Arte e nichilismo

di Giacomo Freddi

Entrato in libreria, dopo anni di assenza, noto come sia sparita la sezione dedicata ai libri di filosofia e come i classici della letteratura italiana e straniera siano stati relegati ad un misero scaffale. L’interno della libreria pullula di best seller – oltre che essere ripiena di un numero spropositato di gadget– e mi sento affranto poiché so che nessuno di quei libri, se anche superassi i miei pregiudizi nei loro confronti, sarebbe in grado di appagarmi. Ammetto che i soli libri che mi allettano sono quelli che lasciano trasparire una visione del mondo, dei libri in cui le storie non sono mai fine a sé stesse ma espressione di un pensiero. La gran parte di questi best seller sono costituiti da storie prive di contenuti, ma in cui il sentimento domina, ed è lo stesso sentimento che permea la maggioranza degli articoli di cronaca che si possono leggere in un quotidiano. Il motivo per cui s’infarciscono le notizie di dettagli inutili ma sentimentali è lo stesso per cui, operando in tal modo nella costruzione della trama, si cerca di suscitare emozione e curiosità nel lettore. Poiché il pubblico ha sempre amato il melodramma si può dedurre come il fine ultimo di questa scelta sia conquistare la massa, ovvero vendere ciò che si è prodotto. Poiché la letteratura è arte e l’arte non è in grado di produrre conoscenza, non ha senso l’esistenza della critica. Ma l’arte non può essere merce; viceversa un prodotto umano che sia merce non può essere arte. Ne segue come l’essenza stessa della produzione letteraria dei best seller non possa essere arte. Un libro può essere un prodotto artistico così come un’opera cinematografica può esserlo, ma essi non debbono per forza esserlo. Ritengo che le serie tv, così come i best seller non possano essere arte ed esprimano l’estrema degenerazione capitalistica subita dall’arte nella nostra società: fintanto che non verrà alterato l’attuale sistema economico non sarà possibile produrre arte, poiché qualsivoglia prodotto umano è valutato come merce internamente al sistema stesso. Se agli inizi del novecento per far arte i dadaisti dovevano negare il valore d’uso di un oggetto comune – oltre che il suo valore estetico-, dalla seconda metà del novecento in poi non è più possibile in alcun modo produrre arte dadaista: i gadget, pur essendo privi di qualsivoglia valore d’uso ed estetico, risultano essere comunque prodotti mercificabili.

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Una prova per le serie tv della subordinazione della creatività al guadagno è la cancellazione immediata di queste nel caso in cui non abbiano successo. Mentre ai film è lasciato il tempo di raccontare la loro storia, indipendentemente dal successo acquisito, alle serie tv questo non accade: esse vengono valutate in corso d’opera e l’autore potrebbe essere costretto a modificare la propria narrazione dipendentemente dalle esigenze di produzione – ovvero in base al successo avuto dalla serie stessa-. Ciò accade per la ragione che il processo di produzione delle serie tv è diverso da quello del cinema, ma il fatto che si stiano preferendo le prime al secondo è una mera ragione di mercato. Le origini delle serie tv possono essere ricercate nelle serie di romanzi (es: Harry Potter) e nelle serie di film ( es: L’era glaciale), poiché si è notato come questi abbiano avuto come conseguenza la fidelizzazione del consumatore: si pensi agli innumerevoli gruppi di fanatici legati al mito di Harry Potter, i quali hanno dato vita ad una vera e propria religione legata tanto più ai personaggi che non ai contenuti della storia.

