Una d’altare: come l’inquisizione e la lotta all’eresia forgiarono l’Italia moderna

Alla domanda se la Controriforma cattolica sia stata segnata più dall’elemento moderatore del Concilio di Trento o da quello repressivo del Sant’Uffizio è impossibile dare una risposta univoca, giacché i due elementi convissero quasi contemporaneamente e determinarono, aiutandosi reciprocamente, un nuovo assetto centralizzato e papalizzato dell’universo cattolico post-Lutero.

In realtà bisognerà correggere quest’ultima affermazione, poiché tale universo cattolico che viene generalmente identificato con Spagna, Portogallo, Polonia, Austria, Francia (in minima parte) e Italia, non trova una effettiva immediata corrispondenza con la situazione effettiva. In altre parole la lunga mano del papato accentratore, del sovrano pontefice ormai orfano di una concezione universalista da plenitudo potestatis innocenziana, ma consolidato in una dimensione terrena mista ad una ultraterrena, riuscì a realizzare i propri obiettivi soprattutto o quasi solamente in Italia.

Si tratta di un evento dalla portata epocale nella storia italiana, una trasformazione che, a rischio di sostenere un anacronismo, proietta l’Italia verso una dimensione unitaria.

Una trasformazione così profonda, anche a livello di coscienze, da determinare effetti ancora oggi visibili, in una sorte di alta protezione, di silenzioso controllo che l’autorità papale rimpicciolita formalmente a livello territoriale al solo Vaticano, ancora esercita sulla politica e sulle strutture laiche della moderna Repubblica Italiana.

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Papa Francesco insieme all’ex Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano

Questa alta protezione, la stessa che ha trovato nel contesto della crisi e del rapimento Moro un intermediario nella figura del pontefice Paolo VI, ha un’origine seicentesca derivante da una serie di componenti che interagirono nel determinare una prima affermazione di identità italiana cattolica nello spazio europeo.

La storiografia iberica ha spesso fatto leva sul carattere politico, sulla natura strumentale del Tribunale dell’Inquisizione istituito dalla monarchia nel XV secolo, uno dei più spietati e spettacolari al mondo, insieme al vicino tribunale portoghese. Sulla cacciata di ebrei e moriscos fu artificiosamente costruita l’identità spagnola e portoghese. Come spesso avviene è il nemico a determinare ciò che si è.

L’Italia della Controriforma non fa eccezione in questo senso, perché le divisioni e i contrasti tra gli Stati regionali erano destinati a dissolversi già nel corso del Cinquecento, ad essere riassorbiti nelle sfere della grande politica europea come episodi marginali o trascurabili.

Il contesto del Cinquecento italiano è ben diverso da un’immagine di frantumazione: chiusa tra due pericolosissimi nemici, a Nord delle Alpi i luterani e i calvinisti, a sud nel Mediterraneo i Turchi musulmani; pacificata quasi completamente dalla presenza spagnola esercitata direttamente come nelle isole, nel Mezzogiorno e in Lombardia, o indirettamente come in Liguria e Toscana; caratterizzata dall’espansione continua, a livello ideologico e non solo, del papato. L’Italia del Cinquecento e poi del Seicento è un microcosmo quasi unitario.

E’ un contesto fluido e in continua riorganizzazione, in cui gli unici Stati organizzati e realmente indipendenti della penisola (Stato della Chiesa, Granducato di Toscana e Repubblica di Venezia) hanno trovato un punto di accordo e di compromesso nella comune opposizione ai nemici interni, agli eretici in quanto oppositori politici, fomentatori di disordini e potenzialmente eversivi all’ordine costituito. In questo contesto si colloca il primo vero elemento di unificazione burocratica della penisola italiana, almeno tre secoli prima dell’unità nazionale. Tale elemento è il Tribunale dell’Inquisizione. Se il nemico interno spagnolo, a favorire la saldatura unitaria del regno, fu l’ebreo, << quello italiano sfruttò allo stesso scopo il pericolo dell’eresia luterana >> (Adriano Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Einaudi, Torino 1996, pag 46).

