1789, 1848, 1917: un filo conduttore

apertura-degli-stati-generali-francia-1789-couder
Apertura degli Stati Generali, Parigi, 1789

STATO ACCENTRATO, DIRITTI DEL CITTADINO E IDEA DI NAZIONE, EREDITÁ DELLA RIVOLUZIONE DEL 1789-94

L’intera vicenda politico-istituzionale europea degli ultimi due secoli e passa ruota intorno alla rielaborazione dei tre valori fondanti lasciati in eredità all’Europa dalla Rivoluzione Francese: accentramento, cittadinanza e nazionalismo. Il valorizzare più o meno l’uno o l’altro di quei tre valori darà luogo ad esiti clamorosamente diversi, a seconda della specifica rivoluzione e dello specifico Paese preso in esame, ed è quanto si cercherà di evidenziare, limitando per ragioni di sintesi l’analisi ai tre momenti rivoluzionari più importanti della storia europea nell’età contemporanea (1789-94, 1848-51, 1917-20) ed ai tre principali Paesi dell’Europa continentale, Francia, Germania e Russia.

La Rivoluzione dell”89 aveva ereditato una dialettica che era già in nuce nell’ Ancien Régime, quella tra la giustificazione data dai sovrani assoluti alla loro sempre maggiore “invadenza” normativa nella vita dei sudditi,  ossia l’esser la monarchia la sola garante del bene comune rispetto agli interessi corporativi e particolari (idea fondativa dello Stato accentrato) e le pretese della parte elitaria dell’emergente borghesia, fattasi le ossa  nei meccanismi del potere accentrato della monarchia francese ove era entrata approfittando della messa in vendita delle cariche burocratiche generata proprio dalle crescenti esigenze finanziarie che i più ambiziosi obiettivi imponevano a quella monarchia, borghesia che, nell’affermazione dell’esistenza di un’idea di nazione come entità separata dalla persona del sovrano e nella difesa dei diritti dei suoi membri (nucleo dei futuri diritti del cittadino), vedeva gli argini che, senza negare lo Stato accentrato, di cui apprezzava il valore eversivo delle posizioni tradizionali di potere della nobiltà, lo poteva però rendere davvero funzionale ai propri interessi di riconoscimento politico del suo crescente prestigio socio-economico. Ma fu nel luglio ’89 che questa dialettica divenne conflitto, a seguito della riunione dei riottosi Stati Generali e della decisione (giuramento della Pallacorda del 20 giugno 1789) dei rappresentanti del Terzo Stato di considerarsi espressione dell’intera nazione e non più solo della loro classe sociale. L’incompatibilità istituzionale con l’analoga tradizionale pretesa del re non poteva, aggiungendo la sua motivazione ideologica al malcontento economico, non dare luogo ad esiti rivoluzionari, e fu proprio quella motivazione ideologica, fatta propria dalle guardie nazionali armate in cui si organizzò la borghesia urbana, a costituire il vero fattore innovativo rispetto alle tradizionali jacqueries contadine (che pure vi furono anche nel luglio-agosto 1789), che, ripetendo sempre il solito clichet dell’assalto alle tenute nobiliari e della distruzione dei registri fondiari, attaccavano dall’esterno lo Stato accentrato, in cui non si riconoscevano. I membri dell’Assemblea Nazionale, invece, si riconoscevano nello Stato accentrato, e lo facevano proprio ponendovisi ben dentro, attribuendosi una potestà normativa autonoma che andava ben oltre la funzione  tradizionale degli Stati Generali di stimolare quella del re, e temperando il riconoscimento della legittimità del potere statale centralizzato, concepito come nazione, con la volontà di rendere quel potere responsabile verso i cittadini e subordinato ai loro diritti fondamentali. 

Dell’incompatibilità tra i due centri di potere (monarchia ed Assemblea Nazionale) la prima a rendersi conto, ed a farne le spese, fu la testa del povero governatore Launey, portata a spasso su una picca intorno alla Bastiglia per la sola colpa di essersi trovata nel bel mezzo del conflitto istituzionale, col relativo corollario di ordini contrastanti, entrambi con pretesa di legittimità istituzionale, che non lasciavano alcuna possibilità al destinatario di evitare, comunque si muovesse in rapporto a tali ordini, di esser  considerato traditore della nazione da uno dei due centri di potere. Esito del conflitto fu un modello rivoluzionario che diverrà comune a tutti i moti dei due secoli successivi: una prima fase in cui il potere statale si disgrega, mentre l’antistato si organizza con proprie milizie ben motivate ideologicamente,  in grado di sfidare un esercito regio molto indeciso sul da farsi, e con una rete socio-culturale di supporto organizzativo e politico-propagandistico, basata su strutture già ben radicate nella classe media (massoneria, società letterarie, enti di beneficenza) e su mezzi (giornali ed opuscoli polemici quando non apertamente rivoluzionari) che consentono all’avanguardia del movimento rivoluzionario (nella fattispecie dell”89, i giacobini) di esercitare un ruolo guida nel tradurre in nuova cultura politica i concetti di diritto e di obbligo politico, una seconda fase, invece, in cui, conquistato lo Stato centralizzato, gli stessi rivoluzionari, rendendosi conto della sua utilità al trionfo della stessa rivoluzione che pur lo aveva attaccato, si preoccupano di rimetterlo in piedi, possibilmente più solido di prima, rinunciando ai propositi di decentramento sbandierati, magari anche sinceramente e non per sola propaganda, nella fase di debolezza della rivoluzione, quando la borghesia urbana non era ancora abbastanza forte da poter controllare la provincia profonda (emblematico il fatto che all’eversione del feudalismo nel 1793-94 non si accompagni, come invece promesso in un primo tempo, la proclamazione di un assetto istituzionale federalista).

