L’ “homo colonialis italicus” plasmato dalla cultura nazionalfascista

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Etiopia, 1935. Alessandro Pavolini appoggiato alla carlinga di un bombardiere Caproni 101 della squadriglia “La Disperata”.

“Non dominatori, non tutori, non innovatori, ma amici ed aiutatori a guidare i nostri nuovi concittadini a miglioramenti compresi e desiderati: ecco il nostro programma in quanto ad Assab” (Pasquale Stanislao Mancini, ministro degli Esteri, discorso alla Camera del 12 giugno 1882).

“Tutti i civili che si trovano in Addis Abbeba hanno assunto il compito della vendetta, condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada. (…) Vedo un autista che, dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza, gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara e innocente” (annotazione del 20 febbraio 1937 di Ciro Poggiali, convinto fascista ed inviato del Corriere della Sera, sul suo “Diario AOI”, pubblicato solo nel 1971, circa il pogrom antiabissino seguito all’attentato a Rodolfo Graziani del giorno prima).

L A    P R E M I A T A    C O L O R E R I A    I T A L I C A

Un punto di partenza ed un punto di arrivo del processo di rieducazione dell’Italiano medio ai “valori” del colonialismo, le due citazioni testé riportate rivelano, nell’evidente antinomia dell’intenzionalità che sottendono, tutta la difficoltà e gli inizialmente imprevedibili, e dai più  neanche voluti, esiti del processo di educazione del popolo italiano all’impresa africana che vede la cultura italiana fiancheggiare la politica per  mezzo secolo. Non che la rieducazione fosse facile, dovendosi legittimare come guerra di valori, sullo stesso piano di quella risorgimentale, una guerra che, all’opposto di quella, era offensiva e fuori dai confini, di conquista ed espropriazione e non di riappropriazione, il tutto mentre si pretendeva ancora di vivere nell’aura dell’irredentismo, della lotta per la  libertà e l’indipendenza dei popoli.

Si trattò di convincere gli Italiani, che avevano appena appeso al chiodo la rossa camicia garibaldina, ad indossare con analogo entusiasmo prima il grigio-verde di una nazione che ormai ambiva a svolgere essa stessa una politica di potenza, poi la camicia nera del costruttore di imperi erede della romanità, e di far sì che nello sfumare di questi colori l’uno nell’altro l’Italiano medio non vedesse alcuna contraddizione. Eppure anche un Italiano tutt’altro che medio ce le vedeva e come le contraddizioni, fin dall’inizio dell’avventura coloniale. Leggiamo questo famoso brano tratto dalle “Impressioni e ricordi di viaggio nell’Affrica italiana” (1891) di Ferdinando Martini, scrittore e parlamentare, futuro governatore civile dell’Eritrea (1897-1907) e ministro delle Colonie (1915-16):

“In Affrica ci siamo andati, senza saper bene il perché, ci siamo voluti restare per consenso quasi unanime, quando era tempo di venirsene con danno minore, ora io, che pur così ripetutamente e vanamente domandai si richiamassero dalle coste del mar Rosso i nostri soldati, io, per il primo, confesso che il dar le spalle al mar Rosso oggi non è più possibile, senza disdoro infinito, perpetuo. Ma, se col mutare degli eventi e de’ tempi, muta la ragione politica, la ragione morale rimane qual era; ed io non so rassegnarmi a credere che vi sieno due giustizie, una bianca, e una nera, due diritti, uno bianco e uno nero; nella pochezza mia non arrivo ad intendere con che cuore noi che per secoli patimmo e lamentammo il giogo, andiamo ora ad imporlo (…) le conquiste coloniali sono un’empia necessità, ma non parlate d’incivilimento(…) All’opera nostra l’indigeno è un impiccio: bisogna rincorrerlo, aiutarlo a sparire, come altrove le Pelli Rosse, con tutti i mezzi che la civiltà, odiata da lui per istinto, fornisce: il cannone intermittente e l’acquavite diuturna(…) noi abbiamo cominciato, le generazioni avvenire seguiteranno a spopolare l’Affrica de’ suoi abitatori antichi, fino al penultimo. L’ultimo no: l’ultimo lo addestreranno in collegio a lodarci in musica, dell’avere, distruggendo i negri, trovato finalmente il modo di abolire la tratta!”

