Il dibattito sulle origini del Risorgimento nella storiografia italiana tra fascismo ed antifascismo

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Allegoria dei primi anni ’60 dell’Ottocento. L’Italia indica a Vittorio Emanuele II i suoi nemici (papa, clero, aristocratici, briganti filoborbonici), che nascono da un ambiguo Napoleone III, mentre Garibaldi “ozia” a Caprera.

Definire gli inizi del Risorgimento significa definirne l’essenza stessa, quindi provare a spiegare cos’è l’Italia, sua scaturigine, per cui non desta meraviglia il fatto che la svolta essenziale nel dibattito storiografico sul Risorgimento si sia avuta tra gli anni ’30 e ’40, in una fase storica in cui prima il “modellamento” dell’Italia da parte del fascismo, poi la reazione ad esso da parte dell’antifascismo, rendevano tutt’altro che politicamente neutra la questione.

Il Risorgimento, termine storiografico che indica il movimento che ebbe come fine la libertà politica, l’indipendenza politica e l’unità d’Italia, ed il periodo di tempo in cui si sviluppò,  è UN rinascimento, ma non è IL Rinascimento, ché altrimenti, data l’omogeneità semantica dei due termini, si sarebbe utilizzato lo stesso termine per definirlo come reviviscenza di qualcosa del passato. L’esigenza di ricorrere ad una novità lessicale non può esser casuale, ma evidentemente deve aiutarci a capire, come punto di partenza, ciò che il Risorgimento non è, ossia che esso, diversamente dal Rinascimento nella sua accezione comune, non è un movimento eminentemente artistico-letterario né è un fenomeno di scala transnazionale, sia pure con un forte radicamento nella nostra penisola, ma piuttosto è qualcosa che fa riferimento ad una specificità tutta italica, malgrado i paralleli spesso usati (ed abusati) con altre realtà nazionali, in primis quella tedesca. L’opzione per la novità lessicale non era affatto una scelta obbligata, né era necessariamente destinata a definire lo specifico periodo storico della nascita dell’Italia unita, potendosi utilizzare anche per definire altri momenti di risorgenza del nostro paese da un passato visto come deteriore (si pensi già solo al concetto contenuto nel titolo stesso di un’opera come “Il Risorgimento d’Italia dopo il Mille”, in cui, nel 1775, lo storico della letteratura Saverio Bettinelli retrodata di ulteriori tre secoli l’inizio dell’uscita italiana dai secoli bui).

Che la sottolineatura lessicale della differenza tra Rinascimento e Risorgimento sia stata un esito tutt’altro che scontato del pensiero storiografico, lo dimostra, con la sua autorità critica,  nientemeno che Benedetto Croce, il quale, ancora nel 1939, nel saggio “La crisi italiana del Cinquecento e il legame del Rinascimento col Risorgimento”,   sottolinea che, anche nei periodi di decadenza, “la forza ideale[…]non cade mai del tutto, e non solo ha lampi e guizzi in singoli individui, ma benché non capace di animare il tutto, pur lavora dentro queste o quelle singole parti della vita[…]preparando elementi per il tempo in cui si ravviverà del tutto e riavrà corso il generale progresso”. Il nuovo Rinascimento scaturì, secondo Croce, nell’età giannoniana, e “non fu da allora intermesso, sicché l’Italia, non più assente, passò per tutti gli stadii che la storia europea percorse dalla monarchia antipapale e laica alla monarchia riformatrice e da questa al giacobinismo e alle repubbliche democratiche, e poi alle richieste di costituzioni liberali e alla lotta contro la potenza straniera che voleva mantenerla nelle vecchie costituzioni assolutistiche[…]finché col trionfo della concezione liberale si giunse a una di quelle conclusioni ideali al di là delle quali non si può andare”. Dunque il pensiero crociano sembra smentire quanto detto all’inizio circa la differenza qualitativa sottesa al passaggio lessicale da Rinascimento a Risorgimento, svilendola in una sostanziale continuazione del primo nel secondo, attraverso canali culturali sotterranei che attraversano il periodo buio tra metà ‘500 e inizio ‘700. La peculiarità del giudizio crociano, che sembra dissolvere la specificità del Risorgimento italiano nel grande flusso politico-ideologico della storia europea, fino al punto d’arrivo del liberalismo, evidenziato come “una di quelle conclusioni ideali al di là delle quali non si può andare”, peraltro si giustifica col suo evidente intento polemico verso l’autoritarismo fascista ed il conseguente esasperato nazionalismo, che tracima anche nel pensiero storico, vòlto a minimizzare l’apporto europeo al Risorgimento,  in opposizione al pensiero liberale, che ne sottolineava (moderando e circoscrivendo l’appena descritta forzatura crociana) il debito verso il secolo dei Lumi oltremontani e la Rivoluzione francese.

