La Serenissima Repubblica di Venezia tra terra e mare(parte 1)

Nostra civitas non agricolturis inservit, sed navigiis potius et mercimoniis est intenta”(1)

“La nostra città non si preoccupa d’agricoltura, ma piuttosto rivolge i propri sforzi alla navigazione e ai commerci”.

 

Sono queste le parole con cui una delegazione di messi veneziani si rivolge a sua santità papa Innocenzo III, supplicandolo di concedere loro la possibilità di vendere determinati prodotti agli infedeli musulmani; commerci proibiti dalla stessa Chiesa pena la scomunica. Parole che risalgono all’anno di grazia 1198, quando il “regnum aquosum” di Venezia ha già sicuramente visto cambiamenti urbanistici significativi così come trasformazioni dal punto di vista sociale,politico ed economico. D’altro canto risulta fondamentale contestualizzare la contro risposta veneziana, mirata ad esaltare la potenza marittima della Serenissima per ottenere una precisa concessione dal papa. Esulando però da qualsiasi glorificazione, la delegazione veneziana tende a mettere in risalto solo ciò per cui Venezia sente di  essere nata: solcare (e dominare) i mari per creare relazioni commerciali da cui trarre guadagno. La navigazione e i commerci via mare sono indubbiamente il fattore fondamentale e preponderante dell’ascesa ed espansione della città lagunare ma sicuramente non l’unico. La contrapposizione usata “ad hoc” per ingraziarsi il pontefice, quella tra agricoltura e commercio ma più in generale tra “terraferma” e “mare”, corre il rischio di fornirci un’immagine distorta della stessa Repubblica. Immagine che di fatto viene spesso proposta e che si è saldamente fissata nel nostro immaginario collettivo: una città esclusivamente votata ai mari e al commercio. Eppure anche coloro che “pro equis navibus utuntur”, che usavano le navi invece dei cavalli, avevano un stretto legame con l’entroterra e la sua economia. La “terraferma” infatti, non solo quella più orientale, permetteva a Venezia di avere peso politico all’interno dei numerosi Stati italiani che componevano la penisola. Giorgio Cracco, ad esempio, ad una Venezia più strettamente lagunare e ad un’altra orientale, accosta poi una “terza Venezia” della terrafermafatta di giurisdizioni e possessi collocati in territorio straniero, nell’ambito di potenti signorie: vitale per i rifornimenti annonari, ma tuttavia di arduo controllo, anche se in gran parte “coperta” da enti ecclesiastici”(2).  Un territorio che al massimo della sua espansione, ovvero nel 1509 prima della battaglia di Agnadello, inglobava all’incirca parte dell’odierna Lombardia fino alle porte di Milano (Bergamo,Brescia,Crema,Lodi,Cremona), alcuni territori interni al vescovato di Trento,la Romagna (Faenza,Ravenna,Forlì,Cesena,Rimini), tutto il ducato del Friuli e l’intero Veneto (Belluno,Feltre,Treviso, Vicenza,Verona,Padova,Rovigo).

Repubblica_Venezia_espansione_in_Terraferma

 

L’opposizione tra “terraferma” e “mare” risulta essere ancora più sbagliata quando si nota che gran parte delle famiglie “lagunari” più influenti, quali ad esempio i Morosini, Contarini, Gradenigo,Badoer e Soranzo, provenivano dall’area venetica e che proprio esse vivevano “secondo consuetudines o usus propri o mutuati dalla legge romana e longobarda” oltre “ad utilizzare denari veronesi”(3). Insomma una vera e propria rete che metteva in corrispondenza immediata entroterra e litorale. A livello economico inoltre la terraferma rappresentava, per rimanere in tema, un “porto sicuro” anche nei momenti più bui dell’economia veneziana, seppur il rapporto con alcune signorie non fosse dei più idilliaci. Alla fine del XVII secolo, ad esempio, quando la Serenissima oramai intraprese la via di un lento declino, l’agricoltura divenne il settore trainante dell’intero sistema produttivo. La manifattura tessile, i commerci e l’armamento navale cominciarono a rendere sempre meno mentre “l’agricoltura riusciva invece a mantenere accettabili livelli produttivi, anche in ragione delle bonifiche effettuate nei territori della terraferma, che avevano consentito di mettere a coltura i nuovi terreni”(4). Intraprendenza però che non venne assolutamente ripagata a livello politico visto che “alla nobiltà delle città della terraferma veneta rimase affidata la gestione del territorio urbano e il controllo delle comunità del contado ma, allo stesso tempo, essa fu esclusa dalla partecipazione al governo dello stato. Tutto ciò si traduceva in un immobilismo politico dove raramente si operavano necessari mutamenti del quadro istituzionale”(5). E non è un caso se negli ultimi rantoli di un’agonia, dovuta in gran parte a un sistema politico ormai troppo arcaico e medievale e a cui porrà fine Napoleone con il trattato di Campoformio del 1797, le maggiori riforme economiche riguardarono proprio la terraferma. Infatti nel 1765 a Padova venne istituita la prima cattedra di agricoltura in Italia e nel 1768 si decise di trasformare tutte le accademie culturali della terraferma in “agrarie”; addirittura prese avvio qualcosa di simile a una “proto industria”, poiché a Schio, nell’attuale provincia di Vicenza, venne messa in funzione la prima macchina a vapore al di fuori dell’Inghilterra.

