CHE GUEVARA E LA GUERRA RIVOLUZIONARIA DI LIBERAZIONE

Il Che a partire dal 1959, con degli articoli pubblicati sulla rivista Revolucion e sul supplemento Lunes de Revolucion, fino al 1967 ragionò molto sulla questione della guerra rivoluzionaria, indicando con questa espressione sia la cosiddetta “guerriglia” che prese le mosse sulla Sierra Maestra e che portò alla gloriosa vittoria di Santa Clara, sia uno scontro più ampio, del quale la rivoluzione cubana costitutiva un primo stadio, avente lo scopo di liberare l’America Latina dal giogo degli “imperialisti” statunitensi, seguendo come filo rosso concettuale la concezione di“avanguardia”.

Al 1960 e al 1963 risalgono due importanti scritti di Che Guevara sulla guerra di guerriglia come guerra rivoluzionaria per la presa del potere a Cuba: rispettivamente, La guerra di guerriglia e Passaggi della guerra rivoluzionaria. Esse furono il frutto di una riflessione sul processo rivoluzionario che portò un iniziale gruppo di 82 uomini, sbarcati sull’isola con una barca “che faceva acqua” [nota 1], ad alimentare una lotta pluriennale, in costante inferiorità numerica, contro forze decine di volte superiori, in un’iniziativa considerata “come una chimera di un piccolo gruppo di idealisti e d’illusi” [nota 2]. Per indicare questa lotta che avrebbe portato i rivoluzionari al potere il Che adoperò il termine “guerriglia”, originariamente coniato nell’Ottocento e usato per descrivere una tattica di resistenza contro il regime di Giuseppe Bonaparte [nota 3], rifiutando però l’accezione sminuente di “piccola guerra”, ovvero di uno scontro “di un piccolo gruppo contro un grande esercito”, preferendogli al contrario un significato più fulgente: la guerriglia come una “guerra di tutto il popolo contro il potere oppressore”.

In entrambi gli scritti si parla di guerra del popolo, come in quelli di Mao Tse Tung e Ho Chi Minh, ma ciò che viene messo a fuoco come elemento determinante della vittoria nello scontro è il ruolo d’avanguardia svolto dalle poche centinaia di guerriglieri che dalla Sierra Maestra condussero per tre anni un’assidua lotta contro le forze imperialistiche di Batista.
In particolare, dopo l’assalto fallimentare alla caserma Moncada il 26 luglio 1953, considerato anche dal Che l’evento iniziale della rivoluzione cubana [nota 4], lo sbarco a Playa Las Coloradas, nel municipio di Niquero, il 2 dicembre 1956, segna il passaggio da una lotta di “esseri individualizzati” a una vera e propria guerra di popolo, nella quale i guerriglieri costituivano il motore d’azione ed erano un “generatore di coscienza rivoluzionaria e di entusiasmo combattivo” [nota 5]. Nel momento in cui furono il “nucleo armato” e “l’avanguardia combattente” [nota 6] di un grande scontro di liberazione, divennero veri “guerriglieri”, non nel “senso ripugnante” con il quale si era usato questo termine durante il regime spagnolo per indicare coloro che divennero “franchi tiratori” della Corona, ma in quello più luminoso e positivo di “combattenti in favore della libertà” [nota 7].

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Guerrilleros nella Sierra Maestra #1