Quanto radicata fosse nella cultura italiana degli anni ’30, anche in personaggi tutt’altro che assimilabili al peggior nazionalismo culturale dell’epoca, la tendenza a cercare autonome basi nazionali per il nostro Risorgimento, lo dimostrano, ad esempio, due tra i più autorevoli storici letterari dell’epoca, tutt’altro che fascistissimi (uno sarà professore di Pasolini, l’altro, pur avvicinandosi intellettualmente a Gentile, ad un certo punto del suo percorso di ricerca, non smentirà mai il profondo debito maturato in anni giovanili seguendo i corsi universitari del socialista Labriola): Carlo Calcaterra, nel saggio del 1935 “Il nostro imminente Risorgimento”, ne valorizza come prime scintille gli apporti culturali del Piemonte settecentesco (sottovalutandone la discrasia tra cultura accademica e cultura militante); Giulio Natali, ne “La rivalutazione del Settecento” del 1929, già aveva evidenziato che “la natura accomodante dell’ingegno italiano veniva preparando nella seconda metà del secolo XVIII il romanticismo ragionevole di A. Manzoni. Come nel campo della vita civile, anche senza la scossa della rivoluzione francese, l’Italia sarebbe, sia pur lentamente, risorta, così come senza il romanticismo tedesco, l’Italia avrebbe avuto il suo romanticismo”.

Un momento particolarmente interessante nel dibattito storiografico sugli inizi del Risorgimento è costituito dal congresso di storia del Risorgimento svoltosi a Bologna nel 1935, col patrocinio del quadrumviro Cesare Maria De Vecchi, egli stesso, forte delle sue presunzioni culturali, tra i relatori del congresso, che voleva esprimere una sistematizzazione, in accordo con le direttive culturali del regime, del pensiero storico su una materia così delicata come la storia del Risorgimento, ma che comunque  vide negli apporti di alcuni degli intervenuti (su tutti Walter Maturi e Gioacchino Volpe) risposte che, pur inquadrandosi nell’alveo della valorizzazione dell’italicità del Risorgimento, ne valorizzavano aspetti fino ad allora lasciati in secondo piano dalla critica storica, e che invece da allora sarebbero entrati nell’agone del dibattito storico.

