Il “Piano Madagascar” di Adolf Hitler

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Madagascar, baia di Nosy Be

C I M I T E R O   C O N    V I S T A

Bel posto il Madagascar. Un po’ fuori mano, per la verità. Però ci si capita. Magari quasi per caso, come forse accadde ai suoi primi colonizzatori, arrivati dall’Indonesia forse 1500 anni fa. O come ultima chance, come accadde a quei pirati dei Caraibi che, braccati dalle flotte “normalizzatrici” delle stesse potenze europee che fino a pochi anni prima non si erano vergognate di arruolarli come corsari, a fine XVII secolo, ostinati nel non voler rinunciare al proprio modello di vita, vi diedero vita a quell’autunno dorato della filibusta che fu l’utopica repubblica anarchico-democratica di Libertalia (e poco importa che essa stessa forse sia stata solo il frutto della fantasia di qualche successivo pensatore giacobino desideroso di proiettare nel passato il suo presente non realizzato). Oppure ancora come accadde a quei marinai russi tra le cui tombe, nel cimitero della cittadina oggi turistica di Nosy Be, isola al largo della costa nord-ovest del Madagascar, stavo passeggiando qualche settimana fa, pensando al loro assurdo destino. In rotta, nel gennaio del 1905, con la flotta dell’ammiraglio Rodvestzenskij, verso il disastro di Tsushima, furono lasciati indietro, a custodire quelli, tra i “ferri da stiro” della flotta russa, per i quali la sosta di rifornimento nella baia di Nosy Be, gentilmente concessa dalla Francia, fu l’imprevista ultima tappa del viaggio consentita dalla vetustà delle macchine, e poi lasciati lì a marcire nelle febbri malariche dei tropici, in quanto l’autobus che li avrebbe dovuti riportare a casa non fece più ritorno dai mari orientali, e nessun altro fu inviato dalla madre patria a soccorrere quei suoi figli che troppo le ricordavano il disastro rimediato contro la flotta nipponica.

O come invece non accadde agli Ebrei d’Europa, per i quali, se la storia avesse fatto altri giri, il Madagascar sarebbe potuto essere un’alternativa tutto sommato abbastanza gradevole rispetto ai campi di sterminio a cui la follia di un regime e di un popolo si accingeva a destinarli. Sempre che l’alternativa immaginata non fosse essa stessa, fin dal principio, nient’altro che un ulteriore effetto collaterale, privo di qualsiasi potenziale realizzativo, della stessa follia che aveva deciso che essi dovevano liberare della loro presenza l’Europa, in una maniera o in un’altra. Raccontare la storia del “piano Madagascar”, come possibile Endlösung del problema ebraico, può esser utile a capire, partendo da una sua improbabile messa in scena tropicale, quale teatro dell’assurdo dominasse le menti della strampalata conventicola che governava la Germania nazista.

