Andrej Vlasov, il mancato de Gaulle di Adolf Hitler

General Wlassow mit Soldaten der ROA
Andrej Vlasov parla ai soldati russi della Wehrmacht

A L L E    M O N T A G N E   D E L L A   F O L L I A

“All’inizio di ogni campagna apriamo la porta su una stanza buia, mai vista prima. Non si può sapere che cosa nasconda”. Potrebbe essere l’inizio di un horror-novel di Howard P. Lovecraft, invece l’autore di questo tenebroso incipit è un sorprendente Adolf Hitler, còlto il 23 giugno 1941, mentre lascia Berlino per recarsi alla Wolfssschanze di Rastenburg, in un insolito momento di realistica riflessività scevra dalle consuete venature di fanatismo autoesaltatorio apoditticamente fiducioso nelle sorti magnifiche e progressive della croce uncinata. Dubito che Hitler abbia mai letto Lovecraft (se lo avesse fatto, certamente lo avrebbe classificato tra gli autori degenerati di cui mandare le opere al rogo), eppure la corsa agli Urali in cui lanciò la Wehrmacht il 22 giugno ’41 sembra davvero modellata su quella “Alle montagne della follia” verso cui il solitario di Providence aveva lanciato appena dieci anni prima, nel 1931, gli esploratori antartici del suo gelidamente terrifico capolavoro horror. Effettivamente la corsa verso quelle montagne, gli Urali, immaginate comeultima Thule” dell’ Ariankultur, antemurale contro i residui della barbarie mongolico-bolscevica da lasciar sopravvivere nella macroriserva siberiana a beneficio delle future generazioni di studiosi della degenerazione umana, man mano che quelle montagne si rivelavano sempre più un miraggio veniva ad esser riempita dall’affastellarsi dei più strampalati progetti con cui si provava ad esorcizzare l’ horror vacui generato dall’immensità senza fine delle steppe eurasiatiche (“Sono contrario a pubblicare grandi carte geografiche della Russia. La vastità delle aree coinvolte potrebbe spaventare la gente.” – annotava nel suo diario Joseph Goebbels il 25 giugno ’41): villaggi turistici per le vacanze del buon Fritz, costruendi in Crimea dalla Kraft durch Freude; autostrade verso i vigneti e i pozzi di petrolio del Caucaso; piantagioni di cotone e banane con cui trasformare Ucraina e Crimea in una novella India; medievali cittadelle di colonizzazione disseminate dalla Vistola al Volga, da destinare all’operoso riposo dalle fatiche belliche del conquistatore ariano, riciclato nel ruolo di Cincinnato con la svastica;  “fortezze Bastiane” sugli Urali o intorno al Caspio, da opporre alle razzie che le residuali orde tartarico-staliniane fossero state ancora in grado di metter in atto; ricomposizione del ruolo e della distribuzione geografica del  variegato quadro di etnie che riempivano quell’immensità, in modo da massimizzare l’utilità per il padrone ariano di  ciascuna gradazione dell’ Untermenschheit; il tutto nello scenario della guerra personale tra Heinrich Himmler ed Alfred Rosenberg, col pratico sadismo dell’ex-allevatore di polli bavarese destinato a far aggio a gioco lungo sugli arzigogoli pseudoscientifici del “pensatore” baltico.

