Lenin e “la fine dell’età dell’innocenza”. Seconda parte : “On s’engage, et puis on voit.”

Vladimir Ilyich Lenin
Lenin in occasione del discorso tenuto il 1° maggio 1939

“On s’engage, et puis on voit!”. “Ci si butta nella mischia, e poi si vede quel che succede!”. Lenin amava citare questa nota frase di Napoleone (lo fa anche nel famoso articolo “Sulla nostra rivoluzione”, quasi un suo testamento politico, pubblicato sulla Pravda il 30 maggio 1923, anche se in realtà scritto nel gennaio del ’23) per affermare l’importanza di cogliere le occasioni di volta in volta offerte dagli eventi storici per portare avanti il proprio progetto, senza rinunciarvi soltanto perché cogliere dette occasioni potrebbe talvolta implicare deviazioni dall’ortodossia nelle modalità attuative del programma rivoluzionario. Nella prima parte di questo articolo si è appunto evidenziato il permanere sostanzialmente intatto, a valle del trattato di Brest-Litovsk,  del programma leniniano della rivoluzione globale. In sostanza la fase del socialismo in un solo paese e della subordinazione degli interessi della rivoluzione mondiale a quelli nazionali russi, pur delineandosene sintomi premonitori  già in età leniniana, troverà attuazione consapevole solo in età staliniana. Negli anni tra la fine del ’18 e la metà del ’21 l’attenzione di Lenin è invece ben rivolta, quasi, mi si permetta, in maniera concupiscente, a quello che accade in Europa, ai focolai di insurrezione in cui trovar conferma della propria previsione “scientifica” dell’ineluttabilità della rivoluzione globale. Semmai una novità si vuol cogliere nell’atteggiarsi di Lenin di fronte a questa prospettiva, tra il ’18 ed il ’21 si coglie un graduale slittamento dal fideismo nell’autosufficienza del ribellismo delle classi lavoratrici dei paesi europei all’idea di tener pronta l’Armata Rossa a dare il suo sostegno a detto ribellismo, prima che la reazione controrivoluzionaria ne spenga i focolai. Quindi, un Lenin ancora pronto a mettere in gioco la sopravvivenza della stessa rivoluzione già attuata in Russia nella partita a dadi della rivoluzione europea, e tutt’altro che ripiegato nella mera difesa dei risultati già acquisiti, lasciando scadere il tema della rivoluzione globale a mero refrain propagandistico ad uso e consumo dei militanti non russi (come invece spesso accadrà nella storia postleniniana del comunismo sovietico).

 

“E F F E T T O   D O M I N O”   E D    O C C A S I O N I    P E R S E

Le convulsioni sociali nella Germania postbellica sembrano confortare la previsione leniniana di un “effetto domino” scaturente dalla rivoluzione russa, cominciando proprio dal paese che Lenin riteneva quello la cui perdita sarebbe stata il passo decisivo per il crollo del capitalismo mondiale. Del resto anche la personalità di maggior spicco del comunismo tedesco, Rosa Luxembourg, pur critica verso Lenin (la sua sensibilità umanistica e democratica le consente di vedere già in nuce gli sviluppi anti-democratici del bolscevismo), lo è ancor più verso i socialdemocratici, e vede nell’inserimento nel solco della rivoluzione russa l’unica chance per il movimento operaio europeo, esprimendo con la sua formula “socialismo o barbarie” una scelta radicale che, sotto questo aspetto, invece, la accomuna a Lenin .Né la repressione nel sangue del moto spartachista, a seguito dell'”alleanza” tra socialdemocratici ed esercito tedesco, scoraggia Lenin (il suo inviato a Berlino, Karl Radek, scriveva che, a suo giudizio, comunque entro pochi mesi i comunisti tedeschi avrebbero potuto riprovarci), anzi ne fortifica la convinzione che la socialdemocrazia è parte integrante del potere borghese da combattere, con la stessa virulenza con cui va combattuto il resto di detto sistema di potere.

