Mapuche, 350 anni di lotta per la libertà. Seconda parte : 1860, nasce il regno di Araucanía e Patagonia

drapeau-orelie-tounens
Bandiera del regno ed effigie del re Orélie Antoine I

La decolonizzazione avviene in quella che, per i Mapuche, è un’età dell’oro, coincidente col riconoscimento della loro piena indipendenza politica nei trattati intercorrenti con la corona spagnola, con una notevole crescita economica, dovuta all’aver fatto propri i progressi agricoli e zootecnici importati dagli Europei (tanto da diventare esportatori di carne e cereali agli stessi), ed infine,  sul piano militare, dall’aver acquisito, con la padronanza delle armi da fuoco e soprattutto del cavallo, una mobilità ed una potenza tali da permetterne l’espansione ad est, nella Pampa argentina, fino all’Atlantico, assorbendo le affini e più primitive tribù Tehuelche locali, arrivando a controlare un territorio (vedi cartina sotto) ben più vasto di quello ancestrale, e tale da costituire una formidabile barriera all’espansione verso sud dei nuovi stati argentino e cileno.

imagesLJ3YHYNX
Massima estensione del territorio Mapuche intorno al 1830

Il rapporto dei nuovi stati coi Mapuche è ambiguo, soprattutto in Cile. I padri fondatori delle nuove nazioni non hanno dubbi sul fatto che i nativi facciano parte integrante delle stesse, che, nella loro ideologia, traevano anzi la loro ragion d’essere, nel sottrarsi all’identificazione con la pura e semplice hispanidad, proprio dall’unione delle qualità di due razze nobili, quella spagnola e quella indigena. In particolare, in Cile el libertador Bernardo O’Higgins subito accorda la cittadinanza ai Mapuche, della cui lotta per l’indipendenza dalla Spagna ora i patrioti cileni si considerano orgogliosamente eredi, ed eroi nativi come Lautaro, Caupolicán, Galvarino, Colocolo, diventano glorie nazionali cilene (come dimostra il gran numero di strade e monumenti con cui ancor oggi sono omaggiati nelle città cilene, o perfino il fatto che il più prestigioso club di football cileno si chiami Colocolo), ma anche in Argentina el libertador José de San Martin, con scelta eloquente, battezza Logia Lautaro il gruppo “carbonaro” di patrioti di cui è a capo.

Dall’altro lato, però, proprio il riconoscere la non estraneità dei nativi ai nuovi soggetti nazionali comporta la fine del concetto di Frontera come territorio nativo separato e con un’indipendenza riconosciuta da trattati internazionali tra contraenti di pari rango diplomatico. I trattati intercorsi tra Spagnoli e Mapuche sono automaticamente invalidati e non vengono rinnovati dai nuovi stati, sotto il cui ombrello i nativi vengono a trovarsi. Nel primo quindicennio è un ombrello, invero, tutt’altro che opprimente, essendo  i nuovi stati presi dalle esigenze del consolidamento interno, travagliato dalle lotte civili prima tra monarchici filospagnoli e repubblicani indipendentisti, poi tra liberali e conservatori o tra federalisti e centralisti, lotte le cui parti perdenti trovano spesso rifugio proprio in territorio mapuche (tipico il caso dei famigerati fratelli Pinchera, monarchici filospagnoli perdenti che si rifugiano in territorio nativo, da dove, ormai ridotti al rango di banditi, continuano per anni una feroce lotta contro lo stato cileno, condotta ormai solo nominalmente in nome dei pretesi diritti della corona spagnola). I rapporti sono dominati da accordi informali con capi amici, mentre le relazioni interetniche si intensificano, tanto che molti Mapuche apprendono lo spagnolo e si convertono ad un cristianesimo sincretisticamente combinato con lo sciamanesimo tradizionale, mentre, all’inverso, molti ispanici, spesso appunti sbandati o criminali, si rifugiano in territorio Mapuche e si “mapuchizzano” nella lingua e nei costumi. Citando José Bengoa, storico cileno esperto di storia Mapuche,

“La situazione della frontiera era piuttosto mal definita, sia politicamente che socialmente. Lì l’autorità, la proprietà, l’origine e lo stato sociale delle persone erano tutte cose abbastanza indefinite. Era un’area incerta in cui le leggi non arrivavano con lo stesso rigore con cui erano state emanate. Il “paese centrale” (quello di Santiago) guardava al nord, che lo riforniva di ricchi minerali, e lasciava “il paese del sud” da solo con i suoi problemi. Fino alla metà del secolo, la questione di Arauco fu messa in secondo piano.”

