Della Rovere-Urbino: ascesa e decadenza tra Giovanna e Livia

In questo articolo, come si può evincere dal titolo, ci concentreremo principalmente sulle figure di due donne: da una parte Giovanna da Montefeltro, il cui matrimonio con Giovanni Della Rovere sancì de facto l’acquisizione del ducato di Urbino da parte dei Della Rovere, e dall’altra Livia della Rovere, ultima duchessa della stessa città. L’obiettivo non sarà solo quello di mettere in luce le rispettive personalità, quanto di delineare la loro importanza nell’ascesa e nella decadenza di una famiglia “sui generis”; la cui sopravvivenza nei propri domini è indissolubilmente legata a Roma e ai diversi pontefici che si susseguirono tra fine XIV e il primo trentennio del XVII secolo.

Il capostipite della famiglia, ovvero Giovanni Della Rovere, fu una delle personalità più importanti dell’ultima parte del XV secolo, una pedina fondamentale non soltanto all’interno dello Stato pontificio ma anche nei rapporti tra i diversi Stati italiani. Egli si contraddistinse sia per qualità politiche che militari,  ma un aiuto decisivo giunse nel 1471 dall’elezione al soglio pontificio di suo zio Francesco Della Rovere che assunse il nome di Sisto IV. Il papa ebbe progetti ambiziosi per i propri nipoti: concedere loro territori strategici ma soprattutto legarli alle famiglie più influenti nei diversi Stati italiani. All’interno dello Stato della Chiesa,la concessione di alcuni territori in vicariato divenne una prassi consolidata a partire dal periodo della “cattività avignonese” (1309-1377) in risposta all’ascesa di signorie ormai troppo potenti. Si trattava quindi di un “compromesso” tra l’autorità centrale e alcuni signori che erano costretti a pagare comunque un censo annuo e a giurare fedeltà alla Santa Sede. Un sistema all’apparenza efficace ma che in realtà era legato a un fattore, ovvero la morte del papa, prevedibile soltanto se dovuta a una congiura con esito positivo o se il pontefice fosse stato affetto da una lunga e grave malattia. Solitamente infatti (come nel caso di cui stiamo trattando), il pontefice era propenso a concedere titoli e territori a parenti e a membri della propria famiglia. Si venivano così a creare aspri scontri quando, una volta morto, il suo successore cercava di compiere gli stessi progetti a vantaggio della propria casata. Insomma un nepotismo che cercava di sovrapporsi a quello precedente, impedendo quindi la nascita di una dinastia solida e duratura. Proprio per questo motivo  la famiglia dei Della Rovere può essere considerata “sui generis”: grazie a Giovanni e all’elezione di diversi pontefici vicini al nucleo familiare (non soltanto Sisto IV ma anche Giulio II fratello dello stesso Giovanni) venne a crearsi una dinastia che regnò quasi ininterrottamente a Urbino fino al 1631 e che scomparve definitivamente soltanto nel 1694 quando morì la granduchessa di Toscana Vittoria. Ottenuti dallo zio il vicariato di Mondavio e la città di Senigallia, al prefetto di Roma e futuro capitano generale della Chiesa, duca di Sora e di Arce mancava soltanto un matrimonio che sancisse la sua definitiva ascesa sociale. E la situazione ideale era proprio rappresentata dai Montefeltro di Urbino. Battista Sforza, seconda moglie di Federico, riuscì finalmente a generare un maschio ovvero Guidubaldo, futuro duca di Urbino. Quest’ultimo sposerà nel 1488 Elisabetta Gonzaga senza però avere figli e per giunta non godrà mai di buona salute. Federico d’altra parte seppur vassallo del Papa, era solito scontrarsi con il pontefice stesso. Inoltre la sua condotta nella Lega italica, di cui era comandante, sarebbe scaduta nel 1474 e  perciò “tendeva con tutte le sue forze alla ricostituzione della lega italica” poiché “la conferma pubblica del suo accordo col Papa non poteva se non rafforzare il suo prestigio anche verso le altre Potenze italiane(1). Il titolo ducale (che ottenne ufficialmente appunto nel 1474) gli poteva essere conferito soltanto da Sisto IV. Perciò egli era ben disposto a legarsi maggiormente a Roma pur di incrementare il prestigio