Sétif, 8 maggio 1945 : primo sangue in Algeria. Seconda parte : il contesto.

wall is covered in Algerian independence
Attendendo il referendum del 1° luglio 1962

 

I L    Q U A D R O    I S T I T U Z I O N A L E

“Ci sono altri testimoni? Sì, cinque : due uomini e tre arabi.” Oppure : “Era un arabo, ma vestito da persona civile”.

Sembrano barzellette, invece sono esempi, “culturalmente” illuminanti,  di deposizioni in tribunale che avremmo potuto ascoltare in qualsiasi processo in qualsiasi momento della storia dell’Algeria francese.

Se l’insurrezione di Sétif (ché tale era, come si è visto nella prima parte di questo articolo) trova parziale spiegazione in cause immediate come la fame e le privazioni degli anni della seconda guerra mondiale, le cause più profonde vanno dunque cercate nei 115 anni di presenza francese in Algeria, a far data da quel 1830 in cui, quasi incidentalmente (il vero obiettivo di Carlo X, peraltro non conseguito, era distrarre l’opinione pubblica dai problemi interni), rispolverando vecchi piani napoleonici, soldati francesi avevano messo piede sulla spiaggia di Sidi-Ferruch, una trentina di km. ad ovest di Algeri. Se non era stato un gran problema liquidare rapidamente il debole governo di Hussein, dey di Algeri, altra storia era stata la lotta contro  la quindicennale guerriglia guidata da Abd-el-Kader (una guerra sporca fatta di imboscate e rappresaglie senza quartiere, poche bandiere al vento e tanta spazzatura da nascondere sotto il tappeto, con strascichi di astio e diffidenza reciproci che resteranno vivi fino a metà ‘900). Finalmente nel 1848, un anno dopo l’esilio del ribelle a Damasco, l’Algeria, divisa in tre dipartimenti, è dichiarata parte integrante della Francia, dando il la ad una colonizzazione che consentirà  a Napoleone III di liberarsi del problema socio-politico costituito dai tanti disoccupati della cintura operaia parigina, e poi alla Terza Repubblica di “piazzare” i comunardi delusi e gli alsaziani rimasti fedeli alla Francia. Ma la Francia, già nella seconda metà dell”800, non è più demograficamente in grado di alimentare un apprezzabile flusso migratorio, tanto che si farà ampio ricorso ad immigrati spagnoli, italiani, greci, maltesi, al punto che nel 1917 solo un piednoir su cinque potrà considerarsi francese puro (“Abbiamo spogliato, inseguito, dato la caccia agli arabi, solo per popolare l’Algeria di italiani e spagnoli”, è l’amaro commento di Anatole France).

Il tutto, ovviamente, indemaniando le terre indigene (alle volte in via punitiva, in altri casi con l’intento di valorizzare gli incolti o, semplicemente, facendo proprie terre già indemaniate fin dall’epoca turca), e poi assegnandole a piccoli coloni, o, spesso, vendendole  ad imprese vòlte all’agricoltura intensiva, capitalizzate da banche francesi o svizzere (come nel caso della svizzera Compagnie Genevoise, padrona delle terre del circondario di Sétif), mentre le falle del sistema normativo e dei controlli amministrativi consentono ai francesi, anche quando le terre son comprate dai piccoli proprietari locali, di farlo per un tozzo di pane, riducendoli alla condizione di braccianti sottopagati impiegati sugli stessi campi di cui erano stati proprietari e quindi in grado di beneficiare solo marginalmente (ad esempio, dal punto di vista sanitario, grazie alla riduzione delle aree malariche)  dell’oggettivo boom indotto dagli investimenti francesi nell’agricoltura algerina.

Dopo il primo quarantennio di amministrazione militare, la Terza Repubblica stabilizza l’inserimento dell’Algeria nel territorio metropolitano affidandone il governo ad un’amministrazione civile, con un governatore, tradizionalmente non pied-noir, insediato dal ministero degli interni (e non, significativamente, da quello degli esteri, come nel caso dei protettorati su Tunisia e Marocco),  tre prefetti (Algeri, Orano, Costantina) e, a livello inferiore, ed esclusi i territori sahariani ancora sotto amministrazione militare, una divisione tra communes de plein exercice (quelli con importante presenza europea), basati sul modello francese con un consiglio municipale elettivo col 60% dei seggi riservati agli europei, e communes mixtes (a schiacciante prevalenza numerica musulmana), governate da un amministratore europeo che, nella concreta attività di governo, si avvale di caïd locali (giudici e funzionari ereditati dall’amministrazione precoloniale, espressione della parte del notabilato locale sopravvissuta all’epurazione di quella più compromessa con la resistenza di Abd-el-Kader).  Quanto alla rappresentanza parlamentare, i dipartimenti algerini inviano a Parigi 16 senatori e 30 deputati, inizialmente eletti solo dai pieds-noirs, poi per metà da un collegio comprendente i cittadini francesi residenti in Algeria, inclusi i pochissimi musulmani in grado di superare l’arduo cammino per ottenere la cittadinanza francese, l’altra metà dalla stragrande maggioranza costituita da musulmani (a questo sistema del doppio collegio, che pur mantiene una forte sperequazione nei livelli di rappresentanza, si arriva comunque solo nel 1946).