L A   “P O L I T I C A    C O L O N I A L E”   D E L L A    G E R M A N I A   N A Z I S T A 

“Oggi la Germania è nostra, e domani il mondo intero”, cantava l’ Hitlerjugend, ma quali fossero i limiti che i nazisti ponevano alla propria espansione, è ancora materia di dibattito storico, tra quanti, i più, enfatizzano la fissazione di Adolf Hitler per l’acquisizione in Europa orientale del Lebensraum per il popolo tedesco, e quanti invece, ritenendo  il Terzo Reich strutturalmente rivolto ad una politica di irrefrenabile conquista alimentata dagli appetiti insaziabili di un sistema socio-economico costruito sulla schiavizzazione di altri popoli e sulla rapina delle loro risorse umane ed economiche in favore del popolo tedesco, sostengono che, fosse o non fosse nel progetto iniziale di Hitler, lo scontro con gli Stati Uniti per il dominio mondiale sarebbe stato comunque alla fine inevitabile. Di certo Hitler vedeva se stesso come creatore di un impero, ed il suo modello era l’Inghilterra (beninteso, per come la interpretava lui). Con esperienze dirette pressoché inesistenti di colonialismo d’oltremare a cui rifarsi e una scarsa conoscenza della realtà britannica in India, i gerarchi nazisti erano tuttavia assai colpiti dall’idea che un piccolo gruppo di amministratori potesse dirigere un intero subcontinente, vedendovi, sulla base della loro interpretazione superficiale,  un antecedente, peraltro da perfezionare sul piano della brutalità dello sfruttamento dei popoli sottomessi,  della loro immagine ideale dell’imperialismo come supremazia razziale di un’élite di guerrieri educati per dominare su grandi spazi centinaia di milioni di sudditi. Innegabilmente per Hitler l’Europa era prioritaria sotto ogni punto di vista, e la Russia era destinata ad essere per i Tedeschi ciò che l’India era per gli Inglesi, ma le tecniche di dominio non le immaginava troppo diverse da quelle che, nella sua visione parziale e ideologicamente deformata, erano state quelle del colonialismo britannico, ma con la differenza di portarle sul suolo europeo, messe in atto da uomini bianchi su uomini bianchi (“negri” era il termine che Erich Koch, Commissario del Reich per l’Ucraina occupata, usava per definire i suoi amministrati), e questo sarà il vero scandalo dell’imperialismo nazista, di aver creato un colonialismo intraeuropeo che poi avrà come unica non voluta utilità, rivisto a mente fredda dopo la caduta del nazismo, quella di aprire gli occhi della cultura europea sulle sue inquietanti similitudini col colonialismo e col razzismo a danno dei popoli extraeuropei, presa di coscienza propedeutica  alla loro stigmatizzazione e superamento. 

Nel corso della storia la Germania aveva mantenuto un atteggiamento ambivalente riguardo al suo destino coloniale. Nel periodo antecedente la prima guerra mondiale, sotto il Kaiser Guglielmo II, i sostenitori dell’espansione oltremare si erano scontrati con quanti invece propugnavano l’espansione verso est nelle terre slave. I nazisti, dalla parte più ottusa di questa seconda tendenza, avevano ereditato una vena di nostalgia pseudoromantica per un passato medievale idealizzato, fatto di Cavalieri teutonici che colonizzavano le immense terre dell’est, sottraendole alla barbarie sostanzialmente “asiatica” degli Slavi per ricondurle nell’alveo della civiltà europea. Non a caso all’invasione della Russia fu dato  il nome di un imperatore crociato (Barbarossa), e non a caso Heinrich Himmler prese quei monaci-guerrieri a modello per le sue SS ed arrivò a creare un vero  e proprio culto per quell’Enrico l’Uccellatore, capostipite della casa sassone, che, sbaragliando nel 933 i fino ad allora invincibili Ungari, aveva posto le basi tanto del Sacro Romano Impero Germanico (di cui Hitler amava ammirare l’espansione nelle cartine dell’Europa medievale che ne fissavano il momento di apogeo)  quanto della “Marcia verso est” del popolo tedesco nei secoli seguenti (Himmler usava recarsi ogni anno in pellegrinaggio alla tomba di Enrico nella cattedrale di Quedlinburg). Il Terzo Reich enfatizzava la purezza dell’esempio dato dagli antenati della Germania e vagheggiava di restaurarne lo stile di vita, rurale, autarchico, gerarchico, con la spada in mano (Himmler sognava di trasformare le immense pianure dell’Europa orientale in una galassia di villaggi fintomedievali, abitati da famiglie di SS riconvertite in piccoli proprietari terrieri, accettando a malapena quella rete di autostrade verso est che il leggermente meno fanatico Hitler mirava ad inserire in questo idilliaco revival medievale), ed era questa fuga dalla modernità, oltre al razzismo biologico invece che culturale, che rendeva il colonialismo nazista in Europa orientale irrimediabilmente diverso dal modello britannico.