familiare e personale, sia politico che militare. E così nel 1474 iniziarono le trattative di matrimonio tra Giovanni e Giovanna da Montefeltro (non ancora undicenne), figlia di Federico, e che si celebrerà nel 1478. Come si può dedurre dalla situazione politica che caratterizza Urbino in questo periodo, il matrimonio risultava essere conveniente un po’ a tutti, nonostante l’opposizione più o meno velata del collegio cardinalizio. Purtroppo le notizie riguardanti la cerimonia risultano molto scarse poichè è addirittura taciuto nelle Cronache romane mentre in quelle di Senigallia viene confuso con la promessa di matrimonio avvenuta nel 1474. Sappiamo che comunque si svolse a Roma, visto l’incarico occupato da Giovanni cioè quello di prefetto della città, che varrà poi il soprannome di “Prefettessa” alla moglie Giovanna. Un impedimento rilevante giunse però inaspettatamente (che ci fosse lo zampino di qualche cardinale?) dalla città di Perugia, tappa obbligatoria per recarsi a Roma. Essendo quindi un crocevia importante si trovava molto spesso ad “omaggiare” truppe di passaggio (dai registri risultano diverse concessioni anche allo stesso Federico), ma, avanzando il pretesto che si trattava di un “corteo di pace”, il consiglio comunale si opponeva strenuamente. Fu necessario l’intervento di un parente dei Montefeltro e uno dei nobili più influenti a Perugia ovvero Sforza degli Oddi, il quale “entrò ne la Capella de li Signori Priori e fece remettere un’altra volta el partito e disse: voglio vedere chi mette la fava nera (“votazione contraria”). E lui recolse el partito, e fo vento, benché fo tenuta una disonesta cosa(1). Minacce che funzionarono  poichè, secondo la Cronaca Pietro Angelo di Giovanni, “venne in Perogia la figliola del duca di Urbino […], fo apresentata dal nostro Comune, cioè tazze e boccali de argento de valuta de scudi 400”(1). Se scarse o nulle sono le notizie pervenute a noi riguardo il matrimonio, non va meglio per quanto riguarda le fonti con cui ricostruire la vita di Giovanna. Frate Gratia di Francia,biografo di Giovanni, la descrive come una donna “degnissima, doctissima nelle scienze, liberale, prudente et honesta, bella di corpo ma più bella di fede et d’animo”(1). Una descrizione che potrebbe veramente essere molto vicina al vero essendo ella nata in una corte, quella urbinate, insigne e famosa per la continua opera di mecenatismo e per aver ospitato diversi pittori e intellettuali di fama indiscussa. Ed è proprio attraverso i quadri di due grandi pittori che resero grande la città di Urbino, ovvero Piero della Francesca e Raffaello, che secondo alcuni è possibile ricostruire l’aspetto fisico di Giovanna. Nella “Madonna di Senigallia” di Piero Della Francesca molti accostano le due figure poste alle spalle della Madonna col bambino, rispettivamente a Giovanni e Giovanna con sembianze angeliche. E’ un’ipotesi avvalorata anche dal fatto che l’opera venne commissionata nel 1474, proprio l’anno in cui fu ufficializzata la promessa di matrimonio tra i due. Intenso fu anche il suo rapporto con Raffaello: ella ospitò a corte il Perugino, nella cui bottega Raffaello operò sin in giovane età, e si fece promotrice del soggiorno a Firenze dello stesso invitando il gonfaloniere di Firenze Pier Soderini ad accogliere l’artista presso la città per imparare e perfezionarsi, visto l’ingegno e la virtù riconosciute da Giovanna nel giovane e la stima che ella aveva non solo di esso ma anche di suo padre Giovanni Santi. Ed è proprio nella parte finale di questo periodo fiorentino (1504-1508), che è datata “La Muta” di Raffaello (1507). Molti infatti vedono nella donna raffigurata la stessa Giovanna poiché la committenza non è ancora stata attestata se provenga da una famiglia fiorentina o proprio dai Della Rovere di Urbino; aggiungendo a favore di questa tesi  il fatto che l’opera può probabilmente trattarsi di un omaggio alla donna che si era impegnata, quasi da protettrice, affinchè il giovane pittore potesse recarsi a Firenze  e sviluppare quindi ulteriormente le proprie capacità.