Il vero punto debole di questo sistema di governo si rivelerà essere quella che invece sarebbe dovuta essere la vitale cinghia di trasmissione tra amministrazione francese e popolazione locale, ossia la commune mixte. A differenza dell’India, in Algeria non prenderà mai piede, a livello medio-basso, un ceto di funzionari amministrativi indigeni (in India, nel 1947 i quadri amministrativi saranno per il 50% formati da indigeni, in Algeria, ancora nel 1956, su 864 funzionari amministrativi, solo 8 sono algerini), a causa della pretesa (che Parigi non osa contrastare) dei coloni europei di vedere nei quadri amministrativi locali una riserva di caccia riservata a quanti, tra essi, abbiano ambizioni di carriera amministrativa, limitata al ristretto ambito locale (a differenza del funzionario inglese che vive in India, il cui obiettivo ultimo di carriera, quasi sempre, è tornare in Inghilterra, il burocrate pied-noir si accontenta di trascorrere l’intera carriera all’ombra dell’Atlante, ma, in compenso, non vuole concorrenti in questa carriera, per cui non lascia spazi aperti all’inserimento di personale locale). Ciò comporta una cronica carenza di personale (nel ’54, nelle communes mixtes, 257 funzionari francesi “amministrano” 4,5 milioni di indigeni), con conseguente  inevitabile mancanza di effettiva conoscenza delle popolazioni e del territorio ( non è raro che un montanaro dell’Atlante passi l’intera vita senza mai vedere la faccia di un francese), conoscenza per la quale si deve giocoforza contare sulla collaborazione dei succitati caïd locali (caïd oui oui, saranno definiti in seguito dai nazionalisti algerini, per stigmatizzarne il servilismo), scelti perché espressione di eminenti famiglie indigene o perché ex-combattenti nell’esercito francese, ma che presentano due grandi limiti, ossia la mancanza di sincerità verso l’amministrazione francese (non perché non siano leali, anzi in genere non hanno alcuna intenzione di sovvertire una situazione che li lascia di fatto padroni del loro piccolo mondo, ma perché proprio il desiderio che gli amministratori francesi non vengano a ficcare il naso in quel piccolo mondo li induce a nascondere loro i reali problemi delle popolazioni) e la forte corruzione con cui, perpetuando vecchie abitudini precoloniali, compensano il fatto di non ricevere uno stipendio dall’amministrazione francese (“addolcire l’orecchio del cadì”, è l’eufemismo usato dai locali per indicare le regalie da offrire ai notabili locali per incentivarne la produttività quando, ad esempio, devono fare da cinghia di trasmissione per una pratica presso la lontana amministrazione francese, o per disincentivarla quando, sempre ad esempio, si presentano nella veste di esattori delle imposte, sempre in nome di quella lontana amministrazione, che poi finisce con l’essere inevitabilmente considerata dagli indigeni, anche quando non direttamente colpevole, responsabile ultima del malgoverno e quindi oggetto di risentimento).

Altro punto debole nel meccanismo finalizzato ad un’eventuale assimilazione almeno della parte più influente della popolazione locale è la normativa in tema di acquisizione della cittadinanza francese da parte degli indigeni. Fin dall’inizio della colonizzazione i musulmani conservano il diritto di restar soggetti alla legge islamica a meno che, e qui sta il punto debole, non chiedano la cittadinanza francese : in tal caso devono rinunciare al diritto islamico, commettendo di fatto un atto di apostasia. In altre parole, un musulmano che chieda la cittadinanza francese deve previamente cessare di esser musulmano (e quindi, al di là di valutazioni sotto l’aspetto del pluralismo, perdendo prestigio presso la comunità locale, e quindi utilità come ganglio di assimilazione tra dominatori e dominati).  Non a caso, gli indigeni con cittadinanza francese saranno sempre pochissimi, ad esempio, 2.500 nel 1937, anche perché l’opposizione cieca dei pieds noirs affosserà tutti i progetti vòlti a superare, per diventare cittadini francesi, l’obbligo di rinuncia al diritto islamico, almeno per alcune categorie, come gli ex-soldati nell’esercito francese (è il caso del progetto Blum-Viollette del 1936 che, se approvato, avrebbe portato a 25.000 -comunque sempre pochi- il numero degli algerini cittadini francesi). Una norma nata con un intento di protezione culturale finisce per imprigionare i musulmani, a meno che non vogliano cessare di esser tali, in una situazione giuridico-sociale che li vede scavalcati perfino dagli ebrei d’Algeria, che invece, non avendo lo stesso problema, si vedono riconosciuta in blocco la cittadinanza francese dai decreti Crémieux già nel 1870. Il capovolgimento delle tradizionali gerarchie sociali che ne consegue, tra l’altro, coi relativi strascichi di risentimento, avrà un peso importante, a fine guerra d’Algeria, nell’ostilità dello stato indipendente verso la comunità ebraica,  l’accusa di aver tratto vantaggio dall’occupazione francese per scavalcare i musulmani essendo molto più sentita dalla popolazione algerina che non quella di eventuale simpatia col nuovo stato israeliano, e finendo così per essere il vero motivo “di pancia”, al di là delle motivazioni ufficiali, dell’espulsione degli ebrei dall’Algeria postcoloniale.

