Lenin e “la fine dell’età dell’innocenza”. Prima parte : il controverso significato di Brest-Litovsk.

lenin 5 maggio 20 teatro Bolshoi
5 maggio 1920, a Mosca, davanti al teatro Bolshoi, Lenin arringa le truppe in partenza per la guerra russo-polacca

L’espressione “fine dell’età dell’innocenza”, a proposito della rivoluzione bolscevica, è utilizzata per la prima volta dallo storico statunitense di origine polacca Adam Ulam (1922-2000) nel suo saggio del 1968 “Storia della politica estera sovietica”, per definire il momento del ripiegamento ideologico leniniano dalle certezze “scientifiche” circa il rapido successo della rivoluzione mondiale, di cui la Rivoluzione di Ottobre non poteva non essere che un mero tassello iniziale, al pragmatismo politico del salvataggio del “socialismo in un solo paese”, col rinvio a tempi migliori dell’attuazione della rivoluzione mondiale, ma anche col corollario dell’inizio dell’impoverimento dello slancio rivoluzionario e del fermento ideologico che aveva accompagnato l’ascesa bolscevica e l’aspettativa messianica di un suo rapido trionfo su scala almeno paneuropea, grazie ad un rullo compressore di liberazione delle classi lavoratrici che, partendo da Pietrogrado, passando per Varsavia e Berlino, arrivasse fino a Parigi, ripercorrendo in senso contrario il cammino libertario percorso oltre un secolo prima dalle armate popolari francesi scaturite dalla Rivoluzione del 1789 (di cui Lenin era interessato studioso e da cui traeva la parte giacobina del suo sentire, spesso sottovalutata dalla critica, più propensa a metterne in evidenza il freddo scientismo ideologico). In altre parole, l’inizio di quello che sarà il vizio di fondo del comunismo reale, che alla lunga lo porterà al fallimento storico, ossia la dicotomia tra quanto enunciato ideologicamente e quanto attuato praticamente, col ricorso all’uso  tattico dell’ideologia rivoluzionaria, di fatto sempre più subordinata alla politica di potenza della nazione russa, ed alla coartazione delle coscienze, vuoi attraverso la propaganda vuoi attraverso la repressione, al fine di non lasciar percepire (e denunciare) al militante interno ed internazionale detta dicotomia, questo inizio, appunto, fino agli anni ’60 imputato soprattutto a Stalin, viene poi retrodatato all’epoca leniniana, secondo una scuola di pensiero che vede il suo capofila nell’inglese (marxista) Edward Hallett Carr (1892-1982, ne segnalo in particolare la “Storia della Russia sovietica-Vol.I-La rivoluzione bolscevica”, opera anch’essa del 1968) e, tra i viventi, viene coerentemente portata avanti da studiosi come Orlando Figes, anch’egli inglese (vedasi in particolare “La tragedia di un popolo”, del 1996).  Questa scuola di pensiero vede in particolare nel trattato di Brest-Litovsk la boa intorno alla quale si ha il cambio di rotta che segna l’inizio dell’involuzione ideologica leniniana, e quindi del comunismo in toto. Tutto ciò in antitesi con altri, come Robert Service (vedasi, ad esempio, il saggio del 2000 “Lenin, l’uomo, il leader, il mito”), secondo i quali invece Lenin non solo non ammise mai esplicitamente il fallimento della sua ideologia della rivoluzione mondiale (cosa che poteva anche essere un mero espediente tattico), ma neanche nel suo intimo vi abiurò mai, come dimostrerebbe il suo rilancio ben dopo Brest, a valle del crollo del Reich germanico, che anzi sembrava offrire nuove allettanti opportunità per la sua realizzazione.

Scopo di questo articolo, per chi avrà la pazienza di leggerlo, sarà provare a riflettere sul modo in cui Lenin elaborò interiormente quella che, innegabilmente, fu all’atto pratico un’involuzione, ma che non è detto che sia stata percepita analogamente da Lenin. In altre parole, Lenin rinunciò davvero a giocarsi subito tutte le fiches sul tavolo della rivoluzione mondiale, a partire da Brest-Litovsk, e poi in  maniera vieppiù coerente, in nome dell’interesse della salvezza del socialismo in un solo paese (formula dietro la quale cominciava a rifar capolino l’interesse nazionale russo), o piuttosto la nostra visione è fuorviata dal fatto che la malattia, e poi la morte, sorpresero Lenin in un momento di battuta d’arresto del suo progetto rivoluzionario, per cui non sapremo mai davvero quale sarebbe stata, se avesse avuto più anni da vivere,  la sua risposta a questa impasse, dovendo accontentarci di quella che vi diedero i suoi epigoni, che non è affatto detto sarebbe stata la stessa che vi avrebbe dato Lenin a gioco lungo?  Per provare a rispondere a questa domanda bisogna partire dall’analisi dell’ideologia leniniana per poi verificare se e come è stata riplasmata dall’impatto delle vicende storiche.

