Il Sonderbund (1847) : federalismo e guerra civile in Svizzera

Geltwil1847
Scontro di Geltwil del 12 novembre 1847

 

C I O C C O L A T A      E     C A N N O N I

Era il 1908 e, presso l’ufficio federale di tutela della proprietà intellettuale di Berna, l’esimio mastro cioccolataio Jean Tobler depositava non solo la ricetta, ma anche il marchio ed il packaging (destinato a divenire una pietra miliare nella storia del design industriale) di quell’incontro tra cioccolato svizzero al latte e torrone italiano che, col nome di Toblerone, sarebbe diventato forse il simbolo più eloquente (visivamente e papillarmente tangibile, direi) di quell’idea di progresso, ma nel solco  della tradizione, che corrisponde all’immagine che tutti abbiamo del paese alpino. La scelta della forma della nuova tavoletta di cioccolato non era infatti casuale, volendo richiamare, con la sua dentellata spigolosità, non solo le cime alpine, ma anche l’idea di uno di quei congegni di precisione che costituiscono il vanto dell’industria meccanica elvetica. Progresso nella tradizione, appunto. Un’idea di Svizzera che, agli inizi del ‘900, era ormai consolidata nell’opinione pubblica internazionale, tanto da fare di essa, col suo riuscito federalismo, uno dei due punti di riferimento del pensiero costituzionale liberale del secondo ‘800 (l’altro, ovviamente, sul fronte della democrazia parlamentare, era l’Inghilterra). Eppure anche la Svizzera era dovuta passare, per arrivare al suo felice approdo economico, politico ed istituzionale della seconda metà dell”800, per un percorso non facile, fatto, come negli altri paesi europei, di lotte tra conservatori e liberali, inclusa una vera e propria guerra civile, poco conosciuta fuori dalla Svizzera forse proprio perché in contrasto con la successiva immagine di essa come paese pacifico quasi al limite della noia, ed anche un po’ retrogrado, mentre invece la lettura delle sue vicende storiche, inserite in ambito europeo, dimostra che, in occasione di entrambe le fiammate liberali (1830-31 e 1847-49) che ridisegnarono il milieu politico-culturale europeo, la prima freccia fu scoccata proprio dagli epigoni di Guglielmo Tell, facendo, di un paese che veniva da due secoli, il XVII ed il XVIII, di profonda decadenza ed emarginazione politica ed economica (in cui, di fronte alla nascita dello stato moderno, quello che, tra XIV e XVI secolo, sembrava un esperimento costituzionale ben riuscito, aveva rivelato, coi suoi esasperati particolarismi cantonali, tutti i suoi limiti), un imprevedibile antesignano del progresso civile europeo.

Imprevedibile perché, a valle della rimescolata napoleonica, l’unico risultato tangibile era stato il rifiuto del progresso, il rinchiudersi nella rifondazione del mito stantio della vecchia Svizzera localistica, basata sul nuovo Patto Federale del 7 agosto 1815, che, in realtà, di nuovo aveva ben poco.Già il nome (“Patto” e non “Costituzione”) rivelava trattarsi non di un patto sociale tra cittadini, bensì di un trattato tra stati sovrani, che riconoscevano all’autorità confederale un mero ruolo di mediazione dei conflitti cantonali (mediazione, tra l’altro, priva di poteri coercitivi, non essendo previsto un esercito confederale stabile, ma solo il mantenimento delle medievaleggianti milizie cantonali, di cui, in caso di necessità, aliquote potevano esser messe a disposizione della confederazione). I cantoni erano liberi di sottoscrivere trattati, anche di alleanza militare, direttamente tra loro o con stati esteri, purchè non contro altri cantoni. La Dieta confederale era formata da delegati cantonali tenuti ad attenersi alle istruzioni loro conferite dai cantoni d’origine (quindi trattavasi di un convegno diplomatico più che di un parlamento) e, a dimostrazione del suo irrilevante prestigio, non aveva neppure un presidente, essendo di volta in volta presieduta dal borgomastro di una delle tre città (Zurigo, Berna, Lucerna) che si alternavano nell’ospitarla.  Quanto ai diritti civili, l’unico retaggio dell’influenza della rivoluzione francese era il divieto, sancito dall’art.7, di discriminazioni all’interno dei singoli cantoni tra cittadini dello stesso cantone (quella nei confronti di cittadini di altri cantoni era considerata del tutto legittima), ma la concreta operatività di diritti basilari, a cominciare da quelli di associazione e domicilio, era rimessa alla regolamentazione cantonale, così come l’intera materia economica e fiscale, salvo il generico principio, sancito dall’art. 11, della libertà di transito delle merci importate od esportate dai singoli cantoni (libertà “fisica” di transito che non significava affatto libertà fiscale dai dazi imposti dai cantoni di transito). Solo una minoranza dei cantoni (Argovia, Turgovia, Vaud, San Gallo e Ticino) avevano assetti istituzionali democratico-rappresentativi (e comunque sempre escludenti i cittadini di altri cantoni), per tutti gli altri essendo ripristinato l’assetto tradizionale da repubbliche patrizie, con esclusione dei ceti  urbani medio-bassi e forte sottorappresentazione dei ceti rurali.

