La Vienna fin de siecle, tra socialisti e antisemiti

La situazione politica straordinariamente complessa della Vienna fin de siecle si presta bene ad analogie col mondo contemporaneo: ritroviamo in quel groviglio confuso di partiti e programmi contraddittori l’imbecillità dell’attualità di ogni giorno. Non si vuole esagerare, definendo come scriveva Karl Kraus a inizi ‘900 sulla rivista Fackel, Vienna come “la stazione meteorologica della fine del mondo”.

E tuttavia, il valore dell’Austria-Ungheria come acquario della storia, dove popoli, etnie e culture si battono in un microcosmo che sembra poi riproporsi nel ‘900 a livello globale, resta insuperato. La lotta di un’ideale sovranazionale contro l’agitarsi della nazione territoriale-etnica; il feudalesimo contro l’industrializzazione; la forma imperiale contro la forma nazionale; gli esempi si sprecano. E nel contempo, guardando i pesci nell’acquario da vicino, si scopre che molti dei personaggi storici dell’Austria-Ungheria erano in fondo più tradizionali di quanto si desidererebbe.

Occorre dunque anche trattenersi dalla mania dell’allegoria facile, di quel politico che presuppone quel dittatore, ecc ecc

Passaggio-lungo-la-Ringstrasse.-Acquarello-di-Theo-Zasche-1908 - Copia

Emblematico in tal senso il caso del sindaco Karl Lueger, leader del partito di massa dei cristiano-sociali: antisemita, autocratico, grande oratore. Sarebbe ingannevolmente facile avvicinarlo a Hitler, com’è moda nei testi di pubblicisti e storici d’accattone. Eppure, Karl Lueger, nonostante rimanga uno scorfano nell’acquario asburgico, era un personaggio squisitamente austriaco.

L’oratoria violenta, gli attacchi antisemiti erano pienamente ottocenteschi, pienamente coerenti con l’idea di un Vater, di un pater familias tradizionale, di contro alla dissoluzione dei costumi dei liberali. Le analogie certo ci sono, ma vanno trovate nei dettagli, nelle minuzie.

Come le previsioni meteo sono spesso inesatte e vi rovinano il picnic con un brutto temporale, anche le previsioni storiche della Stazione Vienna rischiano di fare cilecca.

Hitler, ad esempio, non fallì nell’invasione della Russia, perché “non aveva studiato Napoleone”. Al contrario, il dittatore mono-baffo amava di continuo paragonarsi ai grandi condottieri, ispecie Federico il Grande: errori e ritardi nell’invasione Barbarossa furono dovuti a tecnologie e tattiche tutte caratteristiche degli anni ’40. C’è anche un onesto limite in quanto la storia può insegnare.

Ritornando all’Austria, Karl Luger non era Hitler, ma gli preparò il terreno: il suo antisemitismo instillò nella popolazione una serie di stereotipi sull’ebreo, che martellati dal 1890 (nascita del partito) alla prima guerra mondiale entrarono a far parte del bagaglio culturale del popolo viennese. E ancora una volta, uno storico onesto non può dire che i cristiano-sociali avessero anticipato Hitler, perchè l’antisemitismo di Lueger era un antisemitismo pragmatico, funzionale al suo ruolo politico. Nel momento in cui divenne borgomastro di Vienna, Karl Lueger strinse forti rapporti con l’alta borghesia ebraica, diventandone spesso finanziatore e amico. Il carattere di ipocrisia di chi definiva ebreo l’oppositore politico era quanto di più distante dall’antisemitismo biologico e genetico del nazismo. Lueger ebbe sì una forte responsabilità, ma allo stesso modo la ebbero gli intellettuali antisemiti attivi in Francia, in Germania, in Russia. L’acquario sotto osservazione andrebbe anche comparate con altri acquari e altre situazioni. L’antisemitismo tardo ottocentesco che spesso si rimprovera agli imperi centrali non era che una copia dell’antisemitismo francese; paese liberale, eppure attivissimo nella produzione di complotti e stronzate contro gli ebrei. Drumont, il padre dell’antisemitismo moderno, era un ardente patriota francese, tanto per dire.

Come osservava John W. Boyer nel suo Christian Socialism in Power, 1897-1918, lo stesso carattere “massificato” dei cristiano-sociali affondava le sue origini nell’entroterra viennese, non era certo “moderno”. L’appoggio ai cristiano-sociali degli artigiani e dei bottegai derivava dall’arretratezza pre moderna della Vienna austroungarica. Ancora nel 1902, un terzo dei lavoratori viennesi lavorava in botteghe e opifici a conduzione famigliare, mentre un altro terzo lavorava dentro piccole aziende. Una situazione quasi feudale, bizzarra se comparata alle industrie di massa degli inglesi e dei francesi. Per altro, la partecipazione di questo ceto era possibile solo per il sistema di voto viennese, che diviso in curie e con soglie di sbarramento verso gli operai poveri, impediva un voto “di massa”, aumentando però a dismisura il potere della piccola borghesia, di coloro che in Francia erano i sanculotti nel ‘700.

