Libero mercato e libera schiavitù

Le leggi per vietare il lavoro minorile possono sembrare un’ovvietà, qualcosa di superfluo nella società occidentale del ventunesimo secolo; tuttavia quando vennero introdotte nei suoi primi timidi tentativi nell’Inghilterra del 1820, incontrarono fiere opposizioni. Se un ragazzo, o un bambino, vuole lavorare in fabbrica e il proprietario della stessa vuole assumerlo, come può lo Stato commettere l’orribile ingerenza d’impedire un contratto? Sembra un’argomentazione grottesca, ma sorprenderebbe osservare quanti imprenditori e quanti padri di famiglia operai si opposero alle prime leggi contro il lavoro in industria.

Le proteste non erano feroci, erano veementi.

Nel 1819 una delle prime legislazioni in materia – il Cotton Factories Regulation Act – fu dibattuta in Parlamento. La legge prevedeva come fosse vietato assumere bambini – al di sotto dei 9 anni – mentre i “giovanotti” – cioè dai 10 ai 16 – non avrebbero potuto lavorare più di 12 ore al giorno (!). Poter lavorare solo 12 ore al giorno! Quale terribile, terribile limitazione al potere dell’industriale, siamo tutti così indignati! Come se la legge in questione non fosse abbastanza “light touch”, il divieto valeva solo per i cotonifici, ritenuti particolarmente dannosi per i batuffoli e la polvere che danneggiavano con incredibile rapidità i polmoni dei piccoli operai.

La difesa dei capitani d’industria si muoveva su due differenti binari: economico e morale. Se tuttavia ritenete, come il sottoscritto, il liberalismo un’ideologia come tante altre e non una “scienza” che descrive la “realtà”, concorderete che l’argomentazione è sempre di stampo morale/protestante.

Dal punto di vista morale, assai efficace per la borghesia in fieri, vietare il lavoro minorile equivaleva a legittimare la criminalità: anziché imparare un lavoro in fabbrica, il bambino si univa a gang di strada, saltava la scuola domenicale e diventava insomma un futuro delinquente, condannato all’impiccagione o alla morte per accoltellamento nelle viscere per un regolamento di conti finito male. L’accogliente cotonificio garantiva secondo l’imprenditore un ambiente rispettoso e didattico, dove il ragazzo imparava il rispetto delle regole, della gerarchia e della disciplina. Invece che perdere tempo in strada, la casa/fabbrica lo avvicinava al suo destino di lavoratore/cristiano che lavora/prega per la sua salvezza. La base protestante per il capitalismo, Weber docet, è in questi discorsi netta, esemplare. Chi allontana il bambino dalla fabbrica, lo avvicina alla criminalità. In tal senso la legislazione era “criminale”, crudele verso le famiglie operaie derubate da una possibile fonte di reddito.

Dal punto di vista economico, vietare il lavoro minorile equivale a vietare il libero mercato. Si tratta dello Stato che ingerisce nella libera circolazione di lavoro e beni, mal guidato da principi morali che non dovrebbero concernere il fluire del Capitale. La bellezza del free market, Adam Smith docet, è dato dalla sua capacità di autoregolazione. Lasciato libero e senza vincoli, il mercato si regola da sé, sapientemente manovrato dalla “mano invisibile” che permette il miglior profitto con il minor dispendio per il miglior bene di tutti. Certo, che il libero mercato faccia lavorare la prole degli operai sembra crudele, ma chi siamo noi per dubitare della saggezza della mano invisibile? Sicuramente le morti, gli incidenti e l’abbrutimento della giovane generazioni proletaria è solo una fase di transito, di “assestamento” verso un radioso futuro dove le diverse classi vivranno in ricchezza e armonia. I difetti che si constatano nelle famiglie di queste classi inferiori sono dovute all’incapacità di risparmiare i propri risparmi, all’alcool, alle donnette, all’immoralità derivante da una cattiveria congenita, a stento tenuta sotto controllo proprio dalle lunghe ore di lavoro “sane” e “disciplinari”.

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Ovviamente, tutto il discorso filodrammatico sui poveri-bambini-lavoratori, qui rovesciato dalle argomentazioni degli industriali, è stato già trattato a sufficienza. La vita di un bambino nelle campagne in via di spopolamento, o nella Russia feudale del 1820 era altrettanto orribile della vita dei bambini addetti ai cotonifici.

Quanto davvero ci interessa è il discorso sul “libero mercato”.

