Mapuche, 350 anni di lotta per la libertà. Prima parte: la cultura e l’incontro con gli Spagnoli

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“Marichi weu!”, “Dieci volte vinceremo!”. Un grido di guerra, che potrebbe dare le prime parole ad un ipotetico inno nazionale, ed una bandiera tricolore, celeste-infinito, verde-natura e rosso-sangue, con al centro un cerchio che raccoglie i simboli delle quattro stagioni e, nella quadripartizione scandita da stilizzazioni di bastoni sciamanici, esprime i quattro stati essenziali dell’essere umano, la fertilità della donna, la forza del guerriero, la saggezza del vecchio e l’entusiasmo del ragazzo. Questo è tutto quello che ha il popolo Mapuche (circa 1.500.000 di anime, 80% in Cile, 20% in Argentina, dei quali solo la metà da considerarsi ancora “puri”, cioè non ispanizzati, ma tuttora parlanti la loro lingua ancestrale ed  osservanti le loro tradizioni, inclusa la religione sciamanica, sia pure in forma sincretica col cristianesimo) per esprimere la propria identità nazionale, alimentata dal ricordo dei due secoli in cui il popolo Mapuche fu, nell’America latina, l’unico soggetto politico riconosciuto autonomo dalla corona spagnola, con la quale intercorrevano trattati tra soggetti diplomaticamente paritari. Pertanto, molto prima degli Stati Uniti d’America, in quel continente esisteva già qualcosa che, pur non potendo considerarsi uno stato, ma una semplice confederazione tribale (anche se, come vedremo nella seconda parte di questo articolo, non mancò, nella fase finale della sua storia, un effimero tentativo di farne uno stato di forme costituzionali vagamente europee), era già comunque un soggetto politico internazionalmente riconosciuto come indipendente. Un’esperienza storica, quella del popolo Mapuche, che è caduta in un  buco nero della storiografia che, a parte pochi studiosi cileni, le ha dedicato pochissimo spazio. Certo, la cultura Mapuche non ha mai attinto  livelli di civiltà raffinati come è accaduto ai popoli di ceppo Quechua e Aymarà delle Ande centrali, o a quelli di ceppo Nahua e Maya della Mesoamerica, né ha potuto godere della celebrità di cui la maggior potenza del XX secolo ha tardivamente “omaggiato” i nativi delle pianure nordamericane. Ma, se si pensa che l’eroica resistenza di questi ultimi in difesa della propria cultura di fatto durò “appena” mezzo secolo, mentre quella dei Mapuche in difesa della loro indipendenza da Spagnoli prima, da Cileni ed Argentini poi, ne durò tre e mezzo, appare evidente il debito che la storiografia ha verso questo popolo. Ma, in fin dei conti, chi sono questi Mapuche?

L A    C U L T U R A

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Territorio Mapuche nel 1641, al momento del riconoscimento spagnolo della loro indipendenza

 

 

 

“Mapuche” significa “popolo della terra” (così come la loro lingua, il mapudungun, significa “lingua della terra”), cioè, in pratica, non significa nulla, essendo, come spesso succede negli incontri tra culture linguisticamente diverse, il frutto di un equivoco, di un’errata interpretazione come nome etnico di quella che era una semplicissima risposta ad un’ancor più banale domanda dei primi Spagnoli avventuratisi nel Cile centrale (“Chi siete?” – “Quelli che abitano qua!”). Di fatto questo etnonimo viene a sostituire l’ancestrale Reche (“popolo puro”) o forse Ragko (“acqua argillosa”, forse un riferimento ai declivi andini in cui avevano le loro roccaforti), mentre il nome con cui sono maggiormente noti, Araucani, e che passa a definire anche la loro terra, l’Araucanía, e la spettacolare conifera che la caratterizza, l’araucaria, è da essi rifiutato, in quanto dato loro dai primi winka (“stranieri, invasori”) con cui, prima degli Spagnoli, ebbero a che fare. In quechua, lingua degli Inca, auca, da cui Arauca(ni), ha infatti il significato spregiativo di “barbari”.