Ma lo stesso Martini, pur lucido nell’ammettere la doppiezza morale dell’approccio della politica coloniale nei confronti dei nativi, in un passo successivo confessa l’inevitabilità di scendere a compromessi con la coscienza, di non poter mantenere nette le mani, una volta accettata l’irrinunciabilità della conquista, di poter al massimo gestire in maniera paternalistica il graduale annichilimento culturale dei colonizzati, se non fisico, che vaticina esito finale del colonialismo (ed a questo approccio buonista di compromesso si presterà quando, temporaneamente riposti in soffitta cannoni e sciabole malamente ammaccati ad Adua, il suo buonismo ne suggerirà nel 1897 l’opportunistica nomina a governatore d’Eritrea in una fase di debolezza in cui la ricucitura in chiave moderata coi nativi appariva tatticamente inevitabile). Sentiamolo ancora:

“Abbiamo invaso l’Abissinia non provocati, per violenza, contro ogni giustizia; ci scusiamo dicendo che gl’Inglesi, i Francesi, i Tedeschi, gli Spagnuoli fecero altrove altrettanto. E sia. Non possiamo abbandonarla per molte ragioni e non senza molta vergogna. Lo credo anch’io e sta bene. Risparmiamoci dunque la vergogna, ma non scrupoleggiamo sopra violenze e ingiustizie minori, le quali ora non commettiamo per timore degli effetti. Non pregiudichiamo nulla per finzione o per rispetto umano; le ingiustizie e le violenze saranno necessarie un giorno o l’altro; tanto più necessarie quanto migliore il successo dell’impresa a cui ci accingiamo.”

Quanto fosse difficile convincere l’Italiano della giustizia dell’entrare in casa d’altri, lo conferma l’approccio alla prima fase della ritintura della camicia rossa, trasformata nel grigio-verde delle trincee della Grande Guerra.  Per portarvi le masse popolari, farcele stare ed anche al bisogno farle uscire all’assalto contro altri grigio-verdi di altre trincee, soprattutto dopo Caporetto si rivela ancora necessario inculcare nel soldato un’ideologia di guerra improntata alla difesa dei giusti confini, in barba all’orientamento offensivista prevalente nei militari, propugnanti petti ardentemente protesi a sfondare fili spinati, ed a quello del darwinismo sociale nazionalista, esaltante il salutare e fisiologico scontro perenne tra Stato e Stato.

