Mapuche, 350 anni di lotta per la libertà. Terza parte: l’espulsione dallo spazio e dalla storia

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Angel Della Valle, La vuelta del malón (Il ritorno dalla razzia), 1892

 

U L T I M O   A T T O   I N   C I L E,   L A   C A M P A Ñ A   D E   P A C I F I C A C I Ó N

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Cornelio Saavedra, “pacificador” della Araucanía cilena

L’effimera, ma comunque allarmante (per i suoi rischi di internazionalizzazine della questione araucana) parabola del regno di Araucanía e Patagonia, analizzata nella precedente parte di questo articolo, rende il governo cileno ancor più convinto dell’urgenza di dare rapidamente un assetto definitivo al Sur Chico (“piccolo sud”, come viene chiamata la regione mapuche, per distinguerla dal Sur Grande, la regione australe estrema). Il tutto però senza gli squilli di tromba e le bandiere al vento che accompagnano analoghe iniziative in Argentina, per via del rapporto ambiguo, già analizzato nella precedente parte di questo articolo, che i Cileni hanno coi Mapuche, parte integrante del proprio orgoglio e della propria identità nazionali proiettati nel passato delle prime lotte antispagnole, ma anche, nel presente,  un fastidioso ostacolo al progresso col loro testardo attaccamento alle tradizioni (ancor oggi in Cile, per dire che un tizio è testa dura, si dice che è un Mapuche) e col loro “non capire” i vantaggi che la civiltà moderna assicurerebbe anche a loro. Da qui, dall’esigenza di ridurre alla ragione, ma senza troppo strepito, quelli che, per quanto bifolchi, son sempre dei cugini di campagna, il rifiuto della parola guerra, sostituito dal ben più mellifluo “Campaña de pacificación” per indicare il ventennio (1862-83) in cui si procede alla sistemazione della questione dei nativi.

Il protagonista è sempre quel colonnello Cornelio Saavedra che abbiamo già incontrato nelle vesti di governatore della regione di Arauco dal 1857, già sul punto di scattare all’offensiva nel 1860, quando l’imprevisto apparire del “re” de Tounens lo aveva costretto ad una fastidiosa parentesi operativa volta a liberarsi del fastidioso intruso.  Nel 1862, col pretendente francese fuori dalla scena, Saavedra, che è anche deputato, presenta   all’allora presidente José Joaquín Perez il suo piano di pacificazione. Il modello è quello statunitense, col passaggio da una fase (quella che in Cile si era finora attuata) basata sulla penetrazione autonoma di pionieri, con un intervento statale protettivo solo in un secondo tempo, ad una in cui è direttamente lo stato ad assumersi l’iniziativa di acquisire terre (meglio, espropriare terre ai nativi), per poi incentivare la colonizzazione dividendole in lotti da assegnare ai coloni. José Bengoa, nella sua “Historia del pueblo Mapuche”(Santiago, 1999), sintetizza così:

“Lo stato si prendeva la responsabilità del procedimento, dato che era l’unico acquirente delle terre. Prima di tutto avanzava l’esercito, che sottometteva gli abitanti del territorio, stabiliva linee di frontiera fortificate e riduceva gli indigeni sotto controllo, concentrandoli nelle riserve. Poi lo stato e i capitali privati, quando erano disponibili, installavano le infrastrutture, soprattutto le ferrovie. Pacificato il territorio, e con le ferrovie in costruzione, lo stato procedeva poi alla vendita all’asta delle terre, e i coloni arrivavano. Con la pace e le comunicazioni si poteva attirare un’immigrazione europea costituite da famiglie rispettabili e non da bande di soldataglia. Partendo da questi tre elementi, era possibile edificare città e incentivare il progresso”.