Dal punto di vista linguistico, il mapudungun è una lingua facente parte di un gruppo molto isolato, che, oltre ai Mapuche, comprende solo i Tehuelche  e gli Ona delle pianure dell’Argentina centro-meridionale, molto lontano sia dalle lingue parlate a nord  dalle etnie “agricole” evolute di ceppo quechumara delle Ande centrali o di  ceppo tupí-guaraní del bacino del Paraná-Paraguay e di buona parte del Brasile, sia da quelle degli estremamente primitivi “indios canoeros” (Alakaluf, Chonos, Yahgan) che vivevano di sola pesca lungo le selvagge coste del Cile meridionale, fino alle coste della Terra del Fuoco. Qualche parentela è stata trovata con le lingue arawak, ceppo etnico che, dal bacino dell’Orinoco, si espande sia a nord, fino a Cuba, sia a sud, fino alla Bolivia amazzonica ed al Pantanal brasiliano, ma il fatto più sorprendente è che le maggiori assonanze, estendendo la ricerca a tutto il continente americano, sono state trovate con le lingue di ceppo maya dell’America centrale e, ancor più, con quelle penutian, ceppo autoctono della California e dell’Oregon (terre lontanissime dal Cile, ma anche, guardacaso, le più simili ad esso sotto l’aspetto climatico ed ecosistemico). Anche fisicamente i Mapuche ricordano più che i loro vicini geografici, i nativi nordamericani, stavolta non tanto quelli della West Coast, quanto proprio i famosi Indiani delle pianure, ai quali li accomuna la pelle relativamente chiara, l’aspetto fiero e dignitoso, il naso aquilino, i tratti severi, ed in particolare quella statura (1,80 in media per gli uomini, 1,70 per le donne),  tra le più alte del mondo preindustrializzato, che, vista per la prima volta, nei loro cugini Tehuelche, dal basso dell’1,65 di media maschile degli Spagnoli del XVI secolo, e condita dalle consuete esagerazioni dei racconti dei viaggiatori del mondo prescientifico, genererà il mito dei Patagoni, giganti australi. Ed agli Indiani delle pianure nordamericane li accomuna anche la maestria nell’uso del fucile e del cavallo, appreso dai bianchi, e lo stile di vita seminomade, soprattutto dopo che avranno sostituito i loro accampamenti tradizionali, fatti di capanne di legno e paglia (ruka), con altri (tolderías) fatti di tende di pelle (toldos) simili ai tepee nordamericani e, come questi, facilmente spostabili per muoversi alla ricerca di pascoli migliori (e qui c’è una differenza coi nativi delle pianure nordamericane, cacciatori e non pastori). Altra affinità sta, oltre che nell’indomabile spirito guerriero, nella passione per l’arte oratoria (cui la melodiosità del mapudungun si presta benissimo), fonte di prestigio, per gli aspiranti leaders, ancor più del valore guerriero.

I Mapuche (forse mezzo milione all’arrivo degli Spagnoli) erano, nel XVI secolo, ad un livello di sviluppo proto-agricolo (più evoluti dunque dei loro cugini della Pampa e della Patagonia argentine, i Tehuelche, ancora fermi allo stadio delle pure e semplici caccia e raccolta nomadiche), del tipo del “taglia e brucia” (debbio), con la semina di aree boschive liberate e fertilizzate, bruciandone la copertura arborea (va detto che il terreno torboso dell’umidissimo territorio mapuche rendeva questa pratica meno “desertificante” che in altre aree del globo più secche).  A patate, zucca e fagioli, la cui tecnica di coltivazione è da ritenersi appresa autonomamente, si affiancavano il mais e la quinoa, appresi all’epoca del tentativo di annessione da parte degli Incas, respinti sul piano militare, ma dimostrando la stessa capacità di filtraggio culturale che i Mapuche riveleranno quando, dai pur nemici Spagnoli, non avranno difficoltà ad acquisire la coltivazione del grano e degli alberi da frutto (ma non la fragola, che già conoscevano, ed anzi saranno loro a far conoscere agli Spagnoli la pregiata varietà cilena poi utilizzata, insieme a quella virginiana del Nordamerica, per originare la fragola che attualmente consideriamo nostrana, e che invece ha sostituito le precedenti, meno redditizie, qualità europee), e l’allevamento di cavalli, pecore, bovini, maiali, con un’efficienza tale da consentirgli di superare i maestri e diventare fornitori di carne e cereali alla colonia spagnola del Cile e poi anche al giovane stato indipendente. Ma, prima dell’arrivo degli Spagnoli, l’allevamento riguardava lama e guanachi, la cui lana i Mapuche vendevano agli Incas, e con la cui carne integravano, nell’alimentazione, i prodotti agricoli, cosa che facevano anche ricorrendo alla caccia, alla pesca,   e ricavando una preziosa farina dalla raccolta e molitura delle noci del pewen, la già citata conifera araucaria.