In realtà gli eventi del 1919-20 smentiranno la fede leniniana nello sconvolgimento postbellico come fattore di dislocamento della lotta politica dal piano delle vecchie contrapposizioni nazionalistiche a quello transnazionale della lotta di classe (la smentita più clamorosa sarà, come vedremo, la levata di scudo compatta dei Polacchi contro l’invasione dell’Armata Rossa nel 1920, che invece, secondo Lenin, avrebbe dovuto trovare l’appoggio del proletariato polacco). L’effimera ascesa al potere, nel corso del ’19, dei comunisti a Budapest ed a Monaco, provoca una spasmodica esaltazione nei comunisti russi, pur impossibilitati ad intervenire in appoggio perché impegnati nella fase più difficile della loro guerra civile (Zinov’ev pronostica che, entro un anno, tutta l’Europa sarebbe stata comunista), ma tanto entusiasmo sarà frustrato dal fallimento di quegli esperimenti rivoluzionari, soprattutto di quello ungherese, nel cui caso si registra una ribellione popolare contro i metodi violenti ed antidemocratici di Bela Kun che appare troppo spontanea per esser imputata realisticamente, al di là della propaganda, alle mene controrivoluzionarie del capitalismo mondiale.A fine ’19, comunque, rinfrancato dalla svolta positiva nella guerra civile contro i bianchi, all’ottava conferenza del partito comunista russo Lenin, pur riconoscendo che l’avanzata della rivoluzione paneuropea si era rivelata meno automatica del previsto, ribadisce la connessione tra rivoluzione russa e rivoluzione europea, sostenendo che la vittoria comunista in Russia si stava verificando anche per il contributo indiretto del comunismo internazionale, la cui minaccia di scatenare la rivoluzione nelle retrovie del fronte controrivoluzionario stava impedendo alle potenze capitaliste di impegnarsi pienamente nel sostegno ai bianchi in Russia. I toni di Lenin, benché autoillusori nell’eccessivo peso dato alla minaccia rivoluzionaria al proprio interno nel distogliere le potenze controrivoluzionarie dall’intervenire massicciamente nel tentativo di schiacciare il bolscevismo russo, sembrano sinceri, come confermato dagli sviluppi successivi.

Ad esempio, confortato dal fallimento, nel marzo del ’20, del putsch autoritario del generale Kapp in Germania, in cui vede analogia con quello di Kornilov del settembre ’17, che involontariamente, screditando i menscevichi, aveva spianato la strada ai bolscevichi, il 17 di quel mese Lenin scrive a Stalin, impegnato nella liquidazione dei bianchi in Crimea, evidenziandogli l’urgenza di chiudere in fretta la pratica per avere le mani libere per intervenire a sostegno dei comunisti tedeschi nella guerra civile tedesca, vista ormai come incipiente. Né Lenin si lascia scoraggiare dal fatto che, contrariamente al previsto, a Berlino nelle settimane successive non si muova foglia. Ancora una volta fuorviato dal suo credo nella rivoluzione russa, e nella reazione ad essa, come episodi della guerra globale tra comunismo e nazionalismo, Lenin sottovaluta le implicazioni meramente nazionaliste dell’offensiva di Pilsudski in Ucraina nella primavera del ’20, vedendovi non un nazionalromantico progetto di rifondazione della Grande Polonia, ma una punta di lancia della reazione capitalista, vòlta a far sbarrare dall’esercito polacco ( vista l’inutilizzabilità, per gli obblighi imposti a Versailles, di quello tedesco) la strada che, da Mosca a Berlino, l’Armata Rossa avrebbe potuto percorrere per intervenire nell’auspicata guerra civile tedesca. Coerentemente con quest’impostazione, una volta rovesciate le sorti del conflitto, mentre si combatte alle porte di Varsavia nel mese di agosto, Lenin non esita a mettere in gioco tutto il potenziale militare russo non per ambizioni annessionistiche verso la Polonia (anche se qualche richiamo alla difesa della nazione russa era stato fatto qualche settimana prima, quando si era trattato di ricacciare i Polacchi da Kiev), ma perché vede finalmente arrivata la tanto agognata occasione di dare il la all’effetto domino che avrebbe portato le forze della rivoluzione, oltre Varsavia, in Gemania, e poi, perché no, fino in Francia o in Italia, nazioni dove stavano nascendo promettenti movimenti comunisti che avrebbero potuto minare alle spalle il fronte controrivoluzionario (il 23 luglio, in piena avanzata verso Varsavia, un sovreccitato Lenin scrive a Stalin: “Zinov’ev, Bucharin e io pensiamo che occorra promuovere senza indugio la rivoluzione in Italia. La mia personale opinione è che per questo sia necessario sovietizzare l’Ungheria, e forse anche la Cecoslovacchia e la Romania”; aspetto già rivelatore delle rispettive personalità, nella risposta, all’idea leniniana di una federazione europea di repubbliche sovietiche, Stalin, ancestralmente consapevole, malgrado la sua ben nota scarsa cultura internazionale, dell’improbabilità del superamento delle peculiarità nazionali, contrappone l’idea di un’alleanza tra repubbliche sovietiche separate, in altre parole un Patto di Varsavia ante litteram).