In La guerra di guerriglia il Che analizzava sia i cosiddetti problemi strategici della guerra rivoluzionaria, come fecero Mao Tse Tung e Vo Nguyen Giap, sia, in particolare, la figura del guerrigliero, creando per essa una sorta divademecum che prende in considerazione anche i più piccoli dettagli. Una delle principali caratteristiche che dovevano denotare il guerrigliero era una ferrea disciplina, sia “interiore” [nota 8], che lo spingesse ad obbedire al superiore senza battere ciglio, sia esteriore [nota 9], dimostrando di essere pudico, astemio e di comportarsi correttamente con il resto della truppa. Una disciplina imposta anche con la forza, dal momento che, ad esempio, eventuali piccoli furti tra commilitoni erano punibili con la fucilazione. Un altro tema chiave di quest’opera, oltre a quello della disciplina, era quello delle armi. Anche se in un secondo momento i ribelli allestirono sulla Sierra piccole officine d’armi nelle quali fabbricarono bombe e ripararono fucili [nota 10], il problema iniziale dei guerriglieri fu quello di dotarsi di armi e munizioni. A riguardo una sorta di primo comandamento era: “la fonte di approvvigionamento in armi e munizioni deve essere il nemico” [nota 11]. Il guerrigliero ad esempio doveva sapersi procurare un’arma rubandola ad un avversario, dopo averlo reso prigioniero o ucciso [nota 12] e doveva gestire come un piccolo gruzzolo di risparmi le munizioni da lui acquisite, rispettano una ferrea“disciplina di fuoco”, senza sprecare colpi inutilmente, dal momento che “il peggior nemico della guerriglia è la mancanza di munizioni [nota 13]. Le armi, inoltre, determinavano la strategia di avanzamento nella guerra rivoluzionaria: infatti, la formazione di nuove “colonne” di combattenti, come la 8 “Ciro Redondo” agli ordini del Che e la 2 “Antonio Maceo” guidata da Camilo Cienfuegos, e la conseguente possibilità di coordinare più attacchi, dipendevano dal raggiungimento di una “potenza considerevole per quantità d’armi”. L’immagine evocata dal Che per indicare questa filiazione di forze era la seguente:

è un fenomeno simile a quello dell’alveare, che a un certo momento espelle la nuova regina, la quale si trasferisce in un’altra regione con una parte dello sciame. L’alveare madre, con il capo guerrigliero più importante, rimarrà nei luoghi meno pericolosi, mentre le nuove formazioni si inoltreranno in altri territori nemici, seguendo il ciclo giù descritto. [nota 14]

Ogni colonna poi, oltre ad essere formata da uomini armati da una ferrea disciplina, doveva cercare di raggiungere una ideale varietà di armi per non trovarsi accerchiata e sopraffatta dalle equipaggiatissime truppe di Batista:

La dotazione ideale di armi per una guerriglia composta da venticinque elementi sarebbe: da dieci a quindicifucili a un colpo, più una decina di armi automatiche, tra Garand e mitra, contando sull’appoggio di armi automatiche di facile trasporto e leggere come i fucili mitragliatori di tipo Browning o i più moderni Fal belgi e gli M-14. Fra i mitra sono da preferire quelli da 9 mm che consentono un maggior carico di munizioni e che sono consigliabili, data la loro costruzione abbastanza semplice, per la facilità di cambiarne i pezzi. [nota 15]

Poi non dovevano mancare gli esplosivi:

La fonte degli esplosivi varia: possono venire da altre zone, o ci si può servire delle bombe lanciate dal nemico, che non sempre esplodono, oppure si possono fabbricare in laboratori circondati e all’interno della zona di guerriglia. La tecnica dell’esplosione può essere molto varia: anche la fabbricazione dipende dalle condizioni della guerriglia. (…) Queste tecniche possono venire perfezionate all’estremo; sappiamo per esempio che in Algeria s’impiegano attualmente contro il potere coloniale francese mine telecomandate, che si fanno esplodere cioè mediante impulsi radio emessi a grande distanza dal punto in cui vengono collocate. [nota 16]

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Guerrilleros nella Sierra Maestra #2

Il Che, prima di pubblicare La guerra di guerriglia, durante la rivoluzione cubana, annotava prima e dopo ogni battaglia il numero di armi e munizioni acquisite dal nemico, appunti che poi sarebbero stati riutilizzati per la pubblicazione dei Passaggi della Guerra Rivoluzionaria: ad esempio, al Rio Magdalena i ribelli avevano “nove fucili con mirino telescopico, cinque semiautomatici, quattro automatici, due mitragliatori Thompson, due pistole mitragliatrici e un fucile calibro 16” [nota 17], mentre il bottino della battaglia di La Plata era costituito da “otto Springfield, una mitragliatrice Thompson e un migliaio di proiettili” [nota 18]. Se dal punto di vista delle tattiche militari di offensiva e difensiva, qui non trattate, i guerriglieri appresero e seppero sfruttare al meglio le indicazioni contenute nello scritto di Mao Tse Tung, Problemi strategici della guerra rivoluzionaria, opuscolo di cui erano in possesso [nota 19], una novità assoluta introdotta dal Che nella teorizzazione della guerra di guerriglia concepita come guerra rivoluzionaria fu la grandissima rilevanza attribuita alle armi e alle munizioni, ritenute entrambe “una necessità vitale” [nota 20], sulle quali furono scritte dal Comandante centinaia di pagine di appunti.