Suddivisi in varie subetnie, nella cui nomenclatura si riflette anche la capacità di sfruttare le diverse nicchie ecosistemiche (Pikunche, popolo del nord, nella futura regione di Santiago e Valparaíso, Lafkenche, popolo della costa, soprattutto pescatori, Lelfunche, popolo delle pianure, Wenteche, popolo delle alture, Huilliche, sull’isola di Chiloé, Pewenche, popolo dell’araucaria, stanziato sulle Ande, come pure Llaima e Mamulche, popolo dei boschi, Boroani e Puelche, popolo dell’est, emigrati nella Pampa argentina assorbendone i nativi, ed etnicamente affini,  cacciatori nomadi Tehuelche, come fecero anche i Chaziches, popolo del sale, che estraevano nell’area di Salinas Grandes, Manzaneros, popolo del melo, di cui appresero la coltivazione da gesuiti spagnoli verso il 1670, ed altri gruppi minori), i Mapuche erano una confederazione di clan mediamente di 500 membri (lof), guidati da  leaders politico-religiosi (lonko), la cui funzione principale era  l’organizzazione delle cerimonie religiose e del lavoro agricolo, ad esse collegato e basato sul mingaco, sistema di lavoro collettivo dei maschi adulti analogo alla mita incaica. In occasione di  minacce esterne, si riunivano in assemblee regionali, convocate da ambasciatori itineranti (herquene), forse esemplificati sul modello del chasqui incaico (portavano con sé una cordicella con vari nodi, ed ogni lonko doveva scioglierne uno per dare la sua adesione, forse una forma molto semplificata del quipu incaico), dove i lonko eleggevano, tra di loro, un capo militare (toki), che restava in carica solo per la durata della guerra contro il nemico esterno, terminata la quale ogni clan recuperava la sua piena autonomia.

La religione si fondava sul presupposto che l’universo è composto da forze antagonistiche e complementari, spiriti positivi (Ngenechen), che esprimono le forze della creazione, della vita e dell’amore, e spiriti negativi (Weküfe), latori delle pur necessarie morte e distruzione, il tutto vigilato da un supremo creatore (Futa Chaw). A queste divinità si affianca tutta una serie di spiriti legati alle forze della natura o ai corpi celesti o a capi del passato, il cui spirito ha il privilegio di restare su questa terra, gli altri defunti essendo destinati a continuare le loro attività terrene in un mondo sotterraneo senza luce. A contrastare l’azione degli spiriti malvagi e delle streghe (kalku), pensa lo sciamano (machi), esperto di medicina naturale e di riti propiziatori per ristabilire il contatto con le forze del bene. Oggi, finita l’epoca dell’indipendenza politica e dell’organizzazione collettiva del lavoro, il ruolo del lof è praticamente scomparso, mentre è ancora di grande prestigio quello del machi, lo sciamano, anzi la sciamana, visto che oggi è un ruolo prevalentemente femminile (abbiamo visto che invece, in passato, alle donne competeva prevalentemente la magia nera, anche se, pure allora, non mancavano casi di sciamane). Le machi oggi sono il principale veicolo di trasmissione di quel che resta della cultura mapuche, elaborando un culto sincretico basato su medicina naturale ed un mèlange di ritualità cristiana e mapuche, che, soprattutto in Cile, non manca di attirare anche molti non Mapuche. Inoltre, questo prestigio trova riscontro anche nel fatto che spesso troviamo proprio le machi alla guida delle lotte politiche che i Mapuche conducono per vedersi restituire terre, o per bloccare la realizzazione di infrastrutture impattanti che passano per le loro riserve, o per chiedere servizi di assistenza sociale, tanto nelle loro riserve (reducciones) come nelle periferie delle città argentine e cilene dove vivono, spesso in miseria, i Mapuche urbanizzati e rimasti nel limbo tra la loro cultura e quella ispanica.