Un castello di illusioni, per abbattere il quale è sufficiente un rigurgito patriottico dell’intero popolo polacco, borghesi e proletari uniti, contro ogni previsione di Lenin, che ributta i Russi indietro di centinaia di chilometri. L’atto di fiducia di Lenin nella forza dell’Armata Rossa e del ribellismo dei lavoratori europei si rivela per quel che è davvero, ossia un atto sconsiderato, basato sulla sopravvalutazione delle proprie forze, che mette a repentaglio quanto già ottenuto in Russia, tanto da arrivare perfino a fargli guadagnare, in occasione del nono congresso del partito tenutosi nel mese di settembre del ’20, la ramanzina da parte di Radek che, a Lenin che continua a difendere l’azzardo di aver attaccato Varsavia, risponde condannando “il metodo di sondare la situazione internazionale con l’aiuto delle baionette”. Però, perlomeno, l’evidente errore dovrebbe ulteriormente assolvere Lenin dall’accusa di quegli storici che, già nel suo comportamento di oltre due anni prima (l’accettazione della resa di Brest), vedono la fine dell’ “età dell’innocenza”, ossia il primo passo verso l’abiura dell’obiettivo della rivoluzione mondiale pur di salvarne gli esiti nella sola Russia.

Ed una nuova Brest, forse ancor più umiliante, visto l’avversario (un’ex-provincia dell’impero zarista invece della potenza che sembrava sul punto di vincere la Grande Guerra), si rivela per la Russia il trattato di Riga che, nel marzo 1921, mette ufficialmente fine alla guerra russo-polacca, costringendo la Russia ad accettare un confine spostato 200 km. più ad est rispetto a quello (la linea Curzon) che i Polacchi erano disposti ad accettare prima della disastrosa offensiva russa su Varsavia. Stavolta il colpo viene accusato molto più che dopo Brest, ma, almeno nei rapporti col resto della sinistra europea, non si traduce in una presa di coscienza dell’aver sottovalutato la persistente forza dei nazionalismi e  sopravvalutato la penetrazione del comunismo tra i lavoratori europei, ma, all’opposto, in un maggior radicalismo che porta alla totale rottura con la socialdemocrazia europea, al cui “tradimento” si imputa l’impasse dell’effetto domino rivoluzionario (il leader del Comintern Zinov’ev indica nel settarismo centralizzato e rigidamente gerarchico dei partiti comunisti la vera garanzia contro le contaminazioni da parte della sinistra riformista),  radicalismo che alla lunga sarà deleterio per le sorti della sinistra europea, quando ci sarà da fronteggiare il nazifascismo. Emblematica di un certo raffreddamento dell’ottimismo di Lenin è la prudenza con cui accoglie il nuovo tentativo insurrezionale in Germania del marzo ’21, a seguito del cui rapido fallimento Lenin si schiera dalla parte di quanti criticano l’avventurismo dell’emissario del Comintern in Germania, il solito Bela Kun, mentore del tentativo, ma stavolta Lenin è messo in minoranza dalla corrente che fa capo a Trockij e Zinov’ev, che assolvono Kun ed i comunisti tedeschi, addossando tutte le colpe del fallimento ai soliti traditori socialdemocratici.

