LA RELIGIOSITA’ NELLA PRIMA ETA’ MODERNA

La categorizzazione della materia storica,così come per qualsiasi disciplina si affronti, è assolutamente un’operazione imprescindibile. Troppe volte però la suddivisione in determinate categorie rischia non soltanto di ridurre il tutto a una semplice successione di nomi e date, ma anche di confezionare un’immagine se non totalmente ma in larga parte distorta della realtà. Realtà che di conseguenza risulta formata da periodi ed eventi esatti e non concatenati, senza “sbavature” o “periodi di transizione”. Questi ultimi sembrano quasi non esistere, recisi dall’arma a doppio taglio della categorizzazione ma dai quali, in verità, nasce poi l’esattezza della categoria stessa. Ciò vale, ad esempio, sia per l’inizio della storia medievale sia per quello della storia moderna. Uno dei periodi di transizione su cui sicuramente si tende a fare più confusione è quello che va dalla seconda metà del XV secolo ad almeno il primo ventennio del XVI. In un precedente articolo abbiamo messo in evidenza la contiguità dal punto di vista militare, analizzando il fenomeno dei condottieri di ventura attraverso le vicende di Oliverotto da Fermo, tra il Medioevo e la Modernità. In questa riflessione cercheremo di creare un filo conduttore sotto un altro punto di vista ovvero il rapporto con la religione e le usanze.

Molti sono concordi nell’individuare nel 1492 l’anno spartiacque tra il Medioevo e l’età moderna. L’esploratore genovese Cristoforo Colombo dopo diversi tentativi riuscì a convincere Isabella I regina di Castiglia e Leon a finanziare i suoi viaggi con l’obiettivo di arrivare nel Catai e nel Cipango (Cina e Giappone) attraverso la “via occidentale”. Le principali aree del commercio marittimo erano costituite dall’Europa settentrionale, dal mar Baltico dove occupava un ruolo di primo piano la Lega anseatica con città come Hannover,Amburgo e Lubecca e ovviamente il Mediterraneo dove oltre alla marina aragonese molto attive erano anche diverse città portuali italiane come Genova o Venezia. E’ un periodo molto frenetico: nel 1488 Bartolomeo Diaz raggiunse il capo di Buona Speranza, nel 1498 Vasco da Gama riuscì addirittura a doppiarlo e a sbarcare in India, precisamente a Calicut. La zona d’influenza portoghese si espanse vistosamente non soltanto in alcune zone costiere dell’Africa ma anche e soprattutto in Asia, e ricordiamo dal 1500 il dominio sui territori all’incirca dell’odierno Brasile. Lo stesso Colombo inizialmente si recò da Giovanni II re del Portogallo ma ottenne un secco rifiuto dal sovrano. Sorsero anche diverse associazioni e molte botteghe che diedero vita a un vero e proprio commercio delle carte geografiche e dei portolani per la navigazione costiera, uomini intraprendenti cercavano in tutti i modi di ottenere fondi sufficienti per le proprie eventuali imprese. Fondi che però solitamente venivano concessi se e solo se vi erano determinate garanzie da parte del navigatore. L’obiettivo che fondamentalmente muoveva non solo molti esploratori ma soprattutto i sovrani era l’oro e quindi la possibilità di nuovi commerci con il conseguente accrescimento delle proprie finanze o quelle del proprio regno. E a questo intento non fecero eccezione neanche Isabella e Ferdinando, ammaliati anche però dal fascino misterioso dell’Oriente tramandato da tanta tradizione. Tzvetan Todorov definisce Colombo come “il personaggio che provoca il mutamento e non la figura che lo illustra” (1). Indubbiamente infatti attraverso i propri viaggi ha rivoluzionato la mentalità europea che sarà sempre più interessata a ovest, ridimensionando i traffici mediterranei o nord europei e annunciando l’ascesa di regni a forte vocazione mercantile come quello spagnolo o portoghese. Ma altrettanto indubbiamente si può affermare che l’obiettivo del genovese ebbe connotati religiosi e non economici. Egli infatti lesse dai racconti di Marco Polo come il Gran Khan avesse maturato la saggia decisione di convertirsi al cristianesimo e quindi,innanzitutto, volle fortemente aiutarlo a realizzare questo proponimento. Ma vicino a questo obiettivo più immediato, ne maturò un altro che definirlo anacronistico sarebbe un eufemismo: l’organizzazione di una nuova crociata per riconquistare Gerusalemme grazie alle ricchezze ottenute attraverso i suoi viaggi. Nel diario del suo primo viaggio scrisse a proposito dell’oro di volerlo trovare “in tal quantità che i re possano prima di tre anni preparare e attuare l’impresa di conquista dei luoghi santi. E’ stato così che ho  manifestato alle vostre altezze il desiderio di vedere i proventi della mia presente impresa consacrati alla conquista di Gerusalemme; e le Vostre Altezze ne hanno riso”. (2). Un proponimento talmente “fuori moda” che addirittura i due sovrani spagnoli, i Re Cattolici, che conquistarono il sultanato di Granada e videro nel cristianesimo l’elemento principale e unificatore dei propri regni, ne risero sonoramente.

