Londra, 1771: nasce l’opinione pubblica

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Può facilmente apparire velleitario l’attribuire una precisa data di nascita a qualcosa che esiste fin dalla prima volta che, riuniti intorno al fuoco di un bivacco serale, un gruppo di cacciatori paleolitici decise di impiegare il tempo discutendo l’andamento della caccia del giorno appena passato ed il talento o i limiti dimostrati da chi all’interno del gruppo se ne era assunto la guida, il tutto in rapporto alle prospettive dei giorni seguenti. Oppure,  al capo opposto dell’evoluzione umana, può apparire scontato e banale  insistere sul  ben noto salto di qualità che, nell’Inghilterra del XVIII secolo, l’opinione pubblica fa grazie alla nascita della stampa politica. Eppure vi è un preciso evento storico-istituzionale che segna nel 1771 il vero inizio dell’opinione pubblica intesa in senso moderno, un evento che, come l’assassino di qualsiasi giallo che si rispetti, non è il cugino emigrato trent’anni prima in Paraguay e che ricompare a sorpresa nella scena madre finale, ma qualcosa di ben inserito fin dall’inizio nella trama del film dell’Inghilterra del XVIII secolo, ma il cui verificarsi nel 1771 dà un senso compiuto a tutta l’evoluzione politico-istituzionale di quel periodo fondamentale per la nascita della prassi politica contemporanea. Sempre come in qualsiasi giallo che si rispetti, l’assassino si svelerà solo in chiusura di articolo, per chi avrà la pazienza di seguire prima una spero non troppo noiosa digressione sul milieu socio-politico dell’Inghilterra settecentesca, avente lo scopo di verificare quanto la democrazia fu davvero una conquista da parte di classi di popolazione fino ad allora escluse dal gioco politico e quanto non fu invece una nuova tecnica di gestione del gioco politico da parte dei gruppi dominanti che da sempre ne dettavano le regole.

LA  RELIGIONE  FA  UN  PASSO  INDIETRO,  LO STATO  UN  PASSO  AVANTI

L’avvento della democrazia, prima, molto gradualmente,  nell’Inghilterra scaturita dalla Glorious Revolution del 1688, poi, in forme vieppiù rapide e traumatiche, nelle sue colonie nordamericane e nella Francia del 1789, non sarebbe stato possibile senza la rottura dell’unità religiosa dell’Occidente cristiano e la nazionalizzazione degli Stati territoriali. I movimenti    riformatori    protestanti  rompono  l’unità  spirituale sovraterritoriale, accomunante le diverse, e potenzialmente nemiche, unità territoriali sorte dallo sfacelo del Sacro Romano Impero, frazionandola, specie ma non solo nell’area protestante, in entità politiche unificate al loro interno anche spiritualmente, l’autorità politica fungendovi anche da autorità religiosa ( “cuius rex eius religio” ). L’elemento pluralistico inevitabilmente intrinseco alla frantumazione religiosa porta però presto alla rivendicazione, all’interno di quelle nuove monadi politico-religiose, del diritto di libera espressione delle fedi, anche quelle eterodosse, in contrasto con la fede ufficialmente sostenuta dal potere politico locale, e da qui il passo è breve per estendere all’attività politica la rivendicazione della libertà di opinione in regime rappresentativo.

Un incremento, dunque, della domanda di politica, che mette lo Stato nella necessità di incrementare a sua volta l’offerta di politica, per trasformare questa domanda in consenso. Il primo passo è la nazionalizzazione dello stato territoriale, il superamento dei preesistenti vincoli politici derivanti da legami cetuali, professionali, clientelari o familiari, in una nuova unità politica fondata solo sull’appartenenza territoriale, il tutto finalizzato alle esigenze dell’esazione fiscale (ed anche del reclutamento militare), la cui efficienza diventa sempre più necessaria all’espletamento dei nuovi compiti che sono richiesti allo Stato dall’accresciuta domanda di politica di cui si è detto. Ma l’esazione fiscale, a sua volta, attiva la protesta, che da bersagli locali (le gabelle feudali, ad esempio, o le chiusure delle corporazioni di arti e mestieri) si sposta verso il governo centrale. Da qui l’incremento di leggi, ordinanze e prescrizioni varie, e del numero di funzionari che ne assicurino l’applicazione. Si crea tra governo e governati uno scambio osmotico di contributi fiscali contro servizi (strade, ponti, opere pubbliche varie, servizi postali, eccetera), in cui l’espansione dell’amministrazione suscita nuovi bisogni, chiede le risorse per soddisfarli, e l’ottenerle la conduce ancora ad espandersi, in un continuo processo di causa-effetto.

