Messina 1908, la terra trema (ed un tantino anche il Regno)

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Messina 1908, la “palazzata a mare” dopo il terremoto

I L   P O S T I N O 

Antonio Barreca faceva il portalettere sulla tratta Siracusa-Messina, una professione che lo portava ad essere l’espressione dello Stato con cui più frequentemente si interfacciavano i cittadini del Regno, soprattutto in quelle plaghe del Sud dove lo Stato, ancora quasi mezzo secolo dopo l’unità, non offriva molto altro. Ma, in quel funesto 28 dicembre 1908, Barreca ebbe in sorte di esser lo Stato in quel di Messina, l’infima qualifica nell’ambito della gerarchia burocratica non impedendogli di esser l’unico “funzionario” statale che, nel generale liquefarsi delle istituzioni su entrambi i lati dello Stretto, restò ligio ai suoi doveri. Stando alle sue memorie, pubblicate a proprie spese nel 1931, quando ormai si fregiava del titolo di Cavaliere, i trentadue secondi, durante i quali Scilla e Cariddi avevano ricordato al mondo la loro esistenza, lo avevano sorpreso alle 5.21 di quel 28 dicembre mentre dormiva in casa di una vedova a Messina. Uscito miracolosamente indenne dall’impatto della scossa, si avvide che la padrona di casa e la nipote che con lei conviveva erano rimaste intrappolate. Sfidando il buio pesto e l’infernale trepestio di urla e crolli che lo squarciava, irruppe in quel che restava della camera delle due donne e riuscì a trascinarle fuori, convincendole anche a vincere la ritrosia a mostrarsi in pubblico nell’inadeguato abbigliamento notturno in cui il terremoto, indiscreto, le aveva sorprese. Adempiuto questo preliminare dovere privato, Barreca non dimenticò i suoi doveri di “funzionario” statale. Indossati l’uniforme ed il mantello da postino, affinché tutti potessero vedere in lui lo Stato, si aprì a stento un varco nel caos di fuoco, sofferenze e morte, puntando a raggiungere la stazione ferroviaria, cordone ombelicale col governo di Roma. Impiegò due ore per arrivarci, per scoprire che la stazione non c’era più, la linea ferroviaria era divelta, il telegrafo non operativo, l’ufficio postale un guscio vuoto ed il capostazione un disperato urlante la perdita dell’intera sua famiglia. Senza perdersi d’animo, Barreca avanzò faticosamente lungo il binario deformato alla ricerca di un trasmettitore funzionante. Lo trovò venti chilometri e tre ore dopo, alla stazione di Scaletta Zanclea, dove l’ufficio postale, benché seriamente lesionato, era ancora in piedi. Ma gli impiegati del posto di rischiare la pelle entrandoci non avevano alcuna intenzione, per cui toccò ancora una volta a Barreca mantenere i nervi saldi ed entrare per trasmettere, come di dovere,  al suo diretto superiore, il direttore della rete postale della provincia di Siracusa, queste poche drammatiche parole: “Scampata miracolosamente vita, sconosco sorte miei compagni, Messina distrutta”.