Le impostazioni ideologiche ormai consolidate  sono difficili da adattare al nuovo contesto storico, che si caratterizza per l’imprevista sopravvivenza dello stato bolscevico, benché accerchiato dagli stati capitalisti, contrariamente a quanto fino ad allora i bolsceviche avevano ritenuto, ossia che l’alternativa fosse tra la rapida vittoria della rivoluzione in tutta Europa o il suo soffocamento anche nella stessa Russia. Nei discorsi tenuti al III congresso del Comintern, tra giugno e luglio del ’21,  Lenin e Trockij provano ad aggiustare il tiro. Lenin ammette che lo sviluppo della rivoluzione mondiale non era stato “così lineare come ci aspettavamo”, chiamando i comunisti a prepararsi ad un periodo di convivenza, sia pure “non lungo” (Lenin continua a sopravvalutare le opportunità offerte alla ripresa della “rivoluzione in movimento” dalle pur innegabili falle presenti nel sistema di Versailles e dalla previsione keynesiana di un’imminente disastrosa crisi economica del capitalismo, che in effetti si verificherà davvero, nel ’29, ma che sarà sfruttata per prendere il potere  dal nazismo invece che dal comunismo), “nel 1919 dicevamo : è una questione di mesi; ora diciamo : è forse una questione di anni”, replica Trockij, ma per entrambi il principale esito dell’adattamento alla nuova situazione consiste nell’impiegare il tempo dell’attesa nel combattere l’influenza dei partiti socialisti sui lavoratori europei, influenza denunciata come “base principale” della tenuta del capitalismo. Né contrasta con quest’impostazione l’apertura ai fronti unici coi socialdemocratici che sarà decisa dal comitato esecutivo dell’Internazionale comunista nel dicembre ’21, essendo detta apertura vista principalmente come un espediente per appoggiarsi alla stessa capillarità della penetrazione dei socialdemocratici tra gli operai per toglier loro consenso.

Accanto all’ambigua combinazione di ricerca di alleanze tattiche e di insanabile contrapposizione ideologica coi socialdemocratici, gli altri due adattamenti alla nuova situazione di allungamento dei tempi rivoluzionari sono la nascita di una politica estera, data dalla necessaria provvisoria convivenza con le potenze capitaliste (ma vi permane l’ambiguità di fondo tra ricerca apparente di stabilizzazione e sostanziale non rinuncia al movimentismo, come dimostra il fatto che, a partire dal trattato di Rapallo del 16 aprile 1922, più che con la Gran Bretagna o con la Francia, il miglior appeasement, destinato a durare fino all’avvento del nazismo,  sarà trovato proprio con la Germania, il paese più interessato, insieme alla Russia, anche se per diversi obiettivi, a scardinare il sistema di Versailles, appeasement che peraltro, ambiguità nell’ambiguità, non impedisce al Comintern di continuare a lavorare per una rivoluzione comunista nella stessa “amica” Germania di Weimar), e, sul fronte interno, visto che comunque non si abiurava affatto all’idea della persistente, benché rinviata nel tempo, inevitabilità della guerra totale tra capitalismo e comunismo, la nascita di un sistema  di warfare, di militarizzazione di economia e società, in funzione della necessità di farsi trovare pronti per una guerra che poteva scoppiare in qualsiasi momento, il tutto sottoposto ad uno Stato centralizzato, autoritario e burocratico, guidato da uomini di partito assimilabili per settarismo, autoreferenzialismo e determinazione ideologica e pratica, ad un ordine cavalleresco medievale. Non a caso sarà proprio Stalin, l’uomo sotto il quale questa evoluzione dello Stato bolscevico si attuerà pienamente, che ricorrerà al medievale Ordine dei Portaspada per definire il modello di riferimento ideale per il funzionario dello Stato-partito bolscevico.

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Lenin nel 1923, dopo i due ictus che, a partire dal maggio del ’22, lo emarginano dalla vita politica, per poi portarlo alla morte nel gennaio del ’24.

 