Appare evidente l’impaccio che la legislazione localistica rappresentava per un paese che, invece,  sul piano economico, dava già evidenti segni di incipiente modernità, avviandosi  verso la rivoluzione industriale con livelli di produzione, intorno al 1830, in rapporto alla popolazione complessiva, superiori a quelli francesi  e secondi solo a quelli inglesi, grazie al vantaggio di poter contare, rispetto ad altri paesi europei, sui punti di forza costituiti dall’abbondanza di capitale dovuta alla propensione al risparmio degli svizzeri (nel 1825 uno svizzero su 36 era correntista presso le casse di risparmio, contro l’uno su quaranta del dato inglese, anche se gli importi medi, nel caso svizzero, erano inferiori), dall’abitudine all’imprenditoria ed al commercio con l’estero da parte della locale borghesia, dall’antica e ben radicata filiera verticale dell’attività industriale (fin dal ‘600 un’aliquota vieppiù consistente di artigiani e contadini lavorava su commissione diretta della borghesia mercantile), dal minor tasso d’inurbamento rispetto ad altri paesi europei (quindi con minori costi sociali rispetto all’industrializzazione inglese, anche per la possibilità, per gli operai-contadini, di continuare a fruire, oltre che del reddito del lavoro in fabbrica, di quello della coltivazione del podere di proprietà, affidato alle cure dei familiari, oltre che per la precoce attività antipauperistica condotta da ben radicate associazioni di mutuo soccorso), dal miglior livello d’istruzione popolare (in alcuni cantoni fin dal ‘600 vigeva l’istruzione obbligatoria, senza poi dimenticare che, grazie a Johann Heinrich Pestalozzi -1746-1827- ed a  Jean-Baptiste Girard -1765-1850-, la Svizzera è antesignana della moderna pedagogia),  dalla notevole disponibilità di corsi d’acqua funzionali alla produzione di energia elettrica.

Le polemiche tra conservatori, sostenitori dell’economia agricola, e liberali, sostenitori del passaggio a quella industriale, non impedivano che in entrambi gli ambiti, la spinta alla modernizzazione ed alla liberalizzazione, almeno nell’ambito cantonale, fosse forte (proprio ai primi decenni dell”800 rimonta l’affermazione sui mercati italiano e francese di quell’esportazione casearia che diventerà il punto di forza della zootecnia elvetica), e fu sintomatica del cambiamento dei tempi la contestazione, messa in scena da studenti di idee liberali, all’inaugurazione, il 10 agosto 1821, davanti a diplomatici di tutta Europa, del “Leone di Lucerna”, il monumento alle guardie svizzere cadute  alle Tuileries nel 1792 (ormai il tipico emigrante svizzero si avviava a non  esser più il mercenario, ma, se stagionale,  il venditore di formaggi, o, se di lunga durata, il contadino in cerca di terre anche in America, con imprese di colonizzazione collettiva, come la brasiliana Nova Friburgo, che spesso ricevevano anche il sostegno della crescente forza finanziaria degli istituti bancari elvetici). Ma, se la rete dei trasporti si andava rapidamente modernizzando (tra 1800 e 1830 furono inaugurate le strade di Sempione, Spluga, San Bernardino e Gottardo, nel 1823 fu la volta  del servizio di navigazione a vapore sul lago di Lucerna, in pochi anni imitato sugli altri laghi principali), e se già si cominciavano a intravedere le grandi potenzialità turistiche del paese, altra storia era la farraginosa polverizzazione daziaria (il divieto di pedaggi imposti dal cantone di transito sulle merci provenienti da o dirette ad altro cantone, introdotto dalla Dieta confederale il 26 luglio 1831, rimase lettera morta per la mancanza di strumenti coercitivi confederali nei confronti dell’ostracismo dei cantoni riottosi), per non parlare, addirittura, della differenza di monete, pesi e misure nel passaggio da un cantone all’altro, il tutto causando spesso, come conseguenza della riottosità anche di solo pochi  cantoni, lo scatenarsi di guerre daziarie con Francia, Austria e Piemonte, deleterie per l’economia dell’intera confederazione (solo col Baden e col Württemberg fu possibile stipulare, nel 1825-26, trattati doganali che trovarono consenzienti tutti i cantoni).