Walter Maturi, liberale e crociano, nell’individuare gli inizi del Risorgimento respinge entrambe le varianti prospettate dall’indirizzo “diplomatico” seguito dal pensiero storiografico conservatore, vale a dire sia la cronologia bassa che ne valorizzava le scaturigini nella reazione all’assetto dato all’Europa dal Congresso di Vienna da parte di quelle forze politiche in espansione, in primis Prussia e Piemonte, che se ne sentivano compresse, sia la cronologia alta, che retrodatava dette scaturigini agli stimoli dati dal dispotismo illuminato degli Stati italiani del Settecento, ed in particolare da quello, ancora una volta, del Piemonte sabaudo, uscito dalla battaglia di Torino del 1707 e dal conseguente trattato di Utrecht del 1714 definitivamente consolidato e già indirizzato verso la sua missione nazionale (questa seconda versione della tesi diplomatico-sabauda era stata ben delineata da Arrigo Solmi, nel suo “Le primi origini del Risorgimento”, del 1925, cui si rifà pedantescamente il quadrumviro De Vecchi  nel suo intervento al predetto congresso storico bolognese). Partendo dall’opinione tradizionale liberale, Maturi colloca sì l’inizio del Risorgimento nell’età intermedia della Rivoluzione francese e di Napoleone, ma, più che per diretta sollecitazione e imitazione dello spirito rivoluzionario e del nuovo nazionalismo francese, per contrapposizione al dilagare della Grand Nation, valorizzando (e qui sta il suo contributo ad un’idea più “nazionale” circa le origini del Risorgimento, peraltro ritenuto non abbastanza “nazionale” e troppo culturalmente liberale dall’accademismo ufficiale del regime, che per questo lo escluderà l’anno seguente dall’Istituto storico per l’età moderna e contemporanea) la presa di coscienza da parte degli intellettuali dell’ultimo scorcio del ‘700 e del primissimo ‘800  (la triade di padri nobili del Risorgimento costituita da Alfieri, Foscolo e Cuoco) del problema nazionale in termini etico-politici.  Nella voce “Risorgimento” , scritta nel ’36 per l’ “Enciclopedia italiana”, Maturi definisce il Risorgimento “un mito etico-politico nazionale, consistente nell’attesa fiduciosa in un giorno in cui l’Italia, inerme, divisa, avvilita, non libera, impotente, sarebbe risorta virtuosa, magnanima, libera e una. Con l’Alfieri si afferma il primo presupposto d’una nazionalità: la volontà di essere uno stato nazione[…]Tanto nell’Alfieri quanto nel Cuoco, l’elemento nazionalistico prevarrà su ogni velleità universalistica: era il momento in cui l’Italia, come già l’Inghilterra col Burke e come poi la Germania con Fichte, sentiva la necessità di serrare tutte le sue forze per resistere alla dominazione francese, tanto più pericolosa in quanto che non era solo di natura politica ma di natura spirituale”.

Del resto questa tesi di un Risorgimento intellettuale ancor prima che politico, con Alfieri nella veste di profeta della futura Italia e i caduti napoletani del 1799 come primi martiri nella via della sua fondazione, aveva avuto un antesignano in Francesco De Sanctis e nella sua identificazione del sogno alfieriano come radice comune delle rivoluzioni del 1799 e del 1848, ma, per quanto tutt’altro che radicalmente rivoluzionaria, conteneva comunque troppe sfumature di volontarismo intellettuale sostanzialmente “democratico” (perché aperto a tutti benché proveniente da una élite culturale) per piacere al regime, che preferiva i toni più rassicuranti, ad esempio, di Ettore Rota, che, nel saggio del ’38 “Alle origini del Risorgimento”, sminuendo l’apporto della Rivoluzione francese, valorizza  il carattere autoctono della cultura, della società e dell’economia dell’Italia del Settecento (di cui si apprezza, in un’ottica chiaramente conservatrice, il preservare, rispetto agli esempi d’oltralpe, “la propria personalità, le sue doti di compostezza, di moderazione, di equilibrio, di buon senso; doti che prendono consistenza in un organismo di idee sempre armonicamente adeguate agli interessi del nostro Paese”) ed il  ruolo di Casa Savoia nella difesa della specificità culturale italiana ancor prima che nel gettare le basi diplomatico-militari della futura unificazione (“Il continuo crescere della Casa di Savoia in un’Italia refrattaria alle ideologie d’oltre Alpi avrebbe assicurato alla Penisola l’unificazione anche senza la Rivoluzione francese. E volgarizzandosi questo concetto, in un particolare clima politico, Pietro Micca finì con il simboleggiare un ben più disciplinato Garibaldi in nuce.”).

