Medicina e letteratura, breve storia di un lunghissimo amore

“Tra medicina e letteratura corse sempre amicizia”. (C.Dossi)

Quella tra medicina e letteratura è da secoli un’affinità elettiva tutt’altro che rara: già nell’antica Grecia Apollo viene identificato come divinità tutelare tanto delle arti quanto della medicina, e, nei secoli successivi, la letteratura pullula sia di autori che ebbero una formazione medica (quando non furono addirittura medici nel pieno esercizio della professione) sia di personaggi-medici o celebri pazienti letterari. Si tratta di due discipline apparentemente lontanissime l’una dall’altra, eppure da un lato la medicina mostra, nel rapporto con il paziente, aspetti intuitivi che la avvicinano all’arte, mentre dall’altro la letteratura si è spesso ispirata alla medicina quanto a immagini, contenuti, linguaggio.

Nella totale impossibilità di elencare in maniera esaustiva tutti gli esempi di questo legame, e tralasciando completamente la classicità greca e latina, si propone di seguito un brevissimo excursus riguardante principalmente  la letteratura italiana.

Parlando di immagini letterarie prese in prestito dalla medicina, impossibile non iniziare citando la Lauda XLVIII di Jacopone da Todi. L’esordio preannuncia al lettore che cosa dovrà attendersi dalle diciotto successive quartine:

“O Segnor, per cortesia, / mànname la malsanìa!”

A partire da questa premessa (per brevità non citiamo qui l’intera Lauda), il frate umbro riassume con macabra dovizia di particolari un esteso campionario delle patologie, per lo più infettive, che otto secoli fa flagellavano l’umanità: il lettore si trova di fronte ad un’autentica summa dell’universo patologico all’epoca conosciuto, che l’autore utilizza come macabro augurio per se stesso e per l’espiazione dei propri peccati; sorprendenti restano il gusto degli accrescitivi e dei rafforzativi, l’incalzare dei concetti, gli accenti sapientemente distribuiti per impressionare il lettore, l’inesauribile catalogo delle “infermità” ed il marchio che molto spesso le connetteva alla povertà, alla miseria materiale e morale, all’isolamento ed alla morte in solitudine, il tutto filtrato attraverso la visuale mistica di un uomo che, sospinto da un pessimismo feroce, compie l’esperienza estremamente individuale di pervenire al totale dispregio di se stesso. L’asprezza e la dissonanza dei termini rendono foneticamente l’asprezza della condizione umana: Jacopone non è un medico, e la terminologia tecnica perde qui di significato, poiché la comprensione di questo succedersi di orrori e sofferenze trova risposta più che altro nel valore che ciascuna parola assume per il suo suono e per il suo concatenamento con le altre, nonché per la «sconcia bizzarria dell’espressione».

Restiamo in un ambito tutt’altro che tecnico. Dante, nel XXV canto del Purgatorio (vv.37-51), fa descrivere a Stazio la formazione dell’embrione umano nel ventre materno:

“Sangue perfetto, che poi non si beve
da l’assetate vene, e si rimane
quasi alimento che di mensa leve, 

prende nel core a tutte membra umane
virtute informativa, come quello
ch’a farsi quelle per le vene vane. 

Ancor digesto, scende ov’è più bello
tacer che dire; e quindi poscia geme
sovr’altrui sangue in natural vasello. 

Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,
l’un disposto a patire, e l’altro a fare
per lo perfetto loco onde si preme; 

e, giunto lui, comincia ad operare
coagulando prima, e poi avviva
ciò che per sua matera fé constare.”

Il Canto in questione ha argomento prevalemente didascalico, essendo dedicato per la maggior parte alla complessa spiegazione di Stazio circa la generazione dell’anima e la formazione dei corpi umbratili dopo la morte necessaria per chiarire il dubbio di Dante sulla fisicità della pena dei golosi; ma un tale argomento, che poteva essere trattato in termini più metafisici (giacché finalizzato, in ultima battuta, a contestare l’interpretazione aristotelica data da Averroé), viene affrontato facendo ricorso ad un armamentario di immagini mediche: la Commedia è il poema dell’Uomo, dell’anima quanto del corpo, dell’alto quanto del basso; e lo stesso Dante non è estraneo all’uso di simili immagini anche in altre opere, come quando nella Vita Nova descrive la propria reazione all’incontro con Beatrice con la sintomatologia traumatica di una vera e propria “malattia d’amore”.

