L’origine non tedesca della disciplina tedesca

di Massimiliano Vino

Non è mai corretto attribuire un particolare carattere ad un popolo nel suo insieme. Si tratta in effetti di una generalizzazione che non può avere riscontri a livello scientifico.

Tuttavia, partire da tale generalizzazione può essere utile ad un studioso o anche ad un lettore incuriosito, per disporre di un punto di partenza da cui ricavare l’origine materiale, artificiale e squisitamente utilitaristica di una certa idea generale.

Prendiamo come esempio i tedeschi: proveremo a ricercare l’origine di una certa immagine del tedesco tipico, così ligio all’ordine, disciplinato e (rispetto agli ugualmente disciplinati svizzeri) fortemente propenso ad un’espansione militare o anche culturale (in cui il termine Kultur ha un valore infinitamente più vasto del semplice cultura) nel resto del continente.

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Il Kaiser Guglielmo II durante una parata militare

 

Perlomeno, tranne per la volontà espansionistica, ferma al 1945, questa idea del tedesco permane ancora oggi. Ciò che resta interessante è il fatto che questa mentalità non sia solo il frutto di superficiali osservazioni da parte di stranieri. Un ufficiale prussiano e poi al servizio del Secondo Reich, avrebbe nutrito una fiducia incondizionata in questa idea del cittadino tedesco.

La stessa che, in fondo, nutriva anche Hitler.

Si può parlare in questo senso di un vero e proprio culto della germanicità, per la quale un punto di partenza potrebbe essere il Romanticismo, che trovò in Germania probabilmente il proprio culmine da un punto di vista filosofico, letterario, artistico e anche musicale.

Non basta però aver trovato in un lasso di tempo tutto sommato limitato come quello del Romanticismo la chiave di volta dell’idea del germanesimo.

In verità questa idea ebbe origine da stimoli e da contesti sociali, culturali e politici, già molto chiari e definiti, in cui l’idea della disciplina e del militarismo, che saranno della Germania, erano già ben note.

Come spesso accade, anche con il Romanticismo da una semplice constatazione di fatto, ci si è poi allargati in maniera incontrollata, sino ad investire in maniera irrazionale l’idea che la Germania avrebbe avuto da quel momento in avanti di sé stessa e del proprio ruolo nel mondo.

Tutto questo ha origine in Prussia, il più orientale degli Stati tedeschi.

Una constatazione piuttosto ovvia, considerando che sarà poi la Prussia ad unificare la Germania; una constatazione che, tuttavia, manca di alcuni particolari molto interessanti, che proverò ad illustrare brevemente, e che in pratica vanno a scardinare qualsiasi pretesa origine primordiale del concetto di germanicità o (se mi permettete un neologismo) di prussianicità, che sarà poi alla base della dottrina razziale e pangermanica del Nazionalsocialismo.

La prussianicità infatti non ha origine in Prussia.

Certo, la Prussia è stata un’importante appendice dell’Ordine dei Cavalieri Teutonici, il quale ha costruito sull’elemento militare e sul cristianesimo le basi della sua stessa esistenza.

Ci sono però una serie di passaggi fondamentali, per cui da una società in cui a combattere erano in fondo soltanto gli appartenenti alle classi deputate al combattimento, si è passati alla universal caserma prussiana di alfieriana memoria.

Fu Federico Guglielmo, detto il Grande Elettore, duca di Brandeburgo e di Prussia, il primo artefice di questa trasformazione. Egli, dopo aver reso indipendente la Prussia dalla Polonia e aver consolidato i propri territori, legò a sé la nobiltà terriera (juncker), discendente della colonizzazione di epoca teutonica operata verso l’Est ed arruolò nelle fila del suo esercito i contadini, creando un sistema militare inedito per l’Europa del periodo, ma in parte simile all’esercito contadino della Res Publica romana prima della riforma mariana.