Attraverso una potestà normativa ed amministrativa statale  estesa ad ambiti ulteriori rispetto a quella regia prerivoluzionaria (ad esempio, riforma del sistema metrico e del calendario, gestione delle terre demaniali, responsabilità delle pubbliche strade, controllo della polizia rurale, Costituzione civile del clero e disciplina dei rapporti tra Stato e Chiesa, analogo modello di regolamento unilaterale da parte dello Stato esteso anche ai rapporti tra Stato e comunità ebraiche, sistema legale unificato che sfocerà nel Codice Civile napoleonico)  ed una struttura burocratica fatta di funzionari statali stipendiati con poteri maggiori rispetto ai vecchi funzionari regi ed un più forte vincolo di lealtà allo Stato centralizzato piuttosto che alle realtà della regione in cui operavano (anche perché i primi, a differenza dei secondi, in genere non erano originari di quella regione), la Rivoluzione dell”89-94 realizza, nell’ottica di quell’accentramento statale che si è detto essere uno dei suoi tre valori fondanti, esiti inimmaginabili neanche per il più ambizioso dei monarchi assoluti.

Tali nuovi e vasti poteri ebbero però bisogno, come inevitabile fattore equilibratore, dell’affermazione del concetto di cittadinanza, fatto di diritti riconosciuti a colui che ormai non è più un suddito, e di obblighi dello Stato nei suoi confronti, a cominciare dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789. Da qui la necessità della formulazione dei fondamentali concetti istituzionali  di cittadinanza attiva (diritto di voto esteso alla maggioranza dei contribuenti maschi adulti) e, forse ancor più significativo, di cittadinanza passiva, fatta di diritti alla tutela da parte dello Stato a favore anche di quanti, per età, sesso, censo, istruzione, non si vedono ancora riconosciuto il diritto di voto (libertà religiosa, di opinione e di stampa, trasformazione dei vincoli feudali di dipendenza personale in contratti allodiali, normativa sul divorzio e sull’adulterio riconoscente anche alla donna il diritto di chiedere il primo e denunciare il secondo, abolizione di titoli nobiliari e corporazioni, diritto all’istruzione elementare statale e gratuita per tutti, diritto alla pensione per gli indigenti anziani e malati, le famiglie povere e le vedove senza mezzi di sussistenza, e relativamente poco importa, sul piano del progresso dei diritti civili che cominciavano a trascolorare in diritti sociali, il fatto che spesso mancasse la copertura finanziaria necessaria a rendere socialmente operativi i diritti affermati nella lettera normativa).