Nell’ambito di questa congerie di assurdità uno dei progetti tutto sommato meno strampalati fu quello partorito nel gennaio del ’42, dopo il fallimento della battaglia per Mosca,  da Otto Bräutigam, funzionario del Ministero degli affari orientali affidato a Rosenberg, proponente il ricorso, per sovvenire alla carenza di uomini che la Wehrmacht cominciava a denunciare in rapporto all’immensità del fronte orientale, alla sterminata riserva di prigionieri russi, per formare un esercito che, arruolato tra i tanti delusi dallo stalinismo (o semplicemente tra quanti volevano sottrarsi alle inumane condizioni di detenzione nei campi di prigionia tedeschi), accompagnasse lo sforzo della Wehrmacht in maniera simile alle truppe coloniali la cui capacità di utilizzo nel governo dell’impero britannico lo stesso Hitler tanto ammirava negli Inglesi. Il difficile del progetto stava però nel convincere Hitler ad abiurare tatticamente  alla sua idiosincrasia verso lo slavo portatore di armi nell’impero della svastica, sia pure subordinato al soldato ariano (finché si trattava di utilizzarli come cuochi, autisti, interpreti, guide, inservienti, la cosa appariva fattibile, ed infatti non a caso quasi ogni ufficiale tedesco all’est aveva il suo Ivan in funzione di attendente cui far pulire divisa e stivali, scelto tra coloro che il governatore dell’Ucraina Erich Koch chiamava, con paternalistico disprezzo, “i miei negri”, ma utilizzare quegli Untermenschen come uomini d’arme era  boccone ben più difficile da digerire per l’ortodossia razziale nazista). Più possibilista era l’ortodossia nazista verso i “non russi”, conformemente alle idee di Rosenberg sulla opportunità di un’intesa ariano-turanica tale da accerchiare ancor più l’ infima slavitas nella sua progettata riserva nella Siberia occidentale, e così, rispetto ai Russi, Turchi, Tatari, Kazaki, Calmucchi, Caucasici, Baltici, fruirono di una corsia preferenziale per l’arruolamento nei reparti “etnici”delle SS (peraltro, segno di una non piena fiducia, furono destinati non al fronte russo, ma alla lotta antipartigiana nei Balcani, in Francia o in Italia, dove la loro estraneità al contesto appariva ai loro padroni, e il giudizio fu purtroppo confermato dai fatti, garanzia di ferocia repressiva). Unica eccezione slava la divisione SS Galizia, formata da Ucraini, peraltro costituita nell’aprile ’43 senza far sapere nulla ad Hitler, arruolando, tra i 100.000 volontari, solo i 30.000 abbastanza anziani da dar garanzie di aver acquisito almeno una patina di germanicità per  aver già servito nella Grande Guerra nell’esercito dell’Austria, di cui l’Ucraina occidentale allora era parte (e comunque anch’essa impiegata solo in funzione antipartigiana in Slovacchia, e mai in Ucraina, ad impedire che divenisse un focolaio nazionalista vòlto a dar vita ad un’Ucraina indipendente che, a parte Rosenberg sempre in funzione antirussa, nessun altro gerarca nazista, da Hitler in giù, era disposto ad accettare, e Koch, a scanso di equivoci, ci teneva a ribadire che, nelle rare volte in cui incontrava un ucraino intelligente, si sentiva in dovere di sparargli).

Nel complesso furono almeno 650.000 i cittadini sovietici, etnicamente quasi tutti non Russi, che operarono nelle forze armate tedesche nella seconda guerra mondiale, come ausiliari nella Wehrmacht o come combattenti nelle SS, ma quando si trattava di Russi da impiegare come combattenti nella Wehrmacht la chiusura di Hitler era totale. “Non costituiremo mai un esercito russo”, era la risposta tranchant che dava, ancora nel luglio ’43, benché ormai ai più avveduti la situazione sul campo apparisse tale da dover far accettare il dottrinalmente inaccettabile, a quanti gli consigliavano l’istituzione di un governo nazionale russo antistaliniano, formato dai più prestigiosi tra i generali sovietici in prigionia, governo che, benché nelle idee dei suoi propugnatori dovesse costituire un semplice specchietto per le allodole per incentivare le diserzioni tra le truppe sovietiche, comunque nel breve era visto da essi come un’ottima arma di propaganda. Tra coloro che  lavoravano per dar vita all’originario progetto di Bräutigam vi era il generale Reinhard Gehlen, capo dei servizi segreti militari nell’est, ed un gruppo di ufficiali dello stato maggiore, tra i quali alcuni dei futuri implicati nell’attentato ad Hitler del luglio ’44. Tra essi il generale Henning von Tresckow, capo di stato maggiore del gruppo armate centro di von Kluge sul fronte russo (non a caso, fin dal ’41 aveva proceduto alla chetichella all’esperimento, ben riuscito sul piano della combattività delle nuove reclute, dell’arruolamento di prigionieri russi nella 134ª divisione di fanteria), ed il suo amico Claus von Stauffenberg (ufficiale inserito negli alti quadri dei servizi organizzativi delle forze armate, ed in seguito capo di stato maggiore della riserva territoriale affidata al generale Fromm), il quale ideologicamente andava anche oltre, auspicando a fine guerra, in chiave neobismarckiana, un’alleanza tra Germania nazista e Russia postbolscevica (la sua defezione dal nazismo avverrà proprio quando si renderà conto che obiettivo di Hitler non era l’eliminazione del bolscevismo, dal punto di vista di Stauffenberg fattibile ed auspicabile, bensì l’eliminazione fisica del popolo russo, per Stauffenberg invece non fattibile e neanche auspicabile).

E comunque, per vincere le resistenze di Hitler, spingendolo a sacrificare il suo fanatismo ideologico sull’altare della realpolitik, bisognava pur sempre individuare un uomo che avesse le qualità per impersonare lo stesso ruolo che Charles de Gaulle, su opposte sponde, stava interpretando nel corrodere la presa del petainismo sui Francesi. Dove trovare un de Gaulle da regalare ad Hitler?

E   V E N N E   U N   U O M O…

Altissimo, filiforme, ossuto, occhialuto, allampanato, Andrej Andreevic Vlasov aveva le physique du rôle per impersonare la controfigura del generale francese, con cui condivideva anche il carisma nei confronti della truppa (emblematico il modo in cui aveva saputo trasformare in unità modello la 99ª divisione di fanteria, quasi un’unità di disciplina formata da scarti