Ma perché il sistema funzioni, senza inceppamenti e soprattutto senza dover ricorrere, per superarli, a forzature traumatiche e costose, sul piano umano ma, cosa ancor più importante per i governanti, su quello economico, occorre che funzionino bene non solo i meccanismi di esazione delle imposte, ma anche quelli di conoscimento delle esigenze dei governati, al fine di ottenerne l’ottemperanza non forzata alle norme. Da qui l’esigenza di istituzioni rappresentative, meccanismi di selezione di personale di direzione politica che sia ben inserito territorialmente nei luoghi e momenti in cui operano gli ingranaggi informativi circa le esigenze alla base del rapporto di scambio imposte-servizi, istituzioni da affiancare al processo di socializzazione nazionalizzante vòlto a far sì che, attraverso nuovi modelli educativi e simboli culturali collettivi, i governati possano riconoscervisi.

 

M E C C A N I S M I    D I    R A P P R E S E N T A N Z A

Gli Stati europei di ancien régime conoscevano istituzioni rappresentative, rette però da principi di diritto privato, i rappresentanti essendo una sorta di avvocati o ambasciatori  di coloro che li inviavano alle assemblee, sulla base di un mandato imperativo di attenersi alle istruzioni ricevute, spesso scritte, a scanso di equivoci e finendo col ridurre il ruolo del rappresentante quasi a quello di un portalettere ( è il caso dei Cahiers de doléances che venivano presentati agli Stati Generali a partire dal 1468). Il mandato implicava l’idea aristotelica, o tomistica, dell’individuo come animale naturalmente sociale, i mandatari rappresentando corpi sociali (corporazioni, città, università, ordini religiosi o professionali) esistenti di per sé, con proprie norme ed identità, che lo Stato, nella persona del sovrano, si limitava a riconoscere. L’idea hobbesiana, da cui nascerà il pensiero politico moderno, che la socializzazione dell’individuo sia successiva alla costituzione dello Stato, è  estranea ai meccanismi di rappresentanza dell’ancien régime, vòlti a difendere dalle richieste (eminentemente fiscali) del sovrano interessi preesistenti allo Stato.

In secondo luogo, in quell’ordine di idee era implicito che l’unità dello Stato risiedesse nella persona del sovrano, vero rappresentante del corpo collettivo della comunità su cui regnava, mentre i rappresentanti dei singoli corpi, anche riuniti tutti in insieme in un Parlamento, in assenza del sovrano non rappresentavano che i singoli corpi da cui avevano ricevuto mandato. Il meccanismo rappresentativo moderno invece conoscerà non una moltitudine di corpi sociali preesistenti allo Stato, bensì una moltitudine di individui riuniti in un unico corpo, quello elettorale, i cui rappresentanti eletti rappresentano quindi la nazione nella sua globalità, indipendentemente dal collegio che li ha eletti o dall’estrazione sociale e dall’orientamento politico dei loro elettori. Il rappresentante moderno non sarà più vincolato alle istruzioni ricevute dagli elettori, che anzi avrà il dovere di interpretare, insieme agli altri rappresentanti, uniformandole secondo la propria coscienza agli interessi della nazione. L’assemblea dei rappresentanti diventa così, in luogo del  re, la vera sede della sovranità, rappresentante-interprete dell’unità e dei fini del corpo politico nella sua interezza.

Questo nuovo concetto della rappresentanza è enunciato per la prima volta chiaramente da Algernon Sidney (1623-1683) nei suoi Discourses concerning Government, pubblicati postumi nel 1698 (“It is not therefore for Kent or Susssex, Lewes or Maidstone, but for the whole nation, that the members chosen to serve in these places are sent to serve in Parliament…they are not strictly and properly obliged to give account of their action to any, unless the whole body of the nation for which they serve.”), rilanciato da Edmund Burke (1729-1797) nel suo discorso del 1774 agli elettori di Bristol, valorizzando specialmente la libertà di coscienza del rappresentante, e fatto proprio da tutte le costituzioni moderne, sulla scia dell’Assemblea Costituente francese del 1789 (al riguardo è particolarmente significativo del passaggio epocale il fatto che, in sfida a Luigi XVI, che, nel regolamento annesso alla convocazione degli Stati Generali, aveva modernamente auspicato che i rappresentanti colà inviati non fossero impacciati da istruzioni vincolanti da parte dei corpi sociali di cui erano espressione, la gran parte delle assemblee elettorali provinciali vincola gli eletti a mandati imperativi scritti da eseguire alla lettera, in difesa degli interessi locali contro quelli nazionali, ma, a dispetto di ciò, l’Assemblea Nazionale stabilirà esplicitamente che gli eletti non dovranno sentirsi vincolati da alcun mandato imperativo).

