Augusto “pontifex maximus”: tra genio politico e propaganda

di Lamponi Roberto– Il 6 marzo del 12 a.C. Ottaviano Augusto ottiene la carica di “pontifex maximus”.

La fonte da cui possiamo dedurre la data circa l’attribuzione del titolo di “pontifex maximus”, ovvero la massima carica religiosa del mondo romano, è il cosiddetto “calendario prenestino” dove alla data del 6 marzo si  riporta: “l’imperatore Cesare Augusto divenne Pontefice Massimo durante il consolato di Quirinio e Valgio [12 a.C.]”.

Questa carica venne assunta da Augusto soltanto dopo la morte di Marco Emilio Lepido, morto appunto nel 13 a.C. Come riportato infatti in un passo delle “Res gestae divi Augusti”:

Rifiutai di diventare pontefice massimo al posto di un mio collega ancora in vita, benché fosse il popolo ad offrirmi questo sacerdozio, che mio padre aveva rivestito. E questo sacerdozio accettai, qualche anno dopo, sotto il consolato di Publio Sulpicio e Gaio Valgio, morto colui che ne aveva preso possesso approfittando del disordine politico interno, e confluendo ai miei comizi da tutta l’Italia una moltitudine tanto grande quanta mai a Roma si dice vi fosse stata fino a quel momento. »

Da questo stralcio possiamo notare innanzitutto come l’anno del 12 a.c. sia confermato perché si fa riferimento al consolato di Publio Sulpicio e Gaio Valgio, ma anche il valore “politico” di una carica che doveva essere prima di tutto “religiosa” oltre che l’intento auto celebrativo e propagandistico. Egli vuole mettere in risalto la legittimità della designazione di Cesare come suo successore e quindi la continuazione della strada tracciata dal padre adottivo, che può avvenire solo assumendo le cariche che egli aveva rivestito. Da sottolineare anche il continuo rimando al “popolo” e al rapporto quasi idilliaco che Augusto ha con esso. La folla lo acclama, lo esorta addirittura a diventare “pontifex maximus”, come se l’imperatore volesse comunicarci che la sua ascesa e il suo successo politico derivano soltanto dalla volontà del popolo e non, invece, anche dall’effettivo potere che ha acquisito. Ed è da queste righe che è possibile vedere il genio politico di Augusto: mantenere, o anche risaltare, la “democraticità” del proprio potere. Un potere autoritario con una veste repubblicana che consiste appunto nel mantenimento di cariche e costumi arcaici e repubblicani ma che di fatto vengono svuotati del loro significato, oltre, come abbiamo detto, nella totale acclamazione del popolo tanto da offrire esso stesso delle cariche politico-religiose e testimoniata dalla moltitudine che affolla i suoi comizi come “ mai a Roma si dice vi fosse stata fino a quel momento”. Importante in questa ultima parte risulta l’avverbio “mai”: non vi è una mera imitazione e una semplice continuazione con Cesare ma anche un processo di emulazione, ovvero la volontà sì di eguagliare ma anche di superare, di essere il primo a raggiungere il risultato di un’acclamazione infinita e incalcolabile, riportata però, attenzione, da un vago “si dice” che è possibile interpretare come un precursore dei “rumores” tacitiani e quindi, ancora una volta, si mettono in primo piano le voci e il parere del popolo.

“[…]morto colui che ne aveva preso possesso approfittando del disordine politico interno”. Il riferimento in questo caso è a Marco Emilio Lepido, triumviro nel 43 a.C. con Ottaviano e Marco Antonio. Egli infatti aveva ottenuto la carica di “pontifex maximus” dopo la morte di Cesare e il decisivo appoggio a Marco Antonio, per poi essere relegato ai margini della vita politica romana a seguito  degli aiuti forniti a Sesto Pompeo nel 36 a.C. contro Augusto. Fu di fatto allontanato nell’area del Circeo, perdendo ogni carica politica, per mantenere quella di pontefice fino alla sua morte.

E’ possibile vedere qui sicuramente una critica a chi “approfittando del disordine politico interno” era riuscito ad appropriarsi di alcune cariche (ottenuta grazie a Marco Antonio) ma di fatto anche è nascosto un intento di auto esaltazione. Le modalità possono sembrare uguali: dopo la morte di Cesare, Lepido diventa pontefice, e dopo la morte di quest’ultimo Augusto lo diventa a sua volta. Ma sia l’idea del “prendere possesso” sia dell’”approfittare del disordine politico interno”, sembrano quasi un voler mettere in chiaro la differenza tra chi ha occupato quella determinata carica grazie all’appoggio a Marco Antonio e chi invece grazie all’acclamazione del popolo, seppur rifiutando e aspettando la morte di Lepido stesso. Una differenza ancor più generale tra chi “ha approfittato” del disordine politico interno e chi invece ha cercato di porre termine ad esso riordinando e rinnovando la “Res publica”.

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