Detto tra parentesi, Saavedra aveva partecipazioni azionarie importanti in compagnie ferroviarie. Comunque, nei due decenni successivi, con fase di avanzata più intense (1862-66, 1868-70, 1875-78), alternate a momenti di più forte resistenza indigena e di carenza di risorse finanziarie a disposizione della conquista, che inducono a preferire la via negoziale, si procede inesorabilmente allo spostamento in avanti della frontiera, con fondazioni di forti e città, e non esitando a ricorrere, per convincere i più riottosi ad adeguarsi al nuovo ordine, a metodi da “selvaggi”, ossia a quegli stessi malones (furti di bestiame, incendi di campi coltivati, rapimenti di donne e bambini, ostacoli al commercio) che si indicavano come l’aspetto peggiore della cultura nativa. Nel 1879 l’attenzione del Cile è distolta per un attimo verso nord, dove, incoraggiato dal capitale e dalle armi inglesi, va a strappare la ricca regione mineraria (salnitro) di Atacama a Perú e Bolivia (Guerra del Pacifico, 1879-84).  L’esercito è in gran parte spostato a nord, ed i Mapuche capiscono che è la loro ultima occasione e uniscono le forze, nel novembre del 1881, in una disperata guerra di liberazione nazionale (Futa Malón, “grande rivolta”). Ma, tra la fine del 1881 e l’inizio del 1882, non appena è possibile spostare unità dal fronte nord, il coraggio dei nativi, armati quasi solo di lance e boleadores, nulla può contro i fucili a ripetizione dell’esercito cileno (come nelle grandi praterie nordamericane anche qui è il meccanismo di sparo a ripetizione che rende l’arma da fuoco davvero superiore alle armi dei nativi, arco e frecce in Nordamerica, lance e boleadores nell’America australe, dove, notazione etnologica significativa, l’arco non è mai stato acquisito dalla cultura indigena). Con le fondazioni delle città di Temuco, Imperial e Villarica, l’immigrazione intensiva di coloni fatti venire dall’Europa (circa 10.000, soprattutto tedeschi), l’avanzare di ferrovia, telegrafo, segherie, bar e bordelli, nel 1883 la resistenza mapuche può dirsi definitivamente domata. Si realizza così l’auspicato scenario da “C’era una volta in Cile”, nel quale i nativi sono inquadrati, rinchiusi nelle riserve o ridotti al ruolo di peones a giornata nelle nuove fattorie dei coloni,  quando non esibiti  nei circhi o, reperti museali tra reperti museali, come personale di servizio di improvvisati musei della conquista.

La Pacificación ha vinto. Pacificación che, nella memoria storica dei Mapuche cileni, si è  guadagnata il nome di “Última matanza” (ultimo massacro).

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Episodio della Campaña de Pacificación

 

 

 

 

U L T I M O   A T T O   I N   A R G E N T I N A,   L A   C O N Q U I S T A   D E L   D E S I E R T O

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Julio Argentino “Remington” Roca, el conquistador del desierto

 

Julio A. Roca. Nel suo secondo nome (“Argentino”) il destino di portare i confini del suo paese ai limiti naturali, gettando anche, col prestigio derivatogli dalla conquista, le basi per il suo passaggio dall’incarico di generale e ministro della Guerra a quello di presidente della repubblica argentina. Nel suo soprannome (“Remington”) i mezzi con cui attuò la sua conquista, 6000 fucili a ripetizione forniti dagli Stati Uniti (interessati a stabilizzare la regione australe, allora per essi fondamentale, il Canale di Panama essendo ancora solo un progetto), insieme ad un po’ di mitragliatrici Gatling a canne multiple. L’altro suo soprannome (“Zorrito”, piccola volpe), ce ne rivela la strategia volta a togliere l’iniziativa ai nativi, attaccandoli non più in risposta alle loro razzie, ma sorprendendoli nei momenti di pace, e dando loro la sensazione di non esser più al sicuro in nessun posto ed in nessun momento, ed a prescindere dal loro comportamento aggressivo o pacifico, salvo accettando di farsi rinchiudere nelle riserve (reducciones) che il governo appronta per loro, liberando il “desierto” per la colonizzazione bianca.