La metafora dell’avanguardia venne usata dal Che nei suoi discorsi e scritti degli anni ’60 per indicare il ruolo di Cuba nel processo rivoluzionario dell’America Latina. Tale militarizzazione del lessico è evidente in un discorso tenuto dal Comandante nel maggio 1964 nel quale assegnava a Cuba, “avanguardia dell’America”, la missione di “indicare alle masse dell’America Latina la via della piena libertà” [nota 21]. Come nella guerra di guerriglia i guerriglieri costituivano l’avanguardia della lotta del popolo, così Cuba doveva svolgere lo stesso ruolo per le masse oppresse del Sud America. Il corso degli eventi conferì alla piccola lo stendardo della “guerra rivoluzionaria”, dal momento che Cuba con la sua rivoluzione vittoriosa diede “il segnale d’allarme” alla totale “polarizzazione delle forze”, sfruttatori contro sfruttati [nota 22]. Come il Vietnam in Indocina, così Cuba in America Latina era l’avamposto della guerra rivoluzionaria di liberazione dell’America Latina:

E così marciamo. Alla testa dell’immensa colonna – e non ci vergogniamo e non esitiamo a dirlo – procede Fidel; dietro a lui avanzano i migliori quadri del Partito, e immediatamente dopo, così vicino che se ne avverte la forza immensa, si muove il popolo nel suo insieme; una solida impalcatura di individualità che marciano verso uno scopo comune; individui che hanno raggiunto la coscienza di ciò che è necessario fare; uomini che lottano per uscire dal regno della necessità per entrare in quello della libertà” [nota 23].

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La guerra rivoluzionaria di liberazione del continente sarebbe iniziata in salita dal momento che fin dal 1959 era stata avviata, secondo il Che, una capillare guerra controrivoluzionaria basata su “tutta la repressione, la brutalità e la demagogia di cui le oligarchie sono capaci”. Ciò non doveva abbattere i rivoluzionari, che, dopo una fase di assidua propaganda armata, “secondo l’accezione vietnamita del termine”, avrebbero trionfato su “un nemico brutale” conducendo una “guerra totale”:

Bisogna condurre la guerra fin dove la conduce il nemico: nella sua casa, nei suoi luoghi di divertimento. Bisogna renderla totale. Bisogna impedirgli di avere un attimo di respiro fuori dalle caserme e dentro; attaccarlo in qualunque luogo si trovi, dargli la sensazione di essere una belva braccata dovunque vada. Allora il suo morale si abbasserà. Diventerà ancora più bestiale, ma si vedranno affiorare in lui i segni del decadimento.  [nota 24]

Secondo il Che la “situazione esplosiva” dell’Asia, dove si combatteva in Laos e in Vietnam e dove le ostilità politiche sarebbero presto sfociate in conflitto aperto in Thailandia, Malaysia e Indonesia, doveva infuocare gli animi dei rivoluzionari latino-americani, resi consapevoli della vulnerabilità dell’imperialismo mondiale. Essi all’epoca combattevano in Guatemala, in Venezuela, in Bolivia e in Brasile, creando “focolai di resistenza” nel continente [nota 25]. Le “orribili condizioni di sfruttamento in cui vive l’uomo americano” rendevano inevitabilela deflagrazione prorompente di guerre di guerriglia che avrebbero portato le masse al potere [nota 26]. Esse, utilizzando come santuario rivoluzionario la Cordigliera delle Ande, “la Sierra Maestra d’America” [nota 27], avrebbero creato un altro “Vietnam” [nota 28], e in questo grande progetto di guerra rivoluzionaria fu inquadrata dal Che “la lotta in Bolivia”, considerata “parte di un movimento rivoluzionario di liberazione” [nota 29]