 

I L    C O N T R I B U T O    L E N I N I A N O   A L L ‘I D E O L O G I A   M A R X I S T A

Negli anni ’90 del XIX secolo Lenin aveva intrapreso un’analisi marxista della transizione russa verso un’economia capitalistica destinata a fondare una tesi opposta all’ortodossia evoluzionista della Seconda Internazionale. Soprattutto dopo il fallimento, e malgrado esso,  del tentativo rivoluzionario del 1905, Lenin si convinse che, malgrado l’arretratezza della Russia, sarebbero state le sue classi lavoratrici, e non quelle tedesche ipotizzate da Marx, ad aprire la strada alla rivoluzione socialista europea, saltando la fase della rivoluzione democratico-borghese, ritenuta imprescindibile dal marxismo ortodosso, ma per la quale in Russia mancavano i presupposti socio-economici (i detrattori di Lenin nell’ambito del movimento marxista internazionale non mancarono peraltro di sottolineare la componente narcisistica, magari inconscia, di questa visione, che trasformava i leaders rivoluzionari russi da guide della retroguardia di detto movimento a guide della sua avanguardia, come pure evidenziarono, buoni profeti, i rischi di involuzione autoritaria contenuti nell’altro apporto ideologico genuinamente leniniano, quello della necessità, per combattere lo stato di polizia zarista, di un’organizzazione partitica fortemente centralizzata, composta da rivoluzionari di professione).

É durante la guerra che si rafforza il distacco tra l’ala leniniana e la maggioranza del socialismo internazionale. A Zimmerwald, nel settembre del ’15, nell’ambito del congresso della Seconda Internazionale, si consuma la scissione tra l’ala maggioritaria ortodossa facente capo al leader socialdemocratico tedesco, Karl Kautsky, e l’eresia leniniana, alla diversa visione ideologica circa gli sviluppi storici del marxismo aggiungendosi l’intransigente contestazione leniniana del militarismo e dell’imperialismo, di cui il patriottismo di guerra della maggioranza socialista viene denunciato come epifenomeno, facendo per la prima volta acquisire a Lenin ed alla sua fazione una leadership morale di ambito europeo sul movimento marxista. La guerra mondiale, inoltre, dava credibilità all’interpretazione catastrofista, invece che evoluzionista, che Lenin dava del passaggio dal capitalismo al socialismo. Il capitalismo avanzato e  monopolistico era per Lenin un sistema inevitabilmente e perennemente lanciato alla conquista di nuovi spazi economici e geopolitici, per cui la consequenzialità della guerra rispetto all’imperialismo capitalista era un fatto scientificamente necessario, così come lo era la connessione tra guerra imperialista e guerra rivoluzionaria, destinata ad innestarsi sulla prima approfittando delle lacerazioni interne del sistema capitalista per spazzarlo via. Il lineare schematismo ideologico, la previsione, in tutta la sua carica potenzialmente travolgente, dell’impatto sociale della mobilitazione bellica come liquido di coltura di una nuova politica di massa, il radicalismo aggressivo e volontarista, sono gli altri fattori del successo della predicazione leniniana.

La Russia viene eletta a terreno in cui attuare lo scardinamento del capitalismo partendo dalla sua periferia debole, invece che dal centro in cui quel sistema aveva raggiunto i più alti esiti (anche se, come si ripeterà più avanti, in Lenin era ben chiara l’idea che solo il trionfo della rivoluzione anche in Germania sarebbe stato il passo che avrebbe davvero scardinato definitivamente il sistema capitalista). Il modello politico leniniano era il giacobinismo, col suo afflato transnazionale, e con la sua concezione del modello di stato ideale nello Stato-Comune, cui pervenire rifiutando la democrazia parlamentare (espressione degli interessi delle classi dominanti, come già insegnato da Marx) e passando per lo stadio intermedio della democrazia diretta dei soviet inquadrata in una dittatura del proletariato che non disdegnasse  provvisorie forme autoritarie di governo (ed anche nel delineare questo stadio intermedio Lenin va oltre l’insegnamento marxiano). Proprio il radicalismo di Lenin, opposto all’inazione del governo provvisorio di Kerenskij, è il fattore che consente al leninismo, facendo leva sulla reazione al tentato colpo di Stato del generale Kornilov, di assumere il controllo dei soviet di Pietrogrado e  Mosca, fondamentale per la riuscita della Rivoluzione d’Ottobre, accompagnato dall’assoluto fideismo leniniano sul fatto che quello che ora appare come un movimento debole perfino in Russia, dove controlla solo le due città principali, sia l’inizio di un’irrefrenabile ondata rivoluzionaria globale destinata a spazzar via, con l’ultima di tutte le guerre, il sistema capitalistico. E poco importa, in questa fase del pensiero leniniano, il nuovo stato rivoluzionario russo, costruzione provvisoria destinata a durare lo spazio di un mattino per poi dissolversi nella repubblica mondiale dei lavoratori, alla cui costruzione quello stato è funzionale.