1 9 2 3 : RIVOLUZIONE EUROPEA AI TITOLI DI CODA E PRIMI VAGITI DEL NAZIONALBOLSCEVISMO

Anno di svolta il ’23, forse davvero quello della “perdita dell’innocenza” del giovane comunismo bolscevico, quello in cui, dopo l’ultimo quasi disperato tentativo di rimettere in moto l’effetto domino della rivoluzione europea, la leadership moscovita davvero ripiega nella trincea del “socialismo in un solo paese”, quella quarta fase in cui, dopo la prima in cui si contava sull’autosufficienza ed immediatezza dello spontaneismo ribellista delle masse destabilizzate dalla disastrosa situazione di fine guerra, la seconda in cui era apparso necessario, per l’esportazione della rivoluzione, il supporto di un potente esercito russo, e la terza, in cui l’evidenziarsi di un tempo rivoluzionario più lungo del previsto aveva portato a dar valore alla guerra di logoramento condotta nelle retrovie nemiche dai partiti comunisti consolidatisi nei paesi capitalisti, si arriva ora a prendere atto che il vero risultato pesante ottenuto dalla rivoluzione, in completo contrasto con le premesse internazionaliste del ’17, è la costituzione di uno Stato forte, bolscevico ma anche nazionale, sulla cui solidità in politica estera ed interna finiranno col poggiare le residue speranze della rivoluzione internazionale, riducendo a meri strumenti sussidiari non solo il ribellismo spontaneo delle masse popolari, ma perfino l’attività dei partiti comunisti fuori dalla Russia ed il peso dell’Armata Rossa in Russia (Stalin, malgrado la sua immagine vulgata di grande leader “militare”, che darà il meglio di sé nella Grande Guerra Patriottica e nel fare in vent’anni, sia pure con metodi deprecabili, dell’arretrata Russia una potenza in grado di sfidare perfino il colosso industriale statunitense, non consentirà mai all’Armata Rossa di acquisire un’effettiva autonomia dallo Stato-partito, come centro di potere alternativo, in ciò differenziandosi nettamente da Trockij ed avvicinandosi metodologicamente ad Hitler, altra figura caratterizzata dal contrasto tra l’ampio impiego della brutalità militare e la forte diffidenza verso le gerarchie dell’esercito, progressivamente ridotte a meri strumenti senza voce in capitolo nelle scelte della politica nazista).

L’occupazione francese della Ruhr, nel gennaio del ’23, a seguito del mancato pagamento tedesco delle riparazioni di guerra, pone un serio dilemma alla leadership moscovita : provare ancora una volta ad approfittare della crisi economica della Germania, dovuta alla “confisca” della Ruhr, e del conseguente malcontento sociale, per fomentarvi la rivoluzione comunista, o  privilegiare la logica di Rapallo, onorando la criptoalleanza col governo di Weimar che ne era scaturita (anche con risvolti militari, visto che, per tutti gli anni ’20, aggirando i divieti imposti da Versailles, Weimar potrà sviluppare aviazione e mezzi corazzati  in centri di progettazione e collaudo impiantati in Russia in forza di protocolli segreti di collaborazione militare allegati al trattato di Rapallo). La guida di Lenin, ormai gravemente malato, nella scelta tra le due opzioni, manca, ma permane il timore reverenziale verso le sue opinioni espresse quando era nel pieno delle proprie facoltà, che non si vogliono contraddire. Ma quali opinioni, quelle rivoluzionarie espresse fino al ’21, o quelle meno movimentiste su cui, pur senza mai rinnegare l’obiettivo ideologico finale della rivoluzione mondiale, comincia a ripiegare metodologicamente tra il ’21 ed il ’22, ma con incertezze ed ambiguità (emblematica quella relativa all’uso tattico dei fronti unici coi socialdemocratici). L’aggiustamento era ancora in corso al momento dell’insorgere della malattia ischemica che toglie dal gioco politico Lenin, per cui tocca ai suoi luogotenenti cimentarsi nella fatica, improba anche per un secolo di storici che in essa si sono impegnati, di indovinare quali sarebbero stati gli sviluppi della sua prassi politico-ideologica senza la malattia.