 

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(“Madonna di Senigallia”, Piero della Francesca,realizzato tra il 1470 e 1485, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino)

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(“La Muta”, Raffaello Sanzio, 1507, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino)

 

La sua vita poi fu sconvolta dal “terremoto” rappresentato da Cesare Borgia. Infatti fu costretta a fuggire così come il duca Guidubaldo che, probabilmente ingraziato precedentemente dalle blandizie del Valentino, venne colto di sorpresa dall’assedio e non oppose la benché minima resistenza, preferendo così la fuga alla capitolazione. Un aneddoto però avvenuto nel 1502 prima della presa di Urbino, ci è utile per “ipotizzare” anche il forte carattere di Giovanna. La città di Fermo era stata occupata da Oliverotto Euffreducci (vedi anche l’articolo “Oliverotto da Fermo: il tiranno ammazza tiranni”), il quale cercava di consolidare il proprio potere inviando diversi “esattori” nelle zone più svariate per accaparrarsi i beni di coloro che aveva ucciso (e continuava ad uccidere) perché “scomodi” per il proprio progetto politico. Aveva quindi inviato un tale Francesco Leonardo nei territori della Serenissima. Ma così a nord non ci arrivò mai perché Giovanna ordinò di catturarlo per vendicare la morte di Raffaele Della Rovere, ucciso nella presa di Fermo. Oliverotto rispose con un altro rapimento, catturando una nipote di Giuliano Della Rovere (futuro Giulio II) e la fece maritare col fratello Giambattista per “unire” quindi obbligatoriamente le due famiglie. Giovanni intanto passò a miglior vita nel 1501 e nel suo testamento nominò reggente i propri territori sua moglie Giovanna (se non si fosse risposata) e fino al raggiungimento dell’età di sedici anni da parte del loro figlio Francesco Maria; il quale venne scelto proprio da Guidubaldo come suo successore. Ella amministrò i possedimenti rovereschi nel migliore dei modi, concedendo diversi statuti tra cui quello al vicariato di Mondavio.

 

 