In Argentina la situazione non è diversa. Gli Argentini si limitano a controllare precariamente la vitale strada Buenos Aires-Mendoza-Santiago, lasciando la Pampa a sud in mano a tribù “amiche” che tengano a bada quelle più “selvagge”. Di fatto, è in mano di nativi amici anche l’area delle Salinas Grandes, che comincia a diventare economicamente fondamentale proprio come fornitrice di sale per l’industria di conservazione della carne, che, proprio nei primi anni dopo l’indipendenza, comincia a diventare la prima voce di esportazione per l’economia argentina. Inoltre, i Mapuche emigrati nella Pampa argentina si caratterizzano, rispetto ai fratelli rimasti nei territori ancestrali, per una maggiore mobilità e bellicosità, oltre che per l’abbandono dell’agricoltura in favore dell’allevamento integrato, quando se ne presenti l’occasione, dalla razzia. Sono i famigerati malones, incursioni nelle grandi fattorie della Pampa per rubare bestiame e fare prigionieri da rivendere in Cile o, se donne, da utilizzare come mogli da assegnare ai guerrieri più valorosi.

 

La verità è che, malgrado le cifre (sommando fronte argentino e fronte cileno) spaventose per i nativi (tra i 10.000 e i 20.000 morti, e circa 6-7.000 prigionieri, per lo più donne e bambini), e malgrado i proclami trionfalistici di Juan Manuel de Rosas, il presidente argentino che, per accreditare la sua immagine di uomo forte, si lancia nella Prima Guerra  del Desierto (1833-34) contro i nativi, il vero vincitore della guerra è il cacique mapuche Kalfukurá (“Pietra azzurra”), che, spinto ad est dai Cileni, cala dalle Ande sulla Pampa Argentina, dove, alleatosi (di fatto, più che formalmente) con gli Argentini, sottomette i clan mapuche ad essi più ostili e si insedia, da governatore solo sotto nominale e precario  mandato argentino, come signore della vitale regione di Salinas Grandes, lasciando agli Argentini solo le piazzaforti costiere di Carmen de los Patagones e Bahía Blanca, la cui sopravvivenza, tra l’altro, potendo comunicare con Buenos Aires solo per mare, le vie di terra essendo controllate dagli indigeni, non può prescindere dalle forniture alimentari degli indios amigos.

Lo status quo dura per decenni, sia sul lato argentino che su quello cileno, ma con uno stillicidio di piccole campagne, che neanche assurgono al titolo di guerre e che si alternano ai periodi di tregua, campagne sempre giustificate dall’esigenza di reprimere i malones o di catturare perdenti nelle lotte civili argentine o cilene che fuggivano in territorio mapuche per usarlo come base per organizzare eventuali rivincite. Mi piace ricordare solo una di queste “piccole guerre”, perché ha la particolarità di vedere protagonisti degli immigrati italiani, per lo più patrioti esiliati per aver combattuto nella sfortunata prima guerra d’indipendenza italiana. Nell’ambito della sua politica volta a favorire l’immigrazione europea, progettando di riempire di civiltà il presunto vuoto barbaro in cui si aggiravano i nativi, il presidente argentino Bartolomé Mitre nel 1855 assegna alla Legione agricola militare italiana, forte di 600 uomini, al comando del colonnello Silvino Olivieri, un territorio nella Pampa, nell’entroterra di Bahía Blanca, nella speranza che da un avamposto militare nasca un centro di popolamento e sviluppo economico.  Ed è qui, alle porte della citta, che, il 19 maggio 1859, avviene il singolare episodio dell’unica battaglia della storia combattuta tra Italiani e nativi americani, quando la Legione italiana aiuta in maniera decisiva la guarnigione locale a respingere un attacco in forze, volto a conquistare la città, da parte di un gruppo di caciques capeggiati da Namunkurá, figlio di Kalfukurá. Ma, per quanto singolare ed interessante per noi Italiani, la battaglia di Bahía Blanca è solo uno dei tanti episodi di una lunga lotta di logoramento dell’indipendenza nativa che subirà un’accelerata, a partire dal 1860, in seguito ad una vicenda che fa temere a Cileni ed Argentini un’internalizzazione, lesiva dei loro interessi, del problema della definitiva sistemazione del sud australe dell’America latina.