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Il pensiero, avuto come conseguenza di questi esperimenti sociali sulle masse di consumatori, è stato ritenere che nella serializzazione e nella costruzione psicologica dei personaggi risiedesse un mezzo per guadagnare molto più di quanto si stesse già facendo con il cinema. In aiuto alle serie tv è arrivato nel 1995 Internet il quale, oltre a danneggiare in modo grave il mercato del cinema, ha permesso attraverso i social network una diffusione capillare di queste grazie alla pubblicità inconsapevole e gratuita offerta dagli stessi clienti fidelizzati: non sarebbe stato possibile prima della nascita di Internet il dominio delle serie tv nei confronti del cinema. L’evidenza per cui i consumatori sono legati da una venerazione di tipo sentimentale nei confronti delle loro divinità, ha portato la costruzione di serie tv in cui la profondità psicologica dei personaggi e gli intrecci presenti nella storia prevalgono sul resto: non potrebbe esistere una serie tv famosa e dotata di una ben costruita visione del mondo, per la semplice ragione che ai consumatori non interessa che una storia possegga un messaggio, né che si faccia portatrice di qualsivoglia contenuto razionale o filosofico, bensì sono interessati alla storia in sé stessa ed ai sentimenti dei personaggi che interagiscono all’interno della trama. La tipologia di sentimento che sovente si evince nei quotidiani e nei programmi televisivi, è la stessa di cui vanno ghiotti i fan: un romanticismo languido e melodrammatico. Ma i fedeli non soltanto ricercano sentimenti, bensì desiderano ritrovare corrispondenze con sé negli atteggiamenti e nei comportamenti dei loro eroi, o più semplicemente provano ammirazione o ripulsa nei confronti dei personaggi. I fan non analizzano, bensì giudicano e vivono su un piano del tutto sentimentale le avventure delle loro divinità. Poiché il desiderio precipuo di coloro che producono è incassare, non ha senso produrre un’opera che possa non piacere, ma proprio per questa ragione – ovvero per l’impossibilità di creare indipendentemente dal desiderio delle masse di consumatrici- le serie tv non potranno mai essere opere d’arte. Il vantaggio che arreca la fidelizzazione del consumatore, impossibile se non vi è la presenza di un prodotto seriale, risiede nella tendenza del consumatore fidelizzato a comprare cofanetti di episodi già veduti, nello spendere soldi per gadget relativi alla serie tv dalla quale si è presi momentaneamente, nel fare propaganda alla serie stessa ampliando così il numero di fedeli, ovvero nella buona probabilità che il cliente fidelizzato continuerà, dopo aver fruito del prodotto, a spendere per quello.
Il dadaismo e il punk avevano in sé la morte anche nel momento stesso in cui sono sorti, analogamente a come è consustanziale ad ogni vivo la sua fine. D’altra parte, così come moltissimi esseri viventi credono in un proseguimento della propria esistenza sotto altre forme, così molti movimenti artistici ritenevano possibile – o speravano soltanto- una continuazione del loro realtà. La ragione della necessaria estinzione di questi movimenti è data dal sistema economico e sociale all’interno del quale sono sorti. Entrambi i movimenti affermavano, seppure in aspetti distinti, l’impossibilità di poter fare arte all’interno di una società capitalistica, l’impossibilità di poter liberare l’arte e la creatività umana dalla mercificazione dei suoi prodotti. Ciò che accomuna entrambe le espressioni artistiche, sorte in periodi differenti, è la breve durata della loro vita se comparata a quella di altri movimenti. L’esistenza di ogni forma di creatività umana risiede nell’intervallo di tempo in cui, a partire dalla nascita, essa è sentita come fine a se stessa e non come strumento di guadagno da parte dell’artista. Proprio in ragione del fatto che ogni produzione artistica -se si pensa essa possa aver presa su un gran numero d’individui- viene integrata subitamente nel mercato, si può dedurre l’esistenza di un limite temporale posto al vivere di ogni creazione umana che possa dirsi arte. Pur consapevoli di questo limite, soltanto per il fatto di esistere movimenti neganti il sistema stesso vengono inglobati in quello: il pop punk, ad esempio, uno stile musicale propostosi come naturale continuazione delle sonorità punk, avendo perso totalmente le ragioni espressive del punk, risulta essere frutto del naturale riassorbimento di ogni opposizione al sistema economico nel sistema stesso, egli è una degenerazione connaturata al sistema. In virtù di queste ragioni il punk ed il dadaismo, se avessero anche solo intuito la natura profonda del contesto in cui sono sorte, avrebbero dovuto e potuto esistere sotto forma di una breve fiamma. La naturale degenerazione dell’arte dadaista è rappresentata dal gadget. Il dadaismo arrivò per primo alla comprensione del fatto che l’ultima arte ancora possibile fosse un’arte negante sé stessa: se si rifiuta la società è necessario rifiutare anche il concetto stesso di arte in quanto prodotto di quella. Entrambi i due movimenti, in modo consapevole o meno, sapevano che l’unico e ultimo modo di poter vivere come arte – nella sua essenza più vitale e spontanea -risiedeva proprio nella capacità di distruggersi, nel dover abolire la propria realtà.

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Quest’opera di riflessistorici.com è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

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