 

I L     L I B E R A L I S M O    I N     S V I Z Z E R A

Il 27 luglio 1830, data iniziale dei moti parigini contro Carlo X, è comunemente considerata il primo atto della rigenerazione liberale europea, vòlta a proclamare, contro l’autoritarismo della Restaurazione, i valori delle libertà di stampa, associazione ed opinione, e del sistema rappresentativo parlamentare. Ma, in realtà, a riprova di una cultura liberale già solida di suo a prescindere da stimoli esterni, la Svizzera si era già mossa il 4 luglio, data dell’approvazione a Lugano di una nuova Costituzione liberale per il Canton Ticino, all’epoca uno dei più avanzati della confederazione nel cammino delle riforme liberali. Tra i pensatori liberali elvetici prevaleva peraltro (e ciò sarà significativo per il futuro assetto istituzionale svizzero) un’attitudine moderata, mirante a conciliare l’autonomia individuale con la tutela dell’ordine sociale. Significative al riguardo alcune citazioni da “I vantaggi della libertà e del governo democratico rappresentativo” (1799) del precursore ticinese Annibale Peregrini : “la natura non ha lasciato ad alcuno il diritto di dominarci, la base di ogni autorità politica è il nostro consentimento”, “la democrazia frena il lusso tanto dannoso alla società”, ma anche “guai se l’ebbrezza della rigenerazione porti ad abusare dei lumi della filosofia, e a disprezzare la religione”, “guardiamoci che il sacro entusiasmo, che suole accompagnare la rivoluzione, non degeneri in fanatismo, e ci trascini dalla libertà alla licenza. Allora, tratto in balìa di se stesso, ogni uomo diventa un tiranno, che minaccia la dissoluzione del corpo politico, e lo precipita in uno stato di violenza peggiore d’ogni altro”.

Sentiamo ora quel Benjamin Constant, ugonotto di Losanna, che fu il principale contributo svizzero al pensiero liberale europeo del primo ‘800 :“Non amo affatto le rivoluzioni, in sé stesse. Di solito mancano il loro scopo scavalcandolo; interrompono il progresso delle idee che pur sembrano favorire. Rovesciando nel nome della libertà l’autorità esistente, conferiscono all’autorità che la rimpiazza speciosi pretesti contro la libertà. Ma più si temono le rivoluzioni e più bisogna far luce su ciò che le produce” (“De Madame de Stäel et de ses ouvrages”, 1829). Campione dell’individualismo liberale, Constant vedeva nelle Costituzioni, più che un mezzo di affermazione della democrazia, uno strumento per contenerne gli eccessi, quell’oppressione della maggioranza sulla minoranza e sull’individuo in cui temeva una versione aggiornata, nel segno della volgarizzazione, del vecchio assolutismo. Come anche significativo è il fatto che Constant sia stato il teorico del “potere di moderazione” del capo dello stato, quasi un quarto potere, distinto da legislativo, esecutivo e giudiziario, che entrerebbe in gioco, nel sistema costituzione da lui auspicato (e messo in pratica, nel 1824, nella costituzione dell’impero brasiliano), quando si manifesti quell’effetto collaterale della democrazia costituito dalla stagnazione decisionale, legato ai momenti di stallo nel gioco dei suddetti tre poteri. Individualismo ed efficienza, pur su una base sempre liberale e mai autoritaria, sono i punti cardine del pensiero di Constant, e non a caso lo saranno anche nell’assetto costituzionale svizzero che nascerà a valle della guerra civile del 1847, dopo la vittoria dei liberali sui conservatori.

