Aureliano e il Sol Invictus: tra culto orientale e culto romano

Nel 274 d.C. l’imperatore Aureliano riedificò il santuario dedicato al culto del Sol Invictus a Palmira, capitale ormai in rovine del Regno della Regina Zenobia, tenace nemica dell’Impero romano in Asia.
La distruzione del Regno di Palmira pose fine ad un lungo periodo di instabilità politica e di frammentazione dell’impero romano, che dopo l’assassinio di Alessandro Severo (235), fu lacerato dalla cosiddetta “anarchia militare”.
Non è un caso se il restitutor Orbis si fece promotore del culto del Sol Invictus: la graduale identificazione tra l’imperatore e il sacerdos amplissimus di tale culto fu una mossa politica atta a favorire la graduale riorganizzazione dell’impero dopo la grave frammentazione del III secolo.

Tuttavia il culto del Sol non era nuovo a Roma.
Sarebbe inesatto limitarsi a considerare tale culto limitatamente alle sue origini orientali, quasi considerando la sua consacrazione al rango di religione imperiale un evento isolato.
In verità la divinità solare era già nota a Roma nella sua fase arcaica.
Il Sole è un elemento imprescindibile per qualsiasi civiltà contadina come quella romana.
Secondo alcuni studiosi, invece, tale culto potrebbe avere avuto origine in Grecia ed essere poi arrivato a Roma tramite le colonie elleniche in Italia meridionale. I contatti della Roma arcaica con il mondo greco erano in effetti molto vivi ed alte erano le possibilità di una reciproca influenza culturale.
Tuttavia più che di un culto vero e proprio si potrebbe parlare per questa fase di una serie di interazioni e di stimoli culturali, da cui poi sarebbero scaturiti i caratteri più tipici della religiosità romana pagana.
Il culto solare rimase presente ed accettato anche nel momento in cui si strutturò la cosiddetta religione romana tradizionale: in effetti sotto Augusto abbiamo il primo esempio di un culto solare, importato a Roma dall’Egitto, che trovò terreno fertile non solamente al di fuori del pomerium della capitale ma anche all’interno, giacché alcuni obelischi solari egiziani andarono ad abbellire il Circo Massimo.

Ciò può sorprendere fino ad un certo punto. In effetti fino al III secolo nessuno costruì mai un santuario estraneo alla tradizione romana entro il pomerium.
Nell’arco di pochi secoli però la crescente presenza di contingenti siriani e nordafricani nell’esercito romano, la distribuzione di tali contingenti nelle zone di confine renano-danubiane e la popolarità che tale culto suscitava in una popolazione poco “emozionata” dai culti tradizionali, avevano contribuito alla diffusione del culto solare in tutto l’impero.
Già con l’imperatore africano Settimio Severo (193-211) il culto solare divenne un vero e proprio trait d’union con un culto molto simile, di fattura punico-africana. Le circostanze erano ormai favorevoli per una pacifica importazione di tale culto, senza che venisse turbato il pantheon ufficiale di Roma. Julia Domna, figlia del sacerdos amplissimus Dei solis invicti Elagabali ad Emesa, unendosi a Settimio Severo, simboleggiava l’unione tra Elagabal e Juno Caelestis, divinità protettrice di Cartagine.
Da questo ramo familiare inizialmente secondario, siriano, dei Severi, nacque il futuro imperatore Eliogabalo.
Eliogabalo (218-222), successore di Caracalla, figlio di Settimio Severo, cambiò il proprio nome in Elagabalo in onore della divinità solare omonima ed importò un culto solare prettamente siriaco a Roma. Un gesto che storicamente attirò sul giovane imperatore l’ostilità delle classi senatorie e conservatrici romane e che sancì di fatto la sua caduta. I tempi non erano ancora maturi, ma Elagabalo sancì una svolta.

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Busto raffigurante l’imperatore Eliogabalo

Il culto solare non scomparve. Anzi, esso si diffuse capillarmente in tutto l’impero, soprattutto negli strati inferiori, tutto per merito delle già citate truppe di origine siriana stanziate un po’ ovunque, ma specialmente nelle zone di confine.
Una di queste zone di confine, che divenne poi il terreno più fertile per la diffusione del culto solare, era la regione balcanico-danubiana, in particolare la Dacia e la Pannonia.
Qui il culto del Sole sopravvisse in forme sempre meno “siriane”. Perso il suo carattere fortemente identitario e vicino-orientale finì per assumere forme e valori tipicamente romani, ad essere sentito più chiaramente come un culto romano; un po’ la stessa evoluzione che altre due religioni del Vicino Oriente, il cristianesimo e il mitraismo, subiranno nell’arco di tempo della loro graduale diffusione in tutto il mondo romano.
Fu in Pannonia che nacque proprio l’imperatore Aureliano il quale era l’ultimo discendente di una famiglia di sacerdoti del Sol Invictus pannonico.

Probabile raffigurazione dell'imperatore Aureliano
Probabile raffigurazione dell’imperatore Aureliano (Brescia, S.Giulia)

Il generale e futuro imperatore, restauratore dell’unità imperiale e vincitore del Regno di Palmira e dell’Impero delle Gallie, viaggiò moltissimo in tutto l’impero, cucendo gradualmente una nuova veste in parte (non del tutto) balcanica, per un nuovo culto imperiale dai caratteri così vaghi da poter essere accettato senza problemi in tutto l’impero.
Una veste il cui nucleo rimaneva intoccabile: la sacralizzazione dell’imperatore.
Ritornando quindi al punto di partenza di questa sintetica storia del culto solare romano, si può dire che la distruzione di Palmira e la costruzione di un nuovo tempio con nuovi sacerdoti romani, non fu il trionfo di un culto solare orientale sul vecchio pantheon romano, quanto piuttosto il contrario:
La religione solare era stata assimilata, associata ai vecchi culti pre-esistenti e riconvertita in un nuovo potente strumento ideologico al servizio della causa centralizzatrice e monarchica romana; il Sol Invictus divenne veicolo della nuova romanitas imperiale, già protesa verso il Cristianesimo…

MASSIMILIANO VINO

Bibliografia

  • Gaston H. Halsberghe, The cult of Sol Invictus, 1972

Immagine in evidenza

  • Moneta rappresentante Aureliano con la corona radiata solare
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