Ma, a sua volta, l’affermazione del concetto di cittadinanza, come secondo pilastro della Rivoluzione vòlto ad equilibrare il primo costituito dallo Stato accentrato, non poteva non portare alla necessità di un architrave di collegamento tra quei due concetti, che sarebbe stata l’idea di Nazione. Lo Stato scaturito dalla Rivoluzione proclamava di basarsi sulla volontà popolare dei cittadini che formavano collettivamente la Nazione. Le numerose cerimonie pubbliche che i propagandisti rivoluzionari utilizzavano per educare il popolo ribadivano l’importanza dell’identificazione popolare con un unico apparato di leggi ed un unico governo, cioè con un progetto linguistico senza pregiudiziali linguistiche, etniche o culturali. Quanto la cosa fosse innovativa, perfino in un Paese come la Francia che pur forse era il meno frammentato in Europa sul piano etnico, lo dimostrava il fatto che a fine XVIII secolo ancora ben sei milioni di Francesi  (Alsaziani, Baschi, Bretoni, Normanni, Provenzali, Còrsi, Catalani pirenaici, Fiamminghi piccardi) parlavano nel quotidiano idiomi differenti dal francese (emblematico in maniera quasi caricaturale il fatto che i volontari marsigliesi che rimontarono la Francia in direzione Parigi intonando il canto che sarebbe poi divenuto l’inno rivoluzionario, in realtà faticavano a comprendere l’esatto significato dei suoi versi, visto che nel 1792 la lingua madre dei Marsigliesi era ancora il provenzale).  In quest’ottica, accanto alla nuova cerimonialità laico-rivoluzionaria ed alla diffusione dell’insegnamento elementare statale in francese (peraltro l’uso obbligatorio  del francese si affermerà, nelle aree abitate da minoranze linguistiche, solo in un secondo tempo, avendovelo la Convenzione inizialmente semplicemente garantito, come “lingua della libertà”, da affiancare all’insegnamento delle lingue locali), fattore decisivo sarà il rigetto della presenza di stranieri nell’esercito nazionale (riflesso del disprezzo per il mercenariato di antica tradizione monarchica), fatti salvi ovviamente i volontari ideologicamente motivati ed il cui arruolamento fosse esplicitamente autorizzato dal governo rivoluzionario, e l’introduzione della coscrizione maschile obbligatoria, espressione tangibile dell’esercito come unione dei cittadini nella “Nazione in armi” a difesa dello Stato, sintesi perfetta dei tre pilastri della Rivoluzione, appunto lo Stato, la Nazione ed il Cittadino.

la-liberta-che-guida-il-popolo-delacroix
Eugène Delacroix, La Libertà che guida il popolo, 1830

 

1848-51: IN FRANCIA VINCE LA CITTADINANZA, IN GERMANIA LA NAZIONE

Nell’evoluzione della storia politico-istituzionale europea successiva al 1815 ciascuna delle parti in campo, reazionari compresi, dovette accettare di fare i conti con un retaggio ormai ineliminabile, fatto di Stato accentrato, idea di nazione e diritti del cittadino. Ogni parte politica finirà per far leva su quello, tra questi tre fattori, più funzionale al proprio programma, fino al paradosso dei rivoluzionari bolscevichi del 1917, che riusciranno ad assicurarsi il successo, come si spiegherà più avanti, addirittura utilizzando a contrario tutti e tre i suddetti fattori.

Cominciamo dai reazionari. Essi conservarono molto dell’apparato normativo napoleonico, a sua volta erede della Rivoluzione, ma già in una chiave di lettura ben più moderata, tale da renderne molti aspetti digeribili alla classe politica che governò l’Europa continentale fino al 1848 (Francia e Belgio fino al 1830). Non a caso l’unico  Paese in cui si volle ripristinare così com’era la situazione legale ed amministrativa prerivoluzionaria, con tutti i suoi privilegi di classe e particolarismi locali e corporativi, ossia la Spagna, fu anche il primo che sperimentò, già nel 1820, la ripresa del movimento rivoluzionario. Saggiamente i reazionari di Francia, Germania, Austria, Italia, cercarono di salvare quanto, nell’ambito dello stato napoleonico, poteva essere interpretato come un’evoluzione di quella tendenza allo Stato accentrato già in atto nelle monarchie assolute del ‘700 (uniformazione normativa, pianificazione economica a livello nazionale ed a spese degli interessi locali o corporativi, statalizzazione della burocrazia, leva obbligatoria, ecc.). Ma i reazionari non capirono che il nuovo mondo creato dalla Rivoluzione francese era un pacchetto da cui non era possibile, in un quadro sostenibile di lungo periodo, prelevare solo quanto risultava utile al proprio impianto ideologico. Adottare  lo Stato centralizzato, ma rifiutarsi di limitarne i poteri riconoscendo l’ampliamento dei diritti del cittadino ed i vincoli di nazionalità, era progetto di corto respiro, in quanto destinato a rinnovare i limiti della politica dei monarchi assoluti, per quanto illuminati, favorendo l’alleanza antistatale (seppur innaturale sul piano dell’origine sociale e degli obiettivi finali dei diversi settori sociali promotori dello scontento) tra i localismi conservatori ostili alla centralizzazione, la borghesia urbana ostile all’assolutismo visto come remora ad una vera innovazione economica liberista,  ed i contadini e piccoli artigiani spaventati dalle conseguenze,  per essi inizialmente solo negative, del progresso economico-istituzionale, con in più, quarto elemento sociale di scontento che invece non esisteva nell’ Ancien régime, l’insoddisfazione dei militari,  penalizzati dalla fine della grandeur degli eserciti napoleonici.