Quanto all’economista e storico ginevrino Jean Charles François Simonde de Sismondi,  presentava una versione del liberismo economico che andava oltre la mera ricerca del profitto, anzi, al contrario, propugnando politiche assistenziali, previdenziali, educative, di sostegno dei bassi redditi, vedeva nel sottoconsumo dei ceti poveri il principale ostacolo allo sviluppo economico attraverso il collocamento dei beni prodotti sul mercato, in un’ottica, se mi si consente, quasi prekeynesiana (lo stesso Marx, pur disprezzandone gli approdi operativi da “economista romantico”, attingerà a piene mani alla critica sismondiana della borghesia grettamente attaccata al principio del puro profitto).

Tornando all’ambito più strettamente politico del liberalismo svizzero, emblematico del filone (trasversale tra liberali e cristiano-liberali) distintosi nell’affermazione delle libertà civili fu Stefano Franscini, il vero ideologo della Costituzione liberale ticinese del 1830, impegnato, attraverso la sua attività di giornalista, nell’affermazione della libertà di stampa e nell’attacco alla chiusura oligarchica dei ceti (i pochi a cui il censo, prima appunto della Costituzione del ’30, consentiva il diritto di voto) controllanti la spesa pubblica, che si opponevano per egoismo di classe (fiancheggiati dalla Chiesa cattolica, timorosa di perdere il monopolio nel settore) all’aumento della spesa pubblica nel settore dell’istruzione, oltre che nella lotta per un federalismo che trovasse la sua ragion d’essere nell’esigenza di una miglior conoscenza delle vere esigenze del popolo (non a caso Franscini fu amico e seguace di Carlo Cattaneo).

Riassumendo, nel liberalismo svizzero confluivano tre correnti: la liberoscambista, legata alle esigenze espansive di un’economia ormai matura per la piena affermazione del liberomercato e della libera iniziativa; la democratico-egualitaria, matrice di un radicalismo  borghese individualista, ma fautore di una centralizzazione federale in luogo di un localismo confederale in cui vedeva quell’individualismo molto sacrificato dagli interessi dei gruppi oligarchici operanti all’ombra dei campanili; infine la storicistico-romantica, basata sul moralismo educativo, su una religiosità partecipe dei problemi sociali, sulla riscoperta delle tradizioni popolari (da cui il grande successo di iscritti nelle associazioni di tiro, fenomeno tipicamente svizzero che, invece di essere, come potrebbe sembrare, fattore di conservatorismo sociale, rappresentavano l’approccio nazional-popolare che consentiva di coinvolgere nel programma di innovazione istituzionale in senso rappresentativo masse altrimenti non culturalmente all’altezza di accedere a quelle forme associative di livello culturalmente superiore in cui si esprimeva il desiderio di partecipazione sociale attiva, in un momento di non ancor conseguita piena rappresentanza istituzionale, da parte del segmento più acculturato della fazione liberale).

 

