Aprile ’45: De Gaulle vuole Aosta, Cuneo ed Imperia

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PERDITE TERRITORIALI ITALIANE A SEGUITO DEL TRATTATO DI PARIGI DEL 1947

 

Harold Macmillan, premier britannico, avrebbe detto di lui nel ’63 che preferiva essere “il solo gallo su una collinetta di letame piuttosto che stare insieme con un altro sopra una collina più grande”. E nella primavera del  ’45 la collina bella grande da cui intonare il canto del nuovo giorno della rinata potenza francese Charles De Gaulle l’ individua nelle Alpi occidentali. Troppe invero erano state le umiliazioni patite dai francesi negli ultimi anni, dalla disastrosa sconfitta del ’40 ai quattro anni di sottomissione al tallone nazista, fino al ruolo di quarto incomodo al tavolo dei grandi, quasi il morto in una partita a tressette, appena sopportato e sostanzialmente disprezzato da Stalin e Roosevelt (reciprocamente, visto il controsgarbo inflitto il 12 febbraio ’45 a Roosevelt da De Gaulle, offeso per non esser stato invitato a Jalta, rifiutando, con uno smaccato pretesto, di accettarne l’invito per un incontro ad Algeri), e voluto da Churchill solo nella speranza di avere un socio nel tentativo di contenere i progetti eversivi degli equilibri prebellici che i due alleati principali andavano portando avanti, quello stesso Churchill però che era detestato da tanti francesi, per aver ordinato, il 3 luglio ’40, la distruzione della flotta francese a Mers el Kebir. Di peggio aveva fatto solo Mussolini, con la pugnalata alla schiena del 10 giugno ’40, e fin dall’ottobre ’43 De Gaulle progettava di farla pagare cara agli italiani (non a caso sarà il principale avversario, nell’ultimo anno e mezzo di guerra, del riconoscimento di qualsiasi ruolo ufficiale di cobelligeranza che potesse consentire ai nuovi governi italiani, prima Badoglio, poi Bonomi, di provare a sottrarsi in parte, in nome dell’antifascismo, alle responsabilità del fascismo, come pure si opporrà a qualsiasi collaborazione tra partigiani italiani e francesi nell’area alpina). Già nell’aprile ’44 aveva dichiarato, nel suo solito stile ambiguo e suscettibile di differenti interpretazioni, “Noi porteremo la nostra offensiva in territorio italiano, lassù, nelle Alpi, io tengo molto a che le ostilità non finiscano su un confine mal tagliato. Prima che cessi il fuoco dobbiamo lavare su quel terreno gli oltraggi subiti”. Tutto ciò a dispetto di altre dichiarazioni, più ufficiali ed esplicite, rivolte direttamente al governo Bonomi,  in cui lo rassicurava, affermando di non avere alcuna pretesa territoriale nei confronti dell’Italia.

 Il “progetto italiano” di De Gaulle, ovviamente confidato solo a pochi accoliti e di certo non agli alleati anglo-americani, prevede, approfittando dello sfascio di qualsiasi autorità nell’Italia del nord a fine guerra, di avanzare il più possibile con l’esercito, occupando più territorio possibile (Valle d’Aosta, valli piemontesi scendendo fino a Cuneo, Ivrea, forse addirittura Torino, ponente ligure da Ventimiglia fino ad Imperia), guadagnando con bastone e carota il favore delle popolazioni locali, in prevedibile stato di sbando materiale e morale, in modo da presentarsi al tavolo della pace su posizioni di forza che favoriscano le annessioni (e su questo punto De Gaulle ha ragione, avendo ben capito che, al di là di tutte le dichiarazioni di principio, le frontiere postbelliche  della nuova Europa altro non saranno che la legalizzazione dei limiti raggiunti dai vari eserciti nelle loro avanzate, come ad esempio sarebbe accaduto nella divisione della Germania o nella definizione della nuova frontiera italo-yugoslava).