Nell’ottica nazista, comunque, il colonialismo reinterpretato in chiave di Ostpolitik, vòlto ad acquisire terre per il reinsediamento ad est del Volk germanico, non escludeva il ricorso, in via  complementare diretta all’acquisizione di risorse essenziali al mantenimento di questo Volk, ad una classica Kolonialpolitik extraeuropea. Franz Ritter von Epp, esperto del partito nazista in materia coloniale, fattosi le ossa ad inizio ‘900 nella repressione dei Boxers in Cina e poi nello sterminio degli Herero in Namibia, nel settembre ’39 salutò lo scoppio della guerra come la resurrezione dell’impero coloniale tedesco, di cui uomini come lui mai avevano digerito la perdita nel 1919, mentre nell’estate ’40, in vista di un trattato di pace che sembrava ormai vicino, Hitler ordinava ai burocrati del ministero degli Esteri di accelerare i piani organizzativi di una prossima rediviva amministrazione tedesca sulle vecchie colonie recuperate e sulle eventuali nuove che si immaginava di ritagliarsi a spese della vinta Francia. La Wehrmacht inserì nei piani di riarmo in corso missioni programmate nelle colonie africane e gli esperti africanisti del Reich si prepararono a prestare servizio ai tropici, l’Università di Amburgo si preparò a tenere corsi per formare amministratori coloniali, si disegnarono nuove uniformi e si ricevettero centinaia di domande, le imprese tedesche fornirono specialisti di prodotti africani, gli istituti di ricerca medica predisposero studi sulle malattie tropicali e sui pericoli delle relazioni sessuali con donne native, infine fu redatta la bozza di una legge che istituiva un Ministero delle Colonie e si prepararono decreti che estendevano all’Africa le leggi razziali naziste. Addirittura, ad evitare una pubblicità negativa in Africa, la propaganda nazista arrivò persino a far abrogare quelle ordinanze locali che proibivano ai pochi neri che vivevano in Germania, retaggio proprio delle perdute colonie africane, di aggirarsi per conto proprio in tempo di guerra (cosa che invece continuava a non esser consentita ai lavoratori fatti venire da altri paesi europei). Ma l’attenzione di Hitler, malgrado tutto questo travaglio burocratico, continuò ad esser concentrata ad est, infastidita perfino dalle questioni mediterranee, in cui il Führer dimostrava tutta la sua inettitudine strategica, nel non capirne l’importanza come scenario della spallata finale all’Inghilterra, e diplomatica, quando non si trattava di imporre diktat a meri satelliti, ma di dirimere questioni tra alleati in conflitto d’interessi, come erano Mussolini, Franco e Pétain, i primi due chiedendo di spartirsi il Nordafrica francese a spese del terzo, invece protetto da Hitler nella speranza di farlo entrare in guerra contro l’Inghilterra, col risultato che né Franco né Pétain entrarono in guerra, giustamente non fidandosi della vaghezza delle contropartite promesse da Hitler, mentre il molto meno furbo Mussolini provò inutilmente a contrattare dopo esservi entrato, senza capire che il colpo di testa del 10 giugno 1940 aveva di per sé annullato tutta la sua forza contrattuale. Mussolini, rimasto col cerino in mano, pagherà l’errore non morendo di vecchiaia come invece faranno Franco e Pétain, ma anche Hitler pagherà la sua incapacità diplomatica col ritrovarsi con un unico alleato mediterraneo, peraltro più di peso che d’aiuto, ma quella degli insuccessi mediterranei di Hitler è altra storia, che, unita all’inversione dell’andamento della guerra in Russia, ci interessa in questa sede solo nella misura in cui giustifica, riducendosi le speranze di un trattato di pace che ricreasse un impero coloniale tedesco in Africa, la polvere che andò gradualmente ad accumularsi sui dossiers contenenti il  laborioso travaglio burocratico che le speranze di prossima fine guerra dell’estate ’40 avevano generato.