Un passo indietro. L’ideologia che impronta la politica argentina, dopo la fine nel 1852 del regime autoritario del caudillo Rosas (che abbiamo già visto, tra l’altro, lanciarsi nel 1833-34 nella sostanzialmente improduttiva prima “Guerra del desierto”), è quella liberale dei suoi avversari, la “generación del ’37”, tra cui spiccano quelli che a lungo saranno considerati i veri padri nobili della patria argentina, quasi più del libertador San Martín, ossia Juan Bautista Alberdi e Faustino Domingo Sarmiento. Il modello è l’Europa, soprattutto l’Inghilterra, la Francia, la Germania, il progetto è quello di un paese aperto ai commerci, con un’agricoltura ed un’industria moderne, una popolazione fatta di industriosi coloni e civilizzati cittadini europei (meglio se nordeuropei), dove perfino il simbolo stesso dell’argentina, il gaucho, venga addomesticato, ricondotto nell’alveo della civiltà. Il gaucho, però, su cui forse si può ancora lavorare, non certo l’irrecuperabile indio salvaje (non a caso in Argentina spesso definito semplicemente “negro”, accomunandolo allo schiavo africano nel suo ruolo sostanzialmente estraneo allo sviluppo di una nazione moderna), la cui presenza è talmente negata da far definire “desierto” il centro-sud argentino in cui pur vive da molto prima dei bianchi.

La conquista dell’enorme spazio costituito dal sud pampeano-patagonico è considerata fattore fondamentale per il dispiegarsi della funzione civilizzatrice rivendicata dal nuovo stato, oltre che per l’acquisizione, da parte dello stesso, di un effettivo peso geopolitico. Se la logica della conquista militare sta nell’inevitabile applicazione delle leggi della natura e della storia, allora la sottomissione e disintegrazione socio-culturale dei nativi sono un passo obbligato per la riqualificazione di quella che, con evidente ambiguità, è definita “frontiera interna”, di quel “desierto” la cui inclusione nei confini della nazione diventa fattore costitutivo della stessa identità nazionale. Alla Patagonia si guarda come a uno spazio neocoloniale, a una nuova frontiera di popolamento e di progresso economico e sociale, con l’esercito nel preteso ruolo di alfiere della missione civilizzatrice, basata sulla tecnologia avanzata, esemplificata già da quella bellica. Non c’è più spazio per l’indigeno, neanche l'”indio amigo”, legato da trattati di amicizia con lo stato argentino, è più tollerato, può sopravvivere solo l’indio recluso nelle riserve. Detto per inciso, nell’accezione di vuoto barbaro in cui va inteso il termine “desierto” si inquadra anche la negazione dell'”argentinità” dei Mapuche della Pampa argentina, visti come invasori scesi dalle Ande  perché premuti dall’avanzata cilena (in realtà, la distinzione etno-culturale tra Mapuche “cileni” e Tehuelche “argentini” è sempre stata molto labile), negazione diretta a respingere le pretese territoriali cilene su quello che è oggi il centro-sud argentino, pretese basate proprio sulla “cilenità” dei Mapuche “argentini”, che, respinti fuori dal Cile, vengono paradossalmente utilizzati dal governo cileno come avanguardie dell’espansione dei confini nazionali. Tutto un assurdo gioco etno-diplomatico sopra le teste degli inconsapevoli nativi.

“Sopprimere gli indios e le frontiere in altre parole significa popolare il deserto”, dichiara nel 1875 il presidente argentino Nicolás Avellaneda. “Conquistare il deserto per sottometterlo alla civiltà, soggiogare la barbarie al dominio della civiltà, a volte con la spada e con il fuoco, che uccide e devasta, altre con la croce del missionario che converte, portando nuovi credenti nel seno della grande famiglia cristiana”, gli risponde il ministro della Guerra Adolfo Alsina, utilizzando, in piena età positivista, un linguaggio da conquistador del XVI secolo.