Gli anglo-americani non prevedono problemi sulla frontiera alpina occidentale (semmai se li aspettano su quella orientale), per cui sono essi stessi, nell’inverno 44-45, ad offrire a De Gaulle il destro per  cominciare a protendere il naso (e che naso!) oltre lo spartiacque alpino, invitando i francesi ad occuparsi dell’appoggio logistico alle formazioni partigiane italiane asserragliate nelle vallate alpine, liberando del compito l’aviazione alleata. De Gaulle ne approfitta per ammassare truppe al confine in una maniera tanto sproporzionata rispetto al mero compito di supporto logistico dei partigiani italiani da far drizzare le antenne perfino al pavido governo Bonomi, che, in un memoriale inviato dal ministro degli esteri Alcide De Gasperi all’ammiraglio Ellery Stone, capo dell’amministrazione militare in Italia, lamenta il rischio di malintesi interalleati generati dall’iniziativa francese. Stone avverte della nota gli ambasciatori inglese ed americano, nonché il maresciallo Harold Alexander, capo delle truppe alleate in Italia, e, fatte le opportune indagini ed appurato che, dietro il pretesto della consegna di un po’ di materiale americano ai partigiani italiani, i francesi stano organizzando una forza militare di tutto rispetto (il “Distaccamento delle Alpi” agli ordini del generale Paul-André Doyen), Alexander ordina esplicitamente ai francesi di non oltrepassare i confini italiani. De Gaulle finge di obbedire, dichiarando che il distaccamento era stato messo su solo per tenersi pronto a collaborare da ovest, se richiesto, alla spallata finale alleata in Norditalia (in un dispaccio riservato del 23 marzo ricorda invece a Doyen che “In alcun modo dovrà giungere all’orecchio degli alleati lo scopo dell’organizzazione progettata.”) e, in cambio della sua remissività, ottiene l’autorizzazione ufficiosa ad operazioni di pattugliamento in territorio italiano (cosa ben differente dall’occupazione) per una profondità di una ventina di chilometri dal confine.

Proprio in forza di quest’autorizzazione limitata, a partire dai primi di aprile e per tutto il mese, Doyen avanza, lentamente ma inesorabilmente, ben oltre i venti chilometri pattuiti, con avanguardie che giungono fino ad Ivrea, Cuneo, addirittura Savona, e se in Val d’Aosta l’avanzata francese è più lenta del previsto è solo perché il prolungarsi oltre consuetudine dell’inverno rende i passi alpini difficilmente transitabili fino ad aprile inoltrato. Inoltre nella valle la situazione è complicata dalla compresenza di due gruppi partigiani in competizione, quello che fa capo al CLNAI e quello indipendente degli autonomisti valdostani, il cui leader, Émile Chanoux, era morto il 18 maggio ’44 in conseguenza delle torture subite nelle carceri delle SS, che lo avevano catturato grazie alla soffiata di un doppiogiochista, Cesare Gandelli. La morte di Chanoux aveva lasciato uno strascico di diffidenze reciproche,  che aveva spinto molti partigiani valdostani ad esser tentati dal passaggio dalle posizioni autonomiste iniziali ad altre più decisamente separatiste in favore dell’annessione alla Francia (anche se il grande storico Federico Chabod, eminenza grigia dell’autonomismo valdostano ed amico di Chanoux, negli anni del dopoguerra smentirà sempre che le tendenze separatiste siano mai arrivate a tradursi in  un concreto progetto operativo), e, di conseguenza, aveva anche indotto i partigiani “ufficiali” del CLNAI, in contrapposizione ad una possibile intesa tra i francesi ed i partigiani locali, a decidere, negli ultimi giorni di guerra, un clamoroso rovesciamento delle alleanze, unendosi agli ex-nemici della 12ª brigata della divisione Monterosa (alpini fedeli alla Repubblica Sociale), i cui preziosi obici (di cui i partigiani sono privi) sono utilizzati per bloccare a La Thuile l’avanzata  francese, dal 26 aprile fino all’8 maggio, quando finalmente arrivano gli americani, che, nel prendere in consegna le posizioni italiane, schierano, all’altezza di Pré-Saint-Didier,  una colonna di autoblindo pronte a far fuoco contro unità francesi intenzionate ad aprirsi il passaggio verso Aosta, consentendo alla fine solo ad un contingente simbolico di francesi di inoltrarsi nella valle per raggiungerne il capoluogo, dove però intanto si era ormai già insediato, sotto tutela americana, il prefetto partigiano nominato dal CLNAI, Alessandro Passerin d’Entréves, anch’egli ben deciso ad avvalersi contro i francesi, se necessario, anche dell’aiuto delle smobilitande truppe ex-repubblichine.