Per gli imprenditori, la legislazione contro il lavoro minorile era una tirannia, un’attentato alla libertà economica. Non si poteva avere un libero mercato senza liberi lavoratori (bambini). Oggigiorno, nemmeno il più acceso liberale si sognerebbe mai di togliere le sanzioni contro il lavoro minorile. Abbiamo ormai interiorizzato che un libero mercato non include la nostra prole. Ma è davvero così? A rigor di logica, siamo più ipocriti noi, che gli imprenditori dell’epoca. Se davvero il mercato dev’essere libero, anche i bambini devono/possono lavorare, con orari tanto lunghi quanto le ferree leggi del mercato lo richiedono. Il nostro diniego non fa che confermare la natura “artificiale” di un mercato del genere: lontano dall’essere autosufficiente, è gestito con pianificazioni (dalle corporazioni), leggi (dagli stati) e regole di condotta (tra gli agenti), lontanissime da qualsiasi forma di “libertà”. Chi difende una situazione di attuale diseguaglianza facendosi alfiere di un free trade, difende qualcosa che semplicemente non esiste. Bisogna rendersi conto che le stesse argomentazioni Vs la paga minima negli United States o Vs i limiti all’inquinamento erano usate abbondantemente per giustificare il lavoro in fabbrica per più di 12 ore da parte dei vittoriani.

Come argomenta bene Ha-Joon Chang, il pericolo del neoliberalismo sta proprio nel prendere sul serio ragionamenti del genere, nel voler davvero edificare la città di Dio (o in questo caso del dollaro!) sulla collina. E’ pericoloso credere nelle favole, specie se le racconta babbo Adam Smith. Tra parentesi, c’è un sistema su Internet che è un sistema capitalista senza alcun controllo, ed è Bitcoin. Indovinate un po’: non funziona, è un emerito disastro.

Abitazione e città nella rivoluzione industriale offre un buon esempio dei discorsi di questi imprenditori, in cui vediamo bene i due binari intersecarsi in un’unica linea di difesa:

Il padrone della manifattura dopo aver provato che questa legge sulle fabbriche conteneva, come tutte le leggi precedenti, un principio deludente e di menzogna tra i giovani operai e i loro tutori, e che questa non era per lui che una trappola, non ha avuto altra alternativa che congedare tutti i ragazzi al di sotto dei dodici anni che impiegava allora nelle sue officine, misura che diffondeva largamente miserie e privazioni. I bambini, così privati di un lavoro leggero e vantaggioso, anziché ricevere l’educazione che loro prometteva il Parlamento, non ricevettero niente. Questi sono cacciati dalle officine calde e confortevoli delle filande, e ricadono in una società dal cuore di marmo, in cui, immersi nel vizio e nella pigrizia, sopravvivono la mendicità e le rapine, triste contrasto con la vita felice nella fabbrica in cui profittavano delle sue attenzioni e della scuola domenicale.

E per concludere, nulla di meglio di un’interrogazione in tribunale, testimonianza che gela il sangue sulle condizioni inumane in cui i bambini erano costretti (altro che calda e accogliente filanda!).

L’intervista è del 1831, leggetela con attenzione:

Domanda: A che ora, durante il periodo di più intenso lavoro, queste bambine si recavano al cotonificio?

Risposta: Durante quella stagione, per circa sei settimane, ci andavano alle tre del mattino, terminando alle dieci (o anche mezz’ora più tardi) della notte.

D.: Quali intervalli erano permessi per riposo o per nutrirsi durante quelle diciannove ore di lavoro?

R.: Per colazione un quarto d’ora; per pranzo mezz’ora e per il tè un altro quarto d’ora.

D.: Non veniva mai impiegato parte di questo tempo per pulire le macchine?

R.: Dovevano fare quello che si dice far l’asciugata; una cosa che certe volte richiede tutto il tempo della colazione o del tè, cosicché esse dovevano arrangiarsi come potevano a mangiare; se no dovevano aspettare di tornare a casa per poter mangiare.

D.: Non avevate molta difficoltà a svegliare le vostre bambine alla mattina durante un periodo di così intenso lavoro?

R.: Sì, alla mattina presto dovevamo tirarle fuori dal letto ancora dormienti e scuoterle, vestendole noi stessi, prima di poterle mandare al lavoro; ma non era così quando non era la stagione del lavoro intenso.

D.: Quanto tempo potevano, dunque, rimanere a letto durante il periodo degli orari più lunghi?

R.: Erano circa le undici quando riuscivamo a metterle a letto dopo aver dato oro un po’ di cena e la mia donna rimaneva alzata tutta la notte per paura che non avremmo potuto prepararle a tempo. Altre volte andavamo a letto anche noi due ma uno rimaneva sveglio.

D.: A che ora le facevate alzare il mattino?

R.: In generale io o la mia donna cominciavamo a vestirle alle due.

D.: Così durante la stagione del lavoro più intenso, non riuscivano a dormir mai più di quattro ore? … E fuor di quel periodo di tempo, le ore normali di lavoro vanno dalle sei del mattino sino alle otto e mezzo della sera?

R.: Sì.

D.: Con gli stessi intervalli per mangiare?

R.: Sì, gli stessi.

D.: Non erano le bambine eccessivamente spossate da tale lavoro?

R.: Molte volte sì; abbiamo spesso pianto mentre davamo loro da mangiare quel poco che potevamo dare; dovevamo scuoterle, e molte volte si addormentavano col boccone in bocca.

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