Nella Destra italiana l’interesse a porsi il problema della rivoluzione cubana fu incentivato dal fatto che nel 1958, un anno prima della salita al potere di Castro, era avvenuta l’enunciazione del “policentrismo” [nota 30] da parte di Togliatti e il conseguente suo tentativo di fare della questione cubana “una leva per la ricomposizione del movimento comunista internazionale” [nota 31]. Inoltre, cosa ancor più grave per i settori della Destra, Mosca, tentando di contrastare l’avanzare della Cina nel Terzo Mondo, seppe sfruttare a proprio vantaggio le lotte di un movimento, delineatosi a partire dagli anni Cinquanta, definito “comunismo-decolonizzazione”, composto dal “connubio tra i movimenti di liberazione, gli esperimenti di socialismo nazionale e l’ampliamento del fronte antimperialista”. Infatti

Chruscev vide in Fidel Castro l’emblema delle lotte di liberazione che avrebbero fuso nazionalismo e socialismo in un irresistibile moto antimperialista. Fare dell’URSS il referente mondiale di quei movimenti era un imperativo ideologico e una scelta strategica per rafforzare il blocco socialista nella guerra fredda. [nota 32]

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Fidel Castro e Nikita Chruscev alla 15° Assemblea delle Nazioni Unite, tenutasi nel settembre 1960 a New York

Pochi anni dopo, nel 1964, sulla prima pagina del terzo numero di gennaio del Borghesecompariva un’avvertenza nel quale si diceva che Fidel castro attraverso la rivoluzione cubana avesse creato nel Mare dei Caraibi “una colossale base sovietica a poche miglia dalla Florida” e che quest’avamposto rendesse legittimo pensare che presto tutto il Sudamerica si sarebbe avviato sulla strada del comunismo. E dopo aver elencato una serie di errori dei quali secondo lui sarebbero stati responsabili gli Stati Uniti [nota 33] e dei quali il Cremlino avrebbe approfittato per agire tramite “agenti comunisti”, instaurava un interessante parallelo tra America del Sud e Italia, entrambe “penetrate” silenziosamente da agenti del comunismo:

L’interesse di questa situazione per noi italiani, è accresciuto dal fatto che i Paesi sudamericani stanno avviandosi al marxismo, attraverso una serie di esperienze in tutto simili a quelle che la sinistra democristiana ha imposto al nostro Paese: e non è possibile ignorare che anche laggiù la penetrazione comunista ha cominciato a farsi sentire a mano a mano che le forze politiche tradizionali sono state costrette a cedere il passo alle compagini democristiane. [nota 34]

Successivamente, sempre sul Borghesein un articolo del marzo 1964, l’autore descriveva in che modo si stesse attuando la penetrazione sovietica attraverso la pedina cubana:

La comparsa del regime castrista fu, in principio, come lo squillo di adunata per tutti i partiti comunisti dell’America Latina. In pochi mesi, il continente fu invaso da una rete di Comitati per la difesa di Cuba, che non erano altro che il nuovo nome delle cellule comuniste. Questi comitati s’ispiravano alla fonte inesauribile delle emissioni di Radio Avana, diventata la Mecca del Corano marxista per il continente meridionale. La rapida installazione in tutte le capitali del Sud-America di uffici della Prensa Latina, completò subito con una rete di spionaggio gli impianti già sul posto, destinati alla propaganda e all’agitazione. Nello stesso tempo, l’attività degli agenti cubani si estendeva all’organizzazione della guerriglia. Parallelamente, il governo di Castro provvedeva a creare in territorio cubano scuole per la formazione dei quadri destinati alle azioni sovversive, con corsi della durata media di sei mesi, ripartiti in oltre trecento campi di addestramento, per i quali son già passati, dal 1960 a questa parte, più di dodicimila giovani. Questi arrivano a Cuba come studenti, beneficiari di “borse di studio”. Si ritiene che attualmente oltre ventimila agenti di Fidel Castro si trovino in piena azione sovversiva nel continente meridionale, con il diretto appoggio delle ambasciate cubane, in quei Paesi che hanno la dabbenaggine di tollerarli. [nota 35]