Rimanendo negli ultimi decenni del Medioevo, si arriva a toccare un topos molto caro alla letteratura: la peste.

“quasi nel principio della primavera dell’anno predetto orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, e in miracolosa maniera, a dimostrare. E […]  non solamente pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra ‘l terzo giorno dalla apparizione de’ sopra detti segni, chi più tosto e chi meno e i più senza alcuna febbre o altro accidente, morivano.” (G. Boccaccio, Decameron, Introduzione alla Prima Giornata)

Siamo nel 1348 e per Boccaccio la pestilenza è l’occasione che permette ai dieci giovani di incontrarsi. Solo avendo chiara la situazione straordinaria di orrore e disgregazione morale provocata dall’epidemia si può capire il significato del progetto dei protagonisti: essi, appartenenti all’agiata borghesia cittadina, andandosene da Firenze non intendono tanto evitare i rischi del contagio, quanto dimenticarlo e continuare a vivere conformemente a criteri di misura, ragionevolezza, decoro, onestà, in contrasto con la volgarità e la corruzione circostanti. Boccaccio non si pone nemmeno il problema dell’origine della peste, che è arrivata a Firenze «per operazion de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio »: nella sua descrizione del male compaiono la formula fissa dell’ignoranza della gente, nonché l’elemento della descrizione del comportamento umano caratterizzato dallo sfacelo dei costumi e delle leggi.

Questo ruolo terribile della malattia sull’animo umano si riscontra praticamente invariata in tutti gli autori che hanno parlato di peste, non ultimo Manzoni. Una pagina tragica della storia milanese del Seicento riguarda infatti la peste; e Manzoni dedica al flagello due capitoli di impronta saggistica, il XXXI e il XXXII, basati su uno studio delle fonti e degli atti del processo agli untori (tanto era l’interesse per la peste e gli untori che, nel corso della stesura del Fermo e Lucia, Manzoni pensò di inserire una lunga digressione riguardante tale processo, digressione talmente sproporzionata rispetto all’economia del racconto da essere prima soppressa e poi pubblicata come opera autonoma, in appendice all’edizione definitiva del 1840, col titolo Storia della colonna infame); tuttavia è nei due capitoli successivi che troviamo i passi più significativi, e cioè la peste di Don Rodrigo nel capitolo XXXIII e la figura della piccola Cecilia nel XXXIV: è la malattia che tira fuori l’umanità più profonda e vera dei personaggi, esaltandone la statura morale e la composta dignità anche nel momento del dolore, o mettendone ridicolmente in evidenza la piccolezza d’animo e l’inguaribile egoismo.

Parlando poi di medici-scrittori, molti grandi autori della letteratura mondiale sono stati medici e viceversa: ad esempio Bulgakov, che riversa nelle sue pagine letterarie la propria esperienza di medico, una sorta di veri e propri diari di lavoro, come ne I racconti di un giovane medico, o negli Appunti; o in Cuore di cane, in un luminare, inviso ma rispettato e temuto dai burocrati sovietici, trapianta i testicoli e la ghiandola pituitaria di un uomo al cane Pallino il quale, col passare del tempo, assume caratteristiche sempre più umane e sempre più simili a quelle di un ottuso e arrogante funzionario di regime; ancora, ne Le uova fatali, dove si racconta della fantastica scoperta di un raggio rosso che accelera la crescita degli organismi viventi e a causa del quale alcune uova iniziano a generare mostri giganteschi che devastano i quartieri periferici di Mosca, a simboleggiare che i mostri della politica non sono meno orribili di quelli creati dagli errori della scienza.