 

G E N T E     D’A L G E R I A

“Il francese disprezza lo spagnolo, che disprezza l’italiano, che disprezza il maltese, che disprezza l’ebreo; e tutti disprezzano l’arabo.”  In questo modo di dire tipico dell’Algeria coloniale si riassume tutta la stratificazione che ne caratterizza la formazione etnica e sociale.

Il centro di gravità della colonizzazione francese si situa presso la costa, con le grandi città portuali di Algeri, Orano, Philippeville, Bona, Bugia, e la Mitidja, la ferace pianura che l’ingegno agronomico francese ha strappato alle paludi malariche nell’entroterra di Algeri, facendo posto a nuove cittadine di aspetto europeo (immancabile la piazza alberata centrale col monumento ai caduti e il podio per il concerto domenicale della banda della guarnigione locale), circondate da vigneti (il problema della fillossera nella Francia continentale ha fatto da volano per la viticoltura in questa sua appendice africana), agrumeti e fattorie cerealicole, un piccolo Eden creato e posseduto dai pieds-noirs, ma  lavorato dai musulmani. Alger la Blanche, dominata dal santuario cattolico di Notre Dame d’Afrique, nell’ultima fase del periodo coloniale è abitata da 600.000 musulmani, nel vecchio quartiere turco della casba, e 300.000 europei, distribuiti tra l’elegante quartiere centrale attorno a Rue Michelet ( dove, dal porto, tra palazzi governativi, caffè coi tavolini all’aperto e negozi di lusso, in un’atmosfera da Costa Azzurra, si risale alle ville sulla collina dei francesi benestanti), il quartiere operaio di Bad-el-Oued, a cui gli immigrati spagnoli hanno dato un’atmosfera andalusa, ed il quartiere di Belcourt, abitato dai meno fortunati tra gli immigrati europei, la cui stessa povertà sembra favorirne l’integrazione con l’elemento arabo (ma si rivelerà un’illusione, nell’ultima fase della guerra d’Algeria, quella più feroce,  saranno proprio questi quartieri operai a passare da enclave aperte alla propaganda comunista a roccaforte dell’OAS, in cui, per le truppe francesi, avventurarsi sarà ancor più rischioso che nella casba controllata dall’FLN). Ancor più europea, quasi italiana, Orano, i cui 300.000 europei, contro 150.000 indigeni, ne fanno l’unica località algerina a maggioranza europea, mentre Costantina sembra una Toledo trasposta dalla Meseta all’Atlante.

Tra i pieds-noirs ( il nome viene dalle scarpe nere incongruamente portate dai primi soldati francesi arrivati in Algeria o, più probabilmente ed esprimendo uno sfumato disprezzo, dall’ironia dei francesi continentali sui piedi abbronzati, per il camminare scalzi, dei connazionali viventi all’ombra dell’Atlante), gli spagnoli si sono specializzati nell’agricoltura, prevalendo numericamente sui francesi nella fondazione di piccole proprietà agricole, gli italiani, arrivati dopo e trovando le terre già prese da francesi e spagnoli, costituiscono il nerbo della popolazione operaia urbana, oppure  continuano l’attività peschereccia che già esercitavano in patria, i maltesi, cattolici ma in grado, per affinità linguistica, di capirsi con gli arabi, hanno creato una nicchia tra il mondo dei coloni e quello indigeno, attraverso il piccolo commercio. In generale, tra tutti i pieds-noirs prevalgono la sensazione di esser visti dai compatrioti continentali con una certa sufficienza, e, al contrario, l’orgoglio pieno di suscettibilità di chi pensa di aver dato alla madrepatria più di quanto ricevuto, situazione che, se non fosse per la lingua parlata, li apparenterebbe, più che ai francesi continentali, agli afrikaners del Sud Africa, nel caso dei petits blancs, i coloni poveri, o ai piantatori del sud degli Stati Uniti, nel caso dei grands colons, i coloni ricchi (comunità a cui li accomuna anche la ferma volontà di non integrarsi col mondo non europeo).