S’era dovuto innestare una guerra aristocratica sopra un equivoco democratico”, dice, con caustica incisività, Massimo Bontempelli, in un’intervista rilasciata al “Popolo d’Italia” nel ’24, in cui ricorda la sua esperienza di ufficiale distaccato durante la Grande Guerra, in forza del suo talento letterario, agli uffici di propaganda del regio esercito. Studioso ironicamente acuto delle retoriche, grazie alle quali le aristocrazie impongono la propria volontà attiva alle masse gregarie in cerca di miti che le governino, Bontempelli sì che ne sa, in quanto sperimentata su se stesso, dell’ambivalenza di una continua riconversione intellettuale, lui, forse, insieme a Malaparte e come lui fascista di fronda, il più interessante animale letterario del ventennio, dal ’28 segretario del Sindacato Fascista Autori e Scrittori, ma difensore dell’autonomia dell’arte dal regime, amico di Savinio, De Chirico, Pirandello, Piovene, Moravia, ma anche autore nel ’35 di una stolida antologia fascisteggiante per le scuole medie, lui, prima fascista, poi espulso dal PNF per aver condannato le leggi razziali del ’38, indi minacciato di morte da Pavolini durante la RSI e costretto alla clandestinità, infine eletto al Senato nel ’48 in una lista fiancheggiatrice del PCI, ma con nomina revocata quando qualcuno si ricorda dell’inciampo in quella succitata antologia scolastica di propaganda fascista, ancora lui, audace innovatore letterario negli anni in cui è fascista, ed introduce in Italia i canoni del surrealismo e del realismo magico, ed invece, divenuto comunista, autore nel dopoguerra di una produzione letteraria sostanzialmente involuta e formalmente conservatrice. Bontempelli è ben cosciente di quanto forte era stato l’impatto dei valori difensivi inculcati nel soldato della Grande Guerra e di quanto fosse difficile per il fascismo conseguire il superamento nell’opinione pubblica del mito dell’alpino, ancestrale difensore dei confini nazionali sui passi alpini, da parte del mito dell’ardito,  rappresentante di una concezione della guerra futuristicamente aggressiva e di movimento (non a caso, con buona pace del regime, il maggior successo della filmografia di guerra del ventennio sarà “Scarpe al sole”, con cui nel ’35, quindi a fascismo ben inoltrato, Marco Elter ancora ripropone il mito dell’alpino su cui si basava il bestseller di Paolo Monelli del ’21 di cui il film era la trasposizione cinematografica). L’insostenibilità psicologica e politico-culturale di una guerra dichiaratamente offensiva si riflette nei tanti camuffamenti che circondano l’immagine collettiva della Grande Guerra: i nazionalisti che, per imbonire la piccola gente, non si fanno scrupolo di ricorrere all’armamentario ideologico democratico e mazziniano, di cui intimamente si fanno beffa; il rifiuto di ammettere che, per molti “irredenti” tirolesi e sloveni, i liberatori sono occupanti; Bolzano preda di guerra mimetizzata dietro Trento redenta; Trieste italiana che prelude all’ambizione di fare dell’Adriatico un Mare Nostrum espellendone il dirimpettaio jugoslavo.  I troppi peccati che la inficiano rendono perfino per la Grande Guerra tutt’altro che facile salvarne l’immagine collettiva di guerra di redenzione, figurarsi per le guerre coloniali.

 

I L  C O N T A D I N O-S O L D A T O , Q U A N T O  C O N T A D I N O  E  Q U A N T O  S O L D A T O ? 

La dicotomia tra una linea morbida ed una linea dura nel definire i contorni del futuro “homo colonialis” si appalesa già ben prima della Grande Guerra, quando, in occasione dell’impresa tripolina del 1911, Giovanni Pascoli lancia il famoso proclama nazionalpopolare “la grande proletaria si è mossa”, .in cui, fondendo patriottismo tardo-risorgimentale, socialismo giovanile e rivalutazione di due figure basiche della società italiana dell’epoca, il contadino e l’emigrante, auspica una diversione africana e ruralista del fiume di emigrazione allora indirizzato in maniera patriotticamente dispersiva  verso l’America, ma di un ruralismo che non è più quello del contadino-soldato che, dalle vette alpine, quasi immagina di vedere nella vallata la sua casa, il suo campo, il suo campanile da difendere, bensì quello di un nuovo tipo di soldato-colono, che, lasciatisi alle spalle i rimpianti per la mancata realizzazione della riforma agraria in patria, va a cercarsi sull’altra sponda la terra che moralmente gli spetta, anticipando il mussoliniano “posto al sole”, in una guerra di popolo per il popolo che accende gli entusiasmi di futuristi e nazionalisti (alla fine, grattata via la patina di pietismo populista, sotto Pascoli scopriamo Enrico Corradini), grazie alla quale la terra che i latifondisti italiani si son tenuti stretta sarà recuperata a spese dei ras e dei mercanti di schiavi abissini, o tout court a spese di quei beduini libici e negri del Corno d’Africa la cui atavica indolenza ed imperizia li renderebbe incapaci di trarre il tanto di buono che da quelle plaghe saprebbe invece trarre il colono italiano.

