Oliverotto da Fermo: il tiranno “ammazza tiranni”

L’abitudine di fissare una data precisa con la quale far iniziare la cosiddetta “età moderna” risulta essere, a mio avviso, non soltanto sbagliata ma anche inutile. Sicuramente gli ultimi anni del XV secolo e i primi del XVI sono caratterizzati da una diffusa incertezza dovuta a fenomeni che sconvolgono, sia a breve che a lungo termine, gli aspetti culturali, economici e politici dell’Europa e degli Stati italiani. Costantinopoli cade nel 1453 per mano dei Turchi che iniziano a spingersi verso l’area balcanica, nel 1492 Cristoforo Colombo giunge in America e nello stesso anno muore Lorenzo il Magnifico ovvero il “difensore”della pace di Lodi che aveva garantito per circa 40 anni un sostanziale clima di pace e tranquillità nella penisola italiana. All’incertezza si accompagnano poi alcuni “residui medievali” come la radicata faziosità all’interno dei nuclei cittadini o il proliferare di capitani di ventura; entrambi presenti nei temi che andremo a trattare dove assoluti protagonisti saranno papa Alessandro VI, Cesare Borgia ma soprattutto Oliverotto Euffreducci e il suo rapporto con la città di Fermo.

La politica degli Euffreducci a Fermo, già potenti a Falerone dal x secolo, iniziò nel 1380 grazie a Giovanni il quale venne chiamato dai Priori della città perché essi “vollero sedare le discordie e i tumulti che avevano suscitato nella loro patria”(1). 

