“Itali Teucri”. L’Italia, l’Europa e la fine di Bisanzio

Quando nel 1453 Costantinopoli viene conquistata dalle truppe di Maometto II molti dei contemporanei rivolsero lo sguardo verso la penisola italiana.
Ci si domandava infatti come mai i potentati italici si macchiarono di non aiutare l’ormai defunto Impero romano d’Oriente.
Senza entrare nel vivo delle vicende belliche di cui Bizantini ( o Romei) ed Ottomani sono protagonisti è interessante soffermarci sulle ragione per cui le potenze europee, in primis quelle italiane, non sono intervenute nella difesa di Costantinopoli.
Si evince da alcuni comportamenti delle potenze cristiane qualcosa di più del semplice non interventismo, potremmo chiamare questo modus operandi come alleanze non dichiarate.
Venezia tra tutte era la nazione più coinvolta, poichè immischiata nei traffici commerciali dell’ Egeo e del Mar Nero. Tra la Serenissima e il sultanato ottomano risapute alleanze nascoste o smentite, affinchè le due parti godessero dei reciproci benefici.
Ai Veneziani non importava se il Mediterraneo era bizantino, egiziano o turco, ma desideravano occupare i maggiori centri commerciali ed estendere il loro Stado do Mar.
Venezia da questo punto di vista assiste inerte alla fine di Bisanzio; anche se alcuni Veneziani difesero Costantinopoli. Questi aiuti veneti non erano stati inviati dal Senato della Serenissima, ma erano gli abitanti dei quartieri latini di Costantinopoli, difendere l’Impero Romano d’Oriente significava difendere la propria casa.
Oltre ai Veneziani, in futuro altre potenze europee stipularono alleanze e trattati con i successori di Maometto II, come la Francia (la famosa “empia Alleanza), i principi tedeschi e Genova.
Queste alleanze erano mascherate, citando Giuseppe Ricci ” La retorica di crociata, la velleità cavalleresca, l’ansia di martirio, il sogno della conversione degli infedeli fungevano da vistosi linguaggi di facciata” infatti molte delle potenze citate cercheranno di obbedire ai papi, ma nello stesso momento si impegnarono ad ostacolare le spedizione crociate.
Nel XV secolo e nei secoli a venir l’appello ai Turchi, per risolvere le questioni interne della cristianità, divenne una prassi comune.
Prendendo come esempio il comportamento dei Despota (carica di Governatore) della Morea ( il Peloponneso,ancora bizantino) si evince che per legittimare il loro potere personale si inchinarono come vassalli ed alleati del sultano turco.
Anche nello scacchiere balcanico-danubiano l’appello agli Ottomani fu una norma comune; i despotati serbo-bulgari e i voivodati valacco-rumeni minacciavano i loro nemici sfoderando l’arma dell’aiuto ottomano, così da assicurarsi una politica estera pacifica, poichè era impensabile attaccare i vassalli dei conquistatori di Bisanzio.
Queste regole non scritte, cioè appellarsi al Turco, erano ben presenti anche nella penisola italiana, inoltre molti Signori italiani chiedevano l’aiuto dei pirati barbereschi. In sintesi l’arcipelago politico italiano attingeva ad ogni tipo di risorsa, per quanto dannosa, pur di imporre la propria sovranità
L’Europa come Res publica Christiana non era ancora un’idea solida e concreta come nella mente di Pio II, papa Silvio Enea Piccolomini.
L’appello al turco divenne col tempo un’arma a doppio taglio, intrattenere relazioni sottobanco con i sultani portava al successo delle proprie intenzioni o diventare uno strumento di ricatto;
molte nationes cristiane si accusarono a vicenda di collaborare con gli infedeli, intensificando i dissidi che regnavano nel panorama cristiano.
Analizzando gli anni che vanno dalla presa di Costantinopoli (1453) alla vittoria cristiana di Lepanto (1571), notiamo l’apice delle relazioni e delle alleanze col potere ottomano, poichè questo periodo corrispondeva al periodo di imbattibilità dell’esercito turco. Lo stesso periodo coincide con il Rinascimento, l’arco di tempo dove il fervore intellettuale ed artistico trasformarono l’Italia nel centro culturale d’Europa.
I rapporti tra cristiani ed islamici erano facilitati dalla permeabilità delle relazioni nelle zone di frontiera dove Ottomani ed occidentali convivevano in un clima -tollerante-, allo stesso modo anche i Turchi si appellarono alle potenze cristiane per risolvere questioni interne.
“Sia chiaro, dunque, che non trascuriamo la paura che attanagliava la maggior parte dei cristiani solo a sentir nominare i Turchi”, ergo ricorrere al nemico della propria fede era un atto pragmatico e dai risultati vacillanti, poichè le conseguenze erano imprevedibili e non ben viste.