Altri autori, pur partendo comunque dal presupposto di voler tracciare collegamenti tra il Risorgimento e le riforme settecentesche, bypassando e sminuendo, in ottica sempre conservatrice e quindi gradita al regime, il peso della Rivoluzione francese, si caratterizzano per una maggior profondità di giudizio nel cercare, al di là dei “miti” culturali, le basi economiche e sociali del Risorgimento nella formazione di una classe dirigente “moderata”, capace di rendersi appunto interprete di quella “moderazione culturale” che abbiamo visto esser indicata dalla storiografia conservatrice e filosabauda come un pregio dell’Italia, moderazione già ben interpretata dalle riforme dei sovrani illuminati del ‘700, e particolarmente dalla giudiziosa Casa di Savoia. Come dice Carlo Morandi ne “Il problema della riforma nei risultati della recente storiografia”, saggio apparso nel ’33, “Il valore del dispotismo illuminato e delle riforme settecentesche, come prodromi di un profondo rinnovamento della vita economica, civile e morale italiane, non sfuggì nemmeno agli storici e ai politici del nostro Risorgimento[…]Così che il programma del partito moderato appare, nella sua sostanza, come l’effettiva prosecuzione di un’opera lasciata a mezzo dal dispotismo del secolo precedente, che bisognava integrare ed avviare a mete più immediate e precise: e quindi dal Balbo al Capponi, dal Gioberti al D’Azeglio, non si fa che elevare il problema delle riforme, considerandole non più come fine, ma come mezzo per la realizzazione dell’indipendenza e dell’unione nazionali. E la stessa corrente democratica, pur accentuando i postulati sociali e ponendo in primo piano il raggiungimento della libertà, nelle singole questioni, nell’esame concreto dei bisogni regionali e generali, non poté dipartirsi dalle linee che l’età delle riforme aveva tracciato. Ed ecco il Cattaneo che ripete dal Verri e dal Frisi l’urgenza di una nuova agricoltura lombarda, e il Correnti che prosegue la battaglia, da decenni iniziata, per un commercio non inceppato da vincoli interni, da concorrenze forzose, da privilegi austriaci, e il Mazzini che respinge la mentalità illuministica del Settecento ma elogia l’opera precorritrice dell’élite italiana di quel tempo, e si consacra ad elevare moralmente e socialmente  il popolo, ora che la borghesia s’è più o meno costituita e rassodata”.

E qui sta il punto, che Morandi solo sfiora, ma che sarà centrato in pieno da Gioacchino Volpe, venendo a costituirne il principale contributo teorico alla storiografia del Risorgimento (anticipato nei passaggi fondamentali nel citato congresso storico bolognese del ’35 e poi meglio articolato nel saggio del ’37 “Principii di Risorgimento nel Settecento italiano”). Ad un attento studioso dell’economia e del ruolo delle classi sociali come Volpe, dalla sensibilità affinata dallo studio del ruolo già avuto dalla borghesia in quell’altra rinascenza che era stato il tardo Medio Evo italiano, non poteva sfuggire il nesso tra la nuova cultura, “pratica e utilitaria, ma non materialistica”, e la nuova borghesia, “intesa come complesso di valori morali e intellettuali, come apprezzamento sommo della cultura e del lavoro e quindi capace di attirare a sé uomini di ogni classe sociale, anche clero, anche nobili, mentre prima era la nobiltà che attirava i borghesi. Fiorita da noi come borghesia cittadina, ora accenna a ricostituirsi”. Non manca a Volpe il realismo in quest’esaltazione del contributo  della borghesia alla specificità del Risorgimento italiano rispetto, ad esempio, al modello tedesco, l’individuazione, in particolare, dei limiti della sua capacità attrattiva verso i ceti popolari  (“Questa borghesia era piccola cosa, come numero e omogeneità e consistenza economica. Lento si svolgeva il processo della sua formazione. Scarsa o nulla era, in basso, la risonanza della sua parola.[..]Il Risorgimento dell’Italia è opera dell’Italia, sia pure rappresentata da non grandi elette di popolo”). Ma questo limite “democratico” del Risorgimento, pur lucidamente avvertito dal Volpe, non è da lui visto in tutta la sua gravità, e non poteva essere altrimenti, vista la sua sincera adesione al fascismo. Mancanza di sensibilità democratica che, del resto, spiega come, tra gli elementi che affiancano la borghesia nella generazione dell’Italia risorgimentale, egli arrivi ad ammettere tanto il ruolo di Casa Savoia nel contenere le influenze straniere sull’Italia, quanto invece la capacità degli intellettuali nel recepirle, sia pure riadattandole al contesto italiano, ma mai accenni all’impatto della Rivoluzione francese sulla genesi del Risorgimento (col crollo in Italia dei vecchi equilibri politici, economici e sociali, spazzati via dagli eserciti napoleonici), denotando una chiusura ideologica che, pur non inficiandola del tutto, di certo indebolisce la solidità della sua analisi storica.

