MEDIOEVO VERO O PRESUNTO TALE

 

Che cosa è il medioevo? Dando per scontato che solo una semplificazione assai svilente potrebbe costringere l’idea di medioevo entro i limiti ristretti di una pura periodizzazione manualistica, occorre ammettere che, a latere della realtà indagata dalla ricerca storiografica, esiste nella mentalità comune un “medioevo mai esistito”, cioè un luogo e un tempo (o, sarebbe meglio dire, un non-luogo e un non-tempo) scaturiti dall’immaginario collettivo degli ultimi cinque secoli.

Come ciò sia potuto accadere, lo si comprende alla luce della natura stessa dell’epoca in questione. Il medioevo, per le sue caratteristiche intrinseche, è stato ed è tuttora una poderosa fucina di luoghi comuni: come parte preponderante della storia e dell’identità della civiltà europea, esso costituisce infatti un elemento fortemente rappresentativo, evocativo e fecondo di immaginario, un immaginario pregno di stereotipi che – pur germogliati da una matrice storica, sociale e antropologica e perciò connotati alla nascita da una dose di verità – veicolano un contenuto di forzatura e di mistificazione talmente predominante e significativo da non poter essere eliminato dalla coscienza collettiva; inoltre, tutta la cultura europea ha usato e continua ad usare il medioevo come contenitore di luoghi comuni e di equivoci, dettati non da semplice ignoranza ma da vere e proprie categorie mentali, in virtù delle quali sono nati, si sono diffusi e – nonostante le smentite della storiografia –  sopravvivono indisturbati i principali miti sulla storia medievale.

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Paolo Uccello, San Giorgio e il Drago (1456 ca.). Olio su tela, 57×73. National Gallery, Londra.

La prima categoria mentale in questione è quella della semplificazione: qualunque contenuto storico (e non solo) viene più facilmente trasmesso se può essere comunicato in maniera semplice, schematica e visivamente rappresentabile. È per questa ragione, ad esempio, che, ancora oggi, in tanta manualistica scolastica italiana leggiamo di una società medievale perfettamente piramidale e tripartita (come se, obliando completamente banchieri, mercanti, notai e borghesia comunale, si possa credere che in ben dieci secoli di storia non siano mai emerse figure sociali alternative ai tradizionali oratores, bellatores e laboratores), o che, sempre in Italia, risultino particolarmente efficaci in ambito divulgativo l’equivalenza medioevo-feudalesimo (al punto tale da identificare l’intero millennio medievale con la definizione di “età feudale”) o l’immagine della curtis come realtà compatta, chiusa, esclusivamente naturale, fondata sul baratto e sull’economia di sussistenza.

Quest’ultimo esempio porta con sé anche la seconda categoria mentale, e cioè quella del distanziamento: il medioevo colpisce di più e meglio la cultura corrente se, sottolineandone la distanza, esso appare come veicolo di diversità. Al contrario dell’assimilazione, che è il meccanismo mentale attraverso cui siamo curiosi, ad esempio, di sapere come si svolgessero le attività quotidiane nel passato, il distanziamento permette di attrarre sottolineando l’alterità e la diversità di un certo contenuto storico rispetto al presente, a volte anche in modo volutamente forzato. Inoltre la cultura dell’occidente medievale consente di regalare al lettore la dimensione dell’esotico senza allontanarsi nello spazio, ma solo nel tempo; e parliamo di esotismi positivi come il mito del cavaliere impavido ma cortese o della ricerca del Graal, ma anche e soprattutto di esotismi negativi, come quelli dell’economia di sussistenza, delle cinture di castità o dello ius primae noctis. Sempre entro i confini del distanziamento, possiamo inserire l’uso indiscriminato del medioevo come contenitore e generatore di origini, tradizioni e comportamenti sociali ascrivibili ad un “altrove”, cioè ad un esotismo non necessariamente positivo o negativo: è il medioevo dei non medievisti, quello che, sotto forma di romanzi, film e serie tv, riscuote notevole successo presso il grande pubblico proprio perché corrisponde alla cultura comune, e perché di quel pubblico di massa non disattende gli orizzonti d’attesa.

La terza categoria è quella della deformazione prospettica, cioè dell’errata considerazione del divenire storico come di un progresso lineare, un moto rettilineo uniforme fatto di mutamenti permanenti. Questa deformazione è tipica del modo in cui la conoscenza umana si approccia alla storia: si comprende meglio ciò che è più vicino o recente, assimilando insieme la prossimità spaziale con quella temporale, mentre ciò che è avvenuto in precedenza lo si interpreta a posteriori, cioè non in quanto tale ma solo alla luce dei suoi esiti. Tale meccanismo mentale è ben tangibile nella storia dei castelli: è impresa ostica instillare nella mente di uno studente l’idea che i castelli tipicamente medievali non siano quelli residenziali di epoca tardo-medievale (quelli con le torri e il punte levatoio, mèta di visite guidate e gite scolastiche, per intenderci) ma siano quelli di legno e pietre che, in epoche precedenti, costituivano poco più che un villaggio fortificato; esempio altrettanto calzante di una visione distorta è il pregiudizio sulla composizione della famiglia-tipo dell’età di mezzo: avendo in mente un modello di famiglia patriarcale numerosa e multi-generazionale (come era comune in campagna fino all’epoca dei nostri nonni), si tende a non considerare il fatto che nel medioevo i nuclei familiari fossero in realtà bigenerazionali, cioè costituiti solamente da genitori e figli: questo errore di valutazione si produce poiché l’immagine radicata delle famiglie allargate delle nostre campagne ottocentesche  e dei “clan” rurali di età post-industriale,  fa presumere – anche alle persone più colte – che tale organizzazione sociale sia un residuo di usanze più antiche, cioè medievali.

Perché, sia chiaro, il più grande e diffuso stereotipo è che ciò che appare antico e difficilmente spiegabile è sicuramente medievale.

Fonti:

GIUSEPPE SERGI, L’idea di medioevo. Fra storia e senso comune. Donzelli Editore, collana Virgolette, 2005.

Immagine in evidenza:

Rochester Bestiary, BL Royal 12 F xiii, dettaglio di una miniatura.

Chiara Sampaolesi

 

 

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3 thoughts on “MEDIOEVO VERO O PRESUNTO TALE

  • Altro esempio di errata attribuzione al Medio Evo di qualcosa che invece vede il suo apogeo solo tra tardo XV e XVII secolo, è la caccia alle streghe, basti pensare che la relativa bibbia, quel “Malleus maleficarum” di Sprenger e Kramer che ne codifica il modus operandi, è appena del 1487.

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  • Il problema dello stereotipo associato al medioevo sta anche un po’ nell’uso stesso della denominazione “medievale”. Dopo che studio su studio hanno constatato l’impossibilità di una categoria omogenea nel Medioevo, viene anche da chiedersi se non sarebbe più corretto dissolverlo proprio come “contenitore” di secoli, preferendo un’altra scala cronologica, che spezzi ad esempio la distinzione artificiale tra medioevo ed età moderna/rinascimento (magari basata sul progresso tecnologico, o su gruppi più stretti di secoli XIV-XV-XVI per il periodo”di crisi”, ad esempio).

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  • Gli stereotipi legati al medioevo sono in effetti moltissimi, e su questo aspetto l’articolo non voleva (né poteva) essere esaustivo. I pochi esempi riportati sono serviti più che altro ad illustrare il modo in cui tali stereotipi sono nati. Sicuramente è un tema da approfondire ulteriormente.

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