 

 

1897_mapuche_500

L’ U O M O    C H E    V O L L E   F A R S I   R E

Una modesta tomba del cimitero di Tortoirac, un paesino del Périgord, nel sud-ovest della Francia, accoglie un sigolare epitaffio: “Qui giace Orélie Antoine I, re della Patagonia, morto il 18 di settembre del 1878″.

Avventuriero, pazzo, truffatore, agente segreto o mitomane che fosse, Orélie (la grafia originale esatta è probabilmente la meno regale Orllie) Antoine de Tounens nasce nel 1825 da una famiglia decaduta della piccola nobiltà di provincia (ma non è escluso che gli attestati di nobiltà siano un falso prodotto dallo stesso Antoine), dedicandosi alla professione forense, con scarsa fortuna e qualche raggiro qua e là a danno dei creditori. Appassionato di racconti di viaggio, con la testa piena di progetti di esplorazioni e imprese eroiche, nel 1858 molla tutto, che poi non era molto, e salpa per il Cile. Un paio d’anni passati tra Santiago e Valparaíso gli servono a studiare la situazione. È il momento in cui il governo  cileno  si appresta a mettere in atto la soluzione definitiva del problema mapuche. Già dal 1843, per prevenire analoghe ambizioni argentine, inglesi o francesi, i Cileni si erano insediati nell’estremo sud australe,  fondando sullo stretto di Magellano il presidio di Fuerte Bulnes e poi la città di Punta Arenas, nel 1849, che diventa rapidamente un importante polo per l’esportazione di legname e pelli di foca, oltre che porto chiave sulla rotta che, circumnavigando l’America, porta i cercatori d’oro a prender parte al golden rush californiano. Ma l’enclave Mapuche taglia a metà il territorio cileno, rendendone ormai improrogabile l’eliminazione per poter consolidare il possesso, da parte del Cile, della sua appendice australe. Da qui l’ordine, da parte del Congresso cileno, al colonnello Cornelio Saavedra, di avanzara gradualmente nella regione per costruirvi fortezze che fiacchino definitivamente la volontà mapuche di difendere la propria indipendenza.

De Tounens, però, ha un progetto ben diverso. Prende contatto con un gruppo di potenziali colonizzatori francesi residenti a Valparaíso e coi caciques decisi a resistere, tra cui il potente capotribù Quilapan, ed attraversa il Bío-Bío per incontrarli e convincerli dell’opportunità di darsi un’assetto istituzionale di tipo europeo, costituendo un vero e proprio stato mapuche che contrasti giuridicamente le pretese cilene. All’incontro, nella località di Pequenco, si presenta abbigliato con un poncho mapuche, e dopo essersi lasciato crescere una fluente barba che ne accentui l’aspetto profetico, nell’intento di suggestionare i nativi, nella cui mitologia sa esser presente il mito dell’avvento futuribile di un leader bianco il cui arrivo avrebbe messo fine alle guerre ed alla minaccia dei winka, gli stranieri usurpatori che ormai da secoli minacciavano la libertà degli indigeni. La messinscena funziona e, il 1º novembre 1860, davanti al consesso delle tribù Mapuche cilene, de Tounens si proclama re di Araucanía, stabilendo una monarchia ereditaria basata su una costituzione che concede ampi diritti civili e politici, probabilmente più di quanto concedessero le contemporanee costituzioni cilena ed argentina, dando anche una bandiera verde, bianca ed azzurra al nuovo stato, che, poche settimane dopo, assume il titolo completo di Regno di Araucanía e Patagonia, dopo l’adesione anche delle tribù del sud argentino.