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Il papa e l’inquisitore, di Jean-Paul Laurens, 1882, Musée des Beaux-Arts (Bordeaux)

Laddove non si impose un tribunale inquisitoriale stabile agì comunque la presenza di nunzi pontifici oppure la subordinazione delle autorità ecclesiastiche locali al potere centralizzatore del papa.

Avvenne così che in Italia: << quella sovranità statale che altrove aveva concentrato nelle mani del potere laico il controllo delle idee e dei comportamenti trovò un’espressione del tutto originale, quella di riconoscere un diritto di controllo giudiziario su determinate materie al sovrano che sedeva sul trono di Pietro. Comincia da qui l’unificazione moderna d’Italia: e comincia anche, o almeno trova forma adeguate ai tempi, la lunga tradizione dell’alta sovranità papale sugli stati della penisola. >> (Adriano Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Einaudi, Torino 1996, pag 103).

Questa unificazione spirituale dell’Italia si presentò all’insegna di un legittimismo e di una immobilità senza precedenti. L’inquisizione divenne la guardiana dell’ordine costituito, potente strumento al servizio dei principi italiani. Il fatto di aver ceduto parte delle proprie prerogativa ad un ente sovrastatale non deve turbare più di tanto. In tutta Europa erano solitamente dei tribunali laici (spesso e volentieri più duri di quelli dell’inquisizione romana) a sancire l’accorpamento tra crimini spirituali e crimini di lesa maestà. Questa pratica divenne la regola anche in paesi come Francia e Inghilterra.

Per i principi italiani si trattò di una cessione di sovranità per alleggerire in qualche modo il compito. Il principe si liberava di un ingombrante problema di ordine interno attribuendo parte delle prerogative repressive all’inquisizione romana. Allo stesso modo se a ciò coincise un indubbio rafforzamento dell’autorità morale e spirituale del papato sull’intera penisola italiana, gli alti costi di una pretesa universalistica (seppure quasi solamente italiana) che andavano a pesare quasi unicamente sul solo Stato Pontificio indebolirono economicamente quest’ultimo, come abbondantemente sostenuto e argomentato da Prodi ne “Il sovrano pontefice”.

Fu questa Italia, forzatamente unita a livello spirituale e più simile all’ideale res publica christiana di quanto non lo fosse stato l’intero Occidente medievale, una delle protagoniste della battaglia di Lepanto, che al di là del mito ancora vivo che la circonda (per fare un esempio il mio paese è tappezzato ancora oggi di vie e di lapidi risorgimentali commemoranti la vittoria), va ricordata soprattutto per quelli che furono i suoi due principali artefici, Filippo II e papa Pio V. Il primo rappresentava la pax hispanica e il fronte (apparentemente) laico della controffensiva cattolica in Europa e nel Mediterraneo. Il secondo, il cui nome era Michele Ghislieri, era stato in precedenza il “Grande Inquisitore” più temuto d’Italia, colui che più di chiunque altro incarnò la doppia veste spirituale e politica del suo essere papa e sovrano:

<< Dopo di lui nessuno interpretò più in termini così assoluti e universalistici una tale concezione della purezza delle fede. >> (Adriano Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Einaudi, Torino 1996, pag 152).

Della Lega anti-turca fecero parte la maggior parte degli Stati italiani, la Spagna (con i suoi domini) e in parte anche l’Austria. Ne furono esclusi tutti i cristiani non facenti parte della sfera cattolica dell’Europa occidentale.

Su una base cattolica e papale, sui processi per eresia e sulla ricerca di stabilità a tutti i costi, si posero le premesse di una prima omologazione spirituale della popolazione italiana.

Fu così che alla vigilia del Risorgimento, citando Manzoni, l’Italia era già pienamente una d’altare, oltreché di sangue versato.

MASSIMILIANO VINO

Bibliografia:

Per la bibliografia ho utilizzato il saggio di Paolo Prodi, Il sovrano pontefice e soprattutto la monumentale opera di Adriano Prosperi dal titolo Tribunali della coscienza: inquisitori, confessori, missionari da cui sono tratte tutte le citazioni riportate nell’articolo.

L’immagine di copertina è la raffigurazione di Paolo Veronesi della battaglia di Lepanto.

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