“Ma questi dev’essere un pazzo! Come si può dire che Messina sia distrutta?”. Così reagì, stizzito, il mezzo austriaco Carlo Schanzer, ministro delle Poste e Telecomunicazioni, al ricevere il telegramma inoltratogli da Siracusa (mentre il prefetto della città, diligentemente, aveva già prevenuto la stizza governativa ordinando l’arresto del Barreca per diffusione di notizie sediziose), né si preoccupò di passare tempestivamente la notizia al capo del governo, il subalpino Giovanni Giolitti (che, da parte sua, in tanti anni di carriera politica, mai era sceso così in basso – geograficamente, intendo –  da degnarsi di visitare la Sicilia). Eppure qualche campanello d’allarme già c’era stato, visto che verso le dieci, un paio d’ore prima del messaggio di Barreca, il prefetto di Caltanissetta aveva segnalato a Roma l’interruzione, per frane causate dal terremoto, delle linee ferroviarie che da Catania e Palermo puntavano su Messina. Ed anche quando, alle 13.05, arrivò un secondo telegramma, stavolta inviato da Marina di Nicotera dal capitano Belleni, comandante della torpediniera Serpente (“Buona parte della città di Messina è distrutta. Vi sono morti dappertutto, case in macerie, urgono soccorsi, vettovagliamenti, assistenza feriti”), si dovettero attendere le 17.25 per la prima riunione del governo finalizzata a valutare le frammentarie notizie che arrivavano dallo Stretto. Eppure La Tribuna, già alle 17, era uscita in edizione straordinaria titolando “Tutta la Calabria in rovina. Nessuna notizia di Reggio e Messina”. Ma il problema stava proprio nel fatto che le notizie arrivavano dalla periferia della catastrofe, ma non dal suo nucleo, dove anche lo Stato, salvo Barreca,  si era dissolto nel terremoto e nel maremoto. Leggendo le prime pagine di un qualsiasi giornale del giorno dopo, 29 dicembre (prendo  ad esempio la torinese Gazzetta del Popolo, che pur titola “La città di Messina è quasi interamente distrutta”), si notano dispacci allarmanti da Catania, Caltanissetta, Catanzaro, Cosenza, ma nulla da Reggio e Messina. Per capire qualcosa su quanto stava accadendo, il governo dovette attendere l’arrivo a Messina, la mattina  del 30 dicembre, del ministro dei Lavori Pubblici Pietro Bertolini (in realtà era arrivato la sera del 29 da Napoli, ma non aveva giudicato prudente scendere dal piroscafo fino alla mattina del 30), per cui, di fatto, i primi soccorsi, le prime contromisure a freno degli sciacalli e la prima valutazione dell’effettiva entità del disastro, vennero dalla squadra navale russa dell’ammiraglio Ponomarev, che aveva gettato le ancore nel porto di Messina già alle 10 del mattino del 29 e non aveva esitato a mandare subito a terra i suoi marinai. L’inizio della vicenda dei soccorsi da parte del Regno d’Italia non era promettente, ed il prosieguo confermò quell’inizio.

Apriamo però ancora una parentesi dedicata al validissimo Barreca. Convocato a Roma nell’aprile 1909, e acclamato per un attimo come impiegato modello, fu perfino onorato di un incontro personale col ministro Schanzer (lo stesso che, in prima battuta, gli aveva dato del matto), e poi, previo esame, promosso a mansioni più elevate e meglio retribuite. Ma la sua storia non ebbe un lieto fine. Presto Barreca si rese conto che il trauma patito non gli consentiva la prosecuzione dell’attività lavorativa, ed optò per il pensionamento anticipato, sperando in un assegno un po’ più pingue di quello spettantegli in base alla fredda applicazione della normativa previdenziale. Speranze deluse, ché ormai l’onda emotiva dell’immediato postterremoto era passata ed anzi  il ruolo impropriamente elevato avuto in occasione del terremoto, nell’assenza dello Stato, da un semplice postino, era ormai polvere da nascondere sotto il tappeto (almeno quella, ché quella sorgente dalle macerie sarebbe restata alla luce del sole molto più a lungo). Ancora nel 1931, nella prefazione alle sue memorie, nell’elogiare fascistamente i benefici recati dal Duce all’Italia ed alla Sicilia,  Barreca non mancava di sollecitarne l’interessamento per  fargli avere un sussidio ulteriore, rispetto alla miseranda pensione, che potesse assicurargli una vecchiaia dignitosa. Il buon Barreca, che tanto atipicamente aveva rappresentato lo Stato nel 1908, rimetteva ora i panni, essi sì tipici, dell’italiano medio, cliente che spera favori da un protettore potente. Resterà deluso, come in genere succede al cliente che perde l’attimo fuggente dei saldi della politica, e morirà, di lì a qualche anno, poverissimo.

I L   P R O F E S S O R E

La mattina del 30 dicembre, mentre il governo del Regno ancora non aveva alcuna seria idea delle dimensioni del disastro, nei titoli dei giornali queste dimensioni cominciavano a manifestarsi con chiarezza. Il Corriere della Sera titolava “Ore di strazio e di morte” (nel sottotitolo “Due città d’Italia distrutte. 70.000 morti?”), lasciando immaginare il peggio nei puntini sospensivi che chiudevano il titolo dell’editoriale (“Verso l’orrenda certezza…”). Da Torino Il Momento rilanciava (“Centomila morti nell’isola del sole e in Calabria“), ideando una raccolta caritativa di fondi per il soccorso, cui si associava la Gazzetta del Popolo (ma quanto paternalismo subalpino risorgimentaleggiante nel “grido” cui “non possiamo essere insensibili” del relativo editoriale, e nel riferimento al Piemonte che “darà come sempre ai fratelli dolenti tutta la sua amorosa solidarietà”, molto meglio il sobrio “un po’ dell’Italia è morta” dell’editoriale del Momento, che auspicava la dimostrazione nei soccorsi che  “la nostra incessante propaganda di idee buone fruttifica rigogliosa nelle necessità supreme”).

Ma forse lo spunto più interessante era quello contenuto nell’editoriale del pur torinese L’Italia reale (“Politicamente è dato a chi dirige i destini della Nazione, a caratteri di fuoco, l’avviso che esiste il Mezzogiorno d’Italia”), articolo che probabilmente, se avesse potuto leggerlo, non sarebbe dispiaciuto ad un trentacinquenne professore di storia dell’Università di Messina, riferimento intellettuale in materia economica e meridionalistica e membro di spicco, sia pure su posizioni di autorevole indipendenza, del Partito Socialista italiano, del quale era appena stato pubblicato un importante studio sulla Rivoluzione francese. Ma in quelle ore quel professore, Gaetano Salvemini, era preso da ben altre faccende che non la lettura dei giornali. Con l’intera famiglia (moglie, cinque figli e cognata) sotto le macerie, egli vagava quasi in trance per la città nell’inutile ricerca di un’autorità statale funzionante che potesse aiutarlo ad organizzare gli scavi nel posto dove era esistito il palazzo dove abitavano i suoi cari, che ancora sperava di poter estrarre vivi dalla rovina. La prima ed unica autorità che incontrò fu, casualmente, nientemeno che Vittorio Emanuele III (arrivato anche a lui a Messina nel corso della giornata del 30, insieme alla regina ed ai ministri Orlando e Mirabella), grazie al cui interessamento ottenne una squadra di soldati che lo aiutasse a scavare. Ma, dopo due giorni di inutili fatiche, nuovi crolli del fabbricato ed i miasmi che ne sprigionavano indussero alla resa i soccorritori. Salvemini stesso fu, per vari giorni, dato per morto nel disastro, fin quando non provò la sua esistenza in vita con una lettera inviata all’ Avanti! (pubblicata l’8 gennaio 1909), in toni quasi di scusa dell’esser sopravvissuto a tanta disgrazia della sua famiglia e della sua città d’adozione (“Mi feci male, ma non mi uccisi”). Tra i vari messaggi di cordoglio per la sua presunta morte, alla luce dei successivi sviluppi della vita dei due personaggi, particolarmente interessante fu quello che il suocero di Salvemini ricevette da un giovane insegnante di francese forlivese, nonché attivista socialista con velleità rivoluzionarie e giornalista alle prime armi, tal Benito Mussolini, deplorante la scomparsa di “una delle più belle figure del socialismo italiano” (del quale il giovane forlivese, in quel momento della sua evoluzione politica, apprezzava la lotta per il suffragio universale e contro la presenza, all’epoca massiccia, di massoni nel Partito Socialista, nonché la critica all’atteggiamento dialogante tenuto dai turatiani nei confronti della politica socio-economica giolittiana).

No, non morì Salvemini nel disastro, ma molta della sua dirittura morale la dovette alla sciagura che lo aveva colpito nei suoi affetti più intimi, inducendolo a dedicare il resto della sua vita, con passione tra  il maniacale ed il monacale (“Dal 1909 in poi, pur continuando a lavorare con la solita energia per lo stesso ideale, un velo di tristezza e di pessimismo pervase la sua vita”, scriverà nel 1963 Massimo Luigi Salvadori nella sua biografia “Gaetano Salvemini”), alla causa della democrazia italiana da realizzarsi attraverso il riscatto del Sud funzionale alla crescita economica e civile dell’Italia nel suo complesso, accomunato, nel destino di vedere la sua passione civile meridionalista e democratica rafforzata dall’esperienza del terremoto, ad altri intellettuali meridionali antifascisti, da Benedetto Croce, che nel 1883 aveva trascorso un’intera notte sotto le macerie causate dal terremoto di Casamicciola, ascoltando impotente le sempre più flebili grida di aiuto dei genitori e della sorella, ad Ignazio Silone, sopravvissuto al terremoto di Avezzano del 1915 ed altrettanto sconvolto dalla sensazione di impotenza paralizzante i contadini della sua terra, rassegnati all’ineluttabilità dei terremoti come pure a quella, ancor più difficile da digerire, dell’inefficienza e della corruzione nei soccorsi statali (“In una contrada come la nostra, in cui tante ingiustizie rimanevano impunite, la frequenza dei terremoti appariva un fatto talmente plausibile da non richiedere ulteriori spiegazioni”, e gli aiuti statali erano solo occasione per “brogli, frodi, furti, camorre, truffe, malversazioni e infamie d’ogni specie”, a beneficio del solito notabilato d’affari locale, scriveva Silone in “Uscita di sicurezza” ancora nel 1955, quando ormai anche il comunismo lo aveva deluso nella capacità di rinnovare davvero l’Italia ed in particolare il Sud). Una sensazione d’impotenza che, paradossalmente, si avverte perfino nell’appellativo di “eterne e inviolabili” con cui il succitato giovane professore di francese, pur ormai assurto ad una posizione di massimo potere, qualificava scoraggiato, in una missiva al ministero dei Lavori pubblici del 15 dicembre 1937,  le baracche di legno erette dopo il terremoto del 1908, forse presago che gli sarebbero sopravvissute. E quando perfino un dittatore si arrende…

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I L   P A E S E   D O V E   F I O R I S C O N O   I   L I M O N I

Era bella Messina, prima del terremoto. E prospera, ravvivata da un’aria di modernità e di internazionalità insolita per il Sud d’Italia. Quarto porto commerciale d’Italia, nel corso del 1908 vi erano passate importazioni ed esportazioni per 71 milioni di lire. Gli accordi agrari bilaterali da poco firmati dall’Italia con Germania, Austria e Svizzera alimentavano il commercio di liquori e agrumi. Altra attività fervente era quella legata all’emigrazione, non a caso gli Stati Uniti avevano a Messina sia un console che un viceconsole (moriranno entrambi, con le loro famiglie, a causa del terremoto). Il turismo era in ascesa, sulla scia del jet-set che cominciava a frequentare Taormina, di cui, in un’epoca in cui si viaggiava per mare e per treno, il porto di Messina era l’accesso naturale, mentre la stazione era il punto d’arrivo dei treni dal continente. Un turismo promozionato anche da personaggi decisamente fuori dai canoni, soprattutto fuori da quelli bigotti della Sicilia dell’epoca, dove ancora accadeva che i contadini delle campagne, nelle rare occasioni in cui scendevano in città, lo facevano come nel Medio Evo, riuniti in processione, scortati dai loro parroci ed aggrappati alle loro immagini devozionali. Un mondo ancestrale che a Taormina stava venendo svecchiato (o meglio sverginato…) dal barone prussiano Wilhelm von Glöden (Wismar 1856 – Taormina 1931), elegante fotografo di nudi maschili, abbastanza stimato da meritare l’allestimento di un’esposizione personale a Roma durante le celebrazioni del cinquantenario dell’Unità nel 1911, e soprattutto in grado di fare da calamita per attirare tra lo Stretto e l’Etna un’economicamente preziosa mercanzia fatta di agiati omosessuali nordeuropei alla ricerca, tra i giovani maschi locali, di puri profili greci da ammirare (e non solo…) in un contesto naturale che ricordasse la classicità. Presa residenza a Taormina fin dal 1876, vi resterà fino alla morte, nel 1931, resistendo anche ai rigurgiti omofobici di epoca fascista. I  personaggi dell’estrazione sociale di von Glöden e dei suoi clienti (di foto artistiche e non solo, tra gli altri Oscar Wilde, Richard Strauss Junior, Alfred Krupp, perfino il Kaiser Guglielmo II) viaggiavano al di sopra delle contingenze della legge e del costume, approfittando delle scampagnate in auto organizzate dal fotografo, con pranzo al sacco e dessert rappresentato da uno dei giovani modelli di von Glöden, che questi prestava amabilmente ai suoi ospiti, mentre schiacciava il suo bucolico sonnellino pomeridiano all’ombra degli alberi della Riviera dei Ciclopi. Un mondo a parte, come si evince dalle parole con cui uno degli esponenti di quella schiera di turisti amanti di profili greci sotto il vulcano, lo storico e pedagogo Oscar Browning (Londra 1837 – Roma 1923), nella guida turistica Macmillan di Italia e Sicilia del 1911, descriveva una realtà di cui lui, pur ammiratore dell’Italia tanto da farne la sua seconda patria, avvertiva tutta l’estraneità rispetto al mondo artificiale del turismo (e della prostituzione) d’alto bordo che era abituato a frequentare (l’altro mondo, quello vero, era fatto di contadini “squallidi e degradati…gente che divide il tinello di casa con polli e maiali e, a volte, anche con asini e muli”). Un mondo dove non sempre la Mignon del goethiano Wilhelm Meister  avrebbe visto fiorire i limoni.

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Wilhelm von Glöden, Taormina, 1905

S A N T I ,    F A N T I    E    O L I F A N T I

Il terremoto ebbe almeno il merito di ricollocare al centro dell’attenzione questo mondo “altro”, facendo sì che tutti gli opinionisti dell’epoca  dessero fiato ai loro olifanti per far sentire il loro autorevole parere sulla questione meridionale, sull’inefficienza dello Stato, sul fallimento del Risorgimento, sullo scontro tra le due Italie, Nord e Sud, ma anche Destra e Sinistra. “L’opera dell’insipienza burocratica si mostra ogni giorno più nefasta dell’opera distruttrice perpetrata dalla cieca natura”, tuonava Luigi Capuana, “Signori ufficiali, tacete!”, gli faceva il verso, stigmatizzando l’inefficienza dell’esercito impiegato nei soccorsi,  l’antico tribuno dei Fasci siciliani Giuseppe De Felice (capitò nei primi giorni che,  lasciati privi di viveri dalla disorganizzazione burocratica, perfino i soldati inviati a contrastare le bande di saccheggiatori si abbandonassero essi stessi al saccheggio). Dalle righe de La Voce Giuseppe Prezzolini chiedeva di destinare alla ricostruzione i fondi stanziati per il “programma festaiolo e affaristico” del cinquantenario dell’Unità e di incamerare i beni ecclesiastici. Tanto più che nell’ambito della Chiesa c’era chi, figlio di una “cultura” incapace di accettare il senso verso cui si muoveva la storia ed invece nostalgica dell’antica diarchia trono-altare deflorata dall’empio italico Regno, lanciava dall’aspersorio schizzi di rancoroso veleno papalino sulle vittime della catastrofe.

Erano gli anni dello scontro tra positivismo e spiritualismo, retorica e magniloquenza inficiavano politica e cultura, si passava facilmente da una prosa tronfiamente impennacchiata ad un giornalismo popolaresco recettivo di credenze assurde, soprattutto nei microcosmi provinciali (alcuni giornali non mancarono, a terremoto avvenuto, di ricordare, con toni evocanti paure e superstizioni contadine, l’episodio di una vecchietta, tal Carmela Bruno, che, due giorni prima del terremoto, di fronte al tribunale che ne condannava il figlio per furto, aveva gridato: “Maledetti, verrà un terremoto e ucciderà tutti voi e tutta Messina!”). Un frate di una chiesa romana, durante una predica, aveva parlato di “castigo di Dio”, generando un’ondata di sdegno e di caccia all’untore contro quegli “uomini che credono d’aver Dio al loro servizio”, come tuonò perfino il mite Giovanni Pascoli. Altrettando scandalizzate furono le grida di sdegno che si levarono contro le speculazioni ribassistiche in Borsa (peraltro difese da Francesco Saverio Nitti e Maffeo Pantaleoni, in nome del libero mercato che non faceva altro che riflettere una situazione di difficoltà finanziaria ed economica reale preesistente al calo dei corsi azionari ed obbligazionari, e non da esso generata) o  quando si seppe che l’esercito aveva ricevuto come consegna prioritaria il recupero del forziere della sede messinese della Banca d’Italia, o, ancor più, quando si diffuse la voce che il ministro dei Lavori pubblici Bertolini, conversando con alcuni alti ufficiali, si fosse lasciato andare all’opinione che Messina non fosse più ricostruibile e che perciò, ad evitare epidemie ed altri guai, convenisse allontanarne di forza i superstiti e bombardare quanto rimasto ancora in piedi (alcuni deputati e consiglieri provinciali, tra cui Orlando, De Felice, Pantano, Micheli, riunitisi il 7 gennaio sotto una tettoia superstite della stazione ferroviaria, approvarono un ordine del giorno affermante “essere un dovere storico e nazionale il risorgimento di Messina”).

Intenti ben lontani dal dare una mano alla ricostruzione aveva però qualcuno che, dai valichi alpini occhieggiando soddisfatto la situazione disastrosa dell’Italia, con l’esercito in gran parte dirottato al Sud per la lotta allo sciacallaggio e la gestione dei soccorsi e screditato dalle polemiche sulle sua inefficienza, pensava di eliminare l’empio, anche dal suo punto di vista, italico Regno, ricorrendo, invece che alle schiere di angeli e santi invocate da qualche esponente di Santa Romana Chiesa, a quelle più prosaicamente composte dai fanti eredi della secolare tradizione militare dell’esercito della Duplice Monarchia asburgica. In Italia nulla si seppe del piano con cui il capo di stato maggiore austro-ungarico Conrad von Hoetzendorff intendeva risolvere alla radice qualsiasi problema intercorrente tra Austria ed Italia (le relazioni tra i due Paesi si erano inacidite a seguito dell’annessione della Bosnia all’Austria-Ungheria nel 1908, senza che l’Italia ricevesse alcun miglioramento territoriale compensativo, cui invece pensava di aver diritto in base ad un’interpretazione degli allegati al trattato della Triplice Alleanza che non trovò il favore della Duplice Diplomazia viennese). La cosa non andò in porto, il vecchio Cecco Beppe non amando l’avventurismo del suo bellicoso Maresciallo (al punto da licenziarlo in tronco quando, qualche anno dopo, in occasione della nuova dislocazione a Sud dell’esercito italiano impegnato in Libia, l’ineffabile Conrad ritirò fuori dal cassetto il piano della guerra preventiva).

Non che nel Regno fosse davvero necessario l’intervento del Duplice Maresciallo asburgico perché vi maturasse la coscienza di una guerra perduta, ché Il Mattino, quotidiano pur di tendenze governative (era tra quelli che spesso beneficiava dei fondi segreti con cui Giolitti, peraltro sulla scia dei capi di governo che lo avevano preceduto, foraggiava la stampa amica), nel suo editoriale del 4 gennaio 1909 paragonava  l’efficienza del Regio Esercito nei soccorsi ai terremotati a quella dimostrata dall’esercito di Napoleone il Piccolo a Sedan nel 1870. La proclamazione della legge marziale a Messina, autorizzata da Giolitti il 3 gennaio benché lo Statuto la prevedesse solo in presenza di truppe nemiche, più che “efficientare” la macchina dei soccorsi, servì solo a render più scorrevoli gli otturatori dei fucili impiegati dai plotoni d’esecuzione con cui il generale Francesco Mazza, comandante del presidio, risolse il problema dei villici saccheggiatori calati in città dai paesini della provincia . Nessuno si pose davvero la domanda se quei villici non rappresentassero l’avanguardia disperata di quel mondo “altro”, escluso dal paese dei limoni, che abbiamo visto osservato con diffidenza dal bel mondo riunito intorno alle foto del barone von Glöden. Il duca Emanuele Filiberto d’Aosta, messosi a capo di un comitato di soccorso (forse per non sfigurare al cospetto del Regio Cugino, arrivato tra i primi a Messina), respingeva l’11 gennaio l’ipotesi di distribuire sussidi in denaro a braccianti ed operai rimasti senza lavoro, in quanto “mantenere un’orda di vagabondi e creare oziosi” avrebbe comportato disaffezione al lavoro, e proponeva  di riservare gli aiuti alla classe media, in particolari ai piccoli proprietari che avevano “perduto tutto”. Evidentemente ai suoi occhi, che poi erano quelli di gran parte della macchina burocratica, i poveri non erano stati granché danneggiati dal terremoto, avendo già prima di esso poco o nulla. Perfino un socialista riformista come Meuccio Ruini, incapace di vedere la luna dietro il dito, si limitava a tuonare, su Critica Sociale del 16 gennaio, che “L’uomo è un lupo. L’unica organizzazione perfetta che sia sbucata fra le macerie e le morti…è stata l’organizzazione del delitto e del furto. Che animale da preda è l’uomo!”. Mentre il suo compagno di partito Oddino Morgari, pur ateo, non rifuggiva da toni apocalittici che sarebbero piaciuti, a contrario, al succitato frate romano invocante il castigo divino, affermando sull’ Avanti! del 9 gennaio che il terremoto rendeva necessaria l’invenzione di un Essere Supremo, così da poterLo maledire.

Forse, tra santi, fanti e olifanti, chi meglio capì la situazione postterremoto fu il giornalista francese Jean Carrère, il quale, visitando Sicilia e Calabria alcuni mesi dopo il sisma, definì “subi, résigné et vaincu” la popolazione contadina che incontrò. Così andava il Regno nel 1908.

A l e s s a n d r o   C o l a r u s s o

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REFERENZE BIBLIOGRAFICHE

Giorgio Boatti, La terra trema: Messina, 28 dicembre 1908. I trenta secondi che cambiarono l’Italia, non gli italiani, 2004

Nino Malatino (a cura di), Cinquant’anni dal terremoto, 1908 – 1958,  1958

Raleigh Trevelyan, Principi sotto il vulcano, 1977

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