I L    “P I A N O    M A D A G A S C A R”

In quell’estate del 1940 uno dei modi in cui pareva che il filone secondario del colonialismo nazista, quello africano, potesse connettersi a quello principale, in Europa orientale, stava emergendo dalla scrivania di Franz Rademacher, ambizioso addetto agli affari ebraici del ministero degli Esteri. Trattavasi di un piano per il “rensediamento” degli Ebrei europei in Madagascar (nel linguaggio burocratico tedesco parole come “deportazione” e “sterminio” non compariranno mai, sempre sostituite da “reinsediamento” ed “evacuazione”), pensato per rimediare alle falle sempre più evidenti che apparivano nel piano originario del nazismo di liberarsi degli Ebrei del Reich costringendoli all’emigrazione, dopo esser stai rapinati di tutto il rapinabile (l’espulsione di 150.000 Ebrei tedeschi, tra 1933 e 1938, era stata sommersa e vanificata dall’indesiderata acquisizione, nel 1939, di 3.300.000 Ebrei polacchi, quasi quattro milioni aggiungendovi quelli del Protettorato di Boemia e Moravia), come pure nel farraginoso piano di ricomposizione etnica della Polonia, popolandone le province occidentali annesse, Prussia Occidentale (Danzica) e Wartheland (Poznan), con coloni tedeschi, a cui si doveva fare spazio spostandone gli abitanti polacchi più ad est, nel Governatorato generale, costituito, attorno alla nuova capitale Cracovia (per Varsavia era comunque prevista la riduzione a grossa borgata agricola, previa semidistruzione della capitale simbolo dell’unità polacca), con quel che restava della Polonia dopo le annessioni tedesche e sovietiche, a sua volta liberato dell’ingombrante presenza ebraica da ridislocare in apposita riserva da costituire ancora più ad oriente, nella regione di Lublino, dove far affluire anche gli Ebrei del Reich e del Protettorato. Questo assurdo puzzle etnico aveva ben presto rivelato la sua non attuabilità, data la carenza di coloni tedeschi desiderosi di trasferirsi in zone povere rispetto allo standard tedesco (si provava a rimediarvi ricorrendo alle minoranze tedesche raccattate nei Paesi Baltici o nella Polonia orientale, tutte terre annesse dall’URSS, ma il paradosso era che costoro spesso parlavano un tedesco ridicolo e, nel complesso, erano culturalmente molto meno tedeschi degli Ebrei che si volevano espellere dal Reich), e dati i costi e la difficoltà di spostare e reinsediare masse di persone senza paralizzare l’economia di un’area, quella polacca, la cui produzione, soprattutto agricola, era essenziale per sfamare il Reich e consentirgli di sostenere lo sforzo bellico. Un vero ingorgo etnico che aveva la paradossale conseguenza di vedere nel ruolo di involontario protettore degli Ebrei, cercando in tutti i modi di stopparne il trasferimento ad est, lo stesso Governatore generale Hans Frank, interessato a non vedere l’economia del Governatorato devastata dal ruolo di pattumiera etnica del Reich. Dispotico, scontroso, vanesio, capace di alternare momenti di sentimentalismo ad improvvisi scoppi di brutalità, di intrattenere i suoi ospiti con suonate di Chopin o con conversazioni sull’arte rinascimentale italiana, ma anche con tirate antisemite della peggior specie, elegante e debosciato, corrotto fino al midollo, ma anche preso dal suo ruolo di giurista votato a dare una parvenza di legalità alle nefandezze del nazismo, Frank governava la Polonia dal castello di Cracovia come un suo regno personale (non a caso nell’ambiente era noto come “könig Frank”, ed il Governatorato come “Frankreich”), in un’atmosfera da decadentismo sadico e falsamente raffinato che, nelle pagine del “Kaputt” di  Curzio Malaparte, trova una caratterizzazione che nessuno storico di professione avrebbe potuto rendere altrettanto bene.