Riassumendo, la teoria liberale della rappresentanza indipendente, che affonda le sue radici nel Settecento inglese, prevede che gli eletti non accettino mandati imperativi, che gli elettori abbiano fiducia nell’adempimento secondo coscienza del proprio compito da parte degli eletti, che il compito di questi ultimi consista nell’interpretare e definire gli interessi dell’intera collettività nazionale e non quelli della circoscrizione territoriale che li ha espressi, e che tale compito si esplichi attraverso la libera discussione in Parlamento tra gli eletti. Ma, a sua volte, l’eletto, per esercitare al meglio il suo ruolo di interprete dell’interesse collettivo, necessita di meccanismi che gli consentano di sentire il polso della nazione. La politica moderna nasce proprio dalla combinazione bilanciata di questi meccanismi con l’indipendenza dell’eletto rispetto al corpo elettorale.

 

L E  T A P P E  V E R S O  L A  N A S C I T A  D E L L’O P I N I O N E  P U B B L ICA  M O D E R N A   

La prima domanda che occorre porsi è: il Parlamento è qualcosa che serve al ceto dominante dell’Inghilterra per rafforzare le basi del proprio potere politico? La risposta è: sì e no. No, perché questo potere politico già deriva all’aristocratico inglese dalle sue proprietà nella contea di residenza e dalla deferenza sociale di cui è oggetto da parte degli abitanti di quella contea, in forza del peso economico che ivi egli ha. Ma anche sì, perché i meccanismi parlamentari consentono al signore locale di tradurre la deferenza sociale da parte degli abitanti della contea, rilevante solo sul piano locale, in fiducia politica da spendere a Londra. L’aristocratico investe le proprie rendite fondiarie nella costosa attività politica a Londra (occorre finanziare i propri viaggi a Londra, ma anche le spese per mantenere i contatti con gli elettori e per pagarli per farli venire a votare, risarcendoli del tempo perso, visto che all’epoca anche fare pochi chilometri fino al seggio può significare sprecare un’intera giornata), mentre la comunità locale, attraverso i meccanismi di rappresentanza, esprime la fiducia che il suo signore locare diventerà, operando nella sede nel potere centrale, uno strumento affinché essa non solo riceva benefici dal potere centrale, ma li ottenga non come cliente periferico che si reca supplice dal re, ma in conseguenza del riconoscimento da parte del re, mediato dalla figura del rappresentante, della comunità locale come parte integrante del corpo della nazione, con conseguenti diritti e doveri.

Il secondo quesito è: qual è il vantaggio che l’aristocratico inglese trae dalla trasformazione della deferenza sociale locale in fiducia politica a livello nazionale? In altre parole, la sua presenza in Parlamento non gli è necessaria a livello locale, dove ha già altri strumenti che garantiscono la preminenza dei suoi interessi, per cui chi glielo fa fare di assumersi l’onere di andare a perorare fino a Londra gli interessi della sua contea, visto che anzi, per parlare direttamente col re e col governo, il dibattito parlamentare tutto sommato costituisce una perdita di tempo bypassabile? La risposta è che c’è una ragione di regime ed una di persone. La prima si colloca nell’antagonismo fra aristocrazia e monarchia. La procedura elettorale, con la sua ritualità coinvolgente contemporaneamente l’intera nazione, crea un’immagine unitaria della nazione alternativa a quella tradizionale incarnata nel corpo del re, per gli abitanti della Gran Bretagna il sentirsi rappresentato dal Parlamento diventa gradualmente un modo di sentirsi Britannico altrettanto coinvolgente del sentirsi rappresentato dal re. L’incentivo invece personale perché l’aristocratico di provincia  partecipi alla vita parlamentare londinese consiste nel rafforzamente del potere clientelare locale e nella percezione di una sorta di diritti di prelievo sul valore dei benefici la cui erogazione dal centro alla periferia il parlamentare ottiene per la propria contea. Spesso trattasi di corruzione tout court, in generale, anche quando di vera corruzione economica non si tratti, il parlamentare beneficia in termini socio-politici dell’esser ganglio fondamentale della rete di rapporti tra centro e periferia, egli traduce la deferenza-fiducia degli elettori in appoggio all’esecutivo centrale, ricompensato con favori ai suoi elettori (licenze commerciali, esenzioni fiscali, posti nella pubblica amministrazione, ecc.), favori che rafforzano la sua influenza locale, in modo da consentire la ripetizione virtuosa del ciclo.