Dal punto di vista dell’orientamento politico, tra i pieds-noirs i liberali sono una minoranza, rappresentati essenzialmente dai professionisti, nel cui ambito tendono ad integrarsi, quasi tagliando i ponti con le comunità di origine, tanto buona parte degli ebrei (che, come si è detto, sono tutti in possesso della cittadinanza francese), che gli évolués, musulmani che preferiscono ormai vestire e parlare come i francesi, dai quali, imitandone i costumi, sperano nel tempo di esser accettati come elemento paritario di un’unica comunità francofona abbracciante entrambe le sponde del Mediterraneo (vista la già evidenziata difficoltà nell’acquisizione della cittadinanza francese, le professioni di medico, avvocato o farmacista, sono la via elettiva di avanzamento sociale per il musulmano évolué). I petits blancs, soprattutto contadini, ma anche bottegai ed operai, nerbo della popolazione europea, sono in genere conservatori (con qualche enclave comunista tra gli operai dei quartieri bianchi poveri di Algeri e Orano), ma, reazionari o comunisti che siano, condividono tutti la totale chiusura politica, sia pure temperata da una discreta dose di buonismo paternalista, verso qualsiasi pretesa giuridica dell’elemento indigeno, riguardo al quale ci tengono a difendere, come proprio fattore identitario, il proprio gradino socio-economico di superiorità, atteggiamento a cui non è psicologicamente estraneo il fatto che in Algeria le differenze tra ricchi e ceto medio-basso, grands colons e petits blancs, sono ben maggiori che in Francia, mentre quelle tra ceto medio-basso e sottoproletariato (in Algeria rappresentati rispettivamente da petits-blancs e indigeni) sono ben inferiori, da cui l’esigenza dei petits blancs di valorizzare al massimo l’identità culturale coi grands colons per far passare in secondo piano una situazione che, nel caso di operai, piccoli bottegai e contadini poveri, li avvicina in verità più agli indigeni che ai coloni ricchi (e qui, ancora una volta, difficile non cogliere l’affinità con certi squatters del Tennessee o del Kentucky, o con gli afrikaners poveri lanciati nel Grande Trek).

I grands colons, veri detentori del potere in Algeria, sono, ad esempio,  uomini come Henri Borgeaud, di origine svizzera, senatore conservatore, con una fortuna che dalla viticoltura era tracimata nei settori dei cereali, del tabacco, del cemento, del sughero, del legno, degli alimentari, del credito, caparbio avversario dell’FLN fino all’ultimo. Oppure Laurent Schiaffino, senatore pure lui, napoletano di terza generazione, forse l’uomo più ricco d’Algeria grazie al controllo quasi totale della marina mercantile algerina (quel che Borgeaud produce, Schiaffino movimenta), con un ruolo tanto importante che perfino il futuro stato indipendente dovrà trattare con lui, malgrado l’esser stato anch’egli  un ultra conservatore avversario dell’FLN. O ancora Georges Blanchette, originario del sud della Francia, proprietario di quasi tutti i campi algerini di erba medico, quindi signore dell’allevamento e dell’industria cartiera (le sue esportazioni per l’industria cartiera inglese da sole rappresentano il 20% delle entrate della colonia), deputato liberale in apparenza, anche se la manodopera nei suoi campi di erba medica è la peggio pagata d’Algeria, proprietario del moderato Journal d’Alger (l’altro giornale che fa opinione, L’Écho d’Alger, ultraconservatore, appartiene al conte Alain de Sérigny, fedele alleato di Borgeaud, come pure Raymond Laquiére, astuto politicante a lungo presidente dell’Assemblea algerina). Infine Jacques Chevallier, deputato, unico liberale sincero tra i grands colons, che, nella sua prolungata esperienza di sindaco di Algeri, si impegnerà nella costruzione di unità abitative per i poveri della città, europei o indigeni che siano,  per esser poi costretto a farsi da parte dall’incancrenirsi dell’odio reciproco.