Ma, se bisogna combattere, tanto vale farlo bene e senza troppi scrupoli, ed è qui che, accanto al nazionalismo rurale pascoliano, ne comincia ad emergere un altro, più duro e militaresco, dove il soldato-colono è sempre meno contadino e sempre più legionario. Ne troviamo un precoce esempio in questo passo dei “Discorsi militari” scritti nel 1914 da Giovanni Bòine, esponente minore, ma sicuramente più schietto, della corrente “vociana”  che fa capo a Prezzolini e Papini, scritti in cui esalta la controguerriglia in corso in Libia proprio perché, in quanto guerra sporca, gli appare ottima palestra per educare un uomo nuovo che sappia dare e ricevere la morte senza tante storie. Leggiamone un passo:

“Benedetta se mai anche la guerriglia coloniale che la gran guerra di conquista ci ha lasciato in retaggio. Ci darà delle leve di uomini più decisamente preparati alla vita, capaci di sacrificio pronto e di sofferenze, capaci di dolore, del dolore proprio ed altrui senza eccessivi guaiti sentimentali ed umanitari, meno fiacchi, più rudi e più maschi, meno immersi nella snervante consuetudine del piacere e del comodo, o nel dissolvente egoismo borghese”.

Sembra già di leggere “Dieci anni di fascismo nelle colonie italiane”, manualetto divulgativo ed educativo alle future imprese coloniali, firmato da Alberto Giaccardi, che Mondadori pubblica nel ’34 sotto gli auspici del PNF. In esso la guerriglia dei nativi non è affatto disprezzata, ridotta a fatto di predoni e briganti, com’era nella pubblicistica del primo periodo coloniale, bensì elogiata per valore e tenacia (lo stesso eroe libico Omar al-Mukhtàr è definito “capo senza dubbio eminente il quale, ora con la forza, ora con il tradimento, sempre però con indomabile energia, seppe fronteggiare a lungo, nei momenti più difficili, le situazioni più disperate”), dilungandosi ampiamente e senza omissioni ed infingimenti eccessivi (il velo censorio copre “solo” le esecuzioni sommarie, l’uso dei gas e le tante morti dei civili concentrati nei campi di prigionia) sulle tecniche di controguerriglia dirette, deportando e concentrando la popolazione civile, a prosciugare il mare dove nuotano i ribelli libici, per costringerli alla resa od all’annientamento. Nessun razzismo genetico in questo caso, nessuna insistenza su presunte tare intellettuali o fisiche del nemico, ma solo esaltazione dell’efficienza bellica necessaria ad aver ragione di un nemico di valore.

Ma, nella seconda parte del manualetto, non manca la ripresa dei temi del colonialismo pascoliano fondato sulle opere di valorizzazione economica e sociale (“La necessità di mettere in valore le nostre Colonie è, al tempo stesso, un problema economico ed un problema morale: perché, perfezionando con le opere la conquista fatta con la spada, si legittima tale conquista, che, rimanendo fine a se stessa, diverrebbe inutile sopraffazione ed illusorio spreco di uomini e di denaro; economico, perché, d’altra parte, una volta stabilita tale necessità, occorre metterla in atto in modo da raggiungere il massimo tornaconto nazionale compatibile con le esigenze locali”), seguendo un’impostazione propagandistica talmente efficace che ancora oggi si riflette nel luogo comune “però in Africa abbiamo portato strade, scuole, ospedali”. Non a caso nelle successive pubblicazioni del regime in materia coloniale, a valle della conquista dell’Abissinia, il colono-soldato prenderà sempre più le forme dell’ingegnere, del tecnico, dell’operaio, a dare della conquista la rassicurante immagine di motore del progresso civile, e se proprio un’arma dev’essere ancora messa in evidenza, è quella aerea, la cui immagine asettica e “pulita” (gli Italiani ne conosceranno il potenziale barbaricamente ed ottusamente distruttivo solo a partire dal 1940) e la cui modernità avvalorano il divario tecnologico e civile tra vincitori e vinti e la conseguente ineluttabile, perché nel senso del progresso, distribuzione dei ruoli tra dominatori e sottomessi, tra popoli con storia e popoli senza storia.