V E R S O     L A     G U E R R A     C I V I L E

Si è gia visto come, nel luglio 1830, i liberali ticinesi precedettero di oltre venti giorni quelli parigini. Nel corso di quell’estate, ispirate dalle vicende luganesi, anche in altri cantoni si svolsero assemblee vòlte a chiedere riforme liberali, in particolare nuove Costituzioni cantonali, elezioni dirette dei rappresentanti da inviare alla Dieta confederale, separazione dei poteri, uguaglianza dei diritti tra quanti vivevano nello stesso cantone, indipendentemente da religione, censo od origine in altri cantoni, pubblicità delle sedute dei Consigli cantonali, abolizione delle cariche vitalizie. La lotta durò, con durezze ed esiti differenti da cantone a cantone, circa tre anni (l’episodio più violento, con un’ottantina di morti, fu, nell’agosto ’33, la battaglia dell’Hülfenschantz, che portò alla divisione del cantone di Basilea in due semicantoni, città, dove prevalsero i conservatori, e campagna, dove prevalsero i liberali). Alla fine, nei cantoni di Berna, Zurigo, Lucerna, Solothurn, Friburgo, Sciaffusa, Argovia, Turgovia, San Gallo, Vaud e Ticino, prevalsero le riforme liberali, negli altri i conservatori tennero duro. Un paese diviso, dunque, con due terzi (per lo più cantoni protestanti in mano ai liberali, tra i quali peraltro cominciava a delinearsi la distinzione tra liberali puri, attenti alle libertà politiche e civili, e radicali, più attenti alle esigenze di riequilibrio sociale, come pure tra federalisti e centralisti), un terzo in mano ai conservatori (anche qui con forti divisioni interne, facendo parte di questo blocco conservatore i cantoni agricoli cattolici più arretrati, come quelli “fondatori” di Uri, Schwyz e Unterwalden, ma anche cantoni protestanti urbani tradizionalmente inseriti nella grande economia europea, ossia Basilea e Ginevra). Il fallimento, nel 1833, di un progetto di revisione costituzionale in discussione alla Dieta confederale (arenatosi a causa dell’insoddisfazione liberale per l’inadeguatezza delle riforme nel senso dell’unificazione di dazi, monete, pesi e misure, e delle pressioni in senso antiriformista dell’Austria di Metternich e della Chiesa cattolica, a difesa del mantenimento dei suoi privilegi in tema di istruzione e proprietà ecclesiastica), non lasciava presagire nulla di buono circa il futuro della Confederazione, tanto più che gli anni dal 1833 al 1847 videro svariati episodi di tensione all’interno dei cantoni, come, nel 1838 nel cantone di Schwyz, la “guerra” per il controllo dei pascoli tra “cornuti” (i ricchi proprietari di bovini) e “ungulati” (i poveri proprietari di ovini), o, nel 1839, l’effimera cacciata del governo liberale da Zurigo, da parte di elementi reazionari, o la confisca dei beni della Chiesa cattolica in Argovia nel 1841, come punizione per aver sobillato la minoranza cattolica a ribellarsi contro la revisione costituzionale che sopprimeva la norma che garantiva loro nel Consiglio cantonale, benché minoranza, lo stesso numero di seggi garantito ai protestanti (viceversa a Lucerna nel 1844 la Chiesa cattolica riuscì, attraverso i gesuiti, a riprendere il controllo dell’istruzione, e l’anno successivo, aizzando il popolino contro i liberali, diavoli maledetti da Dio, diede un contributo decisivo alla vittoria contro un tentativo dei liberali, provenienti da altri cantoni, di riprendere il governo della città).

La goccia che fece traboccare il vaso, alterando il precario equilibrio di forze tra le due leghe cantonali che ormai si erano costituite (lo Schutzverein, “alleanza difensiva”, tra i cantoni liberali, ed il Sonderbund, “lega separata”, tra i cantoni conservatori cattolici di Uri, Schwyz, Unterwalden, Lucerna, Zug, Friburgo e Vallese, quelli conservatori protestanti -Basilea, Ginevra, Grigioni- restando inizialmente neutrali), fu, falliti tutti i tentativi di mediazione, il voto (12 sì, 7 no, 2 astensioni) con cui la Dieta confederale, nel luglio 1847, decretò lo scioglimento del Sonderbund,  i cui membri, in nome della difesa della tradizione ancestrale del fondamento della confederazione sulle libertà cantonali, rifiutarono di ottemperare, dando vita ad una guerra civile che anticipò di diversi mesi la deflagrazione europea del ’48, e di quasi 14 anni la guerra di secessione americana, avendo con entrambi gli eventi forti punti di somiglianza nella lotta tra liberali e conservatori, modernità e tradizione, federalismo e confederalismo. A dimostrazione delle caratteristiche tutt’altro che attardate e provinciali della situazione politica e sociale elvetica a metà ‘800. 