Cercare di calare in una griglia uniforme una realtà europea estremamente variegata e complessa portò ad errori forieri di future fratture proprio nel cordone sanitario di Stati rafforzati in vista del contenimento della potenza francese. Unire i cattolici fiamminghi e valloni ai protestanti olandesi, i cattolici renani ai protestanti prussiani, i protestanti palatini ai cattolici bavaresi, significava non tener conto dell’importanza della religione nella formazione dell’identità nazionale, tanto più quando alla diversità di religione si aggiungeva la diversità di sviluppo economico tra regioni già avviate ad una precoce  industrializzazione nel segno della borghesia ed altre, a cui erano state annesse, ancora caratterizzate da un’economia prevalentemente agraria controllata dalla vecchia aristocrazia (è il caso di Renania e Palatinato rispetto a Prussia e Baviera, ma anche della Lombardia rispetto all’Austria, dove, rispetto agli altri due casi, la diversità economica si affiancava ad una diversità non religiosa, ma etnica).

Le élites borghesi, fatte di industriali, professionisti, militari e funzionari, non potevano non porsi alla guida della nuova ondata rivoluzionaria, essendo colpite economicamente  e/o nel prestigio dall’indiscriminato accentramento statale, dal revanscismo della Chiesa, mirante a recuperare, insieme al suo prestigio, almeno parte delle terre confiscatele nel periodo rivoluzionario e napoleonico ed acquistate soprattutto dalla borghesia, da un’imposizione fiscale che mutuava l’efficienza esattrice dallo stato napoleonico, ma finalizzata al pagamento dell’enorme debito pubblico contratto proprio per sconfiggere Napoleone ed al finanziamento di progetti decisi arbitrariamente dai soli circoli d’affari strettamente legati alla corte,   ed infine, in Italia e Germania più che in Francia, dalle epurazioni, in favore di “codini” incompetenti ma da ricompensare dei tanti anni d’esilio o di emarginazione patiti nel periodo napoleonico, di quei quadri burocratici e militari che avevano collaborato col regime napoleonico (emblematico l’utilizzo, da parte dei reazionari, dell’elemento “nazionalistico”, desunto dal passato rivoluzionario ma decontestualizzato, per bollare i burocrati epurati, la spregiativamente definita “coda di Napoleone”, di collaborazionismo con l’invasore francese). Ma, accanto a queste élites borghesi, la prima rivoluzione industriale, dove già in atto (nord della Francia, Renania, Belgio, Boemia),  stava  favorendo la nascita di un nuovo gruppo sociale, fatto di lavoratori specializzati, latori di istanze di trascoloramento dei diritti civili in diritti sociali che, oltre a porli in parziale contrasto con l’élite borghese, avrebbero finito col dare ai moti del’48, almeno in Francia, caratteristiche differenti rispetto alla Rivoluzione dell”89-94, in cui il tragico esito finale della vicenda di “Gracco” Babeuf aveva segnato la sparizione dal dibattito politico delle istanze sociali più avanzate, il tutto mentre la “mini era glaciale” degli anni’40, col suo corollario di carestie alimentari, rincari del pane e difficoltà nell’approvvigionamento del legname per scaldarsi (reso più caro proprio dalle esigenze dell’incipiente industrializzazione, mentre l’abolizione dei tradizionali diritti delle comunità di villaggio di accedere alle aree demaniali aveva privato i contadini di una fonte gratuita di approvvigionamento), forniva ulteriore legna al fuoco rivoluzionario.

La protesta politica si svolse nel ’48 secondo uno schema comune a tutte le grandi capitali europee in cui ebbe luogo, a dimostrazione del successo del modello parigino, replicato a Berlino, Monaco, Vienna, Budapest, Milano, Venezia, Palermo, fatto di folle protestanti in strada, di truppe che intervenivano ed erano schernite dalla folla, di uno sparo che rimbombava improvvisamente da un punto imprecisato, di soldati presi dal panico che sparavano sulla folla, che, guidata soprattutto da artigiani specializzati ed organizzata in milizia borghese, rispondeva alzando barricate e facendo imboscate alla truppa inviata nei vicoli della città, espellendola dall’area urbana, ed infine, a questo punto, di leaders politici dell’opposizione che, in genere estranei alla rivolta, accesasi in via del tutto spontanea, intervenivano a cose fatte come mediatori tra la folla ed il governo, cui avanzavano richieste di riforme politiche destinate a tradursi in una nuova costituzione da elaborarsi da apposita assemblea elettiva, ed intanto entravano nel governo provvisorio incaricato di portare il Paese alle elezioni.