 

L’analisi del rapporto con la religione riguarda però anche personalità più strettamente politiche e militari. A questo proposito è necessario ricollegarsi al fenomeno dei condottieri di ventura che, specialmente negli stati della penisola italiana, vide una fioritura quasi senza paragoni. Molti di essi, sebbene trascorressero una vita caratterizzata da violenza,guerre e soprusi ebbero un rapporto speciale con l’istituzione pontificia, professando spesso anche una sincera fede personale. “Il numero infinito delle cappelle costruite dai condottieri nelle chiese italiane testimonia un particolare bisogno di questi uomini sia della mediazione della Chiesa che del perdono divino”(3). E quest’ultima spesso assecondò la volontà da parte di signori e condottieri di beneficiare l’istituzione ecclesiastica, anche attraverso la perpetuazione del proprio nome sui portali delle chiese. Un mecenatismo religioso fatto di costruzioni vere e proprie ,come il tempio malatestiano a Rimini, o di donazioni come quelle nel testamento di Antonio da Marsciano a 25 piccole chiese umbre.

 

Nel variegato panorama delle corti e delle signorie italiane inoltre è possibile trovare diversi esempi di personaggi ben noti che manifestarono una forte fede. E’ possibile individuare n filo conduttore che unì personalità “medievali” e “moderne” nelle corti,ad esempio, di Urbino e Ferrara. Nel primo caso il legame risulta essere praticamente indissolubile. Guidantonio da Montefeltro (1378-1443) venne sepolto con il saio francescano per propria volontà, suo figlio Federico (1422-1482) possedette  una copia rarissima di una Bibbia miniata e commissionata per uso personale (denominata Bibbia Montefeltro), che custodì nella propria biblioteca e che portò con sé nelle sue diverse condotte militari. Devozione che gli valse non solo il titolo di duca di Urbino nel 1474 da parte di papa Sisto IV ma anche quello di Gonfaloniere di Santa Romana Chiesa, di capitano generale e di consigliere politico del pontefice. Il marito di sua figlia Giovanna infine si riallacciò addirittura con l’usanza di Guidantonio. Giovanni Della Rovere (1457-1501),infatti, uomo profondamente devoto, si fece seppellire con gli abiti dell’ordine francescano e ricordiamo fu nominato anche prefetto di Roma.

 

 