Sonderbund_War_Map_English
Mappa guerra del Sonderbund (1847)

 

L A    G U E R R A   

Singolare  guerra di religione, quella del Sonderbund, con un esercito di protestanti, sostenitori della laicità dello stato, guidato da un conservatore, il generale ginevrino Guillaume Henry Dufour, nell’ambito di  una coalizione di cui fanno parte anche cantoni cattolici aperti al progresso, come Ticino e Solothurn, ed un esercito di cattolici conservatori, però guidati da un protestante, il generale Johann Ulrich von Salis-Soglio, e ribelli alla confederazione benché provenienti dai cantoni che se ne consideravano i leaders morali essendone stati i membri fondatori  fin dal mitico patto eterno del Grütli nel 1291.

Sul piano militare la guerra, per fortuna, non disse molto, durando solo una ventina di giorni e lasciando sul terreno “appena” 98 morti e 493 feriti. Del resto il rapporto di forze era di quattro a uno a favore dell’esercito confederale, benché, qualitativamente, i cattolici si lasciassero forse preferire, venendo da quei cantoni poveri in cui, proprio per sfuggire alla povertà, il mestiere delle armi, attraverso il mercenariato, era una tradizione radicata da secoIi. Erano solo due i fattori di cui doveva tener conto Dufour: agire con rapidità, archiviando la faccenda prima che Austria e Francia, potenze cattoliche sobillate dalla Chiesa, potessero intervenirvi, diplomaticamente o addirittura militarmente, in favore del Sonderbund; ed agire con la mano più leggera possibile, riducendo al minimo possibile lo spargimento di sangue (effetti collaterali, si direbbe oggi), evitando il formarsi di quelle scie di odi reciproci che avrebbero ostacolato la ricomposizione dell’unità svizzera a valle della guerra. E, bisogna dire, sotto entrambi gli aspetti, Dufour fu all’altezza della situazione.

Rifiutando qualsiasi interferenza dei leaders politici radicali, Dufour riservò solo a sé stesso le scelte strategiche, facendo chiaramente capire a tutti che, caso quasi unico nella storia della guerra, avrebbe condotto una campagna “pacifista”, senza occupazioni, spoliazioni, alterazioni dello stile di vita e dell’economia delle terre occupate. E che, nel suo spirito pacifista, fosse sincero, Dufour lo avrebbe dimostrato anni dopo, quando sarebbe stato tra i principale promotori della fondazione, nel 1864, della Croce Rossa Internazionale. Ma era anche un fior di generale, con esperienza giovanile acquisita partecipando alle guerre “vere” delle armate napoleoniche, in cui aveva militato, e poi affinata nel lungo periodo trascorso come direttore della scuola militare svizzera di Thun, ed anche in questo caso lo dimostrò impostando le operazioni con una rapidità che non diede mai alle forze sparse del Sonderbund la possibilità né di riunirsi in modo da attenuare lo svantaggio dell’inferiorità numerica, né di cogliere qualche piccolo successo locale che desse loro la speranza di poter continuare la guerra almeno il tanto che sarebbe bastato per internazionalizzarla.

Dopo qualche scaramuccia condotta dai Ticinesi sul passo del Gottardo, la prima operazione importante fu, l’11 novembre, l’assedio dell’isolata Friburgo, condotto da un esercito confederato di 20.000 uomini per ottenere la resa delle milizie friburghesi (12.000 uomini) prima che potessero congiungersi al grosso dei ribelli. E così fu, già il 14, grazie al disorientamento prodotto nei capi friburghesi dall’imprevista rapidissima avanzata di Dufour, che prevedevano invece inizialmente diretta verso Lucerna, nel cuore del territorio ribelle (e sarebbe stata una vittoria ottenuta, come voleva Dufour, senza colpo ferire, se uno spiacevole malinteso, la sera del 13, mentre già erano in corso le trattative di resa, non avesse provocato alcune decine di morti in una confusa sparatoria notturna a Bertigny).