320px-Reino_de_la_Araucanía_y_la_Patagonia
Confini (pretesi) dell’effimero regno di Araucanía e Patagonia

Nel progetto di de Tounens l’arrivo di coloni francesi avrebbe dovuto dare un impulso decisivo allo sviluppo civile della nuova nazione, grazie all’auspicato ombrello diplomatico e militare della Francia. Utopia? Forse, ma forse anche no, dato che intanto in Francia una campagna di stampa fomentata da agganci che all’avventuriero francese non mancano (tra gli altri il poeta Verlaine, l’esploratore Dumont d’Urville, il massone Camille Flammarion), sostiene la nascita di questa fantasiosa entità territoriale, cercando di incentivare eventuali emigranti francesi col miraggio delle potenziali ricchezze della regione ed enfatizzando i vantaggi politici che l’impero di Napoleone III trarrebbe dal costituendo protettorato. Del resto, è il momento in cui la Francia di Napoleone III si sta lanciando, forte anche dell’eclisse degli Stati Uniti, assorbiti dalla guerra di Secessione, in una politica interventista americana che trova la sua massima espressione nel protettorato sul Messico imperiale di Massimiliano d’Asburgo, personaggio, tutto sommato, non molto meno folcloristico e non molto più credibile come sovrano, rispetto a de Tounens, per cui non è peregrino ipotizzare un appoggio sotto banco della diplomazia francese, aspettando, per palesarsi alla luce del sole, di valutare l’entità della determinazione ad opporsi al progetto da parte del Cile e, ancor più, del suo tradizionale alleato, l’Inghilterra.

Opposizione che peraltro, da parte cilena, si dimostra subito assolutamente intransigente, concretizzandosi, di fronte alle proposte di trattative da parte del nuovo re, nella cattura a tradimento dello stesso, il 5 gennaio 1862, in un blitz oltre frontiera di commandos, la cui azione è facilitata dalla delazione sugli spostamenti del re da parte di un suo  luogotenente corrotto, tal Rosales, forse deluso, come stava accadendo anche ad altri sostenitori, mapuche e non, del re, dal fatto che le tante promesse di aiuti finanziari da parte di fantomatici amici francesi del re si erano finora tradotte solo in pagherò che, malgrado la real firma, non avevano alcun riscontro monetario. Nel processo davanti al tribunale militare presieduto dal colonnello Saavedra, governatore della nuova provincia cilena di Arauco, de Tounens, trattato come un criminale comune, evita la pena capitale solo fingendosi pazzo, e se la cava, anche grazie all’intervento del console francese, con l’espulsione verso la Francia. Ma de Tounens non demorde, continua a cercare appoggi finanziari e politici per la sua impresa, nel 1863 pubblica le sue memorie, in cui, non senza validi fondamenti giuridici, basati sugli antichi trattati con la Spagna, difende il diritto dei Mapuche all’autodeterminazione, e nel 1869 ci riprova, attraversando avventurosamente dall’Argentina,  dove era entrato sotto falsa identità, il confine andino, e insediando nuovamente il suo governo a Pequenco, da dove, il 19 giugno 1870, dichiara guerra al Cile. Inseguito dall’esercito cileno, guidato dal solito Saavedra, ormai divenuto generale, e con una forte taglia sulla testa, ripara a Buenos Aires e poi a Montevideo, da dove si imbarca per l’Europa. Un ultimo tentativo, finanziato dall’imprenditore Mahon de Monaghan e dal banchiere inglese Jacob Michael, ed accompagnato da una campagna di stampa, di taglio socialisteggiante, stavolta mirata a raccogliere proseliti, come possibili coloni, tra proletari francesi ed ex comunardi, abortisce con l’arresto e l’espulsione di De Tounens in Argentina, il 17 luglio 1874, su pressione delle autorità cilene.

Ormai abbandonato da tutti, la commedia di de Tounens termina con la sua morte, nel 1878, non senza strascichi fino ad oggi, vista la perdurante esistenza a Parigi di una dinastia di re di Araucanía e Patagonia, il cui ultimo esponente, credo tuttora vivente, re Filippo, oltre a continuare a dispensare onorificenze dell’Ordine nobiliare Araucano ed a  coniare monete, ha ottenuto nel 1971, dal tribunale di Parigi, il riconoscimento della legittimità del suo titolo.

Con l’effimera e donchisciottesca parabola del regno araucano non termina invece la parabola della resistenza del popolo Mapuche, il cui atto finale sarà tema della terza ed ultima parte di questo articolo.tehue1

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...