E’ trascorso quasi un secolo e mezzo dall’instaurazione della dinastia roveresca nel ducato di Urbino. L’ossessione riguardo la possibile, se non quasi certa, estinzione dei Della Rovere in territorio marchigiano agita continuamente Francesco Maria II Della Rovere. Il suo matrimonio con Lucrezia d’Este era stato annullato per l’infedeltà di quest’ultima e, pur di assicurarsi una discendenza, egli aveva sposato la cugina Livia di trentasei anni più giovane. Dopo la prematura morte di Federico Ubaldo, l’ottantenne duca di Urbino cercò di riavvicinarsi alla moglie Livia che non tenne mai in grande considerazione. Un ambasciatore veneziano in una lettera del 1623 scrisse:”Il duca,estenuatissimo, lasciandosi portar speranza di haver figliuoli maschi, usa diversi rimedi et fomentazioni a questo fine: ma si tiene che in vece di conseguirlo sia più tosto per accelerar a sé stesso la propria consumazione” (2). Un cortigiano ci conferma come non ci fu “un notabil progresso” e che “il duca consuma troppo i spiriti in questi continui esercitii”(2). Insomma con un marito sempre più infiacchito dalla vecchiaia e tramortito dai continui tentativi di aver figli, Livia, scontenta, non potè far altro che trovare felicità in “scappatelle” di vario genere. Ai rimedi amorosi sopraggiunsero anche da varie parti diverse proposte di sistemazione dopo la devoluzione del Ducato che ormai tutti davano per scontata. Mentre Pesaro e Senigallia furon sul punto di insorgere, Ferdinando II de’ Medici dalla Toscana le scrisse: “Se ella avesse gusto, dopo la morte del marito, da venire a stare qui, sarebbe ben veduta e onorata e si leverebbe dalle mani de’ preti dove se ella stesse costì non sarebbe mai patrona(2). Anche papa Urbano VIII Barberini cercò di convincere Livia: “[…] giacchè dopo la morte del regnante tuo marito paternamente assumeremo con manifesta testimonianza la tua difesa e protezione” (2).  Alla fine, seppur Vittoria Della Rovere fosse fidanzata con Ferdinando e si trovasse appunto presso la corte medicea, Livia si schierò col pontefice. Divenne infatti l’informatrice segreta del Papa, attraverso la quale egli fu tenuto costantemente aggiornato sulle condizioni di salute del duca. In realtà le promesse di Urbano VIII si riveleranno ovviamente false, dato che il suo progetto politico di stampo assolutistico non soltanto prevedeva un rinnovamento materiale della città di Roma ma anche l’annessione di alcuni territori e il ducato di Urbino, sia per tradizione che per potenza, faceva sicuramente gola al Barberini. E infatti, come ricompensa dei “servigi” compiuti quando il marito era ancora in vita, Livia riuscì ad ottenere un secco rifiuto per quanto riguardo il governo, in ordine, delle città di Pesaro, Jesi e Fabriano. Venne relegata prima in due centri quasi insignificanti come Corinaldo e Rocca Contrada, per poi ritirarsi quasi da eremita nel palazzo paterno di Castelleone. Le lettere che scrisse ad Urbano VIII trasudano tristezza e disperazione: “ Non mi so capacitare che io venghi trattata più come ribella che come serva fidelissima. Né posso restare di aggiungere a Vostra Santità che per avermi il signor Duca (il marito Francesco Maria) scoperto serva troppo parziale di Nostro Signore, mutò il testamento e mi levò tutto quello che prima mi lasciava, di maniera che con quello ho perso tutto e con questo non ho guadagnato niente(2). L’ultimo provvedimento intrapreso dalla Duchessa riguardò la comunità ebraica di Castelleone, unico borgo in cui rimase radicata dopo l’applicazione della legislazione antiebraica di Urbano VIII in tutto il ducato di Urbino. Sia Livia che suo marito infatti si dimostrarono abbastanza tolleranti nei confronti degli ebrei presenti nei propri possedimenti poiché riconobbero in  loro un’importante funzione economica, tanto che “gli ebrei consideravano a buon titolo Urbino una seconda Gerusalemme(3) . La Duchessa concesse quindi personalmente dei prestiti e permise nel 1635 l’apertura di un banco ebraico, che verrà chiuso solamente nel 1641,dopo la sua morte, per l’istituzione del Monte di pietà, il quale sancì l’espulsione degli ebrei anche da Castelleone.

 

LAMPONI ROBERTO

Bibliografia di riferimento:

(1) “Giovanni Della Rovere:un principe nuovo nelle vicende italiane degli ultimi decenni del XV secolo”, Marinella Bonvini Mazzanti,1983.

(2) “Ventidue storie dei duchi di Urbino tra il Sole e la Luna”,Giovanna Solari,1973.

(3) “Cristiani,ebrei e musulmani nell’Adriatico. Identità culturali, interazioni e conflitti in età moderna”, a cura di  Donatella Fioretti,2009.

 

 

 

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