Ottenuta il 22 la resa pacifica di Zug,  il 23 l’esercito di Dufour invase Schwyz, consapevole che in questo cantone avrebbe trovato lo zoccolo duro dei ribelli, ed infatti, per piegarne la resistenza, qui furono necessarie le sole due vere “battaglie” della campagna (Gislikon e Meyers-Kappel), con un totale di 14 morti ed 84 feriti tra i confederali, e 21 morti e 40 feriti tra i ribelli (tra i feriti anche il generale Salis-Soglio). Conseguenza della vittoria fu, il giorno seguente (24 novembre), l’entrata dei confederali in Lucerna, abbandonata qualche ora prima dai capi del Sonderbund, imbarcatisi in battello verso Altdorf, accompagnati dall’archivio e dalla cassa della lega ribelle, oltre che da un nutrito stuolo di prelati in preda al panico. Con la capitolazione (stipulata il 29 novembre, operativa dal 1° dicembre 1847) delle milizie del Vallese, terminò la guerra del Sonderbund.

Ancor prima che iniziasse il fatidico ’48, la rivoluzione liberale in Svizzera aveva ottenuto il suo scopo, anche se, per formalizzarlo, bisognerà attendere il voto popolare di approvazione della nuova Costituzione, nel settembre ’48, che trasformò una confederazione di stati sovrani in una federazione di cantoni ridotti, di fatto, al rango di regioni non più titolari di autonoma soggettività internazionale, col diritto dei cittadini di spostare il loro domicilio da un cantone all’altro senza per questo perdere la titolarità di alcun diritto politico o civile,  con una serie di materie ora riservate al Consiglio Federale (ora  formato da veri uomini di governo nazionale, non più meri delegati tenuti ad attenersi alle istruzioni date loro dai cantoni da cui avevano ricevuto mandato di rappresentanza), che ne approfittò subito per uniformare la precedente caotica varietà di dazi, monete, pesi e misure, e per proclamare la laicità dell’istruzione (i gesuiti, espulsi nel 1849, potranno rientrare in Svizzera solo nel 1973), e col riconoscimento al Consiglio Federale della facoltà di intervenire in certi casi anche nelle materie di competenza cantonale, in via sussidiaria di fronte all’inerzia del potere locale, e nel presupposto, in caso di contrasto, della prevalenza della normativa federale su quella cantonale.

Insieme all’enorme sviluppo economico favorito dal nuovo assetto istituzionale, che metteva in condizione di operare al massimo delle loro possibilità i fondamentali già di per sé ottimi dell’economia elvetica,  la Svizzera trovava nella seconda metà dell”800 una nuova ragion d’essere in una versione aggiornata del suo tradizionale neutralismo, che non sarebbe stata possibile se non fosse stato superato quel surrogato del nazionalismo che era il patriottismo militarizzato cantonale. Un neutralismo non più basato sull’opportunistica valutazione della non convenienza dell’esser coinvolti nelle lotte di potenze ben maggiori, bensì su una scelta pacifista consapevole che farà della Svizzera la sede d’elezione delle principali organizzazioni umanitarie internazionali.  Non è un caso se, proprio nel 1849, il governo federale vieta l’attività di arruolamento in Svizzera di cittadini elvetici da avviare al mercenariato all’estero, per poi arrivare, dieci anni dopo, a mettere totalmente al bando il mercenariato, salvo specifiche autorizzazioni federali (è il caso delle guardie arruolate dal Vaticano). I tempi cambiano. Ed anche i generi merceologici da esportare, ed il brand su cui puntare. Mastro Jean Tobler è uno tra quelli che meglio lo capirono.

 

NOTA BIBLIOGRAFICA

La miglior lettura generale sulla storia svizzera ritengo sia ancora la “Nuova storia della Svizzera e degli Svizzeri” (1983), a cura di R.Broggini. Per una pubblicazione recente si può far riferimento a “Svizzera, storia di una federazione” (2015), di T.Maissen. Per una pubblicazione specifica sull’argomento di questo articolo si veda (in francese) “La guerre du Sonderbund” (2003), di P.du Bois.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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2 thoughts on “Il Sonderbund (1847) : federalismo e guerra civile in Svizzera

  • Articolo interessantissimo! In effetti della Svizzera si sa ben poco, al di là degli stereotipi che nei secoli si sono andati costruendo intorno alle sue valli, ai suoi orologi e alla sua cioccolata.
    Personalmente in materia ne sapevo poco o nulla, perciò ti ringrazio per averci dedicato un articolo.
    Vorrei solo chiederti, uscendo un po’ dal tema, in che modo un esperimento costituzionalista con a capo un sovrano-imperatore in Brasile possa essere in qualche modo paragonato alla situazione elvetica.