Questo schema comune nascondeva però sostanziali differenze, dipendenti dal contesto nazionale, nel valorizzare l’uno o l’altro dei tre valori base ereditati dalla Rivoluzione dell”89. A Parigi, dove Stato accentrato, idea nazionale e diritti del cittadino erano valori ormai acquisiti nella cultura politica, anche per via del successo della precedente insurrezione liberale del 1830, una parte minoritaria ma significativa della borghesia liberale cominciava ad andare oltre, avanzando una piattaforma rivendicativa fondata sul repubblicanesimo democratico e sul suffragio universale maschile, mentre l’emergente classe degli operai specializzati, in sostanza ex-artigiani valorizzati dall’abolizione dei vecchi vincoli corporativi ed acculturati politicamente dalla lettura dei libelli politici espressione della borghesia liberaldemocratica, andava ancora oltre, cominciando ad avanzare richieste di trasformazione socio-economica che andassero ad integrare quella che, ai loro occhi, era una rivoluzione rimasta incompiuta nell”89-94.

Quest’ambito fu il brodo di coltura del primo socialismo, diretto ad allargare il concetto di cittadinanza ai diritti sociali (Louis Blanc per primo introduce il diritto al lavoro tra i diritti fondamentali del cittadino), non a caso la Lega dei Giusti, poi ribattezzatasi dei Comunisti, che invitò nel 1847 Marx ed Engels a scrivere il loro Manifesto, era nata come sezione straniera affiliata alla Societé des Saisons fondata da Auguste Blanqui, avente lo scopo di diffondere nella classe operaia il credo repubblicano ed insurrezionale della parte più progressista della borghesia. I nuovi diritti divennero il fulcro delle rivendicazioni sociali  che le nuove organizzazioni operaie, rafforzate dal fatto che i lavoratori erano entrati nella Guardia nazionale e quindi possedevano armi, si potevano permettere di avanzare ai governi provvisori espressione della borghesia liberale, creando una nuova dicotomia di potere che,  dopo quattro mesi di difficile convivenza, dal febbraio al giugno del ’48, sfociò in un nuovo conflitto e nella sconfitta dell’ala sinistra del movimento insurrezionale (e se la reazione monarchica non fu pronta ad approfittare delle divisioni nel movimento rivoluzionario, fu solo perché a sua volta divisa in legittimisti, orleanisti e bonapartisti). Ma, malgrado la temporanea battuta d’arresto, la nuova strada  dell’estensione dei diritti civili alla sfera socio-economica era ormai tracciata ed avrebbe segnato il futuro cammino della sinistra europea, riformista o insurrezionale che fosse. Anche perché la stessa svolta conservatrice concretatasi nel colpo di stato di Luigi Napoleone del 2 dicembre 1851  ebbe l’effetto di ricompattare i repubblicani, borghesi ed artigiani delle aree urbane, e i contadini di vaste aree rurali, che avevano colto l’occasione offerta dall’apertura liberale del triennio precedente per cominciato ad impratichirsi delle forme di partecipazione politica moderna, in appoggio alla riforma agraria proposta dai repubblicani radicali, in  un tentativo di resistenza soffocato al momento, ma foriero di futuri sviluppi positivi nella formazione di una coscienza nazionale transclassista favorevole all’allargamento dei diritti sociali.

Ben differente la situazione tedesca, molto più simile a quella della Francia dell”89 che non a quella della Francia coeva. Solo nelle Province Renane vi era una stretto collegamento socio-economico tra città e campagna, altrove, e tanto più quanto più ci si spostava ad est, le élites rurali conservavano il saldo controllo delle amministrazioni locali e delle popolazioni, della cui totale immaturità politica rispetto alla borghesia liberaldemocratica urbana seppero approfittare per volgerne proprio contro quella il malcontento per la non immediata realizzazione dell’obiettivo dello sgravio del peso fiscale sui contadini e dell’aumento dei salari agricoli. Inoltre, problema ancor più serio, i riformatori tedeschi erano di fronte ad una moltitudine di Stati, da “rivoluzionare” all’interno, uno per uno con la sua specificità, ancor prima di poter creare la nuova Germania, e ad un complicato mosaico di minoranze, Cechi, Slovacchi, Polacchi, Danesi, Italiani (l’Assemblea nazionale riunitasi a Francoforte si proponeva di rappresentare l’intera area germanica, quindi inclusa l’Austria e la sua minoranza italofona), che, in un primo tempo, si pensò da parte dei democratici renani di poter assorbire nello stesso modo in cui i rivoluzionari francesi dell”89 avevano assorbito Alsaziani, Bretoni, Baschi, Còrsi, rispettandone inizialmente la specificità linguistica e lasciando semmai che il tempo facesse autonomamente optare le minoranze per l’acquisizione di una lingua che esprimesse una cultura più ricca ed avanzata. Di fronte alla risposta fredda delle minoranze,  spinte dagli insegnamenti di Mazzini e Mickiewicz ad identificare lingua, cultura e nazione, anche i patrioti tedeschi riuniti a Francoforte finirono per scivolare su posizioni nazionaliste, per cui, alla fine, oltre a nuove costituzioni più modernamente accentratrici in Austria e Prussia ed all’abolizione di anacronismi come la servitù della gleba nella stessa Prussia, il vero risultato del ’48 tedesco fu l’incamminarsi delle pulsioni modernizzanti verso la valorizzazione, nell’ambito dei tre valori fondanti ereditati dalla Rivoluzione dell”89, dell’idea di nazione, invece che, come in Francia, dell’ampliamento dei diritti del cittadino.