Nel contempo, la letteratura sforna una serie di racconti di soggetto coloniale, in cui, anche recuperandone e riabilitandone le talvolta maldestre e perfino barbare “imprese” (è il caso di Vittorio Bottego), i primi esploratori italiani in Africa sono elevati allo stesso rango degli eroi risorgimentali. Sul primitivo modello del colonialismo contadino si innesta, dinamizzandolo e nobilitandolo, il sogno africano di un mondo fatto di imprese ed avventure, e dove il colono italico dimostra la stessa disinvoltura tanto nell’uso dell’aratro quanto in quello della cloche di un aereo.

 

UN ARDITO AVIATORE, UN IMPAVIDO GIOVINETTO ED UN SUADENTE VECCHIO AFFABULATORE : ET VOILÀ, L’“HOMO COLONIALIS ITALICUS” È FATTO!

Il pilota di guerra riassume in sé il meglio della nuova ideologia coloniale, volando su ambe inesplorate, mitragliando e bombardando il nemico, ma, data la relativa pericolosità dell’impresa (aviazione e contraerea del nemico sono pressoché inesistenti), avendo anche il tempo di riflettere su come sarà quella terra che sta sorvolando quando sarà acquisita al progresso dal lavoro italiano. Il senso di superiorità che esprime è talmente vicino allo strapotere ed all’invulnerabilità da attirare come una calamita diversi gerarchi e famigliari del duce, che scelgono l’arma aerea per partecipare al conflitto italo-abissino del ’35-’36 e poi lasciano traccia della loro partecipazione in una corposa memorialistica postbellica, tutta tesa, oltre che all’autocelebrazione, al rimarcare proprio in quell’arma il segno della superiorità dell’Italia fascista non solo sul nemico africano, ma anche e soprattutto sul colonialismo crispino, avventuratosi in quelle plaghe senza la giusta superiorità “civile” su di esso.

“Era la prima volta che la ricognizione varcava il Taccazé; che un aeroplano appariva sulla capitale dell’Ahmara; che si faceva entro un giorno quel viaggio fino allora di mesi. Così il volo riprendeva senso di favola. C’erano da scavalcare regioni di cui la carta diceva laconicamente “regione inesplorata” e che nessun bianco aveva ancora vedute: vergini rispetto all’intelligenza”.

Chi ci parla è Alessandro Pavolini, arruolatosi come ufficiale addetto allo sgancio delle bombe nella squadriglia capitanata da Galeazzo Ciano, il cui nome, “La Disperata”, con relativo corredo di teschi dipinti, motti provocatori e gagliardetti neri, rievoca tanto la coorte dei pretoriani dannunziani nell’avventura fiumana quanto l’eponima squadraccia del primo fascismo fiorentino. Della squadriglia, ricorrendo al suo modesto arsenale di uomo di lettere fallito, compone anche l’inno, che merita di esser riportato per intero, ché niente meglio della sua lettura integrale dà l’idea dell’ormai avvenuto superamento dell'”equivoco democratico” a suo tempo denunciato da Bontempelli:

“O vecchia fiamma della Disperata, nascesti a Fiume, degli arditi il canto: di noi squadristi fosti segno e vanto: ora t’abbiamo in Africa portata e sventoli alle eliche e ai monsoni. Fiamma, per te comincia la terza primavera. Il nostro comandante è d’una razza fiera. Il Negus si piegherà. L’inglese si pentirà. Col tiro delle bombe imporremo la civiltà. O popolo operaio e militare che vai dove ti dice Mussolini per dar futuro e pane ai tuoi bambini, noi traccerem le tappe al tuo marciare con rosso di mitraglia e di spezzoni. Vieni con noi, Toselli. Vieni con noi, Galliano. Il nostro comandante è Galeazzo Ciano. La nostra volontà Adua vendicherà. Col tiro delle bombe noi la storia si rifarà. O teschio che al nemico dai terrore e dai fortuna all’ala di chi osa, ci guardi tu, ci guarda l’amorosa col viso che serbiamo in fondo al cuore: i due sorrisi entrambi a noi son buoni. Vita, sei nostra amica. Morte, sei nostra amante. Nella prima carlinga c’è Ciano comandante. A chi ci seguirà il varco si aprirà. Anche la geografia bombardando si rifarà.” 

Versi che compendiano per intero sia la genealogia politica a cui si vuol agganciare il colonialismo fascista (il volontarismo dannunziano, lo squadrismo avanguardista del primo fascismo, ma anche l’eroismo dei martiri -Toselli, Galliano – del primo colonialismo) che i presagi di una nuova civiltà, una nuova storia, addirittura, sfacciatamente, una nuova geografia, che nasceranno dalla violenza ormai assurta a motore del progresso civile e della gestazione di quell’inedita entità collettiva che è il “popolo operaio e militare”.

Ma la formazione del popolo comincia dall’infanzia, ed a questo provvedono i tanti libri scolastici, parascolastici, e più in generale i tanti racconti per ragazzi che vedono le stampe nel ventennio, accompagnando la vera avventura africana del colonialismo, romanzi coloniali con protagonisti precoci, regionalmente profilati, eroi in calzoni corti eredi del Tamburino sardo e della Piccola vedetta lombarda. Ci si riaggancia così alla tradizione risorgimentale evocata dal deamicisiano Cuore, ma anche, nell’elogio di una certa ribellistica ribalderia, sia pure alla fine ricondotta all’ordine, e nello sberleffo delle convenzioni borghesi (sberleffo caro al primo fascismo avanguardista e futurista), al collodiano Pinocchio ed al Giornalino di Gianburrasca, che, proprio nel ’20, alla vigilia del fascismo, era venuto ad affiancare gli altri due classici nel comporre l’ABC dell’iniziazione novellistica del ragazzino italiano, quasi un’anticipazione della trilogia Iliade, Odissea, Eneide, che accompagnerà la crescita culturale dell’adolescente (interessante notare che il creatore di Gianburrasca, Luigi Bertelli, in arte Vamba, dal 1906 dirigeva il Giornalino della Domenica, settimanale per ragazzi dal taglio patriottico ed irredentista).

Il miglior protagonistica del filone patriottico in calzoni corti è senza dubbio Salvator Gotta (non a caso autore anche dei versi di Giovinezza), destinato, gestendo la popolarità accumulata nel ventennio, a continuare la sua carriera di cantastorie e divulgatore per l’infanzia per decenni di Italia postfascista (ricordo, non senza una certa nostalgia, la rubrica di risposte alle domande culturali dei piccoli lettori che curava all’interno dei Topolino che leggevo, bambino, negli anni ’70). Gotta inventa nel 1926 Giacomino Rasi, il “Piccolo Alpino”, mandandolo a fare la guerra del ’15 e a guadagnarsi la medaglia d’oro ancora bambino, nel 1935, con “L’altra guerra del piccolo alpino” rilancia il suo eroe come giovanissimo squadrista che batte l’Italia, da Fiume alla marcia su Roma, armato di scudiscio e rivoltella contro i sovversivi, infine nel 1938, con l’ultimo capitolo della saga, fa ancora in tempo a descrivercelo “Piccolo legionario in Africa Orientale”, ormai giovane uomo cresciuto con la patria e con essa fermamente avviato sulle vie dell’impero.