Vienna University
Università di Vienna, inizi ‘900. (Photo by Hulton Archive/Getty Images)

Andrebbe invece osservato con più attenzione quel pesce rosso che erano i social democratici di Karl Renner, il secondo grande partito di massa dopo i cristiano-sociali, riunito attorno agli impoveriti delle fabbriche e degli operai licenziati dopo il crack della Borsa di Vienna (1873) e la susseguente crisi di sovrapproduzione (1875).

Il partito socialista viene di solito ignorato come un fallimento, un partito sui generis che rifiutava la rivoluzione per un riformismo tanto graduale da essere invisibile. Senza dubbio i socialisti sapevano di dover condurre una lotta dura e difficile contro i cristiano-sociali, partito sia popolare (per gli artigiani) che tradizionale (per l’appoggio della chiesa) che ricco (per l’appoggio del principe di Liechtenstein e della borghesia che temeva il “pericolo rosso”).

In queste circostanze, dall’elezione di Lueger nel 1897, i social democratici non avevano altra protezione che lo stesso Francesco Giuseppe. Non deve sorprendere che l’Asburgo avversasse i cristiano-sociali, ritenendoli troppo “radicali” e disapprovandone l’antisemitismo, che colpiva quello stesso popolo ebreosovranazionale” e fieramente asburgico. Tutelando gli ebrei e tutelando ogni partito in “competizione”, Francesco Giuseppe disapprovava con equità sia i socialisti che gli antisemiti.

E’ grazie a questo bizzarro appoggio, “regale”, per così dire, che i socialisti sopravvissero la battaglia culturale loro intentata da Lueger sindaco. Maestri, burocrati, funzionari, notai, avvocati sospetti di “socialismo” furono licenziati o spediti in pensione anticipata, alle scuole s’imposero preghiere e benedizioni, l’ebreo divenne l’ebreo sovversivo delle fabbriche. E tuttavia, senza l’avvallo dell’Imperatore, non si poteva squalificare e gettare fuori dall’arena politica l’intero partito socialista. I suoi sostenitori anzi aumentarono e gli fu conferita una gerarchia rigida e moderna, efficace sul piano dell’azione (marce, proteste, distruzione delle vetrine degli “artigiani” ecc ecc).

E’ triste come questo strano connubio tra socialismo e impero sia stato accantonato da molti storici.

Vero, Trockij criticò con durezza Renner i suoi caffè, la natura in fondo borghese dei social democratici, contenti di alzare le paghe degli operai e garantire qualche sicurezza in più dal governo. Era un partito lacerato da divisioni, bene organizzato a Vienna, ma disperso nella provincia, ansioso di corrompere e usare ogni mezzo per vincere. Alle elezioni del 1905, un operaio votò sette volte, usando sette nomi diversi: i “furbetti” austriaci esistevano allora come adesso.

Eppure, molte delle riflessioni di Renner e seguaci si rivelano sottili e raffinate, consapevoli di dover trattare con diversità culturali, etniche, storiche, senza quelle stupide semplificazioni dei comunisti ortodossi.

La stazione meteorologica socialista ci offre un sole dell’Avvenire molto più azzeccato di quanto si potrebbe pensare. Vienna anticipa alcuni dei dilemmi e delle contraddizioni attuali con notevole anticipo. Prendiamo il caso dell’anticlericalismo.

A fine ‘800, i cristiano-sociali non erano l’unico partito religioso. Le ingerenze della Chiesa erano infatti più la regola che l’eccezione; il vero bastione contro uno stato teocratico era ancora una volta l’Imperatore e la burocrazia giuseppina, fieramente laica. I cristiano-sociali si dichiaravano cristiani e tradizionalisti, difensori della famiglia; le gerarchie ecclesiastiche influenzavano di continuo, con mezzi illegali, la politica nella capitale; in provincia, la superstizione dei contadini incontrava la politica feudale di parroci e proprietari terrieri. La “clerical mafia”, come la definisce John W. Boyer, era talmente reazionaria da criticare gli stessi cristiano-sociali, accusandoli di praticare una religione di facciata, “tanto per”. Addirittura si rimproverava a Lueger di usare il “cristiano” invece che il “cattolico” (perché non cattolico-sociali? Siete forse contro la Chiesa? Ecc ecc)

Dentro un clima del genere, sarebbe stato facile per Karl Renner dar contro alla religione, giocare la carta di un anticlericalismo “spinto” già diffuso dentro una borghesia liberale e una classe operaia stufa di preti&prediche. Eppure, Renner si oppose con grande prudenza ai discorsi generalisti.

Conosceva bene infatti quale pericolo derivasse dal trascurare il successo della clerical mafia e dei cristiano-sociali. Nei suoi discorsi, l’opposizione all’antisemitismo non si traduce mai in un sentimento antireligioso: la confessione è un affare privato, un Privatsache. E’ inutile scatenare, come avevano fatto i liberali, una Kulturkampf contro il “fantoccio” della religione. Il partito deve piuttosto concentrarsi nella Klassenkampf, nel conflitto di classe. Bisogna riconoscere quanto vi è di “popolare” e “socialista” nei cristiano-sociali e quanto vi è di “borghese” e “capitalista” nell’anticlericalismo. Non è questa una riflessione da poco, se consideriamo l’atmosfera prima descritta.

Uno dei collaboratori di Renner, Josef Strasser, andò anche oltre: nei suoi scritti gli operai vengono ingannati dalla propaganda liberale e sprecano forze e tempo libero a predicare contro la Chiesa, favorendo quella stessa classe borghese responsabile dell’oppressione. E’ una mentalità che Strasser rimprovera riduttiva, stupidamente tesa a vedere tutto in bianco e nero, trascurando le leggi dell’economia. La Chiesa diventa un “potere delle tenebre” responsabile per la loro miseria, descritta in un modo “superstizioso”, irrealistico. Una “forza demoniaca” unico capro espiatorio dei mali del popolino. L’operaio, ingannato, si borghesizza e viene manipolato dalla classe intellettuale (spesso ebrea! C’è un rischio di antisemitismo anche in Renner&soci).

Alle elezioni del 1907 e del 1911 per Vienna, le osservazioni di Renner si rivelarono sempre corrette. Per la disperazione molta borghesia ebrea votò i social democratici, ma la gran parte dei “liberali” anticlericali o meno, preferì i cristiano-sociali, motivati dalla fobia del “pericolo rosso”.

Il presunto “ponte”, come viene descritto da John W. Boyer, tra socialisti e anticlericali si era rivelato un campo minato, uno specchietto per le allodole. I presunti anticlericali avevano accoltellato alle spalle gli operai che pure li avevano sostenuti.

La situazione criticata da Karl Renner trova una sua corrispondenza perfetta negli Stati Uniti del XXI secolo. Davvero qui possiamo tracciare corrispondenze e allegorie: d’altronde, il paragone tra Stati Uniti e Austria-Ungheria era già presente nell’opera dello storico Alan Sked (a proposito della divisione tra Nord e Sud, come tra Austria e Ungheria).

L’Associazione degli Atei d’America, nonostante una partenza positiva, è diventata un focolaio di scientisti e tecnofili, che trova nella religione un comodo capro espiatorio per situazioni altrimenti ben complesse. Il terrorismo islamico diventa un esclusivo fanatismo religioso, senza alcuna conoscenza storica-politica-economica delle zone medio orientali. In accordo con l’Associazione, la New Left giustifica gli interventi militari usando il feticcio dei diritti umani, se la prende con i white workers che chiedono maggiore protezione/zionismo dallo stato, ridicolizza le Trade Unions, si affanna a esaltare la Clinton e a prendersela col femminismo radicale. La composizione media vede infatti quegli stessi borghesi liberali che Renner prendeva in giro.

E’ noto l’appoggio di Cristopher Hitchens alla guerra in Iraq nel 2000, come non si contano più le sparate di Dawkins. I membri più libertari dell’associazione accusano i “socialisti” di venerare lo Stato, ma così facendo, dando ogni male alla religione, venerano il Capitale.

La descrizione delle Chiese da parte dell’Associazione ripropone quel “potere delle tenebre” e quella “forza demoniaca” che già Strasser aveva messo in imbarazzo.

Altrettanto ingenua la fiducia nella tecnologia come unica soluzione all’oscurantismo della religione; fatto che glissa sull’uso disinvolto dei religiosi di social&compagnia, oltre a non vedere l’ovvia catena di licenziamenti che segue a ogni genere di progresso tecnologico fine a sé stesso.

Un vero peccato, specie considerando come l’idea di religione nel marxismo quale “sovrastruttura” sia tutt’altro che gentile verso la religione stessa e sia anzi una sua (giusta) svalutazione.

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