance – ESG). L’eccellenza in ambito ESG è sinonimo di qualità operativa e gestionale, indica la capacità di reagire all’evoluzione dei trend di mercato e di affrontare con flessibilità il rischio normativo grazie anche all’aiuto di collaboratori esperti nel settore.
  • Il primo settore che prese in considerazione i principali rischi da disastri naturali (alle quali attribuì un prezzo) furono le compagnie assicurative globali che per questo motivo hanno avuto un ruolo “guida” per tutti gli altri settori.
  • Le aziende che presentano livelli di inquinamento molto elevato saranno le prime che subiranno dei disinvestimenti dalle società, ma è anche vero che sarà proprio da quest’ultime che si trarrà maggiori miglioramenti se gestite correttamente. Il coinvolgimento con il management delle società può contribuire a un cambiamento positivo, soprattutto nel caso dei grandi investitori istituzionali con un orizzonte di lungo periodo.
  • Se ci saranno dei cambiamenti riguardanti le normative che gestiscono l’inquinamento delle aziende produttive, queste saranno costrette ad effettuare delle valutazioni e quindi automaticamente avremo più dati utilizzabili per misurare i rischi ambientali e per valutare quanto “pesa” una determinata risorsa in un determinato settore produttivo (come, ad esempio, quanto è determinante una risorsa come il carbonio in una certa catena produttiva analizzata).
  • Attribuire un prezzo alle emissioni di carbonio è essenziale per determinare il valore dei settori a uso intensivo di energia. Tuttavia i prezzi del carbonio dipendono perlopiù dalla politica del paese, e attualmente, non sono previsti molti incentivi per spingere gli emettitori ad azioni che ne riducano la produzione e che convincano i consumatori ad abbandonare i prodotti che, per essere resi disponibili, hanno bisogno di un elevato consumo di combustibili fossili.
  • Gli accordi che verranno presi per tutelare e controllare il cambiamento climatico, agevoleranno dei settori e ne penalizzeranno altri. Non bisogna però dare per vinto il settore petrolifero e gli esportatori di petrolio, come la maggior parte delle persone dà per scontato, perché il processo di decarbonizzazione sarà graduale e i vari settori potranno adattarsi al cambiamento. Naturalmente saranno sicuramente più agevolati quei settori che presentano titoli e obbligazioni relativi ad infrastrutture rinnovabili e quelle che, invece, sono specializzate nell’efficienza energetica e nelle tecnologie pulite.

Un altro report stilato dall’ “Intelligence Unit dell’Economist” stima in 4,2 trilioni di dollari il valore attuale medio delle perdite economiche attese da cambiamenti climatici sul totale, perciò stiamo parlando di una cifra che influenzerà notevolmente il mercato attuale e le decisioni future, cambiando completamente il nostro modo di vivere attuale. Prima del raggiungimento dell’accordo a livello mondiale stipulato nella Cop21, un numero sempre crescente di fondazioni, trust e altri investitori istituzionali e privati hanno aderito alla campagna di DivestInvest, un consorzio tra le istituzioni leader europee che hanno incoraggiato investitori e manager a disinvestire, in un arco di cinque anni, dai combustibili fossili e a re-investire, almeno in parte, in energie rinnovabili, tecnologie pulite ed efficienza energetica. Tra tutti, spicca il fondo sovrano della Norvegia che ha deciso di liquidare i suoi investimenti in aziende, la cui attività, dipende per almeno il 30% dal carbone;liquidando così un importo stimato in sei miliardi di euro.

Ci troveremo quindi tutti d’accordo nel dire che le decisioni prese nella Cop21 faranno parte del nostro prossimo futuro, con tutti i costi che ne derivano. Ma è davvero così? Al momento possiamo dire che si è parlato molto di quali saranno gli obiettivi ma, purtroppo, si è parlato più di promesse che di azioni programmate. I paesi hanno solamente delle linee guida che dovrebbero imporsi di seguire con opportune leggi su scala nazionale. Si è parlato di ridurre immediatamente le emissioni di gas serra, ma nessun percorso concreto è stato ancora indicato. Non sono previste né sanzioni né sistemi di controllo appropriati e gli esperti nel settore affermano che l’assenza di un sistema di tassazione potrebbe non far rispettare l’accordo stabilito. Inoltre, per quanto riguarda il finanziamento di 100 miliardi di dollari, non si ha nessun accordo ufficiale ma solamente uno scambio di parole d’onore tra i principali leader del mondo. Evidenziate le problematiche avremo: da un lato, l’entusiasmo e le speranze di milioni di persone che si fanno portatrici dei valori in cui credono e dall’altro, il peso dei soliti astuti manipolatori che cercano di trarre vantaggio personale a discapito di tutti gli altri. Solo il futuro ci potrà dare conferma che, effettivamente, chi si è seduto su quei tavoli per discutere e trovare concrete soluzioni lo ha fatto considerandolo come un beneficio collettivo e non individuale. Noi, come popolazione mondiale, abbiamo il potere e il dovere di attivarci. Noi dobbiamo essere i primi a cambiare le nostre abitudini quotidiane. E se con le nostre scelte non necessariamente riusciremo nell’immediato a impattare positivamente il clima, almeno potremmo dire che non siamo parte di quel lato che ragiona per il singolo, ma di quello che presenta dei valori e che si mette in gioco per difenderli.

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