Ondivago tra l’elemento europeo e quello musulmano, l’elemento ebraico (più numeroso di quanto si pensi, 1/5 di quello musulmano), diviso tra quanti si richiamano alla grande tradizione sefardita, affermandosi discendenti degli espulsi dalla Spagna nel XVI secolo, e quanti preferiscono vantare una più antica permanenza nella regione, seconda solo ai berberi, ma anteriore a quella araba, è passato, grazie al citato conferimento automatico della cittadinanza francese nel 1870, dall’ultimo gradino della scala sociale, in una condizione di squallida arretratezza e totale sottomissione all’elemento musulmano, ad uno status semiprivilegiato, che però, oltre ad attirare alla lunga, come già detto, l’astio dei musulmani scavalcati, nel breve provoca anche quello degli europei poveri (italiani, spagnoli, maltesi), che, vedendo negli ebrei dei rivali nel piccolo commercio, non si fanno pregare, più volte durante la storia coloniale algerina, quando si tratta di distruggerne le botteghe nel corso di veri piccoli pogrom. Superata la bufera petainista (il regime di Vichy espelle insegnanti e studenti ebrei dalle scuole francesi, revoca la cittadinanza automatica ed arriva a minacciare la deportazione in massa), gli ebrei, nel momento storico che si sta analizzando (l’immediato dopoguerra, prodromico allo scoppio della guerra d’Algeria), si dividono anche loro, come gli europei, in ebrei rimasti poveri (artigiani e piccoli bottegai), che continuano a sentirsi culturalmente più vicini ai musulmani che ai francesi, ed ebrei socialmente avanzati, professionisti culturalmente francesizzati, politicamente orientati verso le posizioni della minoranza liberale dei pieds-noirs. Mentre i pochi ebrei poveri che entreranno nella lotta politica lo faranno nelle file del Partito Comunista Algerino, dal peso insignificante nella vicenda independentista, molti ebrei évolués, un po’ perché delusi dai francesi liberali, un po’ perché, capendo come stava girando il vento, cercheranno di salvaguardare la presenza ebraica nell’Algeria postcoloniale, si avvicineranno, nel corso della guerra d’Algeria, all’FLN, ma ciò non basterà ad evitarne l’espulsione dal paese ad indipendenza consolidata.

Passando all’elemento musulmano, anch’esso è tutt’altro che omogeneo, diviso com’è tra arabi, peraltro arrivati in varie ondate, berberi arabizzati e berberi puri, a loro volte divisi in tribù estremamente differenti per dialetto e costumi, il tutto condito da fiere rivalità ed orgogli etnico-regionali più che nazionali, che da sempre avevano impedito la nascita di qualcosa che somigliasse ad una nazione algerina. Inoltre l’algerino è un po’ lo scozzese del Nord Africa, orgoglioso a tratti fino alla vanagloria, attratto dalle divise e dalle decorazioni (ne approfitteranno i francesi, come gli inglesi con gli scozzesi, per trarne formidabili combattenti), ma, al contempo, refrattario a sottomettersi a qualsiasi autorità, a riconoscere il prestigio di un capo carismatico (alla fine anche il grande Abd-el-Kader si era dovuto arrendere più davanti a questa riottosità che davanti alle armi francesi), tanto che il futuro capo dell’Algeria indipendente, Huari Boumedienne, dovrà il suo successo proprio alla sua estrema durezza e freddezza, ma accompagnate dal rifiuto del culto della personalità, grazie ad una carenza di carisma mediatico che sarebbe stata un difetto per qualsiasi popolo che non fosse quello algerino (che, dal canto suo, mai avrebbe sopportato un leader molto più brillante ed umano, ma terribilmente narcisista, come il tunisino Habib Bourghiba). Musulmani e pieds-noirs sono separati da un abisso culturale, religioso ed economico. Solide amicizie tra essi possono anche  nascere, ma senza attingere il livello dell’intimità profonda, giacché “lo stato tradizionale della donna musulmana, reclusa e velata, impediva il ritrovarsi insieme, il mutuo riceversi in casa delle famiglie” (sono parole di Jacques Soustelle, drammatico protagonista dell’ultima fase della vicenda dell’Algeria francese, di cui sarà protagonista dai più svariati punti di vista, prima quello dell’eminente etnologo, poi quello di governatore generale nominato da de Gaulle col compito di cercare un dialogo che consenta la sopravvivenza di un Commonwealth francofono transmediteraneo, infine, dopo la rottura con de Gaulle quando questi passa alla linea del graduale ineluttabile disimpegno come male minore, quello di cospiratore antigollista vicino a quelle frange dell’esercito in combutta con l’OAS). Il pied-noir, quando cerca il fresco, va in spiaggia, e guarda verso l’altra sponda del Mediterraneo,  l’arabo o il berbero lo cerca sui monti o nelle oasi, guardando verso il cuore dell’Africa. Presto la storia sancirà, con la parallela divergenza dei percorsi politici, quella dei percorsi emotivi. 

 

I L     Q U A D R O     E C O N O M I C O

Dal 1830 al 1954 l’area coltivabile in Algeria passa da 5.180 a 69.930 chilometri quadrati. Basterebbe solo questo dato per evidenziare il debito economico dell’Algeria verso la colonizzazione francese. A ciò aggiungansi un’eccellente rete stradale, porti, aeroporti, ferrovie, reti di elettricità, gas e telecomunicazioni, industrie, miniere, lavoro in Francia per centinaia di migliaia di immigrati algerini, sussidi per l’80% del deficit della bilancia dei pagamenti algerina.