 

Accanto a tutto ciò, come già detto, preponderante risulta essere la naturale vocazione dei veneziani alla navigazione e alla “dimensione marittima” divenuta da necessità alla più dolce delle virtù. Essa sembra sia nata quasi con la città stessa visto che Oddone di Cluny (878-942), secondo abate dell’abbazia di Cluny e uno degli artefici della riforma cluniacense, incontrò gruppi di mercanti veneziani a Pavia rimanendo sorpreso della loro presenza. Ma gli destò ancora più incredulità il fatto che, una volta mostrato loro un “pallio acquistato in precedenza a un certo prezzo, si sentì rispondere: “A Costantinopoli sarebbe costato di più”. Da ciò si può evincere che vie come quelle che conducevano a Pavia o Costantinopoli, tutt’altro che facili da percorrere in quegli anni, erano solcate con ritmi periodici dai Veneziani. Altri mercanti della laguna sono segnalati ad Alessandria d’Egitto, nell’attuale Albania (Durazzo), in Grecia (Corinto e Tebe), in Libia, in Siria così come in altre località orientali. Inizialmente il sistema con cui era organizzato il “ceto” mercantile risultava essere molto confusionario,con personalità che spesso ricoprivano più ruoli o che possedevano quote molto“selettive” (vi era chi possedeva solamente l’àncora o il legno). Una struttura poi veniva già delineandosi nel corso del XI secolo con un finanziatore definito “stans”,il quale conferiva i 2/3 della somma necessaria per promuovere la spedizione, e un mercante vero e proprio o “procertans” che forniva l’altro terzo. Nel corso dei secoli inoltre vi fu un ulteriore sviluppo sia a livello di organizzazione, venendosi a creare un fitto sistema di colleganze ed imprese di famiglia, sia a livello politico e sociale; grazie anche ad eventi eccezionali come poteva essere una crociata. Venezia sostanzialmente aveva mantenuto, seppur a fasi alterne, buoni rapporti sia con  l’Impero che con la chiesa di Roma. Nei confronti del primo fondamentali risultavano i cosiddetti “Pacta venetica”, particolari accordi politico-commerciali con l’imperatore, che consentivano i commerci ai mercanti lagunari e che potevano comunque essere revocati dall’autorità imperiale. Inoltre la Repubblica era riuscita ad instaurare buoni rapporti con l’Impero bizantino (anche con lauti guadagni) e contemporaneamente si manteneva nell’orbita del papato pur dichiarando una “ecclesia propria” fondata sul culto di San Marco a differenza di quella di Pietro. In definitiva Venezia rappresentava una sorta di “terza via”, un’entità “sui generis” rispetto al papato e all’Impero e in buoni rapporti con l’impero romano d’Oriente. Ed è proprio grazie alla prima crociata, quella indetta da Urbano II e che porterà alla conquista di Gerusalemme nel 1099, che la Serenissima riuscirà ad avere coscienza di questa sua posizione. Gran parte della cristianità si mobilitò contro gli infedeli, ma Venezia in un primo momento rimase neutrale: troppi erano gli interessi commerciali con il mondo bizantino e islamico. Quando però giunsero le prime notizie dell’esito positivo della crociata,soprattutto quelle riguardanti i consistenti guadagni di potenze marinare come Genova e Pisa, anche Venezia decise di allestire una flotta ai comandi di Giovanni Michiel, figlio del duca. Egli ordinò di svernare nell’isola di Rodi senza nessun permesso e per giunta di proprietà del basileus di Costantinopoli,il quale rispose con l’invio di una flotta. I Veneziani riuscirono comunque a sgominarla, giocandosi però i buoni rapporti con l’imperatore d’Oriente, e a proseguire verso la Terra Santa. Una volta incontrati il patriarca e il re di Gerusalemme, si stabilì che a Venezia si concedesse solo la cittadina di Caifa: un vero e proprio fallimento. Consci della propria forza, i Veneziani iniziarono quindi a muoversi in maniera più autonoma, traendo i giusti insegnamenti da un’esperienza gestita male e poco proficua come quella appena brevemente descritta.