Comunque, un po’ in tutta Europa, Russia esclusa, le istanze del riformismo sociale e del nazionalismo, cioè dei due percorsi che erano partiti dalla stessa base rivoluzionaria nel 1789 e dallo stesso tronco dello Stato centralizzato, continuarono a progredire tra il 1848 ed il 1914, fatte proprie, oltre che dai riformisti per vocazione, anche da molti dei conservatori che pur si erano dati da fare per contenerne l’avanzata nel ’48 (“i becchini della rivoluzione del 1848 divennero i suoi esecutori”, disse Engels). Potenti forze economiche e sociali premevano per il rafforzamento dei poteri dello Stato e del suo intervento nell’economia: la seconda rivoluzione industriale della seconda metà dell”800, basata sul ferro e sull’acciaio, richiese investimenti tali da non potersi permettere il liberoscambismo predicato dalla prima rivoluzione industriale, la protezione di quegli investimenti esigeva un mercato interno stabile, protetti da dazi ed accordi commerciali, e magari anche alimentato dalle commesse statali, specie nel settore dell’industria bellica, mentre anche i produttori agricoli, dal latifondista al piccolo contadino, premevano per una politica daziaria che proteggesse le loro produzioni dal crollo dei prezzi agricoli dovuto al boom produttivo americano ed australiano ed al crollo del costo dei trasporti transoceanici ( “lega del ferro e della segale”, era definita in Germania questa insolita coalizione di agricoltori e industriali).

L’altra forza emergente, un proletariato fatto prevalentemente di lavoratori poco o punto specializzati (a differenza di quella sua parte  specializzata che, si è visto, aveva avuto un peso rilevante, sia pure al momento perdente, nella Francia del ’48), affratellato proprio dal suo carattere indifferenziato, sembrava volgere verso un’etica di solidarietà internazionalista contraria ai concetti protorivoluzionari di Stato e Nazione, ormai sempre più traslocati nel linguaggio politico conservatore. In realtà, però, i militanti socialisti non volsero mai le spalle all’idea di una nazione democratica ed i loro leaders finirono per convertirsi sempre più all’idea di conquistarne la guida attraverso la competizione elettorale, contando che, col graduale allargarsi del suffragio maschile, la semplice forza numerica della classe lavoratrice avrebbe  messo semmai la borghesia di fronte al dilemma tra perdere il potere o rinnegare lo Stato parlamentare. I sindacalisti, in particolare, volevano uno Stato forte e centralizzato come interlocutore, sapendo che si trattava dell’unica cornice possibile per l’attuazione delle riforme sociali, impossibili in uno Stato debole alla mercé delle élites dominanti. Anche l’antimilitarismo socialista, diretto contro le spese militari, la leva e l’utilizzo dell’esercito come polizia nella repressione dei moti sociali, non sarà tale da portare i socialisti tedeschi e francesi a negare l’appoggio ai rispettivi eserciti in occasione della Grande Guerra, ché anzi semmai offrì il destro ai sindacalisti per spuntare migliori condizioni salariali e di lavoro per gli operai impiegati in settori industriali direttamente o indirettamente connessi allo sforzo bellico.

Proprio la sostanziale collaborazione, oltre i proclami rivoluzionari di bandiera,  della classe lavoratrice alla rivoluzione industriale, alla leva militare, al consolidamento dello Stato accentrato moderno, rese ineluttabile per quest’ultimo, e poco importa se di buona o malavoglia, allargare gradualmente ad essa il diritto di voto (cittadinanza attiva) ed estendere a nuovi diritti il concetto di cittadinanza passiva, fruitrice di servizi da parte dello Stato (istruzione elementare gratuita, previdenza sociale, tutela antiinfortunistica, assistenza sanitaria). Nel 1914 in molti Stati europei (Italia compresa, ma, significativamente per gli sviluppi futuri, non la Russia),  il lavoratore si stava abituando a sentirsi Cittadino, membro di una Nazione (a ciò contribuiva in maniera potente l’istruzione pubblica, veicolo di uniformazione linguistica e culturale) e destinato ad incontrare lo Stato accentrato non più solo nella veste del tutore dell’ordine, del reclutatore e dell’esattore, ma sempre più in quella del medico, dell’insegnante, dell’agente assicurativo e dell’ispettore antiinfortuni. Nel progressivo convergere dei suoi tre valori fondanti nella persona del lavoratore la Rivoluzione del 1789 sembrava conseguire, dopo oltre un secolo, la sua piena attuazione.