Forse Volpe avrebbe dovuto studiare meglio la lezione di Vincenzo Cuoco e del suo “Saggio storico sulla Rivoluzione napoletana del 1799″, pubblicato nel 1801. Col suo liberalismo moderato, Cuoco aderisce perfettamente alla situazione sociale al passaggio tra i due secoli, avendo individuato, con corretta premonizione dell’evoluzione storica, nei ceti proprietari e nei notabili cittadini e provinciali gli intermediari tra classe politica e ceti popolari in grado di coinvolgere questi ultimi, pur con tutti i limiti di un’iniziativa che resta permeata di spirito e di interessi borghesi, nel processo di progresso civile nell’ambito del riscatto nazionale. Ma, per quanto borghese e moderato, Cuoco, a differenza di Volpe, era ben consapevole di come l’esperienza rivoluzionaria, superando definitivamente il riformismo calato dall’alto del Settecento, avesse inevitabilmente connesso i problemi dell’azione politica, dell’identità nazionale e dell’assetto costituzionale, a quelli del consenso popolare e dell’educazione delle masse. Cuoco, ostile ai privilegi nobiliari e clericali ed ai residui feudali, è però uno strenuo difensore della proprietà legittimamente acquisita col lavoro e col rischio del proprio capitale, vedendo il modello perfetto di società in quel sistema censitario che sarà il cavallo di battaglia del liberalismo moderato per tutto il XIX secolo. Egli, pertanto, con la sua vicenda umana ed intellettuale, moderato censitario con un passato giacobino, difensore della proprietà, ma anche attento, per esperienza diretta, alle dinamiche di formazione del consenso popolare, riunisce in sé entrambi i modi di essere del borghese che incarna gli ideali risorgimentali, potendosi considerare precursore sia della corrente liberalmoderata, alla fine vincente, che di quella liberaldemocratica, infine perdente. Un bel tipo di borghese, senza ombra di dubbio, che probabilmente sarebbe anche piaciuto a Volpe, se lo avesse capito.

Per una rivalutazione della componente “democratica” del nostro Risorgimento bisognerà  attendere la caduta del fascismo, col rifiorire nel secondo dopoguerra degli studi sul triennio giacobino (1796-99), su quei movimenti radicali ed estremisti che dichiarano a chiare lettere il debito del nostro Risorgimento anche verso il giacobinismo, espressosi in qualcosa che, pur nel suo soccombere, va studiato perché non è stato, ma poteva essere, e forse ancora potrebbe essere (si pensi ai fermenti innovatori dell’Italia del dopoguerra). Il tutto senza per questo abbandonare gli studi sul Settecento italiano, nelle cui vicende andavano cercate le tracce dell’evoluzione che renderà alcuni gruppi sociali ed interessi economici recettivi alle istanze poste dai fatti del 1789, mantenendosi però lontani sia dal vedervi una semplice ripresa di percorsi meramente autarchici affondanti in qualche remoto passato tutto italico, sia un faticoso avvicinamento ad un secolo europeo dei Lumi  acriticamente deificato.