Spostandoci oltremanica, non ci si può dimenticare di Sir Arthur Conan Doyle che, con Le avventure di Sherlock Holmes ci ha regalato un vero e proprio trattato di metodo scientifico. La storia del grande investigatore Sherlock Holmes è, a tutti gli effetti, una storia di medici: lo stesso nome di Sherlock Holmes si ispira con tutta probabilità a quello di un medico realmente esistito, e medico è anche l’alter ego di Holmes, il dottor Watson; e sempre un medico è colui che ha avuto il maggior ruolo nella genesi del grande investigatore: il professor Joseph Bell, maestro di Conan Doyle ai tempi dell’università, diagnosta di eccezionali capacità, ottimo chirurgo e rinomato medico legale, il cui metodo di lavoro era tutto incentrato sul ruolo dell’osservazione: per costruire il suo Sherlock Holmes, Conan Doyle ha attinto a piene mani dalla figura del vecchio maestro di medicina.

Tuttavia, forse la miglior definizione di questo rapporto è stata espressa da Anton Cechov, il più paradigmatico esempio di medico-scrittore: «La Medicina è la mia sposa, ma il vero amore lo faccio con la letteratura». E se la medicina è la sposa, ma la letteratura è l’amante di molti medici, vien da chiedersi cosa abbia spinto tanti seri professionisti a cercare (artisticamente parlando) l’amore altrove.

Per quanto concerne le generazioni mediche del passato questo connubio è stato sicuramente cementato dal fatto che alla Facoltà di Medicina si venisse ammessi solo dopo un iter di studi umanistici (ad  esempio in Italia solo il Liceo Classico permetteva l’accesso all’Università). Tuttavia tale legame “occasionale” non chiarisce il perché di questo vero e proprio amore tra letteratura e professione medica; lo spiega invece in modo cristallino, a metà Ottocento, Carlo Cattaneo: identificando il medico come colui che ogni giorno incontra molte persone diverse tra loro per età, esperienze, cultura e carattere, Cattaneo vede in lui il soggetto privilegiato di un’osservazione quotidiana e continuata dell’umanità intesa nel suo significato più profondo, di un’umanità colta nel momento di debolezza, nel confronto con la malattia e la morte;  si tratta di  un ideale di humanitas quasi terenziano (“Homo sum, humani nihil a me alienum puto”): il medico incontra l’Uomo messo a nudo nel momento della fragilità, della solitudine e della paura, ed il costante contatto con questa verità può avvicinarlo non solo ad una maggiore conoscenza dell’altro uomo, ma anche all’immaginario artistico, in una visione in cui necessità di scrivere e bisogno di raccontare nascono dal desiderio di condividere, far conoscere e placare le ferite quotidianamente incontrate; non si tratta tuttavia di un desiderio di fuga dalle brutture della realtà: questa insaziabile attrazione nasce dall’amore per l’umanità e per la vita, l’insaziabile curiosità che spinge alcuni medici a dedicare l’esistenza alla cura dell’altro e, a un tempo, a farne una fonte di ispirazione per la loro arte.

A dimostrazione del fatto che quello tra letteratura e professione medica sia effettivamente un “matrimonio” felice e di lunga durata, si sottolinea infine l’esistenza – ignota ai più – di una Associazione Medici Scrittori Italiani (AMSI) fondata nel 1951 e di una Internazionale (UMEM, Union Mondiale des Ecrivains Médecins) fondata nel 1955.

Chiara Sampaolesi 

FONTI:

ALIGHIERI D., Divina Commedia, Purgatorio (a cura di Tommaso Di Salvo), Zanichelli, Bologna, 1993

ALIGHIERI D., Vita Nova, Mondadori (collana Oscar Classici), Milano, 1999

BOCCACCIO G., Decameron, Mondadori (collana Nuovi Oscar Classici), Milano, 2015

CONAN DOYLE A., La lampada rossa. Storie di medici e di medicina, Passigli, Firenze, 2011

FIORISTA F., Medicina e letteratura: una non rara affinità elettiva, pubblicato in Italian Heart Journal, Suppl. 2004, 5 (1)

GIANNI A., Storia della Letteratura Italiana, vol.I (Dalle Origini al Quattrocento), G.D’Anna, Firenze, 1991

LIPPI D., Specchi di carta, Percorsi di lettura in tema di Medicina narrativa, Clueb, Bologna, 2010

MANZONI A., I Promessi Sposi, Mondadori (collana Oscar Classici), Milano, 1995

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