Nella corte estense invece curiosa era la manifestazione di fede del duca Ercole (1431-1505). Sarah Bradford, revisionista della figura di Lucrezia Borgia, fa riferimento al periodo in cui la figlia di Alessandro VI Borgia fu duchessa di Ferrara (1502-1519). In una lettera Lucrezia scrive come “questi era un uomo estremamente devoto e il suo passatempo consisteva nel collezionare monache. E tra tutte le monache, quelle che mostravano sul corpo il segno delle stigmate, le ferite di Cristo, erano le più apprezzate. E infatti sosteneva che erano fenomeni voluti dall’Artefice supremo per confermare e rafforzare la fede dei credenti, e per rimuovere l’incredulità degli empi e dei duri di cuore”(4). L’autrice mette in evidenza anche la profonda religiosità di Lucrezia, a dispetto di una tradizione che non ha fatto altro che dipingerla come una donna spietata e dissoluta. Venne educata dalle suore nel convento di San Sisto e il convento rimarrà uno dei suoi luoghi privilegiati per trovare rifugio e riflettere nei momenti di difficoltà. Condivise inoltre questa passione del duca estense tant’è che quest’ultimo la portò con sé a visitare la suora e beata Lucia Broccadelli da Narni insieme alla figlia Isabella d’Este. Ercole “era davvero incantato dalla nuora e dal comune interesse per le monache, che andò di persona al Castello a prendere Lucrezia e la riportò a trovare suor Lucia, con l’ulteriore privilegio di incontrare una monaca condotta da San Pietro a Roma dopo esservi stata murata” (5). Ma anche suo  marito e futuro duca di Ferrara, Alfonso d’Este (1476-1534) ad esempio, “aveva fatto voto di compiere un pellegrinaggio a piedi al santuario della Madonna di Loreto”(6), purchè Lucrezia fosse sopravvissuta alle difficoltà del parto. E’ possibile vedere, attraverso i resoconti di ministri e cancellieri del ducato, come Lucrezia rispettasse rigorosamente i digiuni e le diverse festività religiose nel corso dell’anno. Ella “era per carattere uno spirito profondamente e sinceramente devoto, e prendeva sul serio la religione. Si adeguava con entusiasmo ai rigorosi divieti di Fra Raphaele, ma quando furono emanate disposizioni di limitare la pompa delle signore, cui si proibiva di indossare tessuti preziosi e di utilizzare cosmetici furono in molti a pensare che la duchessa stesse esagerando[…], erano vietate anche le scollature troppo pronunciate”. (7) Infine la Bradford mette in evidenza la radicata “superstizione medievale” in un uomo del Rinascimento come il marchese di Mantova Francesco Gonzaga (1466-1519) che in occasione della morte di papa Alessandro VI nel 1503 scrisse come “dopo la morte di Innocentio ritrovandosi in conclave, el [Alessandro VI] patuì col diavolo comprando il papato con l’anima sua, e tra li altri pactu fu ch’el dovesse vivere in sedia dodeci anni, che il gli è stato atteso cum quattro dì de giunta, gli è anchor chi afferma haver visti sette diavoli nel punto del respiro in camera sua[…]”. (8)

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Presunto ritratto di Lucrezia Borgia nella “Disputa di Santa Caterina”, Pinturicchio, Sala dei Santi, Appartamento Borgia.

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Ritratto di Ercole I d’Este, secondo duca di Ferrara dal 1471 al 1505.

L’idea quindi di una contrapposizione netta ed istantanea tra età medievale e moderna non sussiste. La profonda devozione, le usanze e le credenze spesso unite in tono dispregiativo sotto il termine di “medievali” sopravvissero appunto a quello che siamo soliti categorizzare come Medioevo. Furono certamente scosse dalla nuova mentalità rinascimentale e soprattutto poi dal terremoto religioso della Riforma ma rimasero radicate in gran parte della popolazione. Anche nell’arte, come afferma Marc Bloch, “è proprio alla fine del XV secolo, in Francia, in cui sembra che le guarigioni regie [nei confronti degli scrofolosi] abbiano fatto per la prima volta il loro debutto nell’arte. L’iconografia medievale,tutta religiosa, non aveva mai osato, per quanto ne sappiamo, rappresentare questo prodigio, se si può dire quasi profano”(9). Così come molti degli umanisti del tempo, tra cui Celio Calcagnini (1479-1541) e Pietro Pomponazzi (1462-1525), riferendosi al potere miracoloso dei re nel guarire gli scrofolosi col loro tocco “concordano tutti nel negargli un’origine soprannaturale; ma essi non lo negano in sé stesso, non contestano affatto che i re operassero effettivamente le guarigioni”(10). Da non sottovalutare inoltre, come nel caso dei re miracolosi, la volontà di rafforzare l’istituzione monarchica e il sentimento unitario, utilizzando come veri e propri instrumentum regni appunto la religione (vedi Isabella di Castiglia e Ferdinando II) e il mondo delle credenze (re d’Inghilterra e di Francia).

 

LAMPONI ROBERTO

(1)”L’uomo del Rinascimento” a cura di Eugenio Garin,cap.IX “Viaggiatori e indigeni” di Tzvetan Todorov, pag.334, Edizioni Laterza,2013.

(2)Ivi, pag.335.

(3)Ibidem, cap.II “Il condottiero” di Michael Mallett, pag.70.

(4) “Lucrezia Borgia: la storia vera” di Sarah Bradford, Mondadori,2013, pag.109, dalla lettera del 4 marzo 1500.

(5)Ivi, pag.150.

(6) Ivi,pag.161.

(7) Ivi, pag.239.

(8) Ivi, pag.180-181, Francesco Gonzaga a Isabella d’Este 22 settembre 1503.

(9)”I re taumaturghi” di Marc Bloch,Einaudi,2016, pag.109.

(10)Ivi, pag.322.

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