Ma, al di là delle dichiarazioni d’intenti, lo stato argentina è ancora in una posizione difensiva nei confronti dei Mapuche. Quando, all’inizio del 1876, i nativi realizzano un malón particolarmente efficace (razziati 200.000 bovini e 4.000 cavalli), la risposta del ministro della Guerra Alsina è, dopo aver inseguito e sconfitto i nativi a Paragüil, la costruzione di una lunghissima trincea (250 km., con 5 forti e 72 posti di sorveglianza) che taglia in due la Pampa da nordest e sudovest, un vallo che non preclude le incursioni native, ma, non essendo transitabile dalle mandrie, le scoraggia, vista l’impossibilità di portarsi a casa i capi razziati.

Nel 1877 Alsina muore. Lo sostituisce Roca, fautore di ben altra politica (“Con gli indiani dovete procedere come fanno gli europei quando cacciano il cinghiale; non dovete avere pietà di loro.”), volta a tenere costantemente sotto pressione i nativi, attaccandoli dove si sentono sicuri, nel cuore del loro territorio, e senza distinguere tra nativi amici e nativi ostili. Roca chiede al Parlamento due anni di tempo per risolvere il problema, purchè gli sia data mano libera. Li ottiene e , coi suoi metodi (distribuiva premi ai soldati in rapporto al numero di testicoli a lui presentati), tra il 1879 ed il 1881 (avendo il tempo per farsi eleggere presidente della repubblica nel 1880) Roca “ripulisce” l’intera pianura pampeano-patagonica, in una campagna che causa tra i nativi circa 12.000 morti e 2.000 prigionieri, molti dei quali moriranno nell’insalubre campo di prigionia dell’isola Martín García, nel delta platense. Intanto, la Guerra del Pacifico (1879-84), che, negli stessi anni, vede il Cile impegnato contro Bolivia e Perú, offre a Roca il destro per strappare al Cile (timoroso che l’Argentina risponda alla richiesta di aiuto da parte dei suoi nemici, ribaltando l’esito di una guerra che lo sta vedendo vincitore) un accordo estremamente vantaggioso sui confini andini, coi Cileni che rinunciano a tutte le loro storiche pretese su territori ad est dello spartiacque continentale, ed anzi facendo anche qualche concessione ad ovest dello stesso. Per attuare questo trattato, però, rendendo effettivi i confini ivi tracciati sulla carta, è necessaria una seconda campagna (1882-85) volta a conquistare i versanti orientali della Cordigliera delle Ande, dove, tra le montagne e le foreste che costituivano il nucleo ancestrale della propria nazione , gli ultimi Mapuche liberi ancora resistono disperatamente. La fame piega gli ultimi irriducibili che non vogliono piegarsi alla logica delle armi. Il 24 marzo 1884 il cacique Namunqurá (lo stesso che, nel lontano 1859, avevamo incontrato, come narrato nella precedente parte di questo articolo, nella veste di avversario della Legione italiana a Bahía Blanca) si arrende coi suoi ultimi 331 guerrieri, superstiti di una lunga ritirata in armi che, in cinque anni, li aveva portati, sempre combattendo, dalla pianura pampeana alle vette andine. Il primo gennaio 1885. con la resa, al forte Junín de los Andes, dell’ultimo cacique ancora in armi, Sayhueque, con 700 guerrieri affamati ed infreddoliti, può dirsi terminata la conquista del desierto. Ultimo episodio di una lotta per la libertà che era cominciata 349 anni prima, di fronte alla prima incursione, nel 1536, del conquistador Diego de Almagro nel territorio Mapuche.

Quanto alla Patagonia, la conquista non ne comporterà il popolamento da parte di una legione di piccoli ed industriosi coloni europei, come auspicato da Alberdi e Sarmiento, bensì la spartizione in grandi latifondi assegnati ai 381 speculatori che avevano finanziato in anticipo gli ingesti costi sostenuti dallo stato argentino per la campagna. Di conseguenza, la regione diventerà un’area ancor più spopolata, sottoutilizzata economicamente e, in ultima analisi, selvaggia, di quanto fosse quando era dominata dai nativi. Alla fine, insieme alle ultime lance indigene, la polvere portata dal vento dello steppa finirà col seppellire anche le speranze dei padri nobili della patria argentina.