“Le armi francesi trovarono in Italia un terreno in qualche misura preparato dai giovani giacobini, da quelli morti sul patibolo come dai sopravvissuti. E accanto alla nuova generazione, giunta di un balzo al rivoluzionarismo, erano i riformisti divenuti giacobini, o almeno disposti a collaborare con essi, come Verri a Milano, Pagano a Napoli. L’effetto sulle condizioni italiane fu grandioso. Si ebbe nell’incipiente Risorgimento il passaggio dal piano culturale al politico, dal riformismo governativo alla democrazia, dal cosmopolitismo alla nazionalità. questo passaggio si effettuò sotto l’azione diretta della Rivoluzione francese, cioè delle sue idee, della sua propaganda, delle sue campagne vittoriose. Ecco un fatto, di quelli massicci, contro cui si spunta ogni abilità sofistica di fautori dell’autoctonia pura; mentre la teoria sabaudistica perde addirittura il filo conduttore.” Questo passaggio, tratto da “Pensiero e azione del Risorgimento”, rivela in pieno lo spirito che anima questo saggio con cui Luigi Salvatorelli, antesignano (siamo appena nel 1943 ed il fascismo non è ancora caduto), apre una nuova strada alla storiografia, ora in grado di valorizzare l’indigenità del Risorgimento italiano  senza più correre il rischio di cadere nel  nazionalismo sociale alla Volpe o in un volontarismo intellettualistico alla Maturi, non affiancato da un’adeguata indagine sulle basi sociali che lo supportavano. Ma ugualmente, sull’altro fronte del discorso, si poteva tornare a valorizzare pienamente il contributo della Rivoluzione francese al Risorgimento senza correre il rischio di far scadere il ruolo italiano, nell’epoca rivoluzionaria e napoleonica, a mera passività verso le influenze esterne, secondo un’interpretazione che rimontava a Cesare Balbo.

Un particolare filone dell’indagine sul Risorgimento italiano, a delinearne la specificità rispetto al contesto europeo, ma anche la necessità della pressione del contesto europeo perché il freno costituito da questa specificità potesse esser superato, è dato dallo studio della complicazione rappresentata per il suo avverarsi dalla presenza del Papato sul suolo italiano. Adolfo Omodeo muore nel ’46, quindi non riesce a prender pienamente parte a quella revisione, a cui si è testé accennato, dell’approccio agli studi sul Risorgimento dopo la caduta del fascismo, ma già nel 39, ne “L’età del Risorgimento italiano”, aveva segnalato come esso non fosse “pensabile né ricostruibile se non come storia universale scrutata da un determinato punto prospettico.[…]La nazionalità italiana nacque da tutto il moto della moderna civiltà europea ed ebbe una significazione universale, e per molti rispetti fu la più alta e la più nobile forma dello spirito moderno attuata da Italiani in terra d’Italia”. Da grande studioso del cattolicesimo quale era, l’Omodeo non poteva mancare di  notare come la vittoria del Risorgimento sul potere temporale dei papi, sia pure avvenuta in maniera definitiva  molto più tardi ed in un contesto politico molto più moderato, fosse stata permessa solo dal permanere dell’effetto lungo della prepotente spinta rivoluzionaria dell’ultimo scorcio del XVIII secolo e dello choc causato dall’esempio dell’insanabile ferita inflitta prima dal direttorio e poi dall’impero al prestigio del papa (non a caso l’Italia, costretta dal suddetto choc ad un cambio di prospettiva politico-culturale assolutamente radicale in rapporto al suo secolare passato, è il Paese europeo dove, caduto Napoleone, più forti sono le resistenze al ritorno dell’ancien régime, perfino più che nella stessa Francia), ma non poteva neanche mancare di evidenziare come, viceversa, proprio la lotta al potere temporale della Chiesa ed il suo definitivo abbattimento siano stati il contributo fondamentale attraverso cui il nostro Risorgimento ha apportato la sua specificità al contesto della civiltà europea dell’Ottocento.