Di certo gli Ebrei non avevano da sperare nulla di buono da questo loro infido alleato casuale, per cui, se ne avessero avuto conoscenza, probabilmente avrebbero puntato le loro fiches sul piano di Rademacher, che, il 3 luglio 1940, approfittando del momentaneo blocco, ottenuto dalle proteste di Frank, della deportazione degli Ebrei nella regione di Lublino, coglieva l’occasione per presentare, ad Hitler e ad un Himmler frustrato dallo stallo dei suoi progetti polacchi, il suo piano per farsi cedere dalla Francia, in sede di trattato di pace, il Madagascar, ed utilizzarlo per deportarvi quattro milioni di Ebrei in quattro anni. L’idea era che la Francia rimpatriasse i suoi 25.000 coloni (del destino della popolazione indigena nulla era detto), quindi cedesse la colonia alla Germania in forma di mandato. La marina tedesca avrebbe preso possesso dell’importante base navale di Diego Suarez, nel nord dell’isola, che, per il resto, sarebbe stata organizzata quasi come uno stato ebraico autonomo, con la sua amministrazione, i suoi sindaci, la sua polizia, le sue poste, le sue ferrovie, la sua polizia,  ma “protetto” dal corpo delle SS, che, di fatto, lo avrebbero governato (da qui l’interesse di Himmler, che infatti avrebbe presto messo il dossier nelle mani del fido Adolf Eichmann). Per le spese di trasferimento nessun problema, vi avrebbero provveduto le proprietà confiscate agli stessi Ebrei in partenza. Il buon Rademacher poteva permettersi, mascherando la sfumatura canzonatoria verso i futuri cittadini del mandato dietro toni degni del più filantropo tra i funzionari della Società delle Nazioni, di chiudere così la sua relazione:

“Possiamo usare a scopi propagandistici la generosità che la Germania mostra agli Ebrei concedendo loro un autogoverno in campo culturale, economico, amministrativo e legale, e possiamo enfatizzare che il nostro tedesco senso di responsabilità verso il mondo non ci permette di donare subito uno Stato sovrano a una razza che non ha avuto uno Stato indipendente per migliaia di anni: per questo dovranno ancora misurarsi con la storia.” (Molto più sinceramente, in altra parte della sua relazione, Rademacher sottolineava l’importanza di mantenere sotto il proprio controllo gli Ebrei inviati in Madagascar, per poterli utilizzare come ostaggi a garanzia della buona condotta dei loro “compagni di razza” in America.) 

In realtà non era la prima volta che il Madagascar solleticava gli istinti “filantropici” di qualche governante europeo. Già nel 1937 il ministro degli esteri polacco Józef Beck, desideroso di dare una soluzione al problema della disoccupazione generata in Polonia dalla crisi economica degli anni ’30, e vista respinta la sua proposta presentata alla Società delle Nazioni perché le potenze coloniali aprissero le loro colonie alla cogestione da parti degli Stati che non ne avevano, aveva, previe consultazioni con la Francia, possibilista (forse per distogliere Beck  dalla deriva filotedesca che stava dando alla politica estera polacca), inviato sull’isola una missione tecnica esplorativa circa la possibilità di trasferirvi un’aliquota importante degli Ebrei polacchi, ma non se ne era fatto nulla, primo perché il bilancio polacco non avrebbe potuto sostenere i costi di trasferimento degli Ebrei e di avvio delle fattorie da affidare ad essi, poi perché si calcolava cha al massimo l’isola avrebbe potuto assorbire 100.000 immigrati, cifra irrisoria rispetto al numero degli Ebrei polacchi, infine, forse la vera ragione, perché il profilo tipo del colono da inviare in Madagascar era quello del contadino, quindi semmai i candidati ideali sarebbero stati dei contadini polacchi più che dei bottegai o professionisti ebrei.