Ma il dono più importante che la Francia offre all’Algeria è la formazione culturale, grazie ad un sistema scolastico da essa interamente finanziato. Peraltro gli investimenti per la formazione scolastica dei figli degli algerini non saranno mai adeguati a quelli per i figli dei coloni europei ( ad esempio, nel 1892 la Francia spende 2,5 milioni di franchi per i secondi, solo 450.000 franchi per i primi, pur molto numerosi, nel 1945 finanzia 1.400 scuole elementari per 200.000 bambini europei e solo 699 per 1.250.000 bambini algerini), per cui, di fatto, ancora nel 1954 solo il 20% dei bambini algerini è scolarizzata. Inoltre, per quanto eccellenti siano il livello dell’istruzione  assicurata a quanti riescano ad accedervi, resta il limite dell’incapacità di calarsi nella realtà locali (anche per i bambini arabi e berberi i libri di storia cominciano col rituale “I nostri antenati galli…”). Inoltre, l’infarinatura di cultura francese, col suo insistere sui grandiosi principi liberali del 1789, creando aspettative politiche che poi non erano soddisfatte dal concreto livello dei diritti politici assicurati agli indigeni, fa della scuola, per l’algerino che prova ad andar oltre il livello di semplice alfabetizzazione francofona, una fucina di sentimenti rivoluzionari (oltre che di frustrazione sociale nei “disoccupati istruiti” che ne vengon fuori, per i quali gli sbocchi professionali son davvero pochi).

Anche l’agricoltura, malgrado il suo grande progresso, presenta squilibri clamorosi. Nel 1954 il 2% della popolazione detiene il 25% delle terre, il 10% controlla il 90% della ricchezza. La retribuzione del lavoro indigeno è enormemente inferiore a quella del lavoro europeo, come pure le giornate di lavoro effettivamente prestate, con la conseguenza di un reddito medio annuo di 16.000 franchi per l’indigeno contro i 450.000 del colono europeo. Il progresso nella meccanizzazione riduce le possibilità di lavoro bracciantile per gli indigeni, mentre l’orientamento prevalente dell’agricoltura verso la viticoltura, oltre ad offendere la religiosità locale, sottrae terre tra le più fertili a colture alimentari che sarebbero preziose in una fase di boom demografico, favorito negli indigeni  proprio dalle misure igieniche introdotte dai francesi, in particolare nella lotta alla malaria ed alle malattie veneree (causa, queste ultime, di sterilità maschile). Il boom demografico, oltre a rendere i francesi più refrattari all’idea di concedere diritti politici agli algerini, vanifica anche i progressi dell’agricoltura gestita direttamente da piccoli proprietari algerini : infatti, se è vero che, grazie alla messa a coltura di nuove terre, e malgrado gli espropri subiti nella prima fase della colonizzazione, le terre di proprietà dei contadini algerini quasi raddoppiano in estensione totale in epoca coloniale, è anche vero che, nello stesso periodo, la popolazione indigena triplica, con conseguente parcellizzazione fondiaria al di sotto del limite di redditività economica (nel ’54 la superficie media dei fondi di proprietà indigena è di 11,6 ettari, contro i 123,7 di quelli di proprietà europea).

La fuga dalle scarse prospettive di miglioramento della vita rurale spesso non produce i risultati sperati, poiché  i pieds-noirs, pur essendo solo l’11% della popolazione della colonia, occupano quasi il 50% dei posti nelle fabbrica, relegando i contadini algerini inurbati ad una vita spesso fatta di sottoccupazione e bidonvilles, contro la quale l’unico rimedio spesso è un’ulteriore emigrazione verso la Francia (nel ’54 le rimesse di oltre 500.000 immigrati mantengono 1,5 milioni di familiari in Algeria), ma qui una vita fatta di lavori rifiutati dai francesi, baracche nelle banlieues di Parigi o Marsiglia, celibatezza forzata (le donne algerine non emigrano), scarsi contatti coi francesi (salvo pochi e “controproducenti” con attivisti comunisti ed altri sottoproletari sfruttati), produce negli immigrati di ritorno la stessa frustrazione risentita che si è già evidenziata per i disoccupati istruiti, delusi economicamente e moralmente dall’esperienza nelle scuole francesi. Tutto terreno di coltura per l’incipiente nazionalismo algerino.

 

I L    N A Z I O N A L I S M O    A L G E R I N O    P R I M A    D E L L’ F. L. N .

ben badis
Abdul-Hamid Ben Badis

 

Sono tre le correnti che caratterizzano il nazionalismo algerino prima della nascita, nel 1954, del Front de Libération National : il movimento religioso rappresentato dall’Association des Uléma guidata dallo sceicco Abdul-Hamid Ben Badis, quello rivoluzionario dei seguaci di Messali Hadji e del suo Parti du People Algérien (P.P.A.), e i liberali facenti capi all’Union Démocratique pour le Manifeste Algérien di Ferhat Abbas (U.D.M.A.).