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Federico Guglielmo I

Fin qui la trasformazione culturale è in parte poco significativa, nonostante la militarizzazione abbia favorito alla lunga la stabilizzazione sociale della Prussia. Più importante fu l’accoglienza che, nel 1685, Federico Guglielmo riservò ai calvinisti francesi (gli Ugonotti), dopo la revoca dell’editto di tolleranza religiosa di Nantes. Questa decisione, insieme a quella altrettanto significativa di accogliere altre minoranze perseguitate, come gli ebrei, andò a rinvigorire il ceto medio e delineò il profilo di una società che apparentemente, agli occhi di Hitler, nulla avrebbe avuto di germanico.

Il punto è che proprio tale idea di germanico ha un origine assolutamente esterna alla Germania.

La disciplina, l’ordine, l’obbedienza al superiore (sia esso un uomo o Dio), il senso del lavoro e del guadagno sono un grande prodotto d’importazione straniera, per dipiù anche ebraico.

Il calvinismo, d’altra parte, aveva in sé degli aspetti estremamente utili al nuovo governo unitario di Prussia e Brandeburgo.

Il figlio di Federico Guglielmo, Federico III, divenne Re in Prussia con il nome di Federico I, nel 1701 e nel corso del suo regno si convertì al calvinismo.

In questo modo il governo si riservava il diritto di intervenire in molteplici aspetti della società prussiana, tra cui matrimoni, famiglia, scuola e assistenza ai malati, quale capo della comunità calvinista prussiana. Lo Stato, centrato sulla figura di un Re, sostenuto dalla potente aristocrazia terriera e con un esercito contadino disciplinato, affiancato da un società borghese altrettanto inquadrata, andava costituendosi come un corpo rigidamente strutturato, un kosmos che alcuni hanno paragonato a quello spartano.

La genesi del potere prussiano spiega insomma, a grandi linee, la genesi tutt’altro che remota nel tempo del germanesimo e dell’idea del cittadino tedesco. L’universo prussiano divenne un sistema nel suo insieme cosmopolita, aperto ad influssi ed influenze straniere, specialmente se tali influenze risultarono utili alla sopravvivenza del sistema stesso.

Un ultimo tassello di questo breve excursus storico e culturale, lo ritroviamo durante il regno di Federico II (1740-1786), uno tra i più affascinanti ed ammirati sovrani europei del periodo.

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Federico II

In un’Europa investita totalmente dalla moda del dispotismo illuminato e del giurisdizionalismo (ossia dalla sottrazione progressiva di prerogative alla Chiesa), segnato dall’inesorabile declino della Compagnia di Gesù, l’impero nascosto del Papato romano controriformista sull’Europa cattolica, Federico II fu l’unico sovrano europeo ad accogliere i gesuiti nel proprio regno. Una mossa apparentemente incomprensibile, considerato il suo calvinismo apparente e il suo effettivo ateismo.

In realtà si trattava di un gesto di astuzia e di grande ingegno politico.La prussianicità costruita e totalmente asservita alle esigenze politiche dell’ambizioso kosmos prussiano, poté contare su un ultimo elemento, non meno importante, e stavolta di matrice cattolica. I Gesuiti offrirono infatti alla Prussia un inestimabile apporto: L’educazione.

Straordinari insegnanti e protagonisti nella formazione culturale delle cariche più alte degli Stati europei, i Gesuiti divennero lo strumento mediante il quale Federico II avrebbe disposto, da quel momento in avanti, di un personale esperto e di una burocrazia efficiente.

Inoltre, per concludere, l’aspetto militare, gerarchico e devoto all’obbedienza verso Dio e verso il Papa, che erano la caratteristiche della Compagnia di Gesù non poterono che trovarsi in piena sintonia con la universal caserma prussiana.

Quest’opera di riflessistorici.com è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

Fonti: Gullino, Muto, Stumpo “Il mondo moderno”, Capitolo XIII, 5 e XVIII, 6.

 

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