A questo punto, a completare la galleria umana, accanto all’ardito aviatore civilizzatore tra vorticar d’eliche e deflagrar di bombe, ed all’impavido giovinetto che garantirà un futuro a questa civilizzazione, interviene un saggio vegliardo che, ricompattando passato e presente, ci garantisce le solide basi di detta civilizzazione attraverso il recupero all’uso patriottico del primo colonialismo crispino, ormai a sua volta riabilitato alla luce del presente, e, per il nesso della giovanile camicia rossa di Crispi, àncora abilmente l’intera avventura coloniale a quella risorgimentale. È nientemeno che Gioacchino Volpe, lo storico di punta del ventennio, che, dismessi i freddi modi e toni professorali, e rifacendo il verso all’ottuagenario a cui Ippolito Nievo aveva fatto narrare il Risorgimento nelle “Confessioni d’un Italiano”,  si trasforma in un saggio e suadente nonno che, in uno stile parlato facile e godibilissimo, assolutamente sorprendente per la sua lontananza dal Volpe accademico dei saggi di alta storiografia, ma adatto ad un’opera di divulgazione per ragazzi quale è la “Storia degli Italiani e dell’Italia” del 1936, concatena tutti i punti fermi dell’aneddotica patriottica e coloniale, in un flusso magmatico di emozioni collettive in cui il pubblico, vinto dalla suadente affabulazione, non può non lasciarsi coinvolgere. Leggiamone un brano ben esplicativo:

“Dell’Africa tutti ne sapevano poco. Sapevano solo che lì c’era molta sabbia e molto caldo e che si moriva. Ma capivano alla lontana che qualche cosa di grande noi facevamo laggiù, e che quel morire con le armi in pugno, accanto ad una bandiera, doveva essere una bella morte…Non erano più le guerre per l’indipendenza e l’unità, come quelle di Garibaldi, ma cominciavano quelle per la nostra grandezza, per la diffusione della nostra civiltà, come aveva fatto Roma al suo tempo! Più tardi, i nostri possedimenti sul Mar Rosso si allargarono, e si estesero anche più in giù, sull’Oceano Indiano…Avemmo un ministro, Francesco Crispi, che ci si mise con tutta la sua anima. Crispi era un siciliano. Aveva passato in esilio, a Tunisi, a Malta, non so in quanti altri luoghi del Mediteraneo, molti anni della sua gioventù. Era stato grande amico di Mazzini e di Garibaldi. Aveva fatto la spedizione dei Mille e dato l’ultima spinta per decidere Garibaldi ad affrettare la partenza. Insomma, era uno all’avanguardia. Anche da vecchio, conservava un fuoco dentro, una volontà, una ambizione per l’Italia! Voleva che l’Italia fose rispettata da per tutto, che si facesse avanti fra le altre nazioni, che potesse mandare e proteggere in ogni paese i suoi figliuoli! L’Africa, poi, da buon siciliano, che quasi la vedeva dalle finestre di casa sua; l’Africa voleva che diventasse quasi un’altra Italia, che fosse la nuova patria di tutti quegli Italiani che erano costretti ad andare in cerca di lavoro e di pane…E fu merito suo, se acquistammo quelle nuove terre, laggiù!”

Il rosso sfuma definitivamente, e senza apparente contraddizione, nel nero. La premiata coloreria italica ha realizzato il suo capolavoro. Lo manderà in malora il duce, sbagliando candeggio il 10 giugno del ’40.

 

A l e s s a n d r o   C o l a r u s s o

 

R E F E R E N Z E    B I B L I O G R A F I C H E

Angelo del Boca, “L’Africa nella coscienza degli Italiani. Miti, memorie, errori, sconfitte”, 2002.

Angelo del Boca, “Italiani brava gente?”, 2005.

Nicola Labanca, “Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana.”, 2012

Giorgio Rochat, “Le guerre italiane 1935-1943. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta”, 2005

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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