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    • Dom Pedro I, imperatore del Brasile, era, come molti alla sua epoca, un assiduo lettore di Constant, dal quale trasse l’idea di un potere neutro, che restasse quiescente rispetto alla gestione ordinaria della politica e dell’amministrazione, riservata al potere esecutivo, intervenendo solo su questioni particolarmente rilevanti, in situazioni di crisi, “interpretando l’interesse e il volere della nazione”. Già dal virgolettato, che è di Constant, puoi renderti conto della vaghezza di contenuti di questo potere, che peraltro si collegava all’esigenza, propria del Brasile postcoloniale, di tenere unito un paese dove le spinte secessioniste regionali erano forti (ed infatti nel primo ventennio di storia postcoloniale del Brasile, le ribellioni secessioniste furono diverse), ma garantendo agli stati facenti parte dell’impero (ed alla minoranza filoportoghese che non era stata favorevole al distacco dal Portogallo e poteva temere ritorsioni), per dissuaderli da moti secessionisti, la protezione del potere moderatore imperiale di fronte ad un esecutivo responsabile verso un parlamento eletto solo su base nazionale (in altre parole, si trattava, secondo gli insegnamenti di Constant, di prevenire l’effetto collaterale della democrazia pura dato dalla possibile dittatura della maggioranza sulla minoranza, in un’epoca in cui lo strumento difensivo dato dalla valorizzazione dei corpi sociali intermedi e dalla riserva di competenze ai governi regionali era ancora ideologicamente acerbo). In Svizzera il problema in realtà fu risolto diversamente, e più modernamente, nel 1849, proprio puntando sulla riserva di alcune materie ai cantoni, ma col potere di intervento da parte del Consiglio Federale, sussidiario ma prevalente sulle decisioni cantonali, in pratica un potere moderatore sì, ma collegiale e non monocefalo, come in Brasile, e rivolto verso i parlamenti regionali e non quello nazionale. Il bilanciamento dei poteri, diversamente che in Svizzera, in Brasile non funzionò perché, per far uscire il potere moderatore imperiale dalla sua vaghezza, lo si riempì, in fase di attuazione costituzionale, oltre che della facoltà di nomina dei senatori, di rinviare a Camera e Senato le leggi approvate, di sciogliere la Camera e indire le elezioni, anche del potere di nomina dei ministri, per cui l’imperatore era a capo dell’esecutivo, ed anche quando, solo nel 1847, se ben ricordo, fu istituita la figura del primo ministro, questi doveva avere la fiducia dell’imperatore oltre che della Camera e, se sfiduciato dalla Camera, l’imperatore indiceva nuove elezioni in attesa delle quali governava direttamente in forza del suo potere moderatore (ed alle nuove elezioni, in un sistema elettorale fortemente censitario, non mancavano all’imperatore i mezzi per assicurarsi l’elezione di una nuova maggioranza a lui favorevole). In pratica, grazie all’abile gioco di alternanza tra conservatori e liberali, Pedro I e II governarono di fatto il paese per oltre 60 anni (finchè, con la crisi dell’economia basata su caffè, zucchero e schiavismo, vennero meno le basi tradizionali della società brasiliana, ponendo esigenze di modernizzazione del paese che saranno interpretate dall’esercito, uscito rafforzato dalla guerra col Paraguay, intorno al ’70, ed imbevuto delle idee di razionalizzazione positivista anche queste arrivate, tramite Auguste Comte, dall’Europa). Concludendo, il potere moderatore, concepito per garantire le minoranze dagli abusi del gioco parlamentare e per assicurare la continuità dell’attività governativa in caso di crisi della dialettica politica ed istituzionale tali da minacciare l’unità del paese, finì solo per tutelare, finchè durò, la monarchia e la borghesia dei baroni del caffè e dello zucchero, interessati alla stabilità del paese, e quindi della produzione ed esportazione dei generi coloniali.

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