Ma l’idea doveva esser rimasta nella mente degli interlocutori francesi di Beck, come risulta da questo stralcio del rapporto che Joachim von Ribbentrop fa ad Hitler circa i suoi colloqui del 9 dicembre 1938 col collega Georges Bonnet, diretti a verificare se, nel quadro del’effimero appeasement post-Monaco, la Francia era disposta a dare asilo ad un po’ di Ebrei tedeschi:

“La questione ebraica: quando dissi al signor Bonnet che non potevo affrontare il problema in veste ufficiale, egli rispose che voleva semplicemente dirmi in privato tutto l’interesse della Francia per una soluzione del problema ebraico. Alla mia domanda su quale potesse essere l’interesse della Francia, il signor Bonnet rispose che, prima di tutto, loro non desideravano più accogliere Ebrei provenienti dalla Germania, e chiese se non potevamo adottare un qualunque provvedimento per vietare loro di emigrare in Francia, e che successivamente, la Francia doveva spedire altrove 100.000 Ebrei. Al proposito pensava al Madagascar. Al signor Bonnet risposi che anche noi volevamo sbarazzarci dei nostri Ebrei, ma che la difficoltà stava nel fatto che nessun Paese desiderava accoglierli.”

Anche Bonnet non diede più seguito all’ idea (politico proteiforme, di idee ne aveva tante che  è comprensibile facesse fatica a seguirle tutte, ma il suo bagaglio di idee gli fu più che sufficiente a restare a galla in tre diverse stagioni della politica francese, la Repubblica democratica degli anni tra le due guerre, il regime fascista di Vichy, e poi di nuovo nelle file dei radicali, nella Repubblica nuovamente democratica degli anni ’50-’60), ma è possibile che Ribbentrop abbia detto qualcosa di questo colloquio ai suoi collaboratori al Ministero degli Esteri, tra cui il buon Rademacher, estensore del “piano Madagascar”.

Detto piano incontrò subito il favore tanto dei vertici delle SS quanto di Frank (per una volta, eccezionalmente, d’accordo col suo nemico giurato Himmler), che vi vedeva la liberazione del suo Governatorato dal rischio di divenire la discarica degli Ebrei dell’intera Europa. Raggiante di soddisfazione, in un discorso tenuto nel luglio’40 agli amministratori tedeschi di Lublino, Frank poteva permettersi di predire che presto anche Lublino sarebbe diventata “decente” e “umana”, abitata da Tedeschi, perché gli Ebrei avrebbero in tempi ragionevoli abbandonato il governatorato “pezzo a pezzo, uomo dopo uomo, donna dopo donna, ragazza dopo ragazza” (quest’ultima frase, che suscitò l’ilarità dei presenti, è sinistramente premonitrice di quello che davvero sarà il destino degli Ebrei d’Europa). Quanto a Reinhard Heydrich,  evidenziava con soddisfazione al suo capo Himmler che l’ubicazione insulare avrebbe “evitato contatti permanenti tra gli ebrei e altri popoli”, mentre Ribbentrop, su di giri (evidentemente orgoglioso che l’idea fosse stata partorita dal suo ministero), in un colloquio ai primi di agosto ’40 col primo ministro romeno Ion Gigurtu, lo informò del  piano di evacuazione degli Ebrei in Madagascar (anche Galeazzo Ciano ne fu informato).

Insomma c’era entusiasmo intorno all’idea, tanto che in quei mesi anche altri si fecero venire idee analoghe (il nazista olandese Anton Mussert pensava alla Guyana per deportarvi gli Ebrei olandesi, la Francia di Vichy tornò a pensare ad una “politica di emigrazione su vasta scala per stranieri”, diretta ad indirizzare verso i Caraibi francesi i 29.000 Ebrei che la Germania aveva espulso dall’Alsazia e dalla Lorena annesse dopo la vittoria del giugno ’40). Ma i mesi passarono e, visto che gli Inglesi, padroni dei mari, contrariamente alle previsioni hitleriane, non sembravano avere alcuna intenzione di addivenire ad un trattato di pace, il Piano Madagascar finì per apparire sempre meno razionale. L’ultima riunione in cui sappiamo con certezza che se ne parlò fu nel febbraio ’41, nel quartier generale di Hitler. Rispondendo a Martin Bormann che gli chiedeva come eventualmente gli Ebrei avrebbero potuto esser trasportati in Madagascar, Hitler rispose sarcastico: “Una flotta della Kraft durch Freude?” (KdF, organizzazione nazista del dopolavoro). Poi aggiunse che “aveva riflettuto su molte altre idee che non erano altrettanto gradevoli”.

