L’Italia democristiana: nazione buona e nazione morta

In un succedersi quasi infinito di trasformazioni a livello ideologico del senso dell’italianità, si è giunti mediante diversi traumi storici ad una fase che, tra mille incertezze, sembra ancora quella più attuale, in cui l’Italia è la nazione cattolica per eccellenza, in cui la storia degli italiani in quanto civiltà, perlomeno nella sua fase unitaria, risulta essere una enumerazione di sconfitte, di umiliazioni, di smanie di grandezza rimaste tali, in cui l’unica figura politica, spirituale e simbolica in cui una buona parte degli italiani è ancora in grado di riconoscersi è quella del papa.

In definitiva la nostra storia risorgimentale risulta a livello di mentalità come offuscata, dilapidata nel suo valore fondante l’unità nazionale italiana in una serie di opinioni contrastanti e spesso subordinate ideologicamente al partito di turno. In ogni caso tale storia unitaria risulta sminuita, contraddistinta, più dall’autocommiserazione dei fallimenti di una intera classe politica post-unitaria, piuttosto che dai successi che, pur tra mille difficoltà (e mi chiedo: in quale realtà nazionale non ve ne furono?), tale classe politica conseguì.

Il punto di inizio di questo rapido declino in termini di popolarità della storia unitaria italiana è collocabile alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo il ventennio fascista, culmine della nazionalizzazione delle masse in Italia, nonché inizio della sua fine: lo Stato italiano necessitava in quel momento di una nuova fonte di legittimazione, di un collante in grado di sostituirsi alle pompose inculturazioni di epoca liberale e poi fascista.

Tralasciando per un istante il problema dell’antifascismo e della Costituzione come (presunte) fonti di legittimazione della nuova Italia post-fascista, ne risulta che alla fine a prevalere fu la componente antropologica, culturale e sociologica indubbiamente più forte nella storia sociale italiana a riemergere in tutta la sua scintillante potenza. Come ridestandosi da un lungo sonno furono infatti i cattolici a sovvertire le gerarchie, a rovesciare lo Stato laico, liberale, nazionale, per forgiare una nuova idea di Italia.

Alla luce di questo risveglio cattolico, con un partito dominante come la Democrazia cristiana legata a doppio filo alla riscossa del Vaticano sulla scena internazionale in quanto potente alleato del blocco occidentale americano in funzione antisovietica, tutto ciò che era avvenuto in Italia prima dell’ascesa al potere della Dc divenne una successione evenemenziale di tentativi e di sconfitte. Si ebbero così delle conseguenze pesantissime sul piano dell’idea che da quel momento gli italiani avrebbero avuto della loro storia patria:

<< Neppure il minimo riconoscimento era concesso ai costruttori e ai governanti liberali dello Stato unitario, nulla era detto sui progressi civili e sociali conseguiti dagli italiani durante il regime liberale. Di questo, il giornale democristiano [“Il Popolo”] citava unicamente le iniziative più deprecabili, come la repressione dei moti popolari […] E il giornale concludeva la commemorazione del centenario con un inno all’opera della Democrazia cristiana, vera artefice, col volere di Dio, della realizzazione degli ideali del Risorgimento. >> (E. Gentile, La Grande Italia, Laterza, Bari 2009, pag. 393)

L’apoteosi di questa nuova Italia sorta con il benestare della Divina Provvidenza, avanguardia culturale dell’Occidente cristiano contro l’anticristo sovietico, fu raggiunta con il Giubileo della Nazione del 1961, secondo un illustre storico come Gentile poco più che un simulacro di un’idea nazionale ormai tramontata in Italia. Il Centenario dell’Unità nazionale fu infatti piuttosto la celebrazione della nuova classe dirigente democristiana che avrebbe guidato quasi ininterrottamente il paese per almeno un trentennio.

Il nuovo italiano doveva essere modellato su valori profondamente diversi da quelli prospettati ed ingigantiti dalla propaganda risorgimentale. Fu così che un Paese che, pure nel limite dei suoi mezzi, era stato in tutto e per tutto una nazione imperialista, colonialista, in cui i fermenti nazionalisti avevano agito quanto e più che in altre realtà europee nel determinare le due disastrose deflagrazioni che avevano distrutto l’Europa occidentale, divenne una nazione cattolica e buona. Nacque, su forme radicalmente diverse da quelle fasciste e colonialiste, il mito del buon italiano in senso stretto.

Buono in quanto spinto alla collaborazione fraterna con gli altri popoli e con le altre nazioni.