Più a sud le cose vanno perfino peggio. Come già detto, in Piemonte e Liguria l’avanzata francese è più profonda che non in Val d’Aosta, non trovando l’ostacolo né della neve né dell’imprevista coalizione tra partigiani e repubblichini, la penetrazione militare  essendo accompagnata da distribuzione di tessere annonarie, sostituzione forzata delle lire coi franchi, volantinaggi e comizi pro-annessione alla Francia, organizzati da attivisti civili che in realtà fanno parte dei servizi segreti d’oltralpe. Si organizzano in alcune delle zone occupate improvvisati referendum di credibilità nulla, essendo basati sull’approvazione di mozioni con formulazioni del tipo “Io sottoscritto dichiaro di optare per la Francia mia patria di origine e di accettare le sue leggi. Viva la Francia!”, l’opzione permanenza nell’ambito dell’Italia non essendovi neppure prevista come possibile alternativa all’annessione alla Francia e, inoltre, la sottoscrizione della scheda essendo considerata prerequisito per la consegna della tessera annonaria, riservata solo a quanti aderiscano al progetto annessionistico. Malgrado tutta questa preparazione, la reazione di piemontesi e liguri è fredda, solo a Tenda si registra un effettivo sentimento filofrancese.

Ma è a Cuneo che davvero si sfiora la guerra tra americani e francesi. Quando il colonnello Marshall arriva in città per impiantarvi il locale comando alleato, vede la sua camionetta circondata dalle forze francesi di occupazione che, avendo ricevuto ordine da De Gaulle di non ritirarsi a nessun costo, puntano le loro armi (peraltro fornite dagli americani stessi, come tutto l’equipaggiamento in dotazione alle unità della France Libre) contro il colonnello americano, intimandogli in malo modo di alzare i tacchi, portandosi dietro come souvenir una lettera del generale Doyen in cui si afferma: “Ho ricevuto l’ordine dal governo provvisorio della Repubblica Francese di occupare e di amministrare questo territorio. Essendo tale missione incompatibile con l’insediamento di qualsiasi agenzia amministrativa alleata in questa regione, mi vedo costretto ad oppormivi. Qualsiasi insistenza in questa direzione assumerebbe un carattere chiaramente non amichevole, e anche ostile, e potrebbe avere gravi conseguenze”. A Marshall non resta che inoltrare reclamo per via gerarchica, reclamo che, passando prima per la scrivania di Alexander, poi per quella, a Versailles, del comandante generale alleato Dwight Eisenhower, riceve  solo il 22 maggio, con un paio di settimane di volutamente scortese ritardo, la seguente fredda risposta da parte del Capo di Stato Maggiore francese, generale Alphonse Juin : “Essendo ora completate le operazioni nel teatro di guerra mediterraneo, come in quello occidentale, i movimenti e gli stazionamenti delle truppe francesi sulle Alpi non sono più problemi che cadono nella sfera strategica, ma dovrebbero essere presi in esame dai governi interessati, in sede politica. Conseguentemente il ritiro dell’Armée des Alpes alla frontiera italo-francese del 1939 non può essere trattato direttamente tra il Comando Supremo e il Comando francese, ma deve essere trattato sul piano diplomatico. In attesa dello studio dei governi interessati, il distaccamento delle Alpi continuerà a restare nella zona ora occupata”. Questo atteggiamento viene ribadito il 2 giugno nella lettera con cui Doyen risponde alla richiesta del generale americano Willis Crittenbergher, comandante del IV corpo alleato responsabile dell’Italia nordoccidentale, di sottomettere la propria zona di occupazione al governo militare alleato : “Il generale De Gaulle mi ha dato istruzioni di rendere il più chiaro possibile al comando alleato che ho ricevuto l’ordine di impedire la  costituzione di un governo militare alleato, usando, se necessario, la forza”. 

Le precise istruzioni militari ricevute settimane prime dal comando alleato (ritirarsi sulla frontiera italo-francese non appena finite le operazioni militari contro i tedeschi in Piemonte) sono eluse spostando arbitrariamente la questione sul piano politico, mentre il riferimento alla “frontiera italo-francese del 1939”, nel temporalizzarla sembra già preludere ad un suo superamento, collocando la Francia, il cui contributo alla vittoria era stato molto discutibile, sulla scia dell’opposizione staliniana alla rinuncia ad acquisizioni territoriali da parte delle potenze vincitrici, proclamata nella Carta Atlantica (ma almeno il contributo russo alla vittoria alleata era stato tale da render parzialmente comprensibile il desiderio di rivedere frontiere che, peraltro, erano state stabilite nel 1919-21, in un contesto decisamente umiliante per la Russia).