Terzo quesito: in che modo i nuovi meccanismi rappresentativi, la cui nascita si è visto esser collegata più ad esigenze locali che non nazionali, finiscono invece per fondare un modo di fare politica a livello nazionale, e su cosa si fonda questo nuovo modo di fare politica? La risposta è: su una nuova fonte di prestigio personale, che si affianca a quella pre-politica della proprietà terriera (che si è visto necessaria per fare politica) ed a quella meramente fisica dello stare a corte (si è visto che il Parlamento viene ad acquisire una sacralità rappresentativa della nazione alternativa a quella rappresentata dal re, per cui partecipare alla sua attività dà lo stesso prestigio che viene dall’esser vicino al re nelle grandi cerimonie di corte). Trattasi dell’oratoria, una risorsa intellettual-politica, quella di saper comunicare in pubblico (diversamente dalla capacità di convogliare benefici e favori dal centro alla propria contea ed ai propri elettori, in cui il prestigio si esplica in una sfera di rapporti essenzialmente personali), persuadendo gli altri che la propria interpretazione dell’interesse pubblico è quella corretta, che apre una nuova strada di accesso alla politica per chi nobile non è, né ricco. È il caso di Edmund Burke, forse il primo politico di professione della modernità, il quale, povero in canna, ma intellettualmente e dialetticamente superdotato, viene fatto eleggere in un collegio controllato dal potente di cui è segretario, il marchese di Rockingham, un whig di mentalità aperta, ma la cui inestimabile ricchezza, oltre a renderlo disinteressato all’acquisire in prima persona cariche pubbliche, gli consente di finanziare ed organizzare quello che è forse il primo embrione di partito moderno, capace, grazie ai finanziamenti ed agli incarichi di prestigio assicurati dal suo protettore e che ne rendono i membri insensibili alle lusinghe del mercato delle cariche e dei favori offerti dall’esecutivo, di restare per lunghi anni all’opposizione, dando vita alla prima esperienza di dialettica parlamentare moderna. Da quest’esperienza nasceranno nel 1770 i Thoughts on the Cause of the Present Discontents (scritti da Burke ma dibattuti da parte dell’intero gruppo dei Rockingham Whigs), primo esempio moderno di vero programma di partito, in cui Burke presenta la dicotomia influenza/partito come emblematica di due diversi modi di fare politica, segreto e corrotto il primo, pubblico e leale il secondo, aperto al giudizio di quell’opinione pubblica che per la prima volta entra nel linguaggio politico, e di cui la nuova figura del politico di mestiere diventa interprete, mediatore intellettuale tra essa e la deferenza verso l’aristocrazia, di cui non si contesta il permanere della rilevanza nella nuova formula di governo misto proposta da Burke.

Ed eccoci al punto decisivo: qual è il passaggio chiave che rende particolarmente significativo l’incontro tra la capacità comunicativa come nuovo modo di fare politica e l’opinione pubblica, nata, come si è detto all’inizio di questo articolo, fin dal regno di Giacomo I (1603-1625) come libertà di culto, poi evolutasi in libertà di critica in materia di religione, ed infine approdata, anche grazie all’affermarsi della libertà di stampa, alla libertà di espressione del pensiero in materia politica?