Il fallimento conclamato del vecchio ordine liberale e dei nazionalismi, e quello che comincia a delinearsi  del colonialismo, e le diffuse aspettative di fine di tutte le guerre, attraverso una pace giusta e democratica, e di riscatto sociale, anche attraverso la riconversione delle spese belliche verso attività di riequilibrio socio-economico, fanno del progetto leniniano, sullo scorcio della Grande Guerra, uno dei soli due programmi politici (l’altro è quello di Woodrow Wilson) che appaiano in grado di dare una speranza a chi auspichi un nuovo ordine mondiale basato sui valori della pace e su una nuova concezione dell’uomo, che non escluda nessuno dai suoi potenziali effetti benefici. In realtà, ad un’attenta osservazione, scevra da autoillusioni idealiste, il bolscevismo, col suo radicalismo manicheista e col suo settarismo classista, avrebbe già potuto rivelare una natura molto meno inclusiva rispetto all’apparenza, ma, per il momento, l’impatto mondiale del mito comunista è ben saldo, sia nella valutazione internazionale che nell’autocoscienza dei suoi leaders, cominciando ovviamente da Lenin. Siamo ancora in piena “età dell’innocenza”.

 

BREST-LITOVSK   ED  IL  SUO  IMPATTO  SULL’IDEOLOGIA   LENINIANA

Purtroppo per Lenin, tra coloro su cui poteva attecchire la fascinazione del mito rivoluzionario, non vi erano di certo i leaders del Reich guglielmino, le cui condizioni per accedere alla pace, quelle che avrebbero portato al trattato di Brest-Litovsk del 3 marzo 1918, erano le più umilianti che si potessero immaginare, sottraendo alla Russia i Paesi Baltici, la Finlandia, la Polonia, la Bielorussia, l’Ucraina, la Bessarabia, la Transcaucasia, ed imponendole  per giunta, dopo averle tolto le terre più ricche, sanzioni economiche ben più vessatorie di quelle che, di lì a poco più di anno, il tanto deprecato (da parte tedesca) trattato di Versailles imporrà alla stessa Germania. È ben noto il dibattito nella leadership bolscevica, tra la corrente di sinistra, in quella fase facente capo a Bucharin, che, mettendo da parte ogni valutazione realistica dei rapporti di forza e lo stesso istinto di conservazione di quanto già realizzato in Russia, proponeva di giocarsi l’intera posta del futuro della rivoluzione mondiale in un unico tiro di dadi, sperando fideisticamente che ne uscisse la faccia riportante il propagarsi della fratellanza proletaria e dello slancio rivoluzionario dalle masse lavoratrici russe a quelle tedesche, ed il realismo di Lenin, che accettava quella che era una sostanziale resa a discrezione del vincitore,  traendo ispirazione dalla storia russa (il trattato di Tilsit con cui nel 1807 Alessandro I aveva guadagnato il tempo necessario per rafforzarsi a tal  punto da battere Napoleone qualche anno dopo). L’ago della bilancia fu costituito dalla corrente che faceva capo a Trockij, oscillante per un paio di mesi tra Bucharin e Lenin, fino a cadere dalla parte del secondo non appena, a fine febbraio 1918, il coltello costituito dalle armate tedesche  ruppe la tregua riprendendo ad affondare impietoso nel burro del nulla militare bolscevico. L’evidente stato d’emergenza non salva Lenin dall’accusa di tradimento degli interessi sovranazionali della rivoluzione, formulata dai “comunisti di sinistra” di Bucharin, da cui si difende, nel rapporto al VII congresso del partito, il 7 marzo 1918, proponendo per la prima volta la necessità, per le esigenze immediate di sopravvivenza della giovane repubblica dei soviet, di approfittare della congiunturale divisione in due blocchi delle potenze controrivoluzionarie, rinviando ad un momento migliore, comunque prossimo, il conflitto con esse, di cui comunque si conferma l’inevitabilità. In altre parole, la novità che Brest apporta nell’ideologia leniniana non è certo l’abiura dell’obiettivo della rivoluzione mondiale in tempi brevi, bensì la scoperta della necessità di avere una politica estera da utilizzare per guadagnar tempo e poter scegliere il momento migliore per lanciare verso ovest il rullo compressore rivoluzionario.