Cosa significava tutto questo, che la Francia era disposta a fare una guerra per Aosta e Cuneo? Possiamo immaginare i sorrisi divertiti dei comandi americani davanti all’evidente bluff messo in atto da una nazione che quasi ancora neanche esisteva e che dipendeva totalmente dall’approvvigionamento americano, sia sul piano dell’equipaggiamento bellico, sia su quello ben più rilevante delle forniture alimentari per i civili, non è la prima volta che gli anglo-americani si trovano a fronteggiare le bizze nazionaliste di De Gaulle, ma ora siamo al grottesco (già in aprile una delle prime grane affrontate da Truman, a pochi giorni dall’insediamento, era stata data dall’esigenza di imporre ai francesi di sloggiare da Stoccarda, assegnata alla zona di occupazione americana, ma proditoriamente occupata e pretesa dai francesi, come pegno per le loro ventilate mire annnessionistiche sulla Saar). Se proprio i francesi vogliono buttarla in politica, che politica sia. Di quel rompiballe borioso di De Gaulle Harry Truman ha  ancor meno stima della poca che già nutriva verso il leader francese il da poco defunto Roosevelt, ed inoltre Truman è già abbastanza preoccupato della debolezza del governo provvisorio italiano per  voler correre il rischio di dargli il colpo di grazia con un’ulteriore umiliazione sull’altare della grandeur gollista. Furente, convoca l’ambasciatore francese Bonnet per denunciare la violazione francese dei principi atlantici di rifiuto della forza come mezzo per risolvere dispute internazionali, e gli consegna un messaggio personale per De Gaulle, in cui, senza tanti giri di parole, lo minaccia di interrompere tutte le vitali forniture americane alla Francia, fatte salve solo quelle destinate all’alimentazione della popolazione civile.

Il ricatto, brutale ma inevitabile, funziona, De Gaulle è costretto ad ordinare alle sue truppe di “rientrare entro la frontiera italo-francese del 1939”, quindi insistendo ancora sulla storicizzazione temporale di detta frontiera, a sottintendere che mantiene  fermo il punto che non necessariamente sarebbe rimasta la stessa a valle del trattato di pace.  Ed infatti, in istruzioni riservate, all’Armata delle Alpi vien detto di “dimenticarsi” di ritirarsi da Briga e Tenda, che infatti, di lì a meno di due anni, col trattato di Parigi del 10 febbraio 1947, sarebbero passate alla Francia, insieme ad altre rettifiche di frontiera minori sui passi alpini. Alla fine De Gaulle, malgrado la strapazzata da parte di Truman, riuscirà a mettere il naso al di là della tanto esecrata “frontiera italo-francese del 1939”, anche se l’importanza del guadagno territoriale forse non sarà neanche all’altezza di quella di cotanto presidenzial naso. Tant pis! 

 

NOTA BIBLIOGRAFICA

A riprova di un certo pudore nel render nota una faccenda da cui la Francia non esce con troppa gloria, visto lo scarso risultato conseguito a fronte del poco limpido comportamento diplomatico, per lungo tempo l’unica fonte documentale accessibile sulla faccenda sono stati i documenti di archivio britannici, presi a base sia della storia ufficiale britannica della guerra (ultimo volume, “Allied military administration of Italy, 1943-45″, C.R.S. Harris), sia della ricostruzione dei fatti contenuta nel fondamentale “Italia e Francia 1939-1945” (J.B. Duroselle – E. Serra, 1984)Solo da pochi anni l’apertura della parte degli archivi militari e diplomatici francesi dedicata all’argomento ha consentito di mettere bene a fuoco la doppiezza della diplomazia francese nell’occasione, doppiezza che dalle fonti britanniche poteva esser solo intuita. Ai fini di una ricostruzione aggiornata della vicenda in oggetto, consiglio la lettura del libro di Gino Nebiolo “Soldati e spie”, pubblicato nel 2012.

 

 

 

 

 

 

 

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