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Il cacique Sayueque, qui in una foto del 1893, otto anni dopo la resa, nella riserva dove è confinato

 

 

P O S T I L L A

Con la fine della Seconda  Guerra del Desierto (1879-85), il popolo Mapuche è definitivamente espulso dalla storia contemporanea e dallo spazio, ma non ancora dall’immaginario. Alla retorica patriottica dei bollettini di guerra, basata sulla compiaciuta celebrazione della definitiva vittoria del progresso sulla barbarie, c’è ancora chi si sottrae. Analizziamo il dipinto all’inizio dell’articolo (foto sotto il titolo di testa). Realizzato nel 1892, e, all’epoca, celebrato come primo esempio di un’arte pittorica genuinamente argentina (in realtà, onestamente, trattasi di un molto attardato epigono del romanticismo europeo), Angel Della Valle, nel suo “La vuelta del malón” ci descrive l’esito di una razzia indigena, col contrasto tra i simboli della barbarie (indigeni seminudi a cavallo) e quelli della civiltà (il crocifisso e la donna rapita, il cui incarnato perfino esageratamente bianco ne vuol sottolineare la purezza anche nell’oltraggiosità della situazione). Ma nel dipinto, che rinvia ad un passato ormai archiviato, non domina un’immagine negativa dell’indio, che anzi appare ancora circondato dalle ultime tracce di quell’aura di eroismo tragicamente perdente, da relitto della storia, di cui la “Araucana” di Alonso de Ercilla lo aveva già incoronato oltre tre secoli prima. L’autore sembra cercare, con inconfessa ed inconfessabile nostalgia, un trait d’union, forse proprio nel corpo della donna, tra la patria moderna, ormai avviata nel cammino del progresso, ed un passato fatto di un deserto che poi, a dispetto della propaganda patriottica, tale non era mai stato, essendo questi selvaggi, nella loro barbara carnalità e gestualità, innegabilmente ben presenti all’appello della storia, e quindi meritevoli almeno di un posto rispettabile nel passato.

Ma presto ci sarà chi si incaricherà di espellere i nativi argentini anche dal passato. Tra la fine del XIX secolo e la metà del XX (cioè fin quando non sarà incontrovertibilmente dimostrata dalla paleoetnologia l’origine africana della specie umana) si scatena in Argentina una caccia al reperto osseo umano preistorico che, tra episodi spesso farseschi, conditi di abbagli clamorosi e vere e proprie “fabbricazioni” di falsi, è finalizzata ad avvalorare l’idea dell’esistenza nella preistoria di un fantomatico tipo umano, il “patagón antiguo”, che, in un’epoca imprecisata, e con mezzi e per motivi altrettanto ignoti, avrebbe poi lasciato il continente americano per trasferirsi in Europa ed originare il tipo umano ivi presente, lasciando invece il natio suolo sudamericano in mano ad una nuova stirpe di diversa origine, da cui sarebbero derivati gli indigeni incontrati dagli europei nel XVI secolo. Degli intrusi, pertanto, che, in veste di supplenti, riempiono il deserto lasciato alle proprie spalle dal patagón antiguo, i cui discendenti tornano a riprendersi la propria patria ancestrale, nella veste di Spagnoli prima, Argentini  poi, quindi con una pretesa ben legittimata rispetto alle resistenze degli indigeni “supplenti”. Sembra assurdo che, sul tema, si siano tenuti, nei primi decenni del ‘900, fior di congressi, coinvolgenti anche scienziati di tutto rispetto, ad esempio Francisco Pascasio Moreno, padre delle scienze naturali e dell’antropologia in Argentina, figura a tutt’oggi totemica nel panorama culturale del paese.

Il cerchio dunque si chiude. Espulsi dal presente, espulsi dal futuro, gli indigeni argentini lo sono anche dal passato, fin nella più lontana preistoria. Non sono mai stati qua, e, se ci sono stati, è stato per sbaglio. Per conquistare un deserto mancava la premessa, cioè il deserto stesso. Così lo si  crea davvero.

 

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