Da questo momento gli Euffreducci furono considerati cittadini fermani  e ricoprirono le maggiori cariche. Il rapporto tra parte della popolazione e questa famiglia venne però già ad incrinarsi quando ,con Tommaso e Lodovico, la nobile stirpe si divise in due rami distinti rispettivamente appartenenti alla contrada San Martino e Fiorenza, quest’ultima “vittima di delitti” perché “i fermani cercarono di distruggerla completamente” (1). Figlio del priore Giovanni  (morto nel 1478) e di Caterina Fogliani, rimase orfano probabilmente all’età di cinque anni visto che nel 1498 succedette al fratello Tommaso nella carica di regolatore della contrada Fiorenza,  carica in cui era richiesta l’età minima di 25 anni. Venne allevato dallo zio Giovanni Fogliani, imparando l’arte militare come era costume tra i fanciulli di alto rango. Già in giovane età il Filippini parla di un carattere “fiero e ambizioso”, accresciuto dal continuo contatto con le armi e i capitani, un ragazzo dotato di grande ingegno che lo rese “il più illustre della sua casata”. Non essendo il figlio di un principe e quindi non avendo i mezzi per assoldare un esercito, combatté inizialmente per Paolo e Camillo Vitelli e in seguito per Vitellozzo, con cui instaura un legame molto profondo fino alla morte avvenuta per mano del Valentino nel 1502. Tralasciando i dettagli della sua carriera militare possiamo comunque dire che partecipò con i Vitelli alla campagna di Carlo VIII contro il Regno di Napoli, si offrì poi come difensore di Fermo contro gli ascolani, distinguendosi tanto da essere nominato “commissario generale con pienissimo arbitrio”, si diresse quindi in Toscana dove si schierò a fasi alterne con Pisa e Firenze e rimase due volte prigioniero, la seconda volta con Paolo Vitelli, il quale venne giustiziato. Così Vitellozzo si reca a Milano per parlare col re di Francia in modo da vendicare la morte del  fratello. In Lombardia si trovava anche Cesare Borgia (divenuto nel 1498 duca di Valentinois) per assoldare truppe con l’assenso di Luigi XII per l’impresa di Romagna. E’ l’incontro col Borgia che cambierà la vita di Oliverotto. Cesare, sotto l’ala protettrice del padre, ovvero papa Alessandro VI, inizia ad assediare diverse città della Romagna, delle Marche e della Toscana per cercare di creare uno stato potente nel centro Italia sotto il controllo dei Borgia. Oliverotto partecipa a diverse imprese come a Gubbio, Fossombrone, Cesena, Pesaro e Rimini. In una prima offensiva contro Firenze e il signore di Piombino (rimandata ma non fallita), Liverotto si trovava con il suo esercito di 400 cavalli e artiglieria presso Ripomarancie, in attesa di collegarsi col Borgia. Assalì un castello dei fiorentini e rimase gravemente ferito,quasi mortalmente. Marino sanudo,  cronista veneziano,nei suoi Diarii, lo dà per morto:“come el duca Valentino con la gente andono a le Pomearance, el loco era provisto e si defisino e ammazzorno di Pisani e fra li altri uno nepote di Vitellozzo el qua più di era stato in Pisa”(1).  I priori di Fermo ne richiesero addirittura il cadavere. Vittorioso a Capua ed espugnato il castello di Casavecchia dei Varano di Camerino, si fermò a Roma con Cesare, il quale si diede alla pazza gioia, ormai potente e incontrastato, aspettando il matrimonio di sua sorella Lucrezia Borgia con Alfonso d’Este. Approfittando della licenza concessagli dal Valentino, sostituì la guerra con la diplomazia: intercedette per la città di Fermo, indebitata e stremata dalle carestie, riguardo alcuni debiti da sanare presso la camera apostolica di Roma. La fama di Oliverotto presso la propria patria era ormai all’apice tanto è che dalle lettere dei Priori è riportato come venisse osannato dal popolo in quanto “liberatore”. Ma questa fama “ideale” oramai gli stava stretta: era giunta l’ora di avanzare richieste concrete al Borgia; e quale se non Fermo stessa? Prove materiali di questa concessione non ce ne sono: il Filippini adduce a questa teoria un viaggio a Roma di Oliverotto prima di giungere a Fermo, il fatto che comunque i rapporti tra papa Alessandro VI e i Fermani erano deteriorati per il mancato pagamento dei debiti e per la guerra tra Fermani ed Ascolani a cui il papa aveva cercato di imporre una tregua non rispettata assolutamente dai primi e i toni vaghi e distesi con cui avverte i Priori del suo arrivo. Infatti negli Annali della città si dice che “nel fine dell’anno venne la gente del duca Valentino a svernare – solamente- nella Marca, fra’quali venne Oliverotto”(3). Tranquillità dovuta al fatto, sempre secondo il Filippini, che vi furono complici interni tra cui suo fratello Battista Euffreducci, il quale gli comunicò l’ora più idonea per entrare e indusse le vittime a incontrarlo. Il fatto che fosse lo stesso Liverotto ad invitare magistrati e i cittadini più illustri a riceverlo ci rende più propensi credere ai  cronisti fermani come il Montani che parla di “una squadra di soldati”(2) o l’Anonimo con “una banda di cavalli e di fanti” (3), a differenza del Machiavelli che lo ritrae “accompagnato da 100 cavalli di sua amici e servidori”(4). Il cancelliere fiorentino si discosta anche per la data poiché riferisce che Oliverotto li convocò “passato alcuno giorno”(4) mentre nelle altri fonti si rende l’idea dell’immediatezza del fatto. A questo punto, una volta convocati, tutto era pronto per la “mattanza”: si accanì contro tutti coloro che avrebbero potuto intralciarlo una volta giunto al potere; “li fece strangolare e poi buttare in certe sue cantine sotterranee”(3); uccise lo zio materno Giovanni Fogliani, sterminò gli esponenti dei Della Rovere (acerrimi nemici del Borgia) trucidando anche i figli piccolissimi “uno a capo di piazza il fece buttare dalle finestre, uno che lo teneva in braccio sua madre in casa”(3), lasciando in vita solo le femmine. Si diresse allora al palazzo comunale, acclamato dalla plebe al grido di “ammazza tiranni”, lo assediò e si proclamò signore di Fermo. Poi ,come qualsiasi tirannia degna di tal nome, Oliverotto diede inizio all’esautorazione  delle diverse cariche politiche eliminandone la maggior parte e mantenendo alcuni uffici come quello dei Priori o del gonfaloniere di giustizia per cercare di non recidere totalmente con il passato. Convocò il consiglio generale: istituì 12 governatori, due per contrada in carica per un anno, che dovevano sottostare tutti alle sue decisioni e non potevano decidere nulla senza il suo assenso, oltre ad eliminare i loro privilegi. Uccise altri nemici politici, incamerandone i loro beni immobili e in denaro e cercò di riscuotere a suo nome i crediti che alcuni di essi avevano avuto in vita ad esempio nel Montefeltro o nei territori della Serenissima. Tentò addirittura, approfittando del terrore collegato al suo nome, di accaparrarsi più denaro possibile con i pretesti più assurdi come a Pisa. Lo stesso papa cominciò a sospettare della sua potenza tanto che lo tacciò di “tradimento” e gli impose di pagare diverse tasse (in realtà si trattava di uno strumento usato da Roma per cercare di assoggettare a sé molti centri della Marca, tra cui Fermo). Egli all’apparenza si dimostrò sempre umile, ligio alle cause dello Stato pontificio attraverso doni e rassicurazioni, addirittura cominciò a far diffondere voci riguardo il fatto che, al momento della presa del potere,fosse stato lo stesso popolo fermano a chiamare Liverotto per il loro odio contro i governatori e, senza informarlo di altro, lo stesso popolo avrebbe preso le armi e li avrebbe uccisi, quindi di fronte a questo scandalo Liverotto cercò di calmarli e fermarli. Voci smentite dal vescovo Niccolò Bonafede il quale attribuisce le efferatezze compiute soltanto a “certi satelliti e sgherani vittovagliati di sangue e certi capitani screditati e falliti cui bisognavano sempre rivolte e mutazioni di Stato”(1). Nonostante una giustizia totalmente allo sbando, nonostante crimini e delitti frequenti e la “mannaia” del debito economico e delle tasse verso Roma (fu necessaria più di una volta la mediazione del Valentino), egli riuscì a rafforzarsi sempre di più, controllando i paesi limitrofi con podestà a lui vicini e con accordi diplomatici. Militarizzò la stessa Fermo con un palazzo in capo alla piazza dove pose la guardia dei suoi stipendiati, alabardieri e dei cavalieri; riedificò la rocca del Girone e per difendersi dai corsari e dai Turchi fece allestire una fusta esploratrice per la guerra di corsa, costruì quindi una  fonderia di cannoni a Grottazzolina  Meditava inoltre di scavare un porto alla foce del fiume Ete ,vicino alla città, deviando il Tenna:opera che avrebbe recato a Fermo enormi vantaggi e una grande potenza marittima. Anticipò i consigli del Machiavelli esposti nel “Principe”, dando assoluta importanza alla fanteria e all’artiglieria e reclutando solo cittadini fermani tanto che l’esercito crebbe in poco tempo fino a 1400 fanti e 600 cavalieri.