Adolfo Omodeo non fece in tempo a veder pubblicati i “Quaderni del carcere” che Antonio Gramsci aveva scritto tra il ’29 ed il ’35, ma che saranno dati alle stampe, postumi, solo tra il ’48 ed il ’51, altrimenti sarebbe stato interessante verificare la sua reazione nello scoprire, lui liberale crociano, di avere in comune col marxista Gramsci l’aver indicato nel complicato rapporto col papato temporale la specificità del Risorgimento. Gramsci parte dalla contrapposizione tra le due tesi imperanti sulla questione risorgimentale, che così riassume: “1) la tesi democratica francofila, secondo cui il moto è dovuto alla Rivoluzione francese e ne è una derivazione diretta, che ha determinato la tesi opposta; 2) la Rivoluzione francese col suo intervento nella penisola ha interrotto il movimento veramente nazionale, tesi che ha un doppio aspetto: a) quello gesuitico (per i quali i sanfedisti erano il solo elemento nazionale rispettabile e legittimo), e b) quello moderato, che si riferisce piuttosto ai principi riformatori, alle monarchie illuminate. Qualcuno poi aggiunse: c) il movimento riformatore era stato poi interrotto per il panico suscitato dagli avvenimenti di Francia, quindi l’intervento degli eserciti francesi in Italia non interruppe il movimento indigeno, ma anzi ne rese possibile la ripresa e il compimento”.

Il Settecento illuminista aveva eroso, preparando la spallata rivoluzionaria, le basi culturali dell’influenza ideologica globale del papato, ma al contempo, col diminuire  quell’influenza, aveva fatto anche venir meno una delle preclusioni internazionali all’unità d’Italia, ossia che, se fatta in secoli precedenti, non poteva non esserlo che dal papato temporale, dando vita ad un mostro estremamente pericoloso per le altre potenze europee, perché cumulante la forza politico-militare di un importante stato nazionale al prestigio ineguagliabile di un’ideologia universalistica (qualcosa di simile a quanto accadrà, nel XX secolo, con l’Unione sovietica comunista, anche se di questo Gramsci non fa cenno). Peraltro il primato morale del papa, eroso dall’Illuminismo e devastato dalla Rivoluzione francese, troppo radicato per sparire nel nulla, si ripropone in forme nuove: una sarà il neoguelfismo, che cercherà inutilmente di connettere quel che resta del primato morale del papato con una nuova funzione di egemonia intellettuale e civile dell’Italia nel mondo, che di quel primato non può però fare a meno; l’altra, laica, cerca di rivendicare una missione italiana nel mondo indipendente dal papato, ed anzi in opposizione ad esso; dalla dialettica più o meno conflittuale (e spesso incerta nel delimitarne i reciproci confini) tra queste due tendenze deriverebbe per Gramsci la peculiarità del Risorgimento (“Che il movimento liberale sia riuscito a suscitare la forza cattolico-liberale e a ottenere che lo stesso Pio IX si ponesse, sia pure per poco, nel terreno del liberalismo[…]fu il capolavoro politico del Risorgimento e uno dei punti più importanti di risoluzione dei vecchi nodi che avevano impedito fino allora di pensare concretamente alle possibilità di uno Stato unitario italiano”). In questa commistione tra le due tendenze il papato temporale finisce con l’esser messo nel sacco dalle correnti liberali moderate, alle quali presta temporaneamente il proprio residuo prestigio per non vederselo poi più restituito, ma tutto ciò è reso possibile sempre dal rimescolamento di idee e forze attuato dalla Rivoluzione francese. Citando ancora Gramsci, “Le forze tendenti all’unità erano scarsissime, disperse, senza nesso tra loro e senza capacità di suscitare legami reciproci, e ciò non solo nel secolo XVIII, ma si può dire fino al 1848. Le forze contrastanti  quelle unitarie (o meglio tendenzialmente unitarie) erano invece potentissime, coalizzate, e, specialmente come Chiesa, assorbivano la maggior parte delle capacità ed energie individuali che avrebbero potuto costituire un nuovo personale dirigente nazionale, dando loro invece un indirizzo e un’educazione cosmopolitico-clericale”. Il contributo decisivo dato dalla Rivoluzione al nostro Risorgimento è consistito proprio, secondo Gramsci, nello stremare e disorientare quelle prevalenti forze reazionarie, al punto da renderle permeabili ed utilizzabili ai propri fini dal liberalismo. Riesce difficile non esser d’accordo con quest’analisi. 

 

 

      A l e s s a n d r o   C o l a r u s s o

 

 

 

 

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