vernet
Horace Vernet, Battaglia sulle barricate in Rue Soufflot, Parigi, 1848

 

1917-20: IN RUSSIA LENIN REALIZZA LA RIVOLUZIONE SUPERANDO I VALORI DEL 1789, IN GERMANIA EBERT LA IMPEDISCE APPLICANDOLI

Uno schema diverso rispetto al ’48 caratterizza il modello rivoluzionario del 1917-20 a Pietroburgo, Mosca, Budapest, Vienna, Berlino, Monaco: l’esercito è chiamato a sedare una dimostrazione illegale o semi-illegale, ma le truppe, invece di scontrarsi con la folla, come nel ’48, fraternizzano e, insieme ai dimostranti, istituiscono consigli e formulano richieste politiche, sostenute da massicci scioperi, coordinati da consigli di fabbrica attraverso i quali gli operai inviano delegati ai consigli cittadini dei dimostranti, integrando le proprie alle loro richieste politiche; i governi ufficiali cadono, politici liberali e di sinistra, incalzati dai consigli di soldati e lavoratori, formano governi provvisori, proclamano la repubblica e promettono un’assemblea costituente; infine, in Russia definitivamente ed altrove con successo effimero, i consigli soppiantano il regime parlamentare e governano in sua vece.

Perché solo in Russia questo modello trionfò?

Nel resto d’Europa la collaborazione della classe lavoratrice allo sforzo bellico (nelle fabbriche, ma anche nelle trincee) superò le più rosee aspettative, smentendo quanti paventavano, o auspicavano, una rivoluzione socialista generalizzata se la guerra fosse durata più di pochi mesi. In sostanza, il principio, retaggio della Rivoluzione francese, del Cittadino, membro attivo di una Nazione rappresentata da uno Stato accentrato,  ancora resse la botta del cataclisma bellico. 

In Russia invece lo Stato accentrato, inteso in senso moderno, ancora non esisteva, né esistevano quei diritti del Cittadino, civili e sociali, che nel resto d’Europa, sia pure a strappi e con zone d’ombra, si erano andati affermando nel corso del secolo precedente, né, infine, esisteva una coscienza moderna di appartenenza alla Nazione. Per la sinistra lo Stato era ancora il nemico e non l’interlocutore. In questo contesto il tentativo di Kerenskij di bruciare le tappe, realizzando nello spazio di un mattino ciò che altrove aveva richiesto un secolo, per quanto forse animato dei migliori propositi, non aveva possibilità di riuscita, fare nel 1917 la Rivoluzione del 1789 era pura utopia. Da qui l’intuizione di Lenin, anche scendendo a compromessi col suo credo ideologico puro e con la sua ammirazione per il giacobinismo, di saltare  a pié pari nella prima fase della Rivoluzione la realizzazione dello Stato rivoluzionario accentrato (altro discorso, che va oltre lo spazio temporale qui analizzato,  sarà ovviamente lo sviluppo successivo dello Stato sovietico, a rivoluzione consolidata),  utilizzando come struttura forte per scalzare dall’esterno le istituzioni ufficiali (e non per porsi al loro interno, come avevano fatto i rivoluzionari del 1789) i soviet urbani di operai e soldati, e riuscendo, mettendo temporaneamente da parte il suo credo ideologico relativo alla collettivizzazione delle campagne, a mobilitare, con la promessa della redistribuzione della terra, anche le comunità rurali, che si organizzarono in soviet di contadini che sottrassero al governo Kerenskij anche il controllo amministrativo dei villaggi. Il partito bolscevico di Lenin, inserito con la sua rete di militanti “professionisti della rivoluzione” in tutti i soviet, urbani e rurali, seppe fornire una forma agile ed accessibile di partecipazione politica nazionale ad una popolazione politicamente analfabeta e diffidente verso lo Stato, di cui fino ad allora aveva conosciuto solo la brutale capacità repressiva, ma al contempo seppe evitare che le pulsioni ribellistiche dei contadini si traducessero in una scomposta jacquerie senza reali prospettive politiche.  Ai soviet mancava solo una struttura accentrante che prevenisse il loro scadimento nel provincialismo, e questa fu fornita proprio dall’assemblea costituente voluta dalla sinistra moderata per riprendere il controllo della rivoluzione, prontamente egemonizzata ed emarginata dagli stessi consigli dei soviet, che, forti della maggioranza al suo interno, la sciolsero, proclamandosi sovrani in sua vece. Tutto ciò fu possibile abdicando, oltre al concetto dello Stato accentrato rivoluzionario, anche agli altri due retaggi fondamentali della Rivoluzione del 1789: i diritti del Cittadino, sui quali si sarebbe incentrata in prima battuta l’attività della Costituente, rischiando di porre, con la proclamazione delle libertà civili fondamentali, una pesante ipoteca alla futura realizzazione dello stato socialista, pericolo che Lenin bypassò mettendo avanti il discorso sui diritti sociali, perno della piattaforma programmatica del consiglio dei soviet,  capendo che porre in primo piano la nazionalizzazione delle industrie e la distribuzione delle terre avrebbe fatto guadagnare alla causa comunista un consenso popolare ben maggiore che non la proclamazione di astratti diritti dell’uomo che poco eccitavano l’immaginazione di masse politicamente non acculturate; e l’idea di Nazione, messa in secondo piano attraverso la concessione dell’indipendenza o dell’autonomia ai popoli non russi, secondo uno schema che tanto i “bianchi” quanto la sinistra moderata consideravano un tradimento della nazione russa, ma che fu l’atout che consentì al comunismo di conquistarsi l’appoggio di quelle etnie non russe che invece avrebbero mortalmente avversato qualsiasi ipotesi di Stato russo centralizzato, anche se rivoluzionario. In sintesi, Lenin fece la sua rivoluzione  usando come leva, ma a contrario, i cardini della Rivoluzione del 1789 (di cui era attento studioso), scelta che si rivelò vincente perché adeguata allo sviluppo politico, economico e sociale della Russia del 1917, ritardatario perfino rispetto alla Francia del 1789.