Quelle idee meno gradevoli erano legate all’ormai decisa campagna di Russia, che, con le sue immense estensioni, avrebbe offerto nuove opportunità di “soluzione territoriale” del problema del reinsediamento degli Ebrei, fino in Siberia, come disse Hitler al leader delle forze armate croate, maresciallo Slavko Kvaternik,  in visita in Germania proprio il 22 giugno 1941, data iniziale dell’Operazione Barbarossa. Non si trattava dunque ancora dello sterminio di massa (almeno per gli Ebrei già nelle terre dominate dal nazismo, per quelli sovietici invece le esecuzioni di massa cominciarono fin dai primi giorni della campagna di Russia), a quello ci si arrivò gradualmente quando ci si rese conto che la campagna di Russia non era destinata a chiudersi con una vittoria entro il 1941. La vera Endlösung sarà decisa solo il 20 gennaio 1942, nella famigerata riunione di Wannsee, ma già circa un mese prima, in una lettera ad uno specialista di affari coloniali, un deluso Rademacher scriveva: “Il Führer ha deciso che gli ebrei saranno deportati non in Madagascar, ma nell’Est. Pertanto non è più necessario fornire il Madagascar per la Soluzione finale”. Ovviamente sapeva benissimo che “deportazione nell’Est” era un eufemismo. Le possibilità di “soluzioni territoriali” si erano ormai dileguate nel fango e nelle nevi della Russia.

P O S T I L L A

Durante il Terzo Reich, il governo tedesco non si curò molto delle sue ex-colonie d’oltremare perse nel 1918, preso com’era dall’attuazione del suo specifico modello di colonialismo europeo. Ma i Tedeschi rimasti nell’ex-Nuova Guinea germanica, ora governata dagli Australiani, erano tutt’altro che disinteressati riguardo a quanto stava accadendo in Patria, anzi, erano così fanatici della causa nazista che, quando nel ’42 i Giapponesi attaccarono la Nuova Guinea minacciando l’Australia, gli Alleati li internarono prudenzialmente in un piccolo campo nella località australiana di Tatura, che in breve diventò un piccolo avamposto del nazionalsocialismo, un’ultima enclave dell’impero tedesco nel Pacifico. Diretta da fedelissimi che adornavano i propri uffici con ritratti di Hitler, l’insolita colonia organizzava, all’ombra di bandiere con la svastica, feste in onore dei martiri caduti nella guerra nazista. Nel 1943, per tenere viva la fede dei confinati nella vittoria finale del Reich, si tenevano conferenze sull’amicizia italo-tedesca e sull’Europa orientale germanizzata. All’annuncio della fine della guerra in Europa le reliquie naziste furono bruciate in una cerimonia lugubre e provocatoria, fra discorsi e canti patriottici, né i confinati cambiarono la loro idea del nazismo quando il comandante australiano del campo tentò di rieducarli facendoli assistere alla proiezione delle prime immagini arrivate da Bergen-Belsen. Alla fine, con buona pace delle atipiche teorie colonialiste di Hitler, gli ultimi nazisti si arresero in una sperduta località agli antipodi del Lebensraum.

A l e s s a n d r o    C o l a r u s s o

N O T A   B I B L I O G R A F I C A

Götz Aly, “Lo Stato Sociale di Hitler: rapina, guerra razziale e nazionalsocialismo”, 2007.