Il tentativo più spregiudicato di quadratura del cerchio tra politica russa di alleanza con la Germania, proposta di appoggio del partito comunista tedesco al governo nazionale e idea di futura rivoluzione nazionale e sociale tedesca in chiave antimperialista, è arditamente enunciato da Radek, emissario del Comintern in Germania, nel giugno 1923 (significativamente pronunciando un elogio funebre di Schlageter, un estremista di destra in quel momento molto popolare tra i nazionalisti tedeschi). Partendo dal presupposto che “la stragrande maggioranza delle masse identificate nella nazione appartiene al campo del lavoro, non del capitale”, Radek propone un “nazionalbolscevismo” basato sull’alleanza di nazionalisti e comunisti per rovesciare il sistema liberal-borghese, di cui la socialdemocrazia è vista come parte importante. La proposta di Radek per la Germania è troppo fuori schema per ricevere l’approvazione del Comintern (a fine luglio Zinov’ev e Bucharin danno il via libera al tentativo insurrezionale, in chiave antinazionalista,  dei comunisti tedeschi, accantonando sia la proposta di Radek che gli scrupoli del Commissariato del Popolo agli Affari Esteri, circa il buttare all’aria la pur preziosa intesa diplomatica con Weimar nata a Rapallo), ma è rimarchevole, in vista degli sviluppi futuri del comunismo sovietico, che l’unico leader importante a schierarsi, sia pur invano, con Radek, sia Stalin. Da circa un anno segretario del partito comunista, per volere di Lenin a seguito del suo primo ictus, sul tema Stalin esprime per la prima volta opinioni di politica internazionale, paventando tra l’altro l’alta probabilità di in intervento franco-polacco contro una Germania in mano ad un governo rivoluzionario comunista, con inevitabile estensione successiva del conflitto alla Russia. Anche Trockij vede il rischio che la borghesia europea, sullo slancio della repressione della rivolta tedesca, decida di intervenire anche in Russia per “affogare il comunismo in un fiume di sangue”, ma, quasi un riflesso condizionato, in lui come nel resto della leadership sovietica (salve le riserve di Stalin), prevale ancora lo slancio volontaristico del biennio 1918-20, e così il 23 settembre il Politbjuro dà il via libera all’insurrezione dei comunisti tedeschi, per il cui inizio è significativamente scelta la data del 9 novembre, anniversario della Repubblica di Weimar, ma anche quasi anniversario (un solo giorno di ritardo) della Rivoluzione d’Ottobre).

L'”ottobre tedesco” si concreta in un totale fallimento, preannunciato in settembre da analogo fallimento di altro moto comunista in Bulgaria. Mal organizzato, senza coordinazione tra un primo focolaio prematuramente accesosi ad Amburgo il 23 ottobre, e successivi movimenti in Sassonia e Turingia, il moto è facilmente represso dalle autorità tedesche, senza neanche assurgere al rango di una rivoluzione, vista la scarsissima presa sulla classe operaia tedesca (involontariamente autoironico il velleitario proclama con cui il 4 novembre, a moto praticamente già fallito, il partito comunista tedesco dichiara caduta la Repubblica di Weimar). Il fallimento, imputato da Zinov’ev alle deficienze organizzative di Radek e dei comunisti tedeschi, in realtà chiama in causa l’intero gruppo dirigente bolscevico, ancora avviluppato nell’autofascinazione dello sfondamento globale in Europa sul modello della Rivoluzione d’Ottobre, oltre che nella fiducia nel prossimo tracollo del modello liberal-capitalista e del suo puntello socialdemocratico (ipotizzabile tra il ’18 ed il ’20, ma non più nel ’23, quando detto modello ha già dimostrato la sua capacità di ripresa, almeno fino al ’29, e la socialdemocrazia, cogliendo le opportunità riformiste consentite dalla ripresa economica e dal dialogo con la borghesia, ha dimostrato una capacità di guadagnarsi il favore della classe operaia ben superiore a quella del comunismo).

Quello tedesco del ’23 sarà l’ultimo tentativo di replica della Rivoluzione d’Ottobre. É questo il vero momento in cui si prende atto (nella pratica politica più che nell’armamentario ideologico ufficiale, in cui resta imprescindibile l’esigenza di trovare sempre e comunque qualche aggancio col pensiero leniniano) che la replicabilità “scientifica” del modello russo è un’utopia, troppe essendo le peculiarità geotemporali di ciascuna situazione nazionale.  Il panorama del dopoguerra non aveva collimato con l’immagine leniniana della “guerra civile europea”, il crollo degli stati imperiali non aveva aperto la strada alla rivoluzione sociale, la crisi della lealtà verso la patria non era stata sostituita dal lealismo di classe, la crisi del capitalismo non era stata tale da mettere in crisi  la liberaldemocrazia parlamentare e la socialdemocrazia riformista, salvo in alcune aree periferiche del mondo capitalista, come l’Italia, dove peraltro di quella crisi avevano approfittato movimenti nazionalisti o fascisti invece che il comunismo (in Polonia, ad esempio, il solo fatto di esser comunista significava squalificazione sociale e persecuzione politica e penale per tradimento alla patria). D’ora in poi le attenzioni del gruppo dirigente bolscevico saranno sempre più rivolte, oltre che, come già detto, al consolidamento in Russia dello Stato-partito, a tenere in vita all’estero il mito rivoluzionario, impiegando in tal direzione, più che nella preparazione di insurrezioni, l’attività dei partiti comunisti dei paesi europei, sottoposti alla rigida tutela del Comintern (per una vera ripresa del movimentismo rivoluzionario bisognerà attendere la guerra civile in Spagna, guarda caso ancora una volta, come la Russia del ’17, un paese periferico nell’ambito del capitalismo mondiale, ma anche nel caso spagnolo il rigurgito movimentista presto abortirà, sacrificato agli interessi del bolscevismo nazionale staliniano).