In Germania invece erano stati i socialdemocratici che, disponendo di una organizzazione fra i lavoratori che la guerra aveva ulteriormente rafforzato invece di indebolire (ciò dovuto alla collaborazione dei socialdemocratici allo sforzo bellico tedesco, che aveva finito, al di là della differenza ideologica e culturale, per farne gli interlocutori privilegiati dello stato maggiore tedesco nel fronte interno), avevano promosso la costituzione di consigli di lavoratori e soldati a supporto del governo provvisorio da essi guidato. Il loro leader, Friedrich Ebert, ben deciso ad evitare la fine di Alexandr Kerenskij, li tenne sempre in pugno e, dopo averli convocati  a Berlino per richiedere elezioni nel rispetto delle istituzioni esistenti, li rispedì senza complimenti nelle località di provenienza. Ugualmente in ambito locale i socialisti dissidenti, inclini alla rivoluzione, furono costretti a condurre la loro opposizione nell’ambito delle vecchie istituzioni municipali, neanche nella rossa Düsseldorf, dove pure si tentò nel gennaio ’19  di istituire una “democrazia dei consigli”, i radicali riuscirono ad esautorare l’amministrazione cittadina. Lo Stato ovunque rimase intatto, pronto a riconquistare il monopolio del potere non appena il governo provvisorio si fosse sufficientemente rafforzato.

Né il governo provvisorio, dopo aver ribadito la centralità dello Stato rispetto ai consigli, attese un’eventuale Costituente per rafforzare i diritti civili e sociali del Cittadino, ché anzi, con un decreto omnibus, stabilì immediatamente la fine della censura, la libertà di stampa, il suffragio universale, la giornata lavorativa di otto ore, l’estensione dei benefici della previdenza sociale e facilitazioni nell’accesso all’abitazione ed ai generi di prima necessità per i meno abbienti. E quando si trattò, sempre nel gennaio ’19, di reprimere la rivolta spartachista, il governo provvisorio socialdemocratico non esitò, in nome dell’unità della Nazione, ad invocare l’aiuto dell’esercito nella repressione (anche se la brutale  esecuzione di Rosa  Luxembourg e Karl Liebknecht non era nei programmi e provocò profonde lacerazioni morali tra i socialdemocratici ed un lungo strascico di odio dei socialisti radicali nei loro confronti).

In sintesi, il programma politico basato sull’accentramento statale, sul concetto di cittadinanza e sul senso di appartenenza nazionale, si affermò in pieno nella Germania del primo dopoguerra (e, in contesti simili, anche nell’Austria e nell’Ungheria del 1919-20), grazie ad un contesto sociale che, diversamente dalla situazione russa, quei valori li aveva ormai profondamente assorbiti da decenni. All’opposto di Lenin, Ebert si attenne scrupolosamente agli insegnamenti della Rivoluzione del 1789, e, ciò facendo, riuscì ad impedire una nuova rivoluzione. A dimostrazione che anche le rivoluzioni sono mezzi, e non fini.

 

Alessandro Colarusso

 

BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA

La Rivoluzione francese, François Furet-Denis Richet, 2003

La civiltà liberale, Pietro Costa, 2001

Le rivoluzioni borghesi (1789-1848), Eric Hobsbawm, 1962

1848, l’anno della Rivoluzione, Mike Rapport, 2009

La rivoluzione russa, Richard Pipes, 1994

 

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...