Christopher Browning, “Le origini della Soluzione finale: l’evoluzione della politica antiebraica del nazismo”, 2008.

Raul Hilberg, “La distruzione degli Ebrei d’Europa”, 1995.

Eric Thomas Jennings, “Vichy in the Tropics: Pétain’s national revolution in Madagascar, Guadeloupe and Indochina, 1940-1944”, 2001.

Marc Mazower, “L’impero di Hitler”, 2008.

Carla Tonini, “Operazione Madagascar: la questione ebraica in Polonia. 1918-1968”, 1999.

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Madagascar, baia di Diego Suarez

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4 thoughts on “Il “Piano Madagascar” di Adolf Hitler

  • Decisamente interessante in relazione a fatti storici a me poco noti. Sarebbe altrettanto interessante fare un parallelo fra le politiche imperialiste della Germania di allora e quelle neocon di questi ultimi 40 anni degli USA per vedere se i ricorsi storici potrebbero essere di aiuto per una visione futura.La mia personale sensazione è che ci sia sempre un parallelo di sostanziale “arrogante ignoranza” da parte di chi vuole creare un Impero ,nei confronti di tradizioni usi e costumi sulle terre che dovrebbero essere in futuro amministrate, e che questo costituisca il primo tarlo dell’insuccesso. Nel caso USA forse il parallelo potrebbe sembrare azzardato perchè volto più alla rapina che al dominio,anche se il dominio propagandato sotto forma di esportazione della supposta democrazia ,risulta essere propedeutico alla rapina

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    • L’esportazione di un’ideologia è sempre funzionale all’acquisizione di un’influenza economica e politica, le ideologie non sono mai neutre. Roma conquistò un impero assicurandosi l’appoggio delle classi dirigenti dei popoli vinti col mantenerne la partnership nella gestione politica ed economica delle province, facendosi solo pagare i costi militari del mantenimento della pax romana, funzionale al buon andamento dei commerci (modello che sarà seguito anche dagli Inglesi in India e perfino dai Mongoli di Gengis Khan, sia pure, in questo caso, con tariffe molto più alte), ed il sistema espansivo romano si inceppò solo quando incontrò popoli “nazionalisti” le cui classi dirigenti non fu ideologicamente possibile arruolare nel proprio sistema di valori (i Germani, che non vollero rinunciare alla loro concezione sociale “democratica”, e i Persiani, la cui religione fanaticamente esclusiva era incompatibile col sincretismo religioso romano). L’Unione Sovietica ugualmente finì con l’utilizzare l’ideologia comunista in funzione delle proprie esigenze di grande potenza. Gli Stati Uniti, diversamente dalla Germania nazista, per lungo tempo, diciamo circa un secolo, hanno basato la loro espansione sul coinvolgimento degli altri paesi nella propria rete commerciale, rivestendo la politica liberoscambista nell’imballaggio dei valori democratici, ma, a partire dagli anni ’60, quando si son resi conto di essere economicamente meno forti di quel che pensavano essere, hanno dovuto cambiare registro, usando la forza politico-militare per creare crisi che deviassero i flussi commerciali dal cammino dettato dall’economia pura (niente di scandaloso, è stato, è, e sempre sarà tipico di tutti gli imperialismi della storia, che proprio in questo esprimono la loro ragion d’essere). La vera anomalia è la Cina di oggi, infatti per la prima volta stiamo assistendo ad un imperialismo economico non accompagnato da nessuna carta da pacco ideologica. Non vi è alcuna ipocrisia nell’attuale espansione cinese, loro ci stanno dicendo che sono talmente più forti di tutti gli altri, sul piano economico, che non hanno neanche bisogno di convincerci che sono anche quelli che hanno il miglior progetto sociale e politico. Son curioso di vedere come andrà questo primo esempio storico di imperialismo economico “puro”, senza complicazioni (ed ipocrisie) ideologiche.

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