Nel 1771 il dibattito parlamentare, fino ad allora segreto e quindi sottratto all’osmosi con l’opinione pubblica, viene dichiarato pubblico. Da allora la politica non sarà più la stessa, i suoi attori si muoveranno in una scena caratterizzata da un duplice pubblico, quello degli altri eletti loro pari e quello del dibattito extraparlamentare da parte dell’opinione pubblica. La vera importanza del tastare il polso della nazione, verificando la reazione dell’opinione pubblica di fronte ai temi del dibattito parlamentare, non sarà tanto nel tornaconto elettorale da parte dei parlamentari più dotati di  vis polemica e ars oratoria (ché alla fine di arma a doppio taglio dall’utilità incerta trattasi, che può far perdere consenso tanto facilmente come può farne guadagnare), né nella ricerca di suggerimenti tecnici da tradurre in leggi, ché quasi mai ed in nessuna epoca il dibattito fuori delle sedi istituzionali deputate raggiunge livelli di competenza tali da poter dar vita a soluzioni attuabili sul piano normativo tal quali le propone l’opinione pubblica.

No, niente di tutto questo rappresenta per il ceto politico la vera essenza dell’importanza di mantenersi aggiornato allo stato dell’arte di quell’opinione pubblica che, partendo dalla discussione sui dibattiti parlamentari anche in luoghi semiprivati, come clubs, caffè e taverne, luoghi di accesso alla stampa politica pure da parte di chi non ha l’abitudine o gli spiccioli per comprare i quotidiani, si manifesta poi in sempre più numerose petizioni attraverso cui la crescente domanda di politica stimola il gioco parlamentare. La vera utilità per il ceto politico del democratico dibattito extraparlamentare connesso con quello in corso nel Parlamento, nell’Inghilterra del XVIII secolo come in qualsiasi altra democrazia di qualsiasi luogo ed epoca, sta, per i politici scaltri ma privi della qualità del vero statista, nella possibilità di valutare amici ed avversari lanciando esche in pasto al dibattito extraparlamentare e traendone ispirazione per elaborare strategie populistiche di successo politico nel breve, ed invece per quelli più capaci, con vero talento di statista che guarda lontano, nella preziosa opportunità di poter studiare un laboratorio aperto della politica futura, di capire dove andrà l’opinione pubblica negli anni a venire, e quindi anticiparla cogliendo l’opportunità di guidarla invece che di lasciarsene rimorchiare (emblematica al riguardo la capacità del ceto parlamentare inglese di saper gestire in senso moderato, tra fine Settecento ed inizio Ottocento, i grandi dibattiti extraparlamentari in atto, come quelli sull’allargamento del suffragio e sull’abolizione della schiavitù, ed in senso nazionalistico la reazione delle classi popolari inglesi ai venti di libertà che soffiavano da Parigi a partire dal 1789). La politica, grazie a quel fondamentale passaggio del 1771, diventa un’attività intellettuale di comunicazione culturale e riflessione sociale, utilizzate più spesso in chiave conservatrice che non in chiave innovatrice, ma sempre nello spirito felicemente espresso da Burke con la massima “A State without the means of some change is without the means of the conservation”. La democrazia parlamentare nasce dunque (e sostanzialmente lo è ancora oggi) a seguito di un processo diretto dall’alto e non dal basso, e quindi in funzione del mantenimento della situazione sociale esistente, ma con quel tanto di innovazione che consenta di disinnescare, anticipandole prima che deflagrino, le richieste dei ceti governati (le rivoluzioni accadono quando il modus operandi delineato da Burke non viene messo correttamente in atto). Gli imperatori romani o cinesi, i califfi arabi, i re  unti del Signore dell’Europa medievale, i sovrani illuminati dell’ancien régime, i despoti di qualunque potentato di qualsiasi epoca, pur con tutta la loro potenza e magnificenza, per provare a conseguire lo stesso risultato non avevano niente di meglio dell’invio di spie ad origliare le chiacchiere della gente comune nei mercati. La democrazia, se usata con accortezza, costituisce sì uno strumento di avanzamento delle classi subalterne nell’acquisizione dei diritti civili e sociali, ma anche (e, come si è visto, ancor prima dal punto di vista della genesi temporale) il più efficiente strumento di conservazione a disposizione di qualsiasi classe dirigente. Che sia questa la vera ragione del suo successo?

 

A l e s s a n d r o   C o l a r u s s o

 

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R E F E R E N Z E    B I B L I O G R A F I C H E

Paolo Pombeni, Introduzione alla storia dei partiti politici, 1990

Peter D. G. Thomas, George III: King and politicians 1760-1770, 2002

 

 

 

 

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