Quanto fosse necessario guadagnar tempo, e quanto lo stesso radicalismo bolscevico, polarizzando le tensioni sociali, avesse sì favorito il successo iniziale a Mosca e Pietrogrado, ma al prezzo di far precipitare il resto del paese in piena guerra civile, in reazione all’instaurazione della dittatura bolscevica, previo scioglimento della Costituente ed emarginazione di liberali e menscevichi, alle requisizioni violente di grano nelle campagne, all’invasione dell’Ucraina ed alla sua successiva “vendita” alla Germania, doveva dimostrarlo, poche settimane dopo Brest, nel maggio del ’18, il fatto che l’ammutinamento della sola legione ceca fosse sufficiente a togliere provvisoriamente ai bolscevichi l’intera Siberia, un’umiliazione che rivelava in pieno la pochezza militare delle forze bolsceviche e quanto sarebbe stato facile per i Tedeschi, senza la resa di Brest, prendersi anche più di quanto ottenuto con quel trattato. Peraltro la successiva avanzata degli eserciti “bianchi” e l’intervento militare anglo-francese in loro appoggio, ed a punizione dell’ex-alleata addivenuta a pace separata, fu ideologicamente utile a Lenin, consentendogli di recuperare credito verso la sinistra comunista dimostrandole che la guerra civile europea, da cui sarebbe scaturita la rivoluzione globale, era già cominciata proprio sul suolo russo, senza che fosse stato necessario, per accenderne la miccia, un attacco suicida alla Germania sperando nella solidarietà degli operai di quel paese.

L’altro portato del dopo Brest, accanto all’esigenza di avere una politica estera, fu quello di avere un esercito forte e preparato, sia per difendere la patria socialista che per avere una riserva strategica da lanciare nella rivoluzione europea, cominciando ad apparire insufficiente all’obiettivo rivoluzionario il far conto sul mero volontarismo ribellistico delle masse lavoratrici. I bolscevichi erano ormai convinti che la difesa del loro potere, garantita dall’Armata Rossa creata da Trockij, fosse un elemento decisivo per la rivoluzione in Europa. Parafrasando Clausewitz, possiamo dire che ci si avviava alla convinzione che l’Armata Rossa fosse “la rivoluzione con altri mezzi”.

In sostanza, e contrariamente a quanto sostenuto da quanti vedono nel trattato di Brest il primo segno del ripiegamento dell’ideologica leniniana, l’essenza del suo impianto, basata sull’idea della rivoluzione russa come mera prima tappa di quella europea, appare sopravvivere allo choc di Brest, salvo appunto i due correttivi dati dalla riscontrata necessità di avere una politica estera in grado di sfruttare le contraddizioni interne del campo capitalista ed un esercito forte da utilizzare come mano destra a supporto della mano sinistra rappresentata dal ribellismo operaio. Non può esser casuale, a dimostrazione che Brest non mutò nella sostanza gli obiettivi di Lenin, il fatto che nel marzo del ’19, a un anno dall’apparente passo indietro rappresentato da Brest, venga fondato il Comintern, proiezione transnazionale del bolscevismo russo che ne rivela le vere ambizioni, anche a costo di mettere a rischio in qualche caso gli interessi nazionali russi (è ben nota e studiata la complessità della politica estera sovietica nel ventennio tra le due guerre, dovuta proprio al fatto di avere di fatto due politiche estere non sempre collimanti, quella internazionalista del Comintern non essendo sempre docilmente al guinzaglio di quella più cauta ed attenta agli interessi nazionali perseguita dal Narkomindel, il Commissariato del Popolo agli Affari Esteri, non a caso il problema sarà risolto solo nel 1943, con la soppressione del Comintern, in ossequio alla totale affermazione del nazionalbolscevismo staliniano).