Buono perché mosso da spirito missionario (e qui l’ascendente il senso cattolico, controriformista della missione è piuttosto evidente) nei confronti delle popolazioni del Terzo Mondo.

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Lo scudo crociato simbolo della DC visto come una difesa della Repubblica italiana e dei suoi valori (patria, famiglia, libertà) dall’attacco del comunismo, simboleggiato dalla falce e martello.

La nuova Italia di questi nuovi italiani sarebbe divenuta così la protagonista del progetto unitario europeo, in quanto svuotata di ogni velleità statalista, e proiettata verso una negazione costante di sé stessa. In realtà tale auto-negazione non era nelle intenzioni iniziali della nuova classe dirigente democristiana, secondo la quale l’elemento nazionale era di per sé indiscutibile.Tale elemento nazionale venne però snaturato alla radice: la Nazione democristiana non poteva essere paragonata, per via delle sue ambiguità interne, del suo essere cosa altra rispetto ad una realtà statale accentrata, al vecchio Stato-nazionale:

<< […] il pensiero cattolico, proponeva la rivalutazione di una concezione della nazione “buona”, che si concretizza a livello societario piuttosto che a livello statale, scindendo la nazione dallo Stato nazionale, e valorizzando, per questa via, la componente propriamente cristiana della società nazionale contro la componente propriamente laica dello Stato nazionale, e arrivando quindi a definire la nazione come entità naturale, culturale e storica che non poteva essere soppressa. >> (Ibidem, pag. 331)

Una nazione intesa come comunità era funzionale in quanto non era un ostacolo al prevalere di nuove entità sovranazionali. Strutturalmente però una comunità nazionale si sarebbe alla lunga rivelata molto più debole rispetto ad uno Stato nazionale. Nel caso italiano tali componenti determinarono in effetti il progressivo sfacelo dell’identità nazionale, giacché in Italia scindere lo Stato dalla Nazione è oltremodo complesso, dato che storicamente tali componenti si sono sempre sovrapposte:

<< dissociando l’amor di patria dallo Stato nazionale per proiettarlo verso entità sovranazionali, come una vagheggiata Europa unita, appariva a osservatori più realistici un’illusione generosa, che però poteva portare in realtà a distruggere, con il senso dello Stato nazionale, il senso della patria che con esso si era identificato fin dall’epoca del Risorgimento. >> (Ibidem, pag. 404)

La svalutazione della storia unitaria in luogo di un lungo percorso provvidenziale culminante nella Repubblica democristiana inflisse infine la ferita più profonda, quella di cui si è accennato all’inizio.

Il nuovo italiano, lungi dall’essere fiero di essere parte dell’avanguardia culturale dell’Occidente antisovietico, coccolato dall’imperversante benessere, condizionato dall’american way of life, divenne l’emblema stesso della rassegnazione nazionale italiana.

Vittime predilette furono, come spesso accade, gli intellettuali. Su di essi si condensava l’ombra dell’impotenza, un senso di vittimismo latente che non trovò e non trova nemmeno oggi paragoni con nessun altra realtà europea. Scrisse a tal proposito Domenico Bartoli in un articolo titolato Patriottismo, sul “Corriere della Sera” del 20 aprile 1959:

<< Non riusciamo a essere come Stato, come Nazione, quel che siamo, o almeno fummo, come civiltà e come cultura. Questa incapacità esaspera ancora di più gli intellettuali, le minoranze attive, quella che dovrebbe essere la classe dirigente, e rigetta tutti quanti verso il cinismo o l’evasione estremistica, la quale finisce poi anche, quasi sempre, nella cinica indifferenza, appena passati i primi furori. >>

Verrebbe da chiedersi se una classe dirigente ed intellettuale incapace di percepire e di sentire la Nazione in quanto Stato, sia in grado di sovvertire la propria cinica indifferenza, al servizio del bene collettivo…

MASSIMILIANO VINO

Bibliografia:

Il mio testo di riferimento per questo articolo è stato La Grande Italia di Emilio Gentile, da cui ho tratto anche la citazione di Domenico Bartoli. Il saggio ripercorre l’ascesa, il culmine e il declino del sogno nazionalistico italiano, compresa la sua fare di ristagno e di declino, fino al Giubileo dell’Unità nazionale del 1961. Consiglio però, per approfondire le trasformazioni antropologico-culturali nell’Italia del dopoguerra la Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi di Paul Ginsborg. Per una lettura più politica, con ampio rilievo al contesto internazionale e al ruolo da “Paese di frontiera” dell’Italia nel blocco occidentale consiglio invece la Storia della Prima Repubblica. L’Italia dal 1943 al 2003 di Aurelio Lepre.

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