 In questo nuovo indirizzo il comunismo internazionale però ha successo, consolidando un mito per combattere il quale la reazione sarà costretta ad organizzarsi in forme analoghe per obiettivi opposti. Se appare eccessiva la tesi di Ernst Nolte (vedasi “La guerra civile europea, 1917-1945. Nazionalismo e bolscevismo”, 1987), secondo cui il nazifascismo sarebbe una conseguenza della Rivoluzione d’Ottobre (in realtà la sua carica di brutale violenza antidemocratica e di ribellismo populista nasce autonomamente nelle trincee della Grande Guerra e nelle frustrazioni del reducismo, ben prima di esser arruolata ed incanalata dalla reazione borghese nella crociata anticomunista), è però innegabile il fascino emulativo che il modello organizzativo dei partiti comunisti esercita sui movimenti nazionalfascisti, sul piano della comune avversione per il liberalismo, della capacità di ideologizzare e manipolare le masse, del rifiuto di un dialogo con altre forze politiche se non, in specifiche fasi, come mero espediente tattico, della sostanziale ricerca dell’annichilimento politico (spesso anche fisico) dell’avversario, dell’inflessibile gerarchizzazione del partito, dal leader all’ultimo militante, in ultima analisi della militarizzazione della politica.

In ultima analisi, e concludendo, l’eredità più significativa dell’epoca leniniana sarà nell’aver posto  il comunismo al centro del dibattito politico mondiale, per appoggiarlo o combatterlo (e vi resterà per quasi un secolo), e nell’aver, quasi involontariamente, sulla spinta dell’adattamento alle contingenze storiche, creato i presupposti dello Stato-partito sovietico e del sistema di warfare socio-economico che lo supporta e ne è supportato, a seguito dello scivolamento dall’idea dell’immediata “guerra civile europea” a quella della “rivoluzione permanente”, ma di temporalmente indefinita realizzazione, su cui poi Stalin innesterà la sua teoria della “guerra inevitabile” tra comunismo e capitalismo. Il destino della militanza comunista internazionale, quello di doversi muovere nello scivoloso spazio intermedio tra un mito ideologico affascinante  nella sua evanescenza, ed una realizzazione storica inquietante nella sua aspra concretezza, è già tutto inscritto negli accadimenti del periodo leniniano, in una forma pressoché impossibile da aggiustare, a pena di portare al crollo di tutto il giocattolo (quasi succederà con Chruscev, succederà con Gorbacev). “On s’engage, et puis on voit!”, l’opzione prediletta da Lenin, sarà preclusa ai suoi successori, costretti a non deragliare, pena il disastro, dalla forma in cui il comunismo storico esce a seguito dell’impatto della storia sul rivoluzionarismo “scientifico” di Lenin.

 

N O T A   B I B L I O G R A F I C A

In aggiunta ai vari saggi citati nel corso delle due parti di questo articolo, segnalo A.Di Biagio, “Coesistenza e isolazionismo, Mosca, il Comintern e l’Europa di Versailles, 1918-1928.” (2004), F.Furet, “Il passato di un’illusione, l’idea comunista nel XX secolo” (1995), A.Graziosi, “L’URSS di Lenin e di Stalin, storia dell’Unione Sovietica, 1914-1945” (2007), R. Pipes, “The unknown Lenin, from the secret archive.” (1996-eventuale edizione in italiano a me non nota), S.Pons, “La rivoluzione globale, storia del comunismo internazionale” (2012).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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