Ai tempi della battaglia di Nicopoli (1396), Gian Galezzo Visconti, il duca di Milano veniva soprannominato il Bayazid ( il sultano vincitore di Nicopoli) italiano, questo epiteto era il risultato dei continui contatti con il sultano infedele e della politica imperialistica del duca, che cercava di fagocitare i territori settentrionali della penisola italiana.
Infatti Milano non si distinse mai per aver offerto sostegno, militare o economico, alla causa dei crociati. Gian Galeazzo preferì collaborare con l’imperatore islamico al fine di corrodere lo Stado do Tera veneziano, che si estendeva per tutta la pianura Padana. Allo stesso modo anche Venezia, come enunciato prima, preferì salvaguardare i propri interessi commerciali che aiutare direttamente i crociati, come avvenne durante la crociata culminata nella vittoria ottomana di Varna (1444); fu proprio il non interventismo veneziano a siglare la sconfitta dell’esercito cristiano, poichè lasciarono le truppe crociate senza vettovaglie e rinforzi.
Non bisogno vedere solo nei Veneziani dei pragmatici mercanti dediti al denaro, infatti anche la repubblica di Genova ebbe il suo ruolo nello scacchiere socio-politico aiutando gli Ottomani.
Nell’appena citata crociata finita a Varna, i Peroti ( i genovesi residenti nella colonia asiatica di Pera) traghettarono i Turchi sulla sponda europea dei Dardanelli, per questo e molti altri motivi i Genovesi meritarono il velenoso epiteto assegnatogli da Alfonso d’Aragona di “Itali Teucri”.
La politica di Alfonso, detto il Magnanimo, prevedeva di screditare la Superba ( epiteto di Genova) agli occhi delle potenze italiane e del papa, così da poter giustificare le continue battaglie tra gli Aragonesi di Napoli e i Genovesi per il possesso della Corsica, delle rotte commerciali tirreniche e del controllo dell’isola di Ponza.
Dobbiamo riconoscere che Alfonso usò l’arma diplomatica della diffamazione al momento giusto; infatti la repubblica di Genova mitigò le sue iniziative militari nel Tirreno, poichè la sua posizione politica era diventò ambigua e venne vista come la “concubina” del sultano.
Genova come Venezia voleva salvaguardare il proprio impero commerciale, Pera colonia situata dall’altro lato del Corno d’Oro ( il porto di Costantinopoli) sarebbe stata facilmente attaccata dai Turchi, queste le ragioni per l’ambiguo comportamento genovese.
I Genovesi dovevano scegliere se perdere il loro impero coloniale ed aiutare Bisanzio o ignorare le pressioni delle potenze cristiane e continuare a commerciare sotto la protezione ( e pericolo) dei Turchi.
In questi anni nasce così il concetto di Turcofilia, cioè la tendenza di favorire, segretamente o non, il potere degli Ottomani, di appellarsi a loro in caso di emergenze territoriali o dinastiche e di aiutarli nel caso di ribellioni militari-contadine ( come i Valacchi che difesero il Limes danubiano dagli ungheresi). Notiamo che gli effetti di queste alleanze avevano una breve durata, ma l’aiuto del sultano risultava spesso provvidenziale.
L’Italia era divisa in molte fazioni e le stesse fazioni erano divise in partiti. Venezia non decise se difendere Bisanzio o abbandonarla al pericolo turco ma scelse di rimandare gli aiuti promessi a tempo indeterminato. Nel settentrione Milano era occupata a difendere i propri territori ed ad approfittare di una Venezia indifesa, nel caso si lanciasse nella spedizione bizantina.
I Savoia imparentati con la casa imperiale di Costantinopoli inviarono pochi uomini e del denaro, così fece anche il papa che spedì Isidoro di Kiev alla guida di un manipolo di arcieri e con rifornimenti di grano. Mantova, Ferrara, Firenze e altre signorie italiane si limitarono ad un esiguo sostegno economico e morale, inutile a difendere Bisanzio dai cannoni di Maometto II.
Alfonso d’Aragona dalla sua corte napoletana, aveva promesso tanto per poi non aiutare in nessun modo, il re aragonese fu troppo occupato ad insediarsi nello scacchiere politico italiano e a costruire le fondamenta del suo impero catalano nel Mediterraneo.
Il resto delle potenze europee erano impossibilitate ad aiutare Costantinopoli, l’Ungheria reduce dalle numerose sconfitte, l’Inghilterra e la Francia erano distanti e straziate dalla guerra dei cent’anni. I regni iberici erano occupati con la loro personale crociata contro i mori nel sud della penisola e i Moscoviti non intendevano intraprendere una crociata dagli esiti incerti.
Dopo numerosi sforzi, Costantino XI Paleologo, ultimo imperatore di Costantinopoli, capì che la sua capitale era stata abbandonata dall’Occidente cristiano. La diplomazia turca aveva avvicinato gran parte del mondo italiano, rendendolo un alleato malleabile. Se in seguito dovremmo tracciare le cause effettive troveremo nel non interventismo e nella turcofilia degli stati italiani e non, alcuni dei motivi più convincenti per la caduta di Costantinopoli.

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