La presa di Fermo da parte di Liverotto quindi non è da limitarsi solo alla sua sete di potere e al metodo ingannevole con il quale se ne appropriò. Diverse dinamiche concorsero affinché essa poté avvenire:la faziosità interna alla città talmente radicata che alcune famiglie collaborarono per la riuscita dell’operazione, i rapporti tutt’altro che idilliaci con Roma e Alessandro VI (anche se concretamente si trattava di un piano in accordo con i Borgia),alla situazione economica disastrosa della città dovuta al malgoverno precedente e la diffusa mentalità tra la popolazione, fermana ma più in generale di quel periodo, di “abbandonarsi” a un unico signore per evitare i continui stravolgimenti politici che troppo spesso si verificavano. In realtà il potere di Liverotto fu sempre limitato dal rapporto con i Borgia, sia con il ricatto del “debito economico” sia con il piano politico del papa e del figlio Cesare che lo vedevano di fatto come una pedina per tenere buona una città non  molto ben disposta nei confronti di Roma. Tanto è che, divenuto troppo potente, venne assassinato a tradimento da Cesare stesso a Senigallia mentre le sue truppe venivano sterminate (si rimanda alla bibliografia per la “congiura della Magione”). Insomma chi di congiura ferisce, di congiura perisce.

LAMPONI ROBERTO

Bibliografia di riferimento:

(1) “Liverotto Uffreducci tiranno di Fermo” da “Atti e memorie della R. Deputazione di storia patria per le province delle Marche” vol. 1 (1895), p. 65-147, Francesco Filippini (Biblioteca civica R. Spezioli di Fermo)

(2) “Annali della città di Fermo di Giovan Paolo Montani, dall’anno 1445 al 1557″. (Biblioteca civica R. Spezioli di Fermo)

(3) “Annali di Fermo di Autore Anonimo, dall’anno 1445 al 1557″ (Biblioteca civica R.Spezioli di Fermo)

(4) “Il Principe”, Niccolò Machiavelli.

Foto: “Battaglia di Anghiari”, Rubens, 1603.

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