Durante il secolo abbondante di dominio coloniale francese, è proprio lo spirito religioso tenuto vivo dagli ulema a costituire la maggior forza refrattaria alla europeizzazione culturale ed il primo focolare del nazionalismo algerino (l’Association des Uléma nasce già nel 1931, prima tra i vari movimenti nazionalisti). Berbero di Costantina, discendente da una famiglia con secoli di prestigio politico e religioso alle spalle, Ben Badis, teologo ascetico e profondamente conservatore, propugna, come presupposto per la rigenerazione algerina, il ritorno ai principi originari dell’islám, condannando alcool, tabacco, danza, musica, sport, accusando i marabout di aver corrotto dottrinalmente, col loro misticismo, la fede islamica originaria, rendendola permeabile agli influssi di altre culture, affermando i valori dell’arabo come lingua, dell’Algeria come nazione, del panarabismo come fine ultimo. Una concezione integralista che apparenta Ben Badis alla setta wahabi di Ibn Saud, cosa che, se ne favorirà un revival negli anni ’90, quando sarà visto dal F.I.S. (Front Islamique du Salut) come un antesignano (oggi è l’unico leader degli inizi del nazionalismo algerino ancora molto popolare in Algeria, e non è raro incontrane una foto attualizzata a colori, come quella in alto, nelle case algerine), negli anni ’30-’40, epoca in cui il mondo arabo è, paradossalmente, più ideologicamente europeizzato di quanto lo sarà mezzo secolo dopo, ne ostacola, con le sue pastoie teologiche, la traduzione della grande influenza religiosa in concreto programma politico. L’anniversario della morte di Ben Badis (16 aprile 1940) è comunque, a conferma della sua popolarità, tuttora celebrato in Algeria come Giornata della Cultura.

 

messali hadji
Messali Hadji

 

 

Colmare l’abisso tra pratica politica e dottrina religiosa è proprio il nucleo fondante del pensiero di Messali Hadji. Nato nel 1898, figlio di un calzolaio di Tlemcen, riceve una scarsa educazione scolastica. Soldato nell’esercito francese nel ’14-’18, finita la guerra resta a lavorare in Francia e, per alcuni anni, seguendo la moglie, una francese già iscritta, entra nel partito comunista (romperà del tutto coi comunisti solo dopo che questi approveranno, nel ’45, la repressione dopo i fatti di Sétif). Sempre accuratamente vestito della tradizionale djellaba e del fez rosso, il volto coperto da una barba patriarcale, viene descritto come una sorta di Rasputin berbero. Nel 1927 fonda, tra gli immigrati algerini dell’area parigina, l’Étoile Nord-Africaine, un movimento che vuole integrare il nazionalismo con un’interpretazione più moderna del dogma islamico e più aperta alle istanze sociali (nel programma ci sono il suffragio universale e la redistribuzione delle terre tra i contadini, previa confisca ai francesi). Rinominato nel ’37 Parti du People Algérien, con un programma limitato alla sola indipendenza algerina (l’Étoile si rivolgeva anche agli indipendentisti marocchini e tunisini), messo fuori legge nel ’45, poi rifondato come Mouvement pour le triomphe des libertés démocratique (M.T.L.D.), per i suoi contenuti social-populisti e per il suo non escludere la rivoluzione armata, il movimento messaliano  eserciterà un notevole influsso sul futuro F.L.N., che anzi nascerà proprio da una fazione dissidente all’interno del movimento messaliano. Ancora nel ’54 Messali, “nobilitato” da una lunga serie di arresti ed esili, è il leader nazionalista algerino con più seguito. Nel corso della guerra d’Algeria il movimento sarà gradualmente eclissato dall’F.L.N., grazie al maggior dinamismo dei suoi più giovani leaders ed al maggior radicamento ne territori interni fulcro dell’attività di guerriglia, ma anche grazie alla spietata guerra civile (a tratti una vera caccia all’uomo) che gli effellenisti non esiteranno a scatenare, tanto in Algeria quanto nella stessa Francia, contro i messaliani nelle aree in cui questi erano in origine più forti (le città algerine e le banlieues delle città industriali francesi, dove, tra l’altro, sarà in gioco la lotta per il controllo della forzosa esazione patriottica a carico degli algerini ivi immigrati). Paradossalmente, Messali morirà nel ’74 esule in quella Francia contro cui si era battuto, senza mai aver potuto metter piede in quell’Algeria indipendente per cui si era battuto.

 

iabbasf001p1
Ferhat Abbas

 