Esercito e politica estera, dunque, sono le novità che l’esperienza di Brest e della guerra civile innestano nella prassi rivoluzionaria leniniana. Strumenti, dunque, e non obiettivi, che invece restano gli stessi. Anche se, e qui forse veniamo al nocciolo del problema, il cambiamento metodologico finirà, a gioco lungo e, inizialmente, quasi senza che i protagonisti lo percepiscano, per cambiare anche gli obiettivi, perché più politica estera e più esercito in soldoni significa più Stato, qualcosa che non era previsto dal programma originario di Lenin, ma che diventa necessario quando ci si rende conto del dilatarsi dei tempi della rivoluzione globale. E lo Stato, una volta costituitosi ed irrobustitosi, assume vita propria, chiede di esser difeso, anche per non sprecare i notevoli costi umani ed economici della sua creazione, ed a sua volta difende coloro che lo servono, creando un confine inclusivo-esclusivo tra questi ultimi e tutti gli altri. Chi ne è dentro è premiato dalla fede messianica nell’avvento di una società giusta, dall’ethos dello spirito di sacrificio comunitario, dall’emancipazione culturale e sessuale, dal coinvolgimento nei nuovi riti comunitari di piazza, che sacralizzano la politica e celebrano la missione universale della rivoluzione e dei suoi capi. Chi ne è fuori, invece, vecchie classi dirigenti, rivoluzionari non omologabili alla rotta di chi prende il timone della navicella rivoluzionaria, commercianti, kulaki, deve soccombere al terrore giacobino giustificato dalla nobiltà del fine rivoluzionario, in cui però, sempre più spesso, si insinuano altri interessi meno nobili. Infatti la vera crescita esponenziale del personale rivoluzionario, del numero degli iscritti al partito comunista, si ebbe non al momento del trionfo dei soviet a Mosca e Pietrogrado, ma in quello successivo della costituzione dei quadri dell’Armata Rossa, che poi, dopo la parziale smobilitazione a fine guerra civile, sarebbero divenuti anche in gran parte i nuovi quadri di una macchina statale sviluppatasi in forme enormemente più complesse rispetto al progetto originario incentrato su un agile Stato-Comune. Ma la massa, specie se reclutata frettolosamente, quasi mai è qualità. Se all’estero la militarizzazione e la successiva burocratizzazione della rivoluzione, viste da lontano ed attraverso l’ingannevole prisma di ingenue agiografie come quella di John Reed, ancora per anni, per molti militanti decenni, non avrebbero inficiato il fascino del mito della rivoluzione bolscevica come continuazione e piena realizzazione di quella francese, al cittadino del comunismo realizzato l’infimo livello culturale dei quadri reclutati durante la guerra civile, la loro attitudine alla violenza (forse utile durante la guerra civile, ma certamente inopportuna nei quadri che formeranno l’ossatura del nuovo  Stato che ne sortirà) ed all’inquadramento gerarchico-poliziesco, lasciano “pregustare” già nella tarda età leniniana quell’impoverimento ideologico e  quella sclerotizzazione burocratica che saranno proprie  del periodo staliniano, congiunte al prevalere dello Stato sulla rivoluzione, capovolgendo l’iniziale impostazione leniniana, ed al nascere, celato dalla cortina dello Stato rivoluzionario, di un nuovo ceto sociale sostanzialmente parassitario, quello dei burocrati di partito, che appesantirà la vicenda del comunismo realizzato fino al suo epilogo.

Ma quella della responsabilità di Lenin per quelli che saranno i primi germi dei futuri difetti del comunismo staliniano è argomento che esula da questo articolo, in cui si vuol solo discutere la sua sostanziale coerenza ideologica, al di là dell’aggiustamento degli strumenti utilizzati, nel perseguimento dell’obiettivo della rivoluzione globale. E per ora, in attesa di affrontare nella seconda parte di questo articolo i successivi esiti della politica leniniana, resto dell’opinione seguita dagli storici che non vedono nel trattato di Brest il giro di volta denunciato da altri.

 

N O T A

Per indicazioni bibliografiche ulteriori rispetto a quelle inserite nel testo si rinvia ad apposita nota in calce all’ultima parte del presente articolo, di successiva pubblicazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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4 thoughts on “Lenin e “la fine dell’età dell’innocenza”. Prima parte : il controverso significato di Brest-Litovsk.

    • Come no! Fin dal lontano 4 agosto 2016. La trovi col titolo “Lenin e la fine dell’età dell’innocenz. Seconda parte: On s’engage et puis on voit”. Ciao e grazie per l’attenzione.

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    • Non so che dirti, perché di modalità di sopravvivenza nel mondo tecnologico ne capisco poco o nulla. Comunque io l’articolo l’ho trovato cliccando sulla lente d’ingrandimento in alto a destra della homepage del sito, e poi digitando il titolo (approssimativo) dell’articolo nella casella di ricerca che compare dopo aver cliccato sulla lente. Di nuovo un saluto.

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