I timori espressi nell’articolo rispecchiavano quelli di tutta la Destra italiana: che Fidel Castro, armato dell’ “apparato sovversivo fornitogli da Krusciov” potesse diffondere nell’emisfero meridionale “la vampata incendiaria di Mao Tse Tung” e la proseguire su suolo americano la guerra rivoluzionaria contro l’imperialismo, con una “lunga marcia silenziosa e distruttrice” [nota 36].

Pier Paolo Alfei

Note:

  1. Discorso inaugurale del I Congresso latinoamericano della gioventù (1960), in Ernesto Guevara, Scritti scelti, Milano, Baldini & Castoldi, 2002, p.10.
  2. Diario del Che in Bolivia, Milano, Feltrinelli, 1968, p.13.
  3. Rupert Smith, L’arte della guerra nel mondo contemporaneo, Bologna, Il Mulino, 2009, p.223.
  4. La data esatta in cui ebbero inizio le azioni rivoluzionarie, che si sarebbero concluse il primo gennaio 1959, fu il 26 luglio 1953. Il socialismo a Cuba (aprile 1965), in Che Guevara, Scritti scelti…, op.cit., p.74.
  5. Ivi, p.74
  6. Guerra di guerriglia, in Ivi, p.432.
  7. Che cos’è un guerrigliero? (1959), in Ivi, p.567.
  8. Ivi, p.568.
  9. Guerra di guerriglia, in Ivi, p.483.
  10. Thomas Hugh, Storia di Cuba: 1762-1970, Torino, Einaudi, 1973, p.746.
  11. Guerra di guerriglia, in Che Guevara, Scritti scelti…, op.cit., p.449.
  12. Negli assalti dei guerriglieri ve ne furono sempre alcuni disarmati che cercavano di raggiungere i cadaveri dei nemici uccisi, per poi rubare loro l’arma e partecipare allo scontro a fuoco.
  13. Ivi, p.437.
  14. Ivi, p.440.
  15. Ivi, p.450.
  16. Ivi, pp.445-446.
  17. Guerra rivoluzionaria a Cuba, in Ivi, p.12.
  18. Ivi, p.16.
  19. Discorso inaugurale del I congresso latinoamericano della gioventù (1960), in Ivi, p.12.
  20. Guerra di guerriglia, in Ivi, p.452.
  21. Nello stesso discorso il Che afferma: “Ecco dunque quello di cui abbiamo bisogno. Tenenti, capitani, li si chiami come si vuole, si scelgano loro, se si vuole, i titoli militari, purché sia gente che vada avanti, che dimostri con l’esempio.” Giovani e rivoluzione, in Ivi, p.91.
  22. Guerra di guerriglia, in Ivi, pp.591-592.
  23. Giovani e rivoluzione, in Ivi, p.93.
  24. Creare due tre molti Vietnam, in Ivi, p.274.
  25. Ivi, pp.268-269.
  26. Guerra di guerriglia. Un metodo, in Ivi, p.581.
  27. Ivi, p.591.
  28. Creare due tre molti Vietnam, in Ivi, p.272.
  29. Diario del Che…, op.cit., p.14.
  30. Onofrio Pappagallo, Il Pci e la rivoluzione cubana: la via latino-americana al socialismo tra Mosca e Pechino (1959-1965), Roma, Carocci, 2009, p.14.
  31. Ivi, p.16.
  32. Ivi, pp.26-27.
  33. “L’abbandono a loro stessi degli esuli cubani, le impostazioni dirigiste del piano Usa per aiuti economici, l’adesione incondizionata di Washington alla politica distensiva”. Il Borghese, 1964, n.23, p.161.
  34. Ivi, p.161.
  35. Il Borghese, 5 marzo 1964, p.471.
  36. Ivi, p.471.
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