Ferhat Abbas nasce nel 1899 nell’area di Costantina. La vicenda del padre (un contadino che diventa caïd arrivando a guadagnarsi la Legion d’onore), lo incoraggia a credere nelle possibilità di ascesa che il sistema francese consente ai musulmani évolués. Farmacista a Sétif, nello spirito più francese che arabo (emblematico il suo divorzio dalla prima moglie musulmana per sposare una francese), lontano anni luce  dallo zelo puritano di Ben Badis, oratore forbito, ma adatto ad un pubblico colto, non al proletariato, che preferisce i toni da arruffapopolo di Messali Hadji, Ferhat Abbas è il tipico musulmano évolués, liberale, borghese, aperto alla cultura occidentale, scettico sul senso di una nazione algerina indipendente (arriva a sostenere di non averne trovato alcuna traccia nella storia, né di aver trovato nel Corano preclusioni all’integrazione di musulmani in nazioni non musulmane), contrario alla lotta armata, propugna prima l’assimilazione tout court dell’Algeria alla Francia, poi, deluso dal fallimento del progetto Blum-Viollette sull’estensione della cittadinanza francese ad una più ampia fascia di algerini,  un’Algeria autonoma nell’ambito di una federazione con la Francia, infine, resosi conto negli anni tra il ’45 e l’inizio della guerra d’Algeria, dell’impossibilità di strappare alcuna concessione significativa al governo francese, paralizzato dall’ostracismo dei pieds-noirs, finisce con l’aderire all’F.L.N., di cui diviene la faccia rispettabile da spendere di fronte all’opinione pubblica internazionale, salvo esser messo da parte dopo l’indipendenza. Morirà dimenticato ad Algeri nell”85, riabilitato solo nell’ultimo anno di vita, dopo un ventennio passato tra arresti e domicilio sorvegliato.

 

V E R S O    S É T I F

Per ogni buon musulmano la baraka, la buona sorte ricevuta in grazia da  Dio, è un concetto chiave, in base ad un’etica sorprendentemente vicina a quella protestante ed altrettanto assolutamente razionalista (ovviamente, previa accettazione fideistica del presupposto irrazionale della perfezione divina). Chi ha ragione ha successo, e chi ha successo ha ragione. La Francia degli anni tra il ’40 ed il ’45 perde entrambi, e con essi il prestigio ed il diritto ad esser rispettata dai sudditi musulmani. Gli algerini la vedono prima umiliata dall’occupazione tedesca (“Se la Francia le ha prese, perché non pagare le tasse ai tedeschi invece che a lei?”, si chiedono in tanti, mentre non mancano, tra i soldati algerini combattenti nell’esercito francese e fatti prigionieri dai tedeschi quanti si arruolano nella legione SS musulmana, come quel Mohamedi Saidi, futuro colonnello dell’F.L.N., che, per l’intera durata della guerra d’Algeria, sfoggerà civettuolamente il suo bravo elmetto della Wehrmacht, ricordo dei bei tempi gelosamente custodito), poi si sentono chiedere fedeltà, in successione, da una serie di personaggi che, pur pretendendo di rappresentare la Francia, di fatto esistono solo perché sostenuti da tedeschi o anglo-americani (Pétain, Darlan, Giraud, de Gaulle), infine ascoltano il credo anticolonialista di Roosevelt, tanto da spingere Ferhat Abbas, il 12 febbraio ’43, a tradurne la Carta Atlantica nel lessico maghrebino del suo “Manifesto del popolo algerino”, in cui, anche in considerazione del sangue che migliaia di algerini stavano versando per liberare la Francia, passa dalla richiesta di assimilazione a quella di autogoverno, sia pure da ottenersi con mezzi pacifici, oltre che di riforme sociali (questa seconda richiesta frutto di una temporanea convergenza tattica col rivale Hadji Messali, che, in quanto agli arresti domiciliari e col suo P.P.A. messo fuori legge, è costretto a lasciare temporaneamente a Ferhat Abbas il ruolo di primo tamburino della fanfara nazionalista).

Le contraddizioni francesi continuano. Abbas è relegato anche lui agli arresti domiciliari, e per uscirne deve ritrattare e giurare fedeltà alla Francia (di cui è cittadino), ma nel gennaio ’44, col discorso di Brazzaville, de Gaulle riaccende le speranze (“Condurre ogni popolo coloniale a un grado di sviluppo che consenta a ciascuno di amministrarsi e, in seguito, di governarsi da sé”). Sarebbe la perfetta realizzazione del programma di Abbas, se non fosse che resta lettera morta, spingendo lo scoraggiato Abbas a fondare con Messali una nuova formazione, gli Amis du Manifeste e de la Liberté (A.M.L.), mirante ad una repubblica autonoma federata con la Francia. Sétif segnerà la rottura dell’alleanza tra Abbas, che si dissocia dall’insurrezione, e Messali, la cui posizione sull’insurrezione resta sfumata dietro la maggior enfasi data alla condanna della repressione francese, ma la storia dirà che, se con Sétif per gli ultras pieds-noirs arriva l’invocata heure du gendarme, il dopo Sétif per gli algerini non sarà più il tempo dei caïd oui oui, ma quello di uomini come Ahmed Ben Bella  e Belkacem Krim, nella cui vicenda umana di valorosi combattenti dell’esercito francese di liberazione, poi di adepti del movimento di Messali, infine di fondatori dell’F.L.N., si consuma l’intera parabola del nazionalismo algerino, dal desiderio di assimilazione al riformismo autonomista fino al bellicismo independentista.

krim
Belkacem Krim
BELLA1-obit-superJumbo
Ahmed Ben Bella eletto primo presidente dell’Algeria indipendente

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...