L’uomo che fu “atomizzato” due volte

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Hiroshima, 6 agosto 1945

 

U N A    S T O R I A

L’ingegner Ewemon Kawaguki era noto per la sua tempra energica e volitiva in tutte le immense officine Mitsubishi. A quarant’anni, appariva asciutto e vigoroso come un ventenne, e non aveva mai rinunciato a praticare sport, nemmeno nei momenti in cui il lavoro era più massacrante. Quella mattina del 6 agosto 1945 si trovava già in ufficio quando il rumore di un aereo lo distrasse.  Non poteva esser altro che un bombardiere americano, forse fuori rotta, visto che sembrava esser solo, come se avesse perso la sua squadriglia, tanto che la difesa aerea di Hiroshima non aveva neanche ritenuto che valesse la pena far suonare la lugubre sirena dell’allarme. Ad ogni buon conto, gli operai dello stabilimento stavano precauzionalmente raggiungendo i rifugi, quando Kawaguki, attardatosi tra gli ultimi ancora all’esterno del rifugio, vista l’apparenza non particolarmente preoccupante della situazione, fu sorpreso da un improvviso bagliore a circa cinque chilometri di distanza, prima di perdere i sensi, stordito dallo spostamento d’aria scaturito dal silenzio irreale di quella luce. Benché negli anni successivi tornasse mille volte col pensiero a quel momento, non seppe mai cosa gli accadde davvero negli attimi di tempo sospeso che gli occorsero per risvegliarsi, del tutto nudo, nel bel mezzo dell’officina fattasi improvvisamente deserta, tra fiamme che divampavano altissime e furiose.

Era ferito, un pezzo di ferro l’aveva colpito ed una tegola gli aveva aperto uno squarcio nella schiena, ma “un vento surriscaldato come fiamma ossidrica” (come lo descrisse in seguito), che dal centro di Hiroshima soffiava verso l’oceano, lo spinse ad ignorare il dolore, fuggendo verso il fiume che costeggiava il cantiere. Kawaguki vi si gettò nuotando verso la riva opposta, ma soltanto per scoprire che l’inferno si era scatenato anche di là. Rimase a lungo nell’acqua, l’abitudine al nuoto consentendogli di fare più volte la traversata del fiume nella speranza di  trovare un punto propizio per riprendere terra, lasciando che intanto l’acqua lo proteggesse da quell’irreale vento di fuoco. Alla fine riuscì a riemergere dall’acqua e salì su una collinetta, da dove vide che l’intera città era un immenso braciere in cui ardevano più di 50.000 case.

Come fuggire da quell’inferno? O forse come restarci, visto che, per quel che poteva saperne, poteva anche essere la nuova “normalità” del mondo intero, visto che lo sguardo, ruotando a 360 gradi, non sembrava offrirgli nessuna alternativa alla dimensione di abbacinante disperazione che lo avviluppava. Sei ore dopo l’esplosione, allo stremo delle forze, si gettò sulla riva del fiume e si addormentò.

Poco dopo le 5 del pomeriggio si risvegliò, il dolore delle ustioni si era leggermente calmato, mentre la brezza che veniva dal mare gli dava refrigerio e restituiva vigore. Incamminatosi verso il posto dove il suo senso dell’orientamento gli diceva doverci essere la stazione ferroviaria, mucchi di binari divelti ed un treno abbandonato circondato dai detriti delle strutture murarie gli dissero che era arrivato a destinazione, ma per non andare da nessuna parte. Salì su un vagone e si raggomitolò, mentre brividi di freddo gli scuotevano il corpo, anche se la spossatezza e la fame cominciavano a presentargli un conto ancor più salato di quanto stesse facendo il freddo. Perse di nuovo i sensi, né seppe mai per quanto tempo.