 

Circa un secolo dopo, siamo nel 1204 ovvero l’anno della quarta crociata, questi insegnamenti e questa consapevolezza ormai maturata risultarono determinanti per volgere gli eventi a proprio vantaggio. Papa Innocenzo III indisse quindi l’ennesima crociata a cui Venezia accettò di partecipare dopo iniziali tentennamenti e per la quale mise a disposizione i propri navigli per il trasporto delle truppe crociate. Giunti a Zara,la città negò l’ospitalità e così furono costretti a conquistarla, sebbene il papa avesse colpito i Veneziani con la scomunica. Questi ultimi comunque decisero di “deviare” la crociata a Costantinopoli soltanto nei pressi di Corfù e lo stesso Cracco riporta come si trattasse di “una decisione clamorosa […] Venezia aveva sempre voluto essere partner unica del basileus. E per giunta fu una decisione presa in totale autonomia dalla madrepatria (non importa che lo stesso duca Enrico Dandolo fosse a capo della spedizione), dove pure un governo continuava ad esistere”(5). Abbiamo riassunto questi due avvenimenti non soltanto per risaltare un cambiamento di mentalità da parte veneziana, con un’accresciuta coscienza di sè e una maggiore praticità nella spinta commerciale, ma anche e soprattutto per studiare gli effetti che ebbero nella conseguente ascesa sociale dei mercanti. Molti aristocratici infatti si stabilirono in Oriente e i “procertantesche più di tutti avevano sostenuto l’impresa economicamente e che fino ad allora avevano mantenuto un filo diretto tra Occidente e Bisanzio, riuscirono anche ad avere sempre più influenza in politica. C’è chi parla addirittura di democratizzazione del potere:sicuramente molte famiglie “nuove” conobbero un improvviso successo o anche individualità come, ad esempio, Giacomo Tiepolo. Egli proveniva da una famiglia di mercanti, mercante lui stesso, aveva compiuto diverse spedizioni e “nel 1207 neppure risulta incluso in una lista di contribuenti. Eppure si trovava in Venezia, dove, pur non essendo affatto ricco, aveva iniziato la sua carriera politica: elettore di Pietro Ziani nel 1205, giudice del comune due anni dopo, duca di Creta nel 1209, una carica altissima data la funzione-chiave dell’isola”(6). Un “homo novus” con un “cursus honorum” veloce e di tutto rispetto.

 

 

Concludo con un accenno anche ai traffici marittimi meno orientali ma che vedevano Venezia assurgere a potenza egemone nel mare Adriatico, tanto che alcuni hanno osato avanzare la denominazione di “lago veneziano”. La flotta veneziana, prendendo in considerazione i secoli XVI-XVII ovvero al massimo dell’espansione territoriale, risulta essere di gran lunga la più potente tanto da svolgere un vero e proprio ruolo di “polizia” per eliminare qualsiasi offensiva dei diversi pirati che solcavano spesso le acque adriatiche (uscocchi, pirati di Dulcigno e delle reggenze barbaresche). Lo Stato pontificio non era in grado economicamente di competere da questo punto di vista così come il Regno di Napoli reputava conveniente far svolgere questa “funzione” alla Serenissima, visti gli alti costi in denaro e in risorse umane. Anche i traffici commerciali erano dominati in gran parte dalla città lagunare, eccezion fatta per determinate città come Ragusa o Ancona che potevano farle concorrenza. Importanti poi erano ancora nei primi anni del XVIII secolo, i territori romagnoli citati inizialmente. Infatti nel 1715 papa Clemente XI incaricò il nobile bolognese, scienziato e generale Pier Luigi Marsili (1658-1730) di redigere diverse relazioni sulla situazione delle fortezze dislocate lungo il litorale marchigiano. In una di queste egli si soffermò a descrivere i diversi commerci della zona fino ed oltre Cesenatico (olio,grano,seta ecc…) e le varie attività economiche tra cui quella, molto redditizia, della pesca. E proprio a nord di Cesenatico “cominciano i pescatori di Chioggia a godere di tale industria infino al Po grande con grandissimo discapito de’ sudditi de vostra Santità. E nel vero ogni tartana peschereccia rendendo ogni anno d’entrata scudi 1200 circa, è manifesto, che gli abitatori di queste spiagge tirano dagli altri sudditi del di Lei Stato scudi annui 165600, de quali ne ha la Camera (apostolica) il 15 per cento”(7). Il Marsili dunque invidiava gli ingenti proventi ottenuti dai pescatori veneziani e che invece potevano giovare in maniera rilevante alle casse dello Stato della Chiesa; ma questo non era assolutamente possibile visto che il diritto alla pesca in quei luoghi strategici spettava soltanto ai chioggiotti.

 

 

LAMPONI ROBERTO

Note e bibliografia di riferimento:

(1) Venezia nel Medioevo: dal secolo XI al secolo XIV. Un altro mondo. Giorgio Cracco, UTET libreria, pag.10.

(2) Ibidem, pag.16-17.

(3) Ibidem, pag.17.

(4) Manuale di storia per l’università, Gullino-Muto-Stumpo, pag.199.

(5) Ibidem,pag.200.

(6)Venezia nel Medioevo: dal secolo XI al secolo XIV. Un altro mondo. Giorgio Cracco, UTET libreria, pag.60.

(7) Cristiani,ebrei e musulmani nell’Adriatico. Identità culturali, interazioni e conflitti in età moderna”, a cura di  Donatella Fioretti,2009, pag.236.

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