L’I N C O N T R O   C O N    G L I    S P A G N O L I

Dopo un precedente precario tentativo di conquista da parte dell’Inca Topa Yupanqui, risoltosi nell’impianto di qualche colonia quechua ed in una certa influenza culturale incaica,  e dopo la prima  disastrosa spedizione spagnola, condotta all’inutile caccia di oro  nel 1536-37 da Diego de Almagro nel Cile centrale, è Pedro de Valdivia (uomo d’armi che si era ben portato nelle campagne d’Italia e che, con la sua buona cultura, smentisce il luogo comune del conquistador alla Francisco Pizarro, rozzo ed ignorante) a condurre, inviato da Pizarro,  a partire dal 1540, la prima vera spedizione di colonizzazione, che porta nel 1541 alla fondazione di Santiago e nel 1544 alla stabilizzazione della frontiera sul río Maule, previa sottomissione, dopo una durissima lotta, del ramo settentrionale dei Mapuche, i Pikunche, sottomessi più dal tifo che non dagli archibugi e dai cavalli spagnoli. Per i superstiti si apriva un destino di sterminio, culturale quando non fisico tout court, nelle encomiendas di cui beneficiavano, in forma di miniere o tenute agricole, i nuovi padroni.

Nel 1546 Valdivia attraversa il Maule ed entra nel cuore del territorio Mapuche, ma, sconfitto a Quilacura, batte in ritirata. Ci riprova nel 1550, fondando una serie di forti, tra cui la futura città di Concepción, su una nuova linea di frontiera, quella del río Bío-Bío, con avamposti anche oltre questa linea. A questo punto un’assemblea dei lonko nomina come toki Leutaro (Leftraru), che era stato catturato qualche anno prima, ancora adolescente, dagli Spagnoli, finendo per diventare uomo di fiducia di Valdivia, ed approfittando di questa condizione privilegiata per far propria la tecnica di guerra spagnola, basata su armi da fuoco e cavallo, e studiare le contromisure da applicare per contrastarla, una volta rientrato, previa diserzione, tra la sua gente. Lautaro porta al massimo delle possibilità le capacità di guerrilla mobile del suo popolo, assumendo stabilmente l’iniziativa con continui improvvisi attacchi ai vari avamposti spagnoli, volti a dividere le forze spagnole che, per intervenire di qua e di là a spegnere il fuoco della rivolta, si prestano a facili imboscate. Il capolavoro tattico di Lautaro, nel 1553, è la presa del forte di Tucapel, sulla costa, per costringere Valdivia stesso a muoversi in soccorso degli assediati. Valdivia arriva però a Tucapel a cose fatte, potendo solo seppellire i poveri resti dei soldati della guarnigione, trovando la morte, con tutti i suoi uomini, quando, durante la difficile ritirata, viene accerchiato dalle forze dei Mapuche, freschi e numericamente superiori. La leggenda vuole che Lautaro stesso uccise il suo antico padrone facendogli bere dell’oro liquefatto. Sarà il successore di Valdivia, García Hurtado de Mendoza, a prendersi la rivincita, nel 1557, uccidendo Lautaro ed altri 600 guerrieri nella battaglia di Mataquito, e, l’anno successivo, catturando e facendo impalare  il suo altrettanto valoroso luogotenente Caupolicán (Quepolicán), che ne aveva continuato la lotta. Ma fu necessario, per vincere la guerra, catturare ed uccidere  anche altri capi prestigiosi, dall’anziano ma valorosissimo Colocolo (nome di un gatto selvatico andino) al monco Galvarino, capace di continuare a combattere, malgrado le mani amputate nel corso di una precedente cattura da cui era fuggito, facendosi legare lance ai moncherini.  E  soprattutto  fu necessaria l’alleanza di un’epidemia di vaiolo, che, nel 1563, uccidendo 100.000 nativi, ne fiaccò la resistenza.

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La resistenza Mapuche fu però talmente eroica da colpire l’immaginazione di un giovane poeta spagnolo, Alonso de Ercilla, che, soldato dal 1558 al 1562 in quella che sarebbe passata alla storia come Guerra de Arauco, la volle immortalare in un poema epico ispirato alle opere di Ariosto, “La Araucana”, che, oltre ad essere la prima importante opera letteraria scritta da un europeo in America, ed oltre a celebrare, anche per aumentare la gloria dei vincitori, il valore degli sconfitti, diventerà il poema nazionale cileno, fondando quell’atteggiamento ambivalente dei Cileni (che si vedrà quando si tratterà delle guerre dello stato indipendente contro i nativi), che li porterà, diversamente dagli Argentini, a non aver mai un concetto del tutto negativo dell’apporto nativo alla formazione del loro Paese, ad esser orgogliosi, in ultima analisi, di avere nel proprio sangue anche tracce di quegli eroi “barbari”. Le stampe inserite in alto, relative ad un episodio della vita di Lautaro, ed alla cattura di Caupolicán, tratte dall’opera citata, rivelano l’aura “eroica” che, anche dal punto di vista spagnolo, caratterizza l’immagine degli sconfitti.

Ma ai Mapuche fu sufficiente una generazione per rimpolpare i ranghi falcidiati dal vaiolo. Negli ultimi anni del XVI secolo un nuovo toki, Pelentaro(Pelentraru) rilancia la lotta, realizzando notevoli progressi nella logistica e nell’utilizzo tattico della fanteria, sia pure ancora basata principalmente su reparti di lancieri e lanciatori di bolas, ma con una disciplina interna che li rende atti a fronteggiare gli Spagnoli anche in capo aperto e non solo in azioni di imboscata. La dura sconfitta nella battaglia di Curalaba (1598) convince gli Spagnoli dell’impossibilità di sottomettere i Mapuche e dell’opportunità di accontentarsi di difendere la linea di forti lungo il Bío-Bío, evacuando il sud (che, da allora e fino a metà  ‘800, sarà lasciato, col nome di Frontera, ai nativi, salvo qualche avamposto più volte distrutto e ricostruito). Naturalmente, se la Spagna avesse voluto impegnare tutta la sua potenza nella conquista, probabilmente l’avrebbe conseguita, ma la determinazione a difendersi delle genti locali, combinata alla scarsità di oro e argento nella regione, portarono Madrid a decidere che il gioco non valeva la candela, un po’ come, oltre 1500 anni prima, avevano fatto i Romani, rinunciando, pur essendo all’apogeo della loro potenza, alla conquista di una Caledonia troppo povera e troppo bellicosa perchè valesse la pena sprecarvi il sangue di troppi legionari più utili altrove.

Lo stato di guerra, con alterne vicende e reciproche incursioni dall’una e dall’altra parte del fiume, durerà fino allo storico trattato di Kilín del 6 gennaio 1641, con cui la Spagna riconosce ufficialmente l’indipendenza Mapuche e la frontiera del Bío-Bío, restituisce i nativi fatti prigionieri, ed ottiene in cambio solo il diritto dei missionari cattolici di muoversi in territorio mapuche, per predicarvi o per utilizzarlo per attraversare le Ande e raggiungere le missioni situate nel governatorato di La Plata, la futura Argentina. Trattato  che sarà confermato da altri, fino alla fine del periodo coloniale, come quelli di Tapihue del 1774 e di Negrete del 1793, quest’ultimo siglato, da parte spagnola, dal governatore di Santiago Ambrosio O’Higgins, padre del futuro libertador cileno Bernardo O’Higgins. La storia è ad un punto di svolta. Come questo inciderà sul momento d’oro di indipendena e prosperità che, da un secolo e mezzo, e dopo un precedente secolo di disperata lotta per la libertà, i Mapuche stanno godendosi, lo si vedrà nella seconda parte di questo articolo, cui si rinvia, ed in cui si tratterà l’interfacciarsi dei nativi coi nuovi stati sorti dal disfacimento dell’impero coloniale spagnolo.

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