Forse erano passati due giorni quando si risvegliò, senza ricordare nulla di quell’intervallo di tempo. Ora era su un treno, stavolta integro e marciante, pieno di feriti come lui (molti in realtà ben più gravi) e di infermiere che se ne occupavano. Era la mattina di un qualsiasi (o almeno tale poteva apparire in quel momento) 9 agosto quando il treno entrò in una stazione e si fermò.

Nagasaki. L’ingegner Kawaguki scese autonomamente dal treno  e si inoltrò verso il centro della città, una città intatta e tranquilla che faceva sembrare ancor più irreale l’incubo che aveva vissuto. Mentre passeggiava lungo un viale che dava verso il mare con altri cinque o sei superstiti, feriti lievi di Hiroshima come lui, udì il rombo di un aereo (ancora uno solo, accidenti!) ed istintivamente levò gli occhi al cielo. Colto da un panico irresistibile, si gettò in una cunetta, schiacciandosi il più possibile nel fango. Paralizzato dal terrore, sbirciava di tanto in tanto il cielo, mentre i passanti sembravano stupiti dalla sua reazione.

La bomba stavolta esplose a 4 chilometri da Kawaguki, che rivide il bagliore accecante del sole atomico, l’orrore del fungo turbinante verso il cielo, il mare delle rovine, i bianchi occhi della morte. Sopravvisse ancora una volta, ma conoscere due volte l’inferno fu troppo per la sua ragione. Per anni colui che era stato un brillante ingegnere, tra i più apprezzati progettisti del complesso industriale Mitsubishi, vagherà come un disperato, incapace di concentrarsi su nulla, lasciandosi portare alla deriva dal flusso della vita, fuggendo disperatamente dal terrore di veder esplodere nuovamente all’orizzonte un altro fungo di fuoco.

Sarà invece il suo corpo ad esplodere nelle infinite pustole del cancro atomico, ponendo termine dopo dodici anni alla sua folle fuga. Ingegner Ewemon Kawaguki, ormai solo il malato numero 163641.

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Nagasaki, 9 agosto 1945

 

Oggi, 71° anniversario dell’atomica di Hiroshima, ho voluto raccontare questa piccola toccante storia per onorare la memoria delle tante vittime delle due bombe di Hiroshima e Nagasaki, scegliendo come specifico destinatario del mio omaggio colui che meglio può rappresentarle tutte, essendo l’unico uomo ad aver avuto in sorte l’aver vissuto entrambi i disastri nucleari e, cosa perfino peggiore, l’esser sopravvissuto abbastanza a lungo ad essi da aver pagato, nel corpo e nella mente, l’intero conto che il fungo atomico ha preteso dai suoi involontari fruitori.

Per chi volesse andare oltre l’omaggio alle vittime, ed approfondire l’intera questione delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki (genesi e “giustificazione” del progetto, impatto sulle vittime, conseguenze morali sul modo in cui l’umanità guarda a se stessa), consiglio la lettura dei saggi (scelti tra i più recenti) “Hiroshima e il nostro senso morale, analisi di una decisione drammatica”, di Paolo Agnoli (2013), “Hiroshima, storia e memoria dell’olocausto nucleare”, di Florian Coulmas (2011), e “Hiroshima, il giorno dopo”, di Robert Jungk (2012), nonché del romanzo “La pioggia nera”, di Masuji Ibuse (2001).

 

L A    N O T I Z I A    N E I    G I O R N A L I    D E L L ‘E P O C A

Quanto a me, andando a spulciare in una cassa dove conservo copie delle prime pagine di giornali d’epoca, mi limito a citarne qualche passaggio. Il New York Times del 7 agosto titola “First atomic bomb dropped on Japan; missile is equal to 20,000 tons of TNT; Truman warns foe of a “rain of ruin””. Il taglio generale della prima pagina è comunque molto più “tranquillizzante” di quel che ci si potrebbe aspettare, visto che il secondo titolo, sotto la notizia della bomba, presenta il solito bollettino delle “normali” incursioni aeree sul Giappone (“Kyushu city razed” oppure “125 B-29’S hit Japan’s Toyokawa naval arsenal in demolition strike”), quasi a voler inserire l’evento atomico nell’ordinario flusso delle operazioni belliche. Certo, vi è un altro titolo che fa capire sobriamente che qualcosa di davvero nuovo si è verificato (“New age ushered, day of atomic energy hailed by President, revealing weapon”), ma soprattutto significativo è il fatto che vi siano già, a poche ore dai fatti, un paio di articoli che rivelano la genesi sperimentale del progetto, incluso il test di Alamogordo,  a dimostrazione che il governo statunitense aveva già preparato molto bene la selezione delle notizie da far conoscere alla stampa il giorno stesso della prima bomba, mentre restano in secondo piano, nascoste dalle nuvole, le notizie sulle conseguenze umane della bomba (“Impenetrable cloud of dust hides city after sigle bomb strikes”). Infine una curiosità : proprio nel giorno che, di fatto, pone termine alla guerra, trova spazio in prima pagina anche la notizia della morte dell’ex-governatore della California e speaker repubblicano al Senato, oltre che candidato alla vice-presidenza nel 1912, Hiram W. Johnson, uno dei più autorevoli leaders del fronte isolazionista che si era opposto all’entrata in guerra degli USA.

Ben più drammatici i toni dell’inglese Daily Express  (“The bomb that has changed the world”, il titolo cubitale), non mancando però, in pieno stile british,  i riferimenti allo sport (“20,000 tons in golf ball”) e qualche stralcio “turistico” di probabile fonte Baedeker (“Hiroshima – population 244,000 – is one of the most important seaports of Central Japan. It was – quanta freddezza british in questo was – famous before today, because in the bay outside the port is the sacred islet of Itaku-Shima – “Island of Light” – which is regarded as one of the three wonders of Japan. The Island has a temple dating from 587.”). Non manca la ricostruzione del modo in cui gli Alleati hanno battuto Hitler nella corsa alla bomba, mettendo in evidenza lo specifico contributo britannico (Oppenheimer ringrazia la scienza inglese per il contributo al progetto nucleare,  in un’intervista evidentemente anch’essa già pronta da tempo per esser pubblicata, essendo difficile pensare ad un Oppenheimer così sfaccendato, nelle ore successive al lancio della prima bomba, da rilasciarla proprio il 6 agosto; in un altro articolo si rivela per la prima volta la verità sul destino del famoso fisico danese Niels Bohr, di cui si narra la permanenza per tre anni e mezzo in clandestinità nella Danimarca occupata, sfuggendo alla caccia della Gestapo per arruolarlo di forza nel progetto nucleare nazista, poi la fuga nell’ottobre ’43, grazie ad elementi della Resistenza, servizi svedesi e  commandos britannici, attraverso Svezia e Norvegia, fino all’Inghilterra ed agli USA, per finire col rivelare finalmente la sua attuale residenza a Londra).

In Italia i giornali pubblicano la notizia solo l’8 agosto. “É esplosa la bomba atomica. Il mondo è sbigottito. Che cosa accadrà?”, titola il Corriere Lombardo, aggiungendo nell’editoriale “La Natura ha dischiuso una miniera intatta di energie addirittura favolosa, da cui sembra tuttavia irraggiare un alone sinistro. Non sta forse l’uomo tentando troppo?”. “Il sole è battuto” dichiara un fisico dell’università di Milano, Carlo Borghi, intervistato sul significato scientifico dell’utilizzo dell’energia nucleare. “Gli esseri viventi polverizzati a Hiroshima”, titola altro articolo in cui, a differenza dei giornali anglo-americani, si comincia a focalizzare l’attenzione sulle conseguenze umane della bomba. Interessante, nell’articolo sulle conseguenze politiche della bomba, l’indiscrezione di fonte USA (Ministero della Marina) sulla probabile necessità di dover sganciare altre quattro o cinque bombe atomiche per piegare la volontà di resistenza nipponica, chiaro bluff diretto a spaventare ancor più i Giapponesi, visto che in realtà, in base a quanto si scoprirà più tardi, a parte  quella che infatti sganceranno a Nagasaki il 9 agosto, gli Americani non avevano nei loro arsenali altre atomiche da sganciare, necessitando di circa un anno per approntarle, ma la notizia era tenuta rigorosamente segreta, facendo invece pensare ad una facile ed immediata disponibilità di nuove atomiche, il tutto ormai più per intimorire il più forte esercito convenzionale allora su piazza, quello sovietico, che non l’ormai agonizzante Giappone). Non mancano anche qui un paio di articoli in cui si fa valere il contributo italiano all’atomica, sia citando la partecipazione di Enrico Fermi al progetto nucleare, sia rivelando che “La Germania non arrivò prima perché esperti italiani sabotarono le ricerche”. Infatti, dopo la nota distruzione, all’inizio del ’44, da parte di partigiani norvegesi, di una grande fabbrica produttrice di ossigeno, funzionale alla realizzazione dell’acqua pesante, i Tedeschi si rivolsero al responsabile di una piccola fabbrica di ossigeno di Merano, incentivandolo ad aumentare sensibilmente la produzione, pur senza rivelargliene il motivo. L’ingegner C.O. (ne vengono date le sole iniziali), milanese, avvisò il Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà, che a sua volta avvisò il Comando Alleato. A prevenire un probabile bombardamento dell’impianto da parte alleata, col relativo corollario di “danni collaterali”, pensarono gli stessi tecnici dell’impianto, con attività di sabotaggio che rallentarono la produzione, rendendola inutile alle esigenze tedesche. Infine, sempre in prima pagina, trovano spazio altre notizie dal piccolo mondo italiano, dai provvedimenti economici del governo ai problemi delle nuove frontiere (Pantelleria resterà italiana o sarà internazionalizzata? -evidentemente, strascico della propaganda fascista sul valore strategico dell’isola, da parte italiana se ne continua a sopravvalutare l’importanza; Rodi andrà alla Grecia o alla Turchia?), per  finire con la notizia del probabile allontanamento della famiglia Mussolini da Porto d’Ischia, dove risiedeva al momento, per evitare il risentimento della popolazione locale di fronte alla ben esibita “bella vita” condottavi da Romano e Anna Maria Mussolini.

Quanto all’ Avanti!, portavoce di quello che nel ’45 sembrava destinato ad essere il partito italiano con maggior radicamento popolare,  l’editoriale e la prima pagina dell’8 agosto sono dedicati alla politica interna (“L’istituzione della Consulta è imminente”), di spalla destra “L’epurazione nelle aziende” e, sotto, “Il processo contro Pétain”, e, sorprendentemente, solo più in basso, a metà pagina, un articolo, “La bomba atomica, invenzione a doppio taglio”, in cui peraltro si focalizza acutamente l’attenzione sulle possibili conseguenze negative per gli USA, al di là dell’attuale euforia per aver dato, in maniera indolore (per gli Americani, ovviamente), la mazzata finale al Giappone : “Un certo brivido non ha potuto fare a meno di solcare la schiena dei buoni americani. Quest’arma, va bene, è ora nelle mani degli U.S.A. e della Gran Bretagna (e non pare ci sia intenzione di comunicarne i dati alle altre Nazioni Unite, U.R.S.S. compresa); ma si è mai riusciti a tenere segreta una invenzione di tale importanza? E quando domani tale invenzione la possedessero anche altri paesi, dove finirebbe la sicurezza americana? A che varrebbe avere un potentissimo esercito, una gigantesca flotta, una numerosissima aviazione, se, da un momento all’altro, senza preavviso, ci si potrebbe svegliare…rasi al suolo? La bomba atomica è una scoperta – si dice qui – che potrebbe anche portare  “alla distruzione degli Stati Uniti e del mondo intero””.

L’incandescente  vento nucleare si sta già trasformando nel gelido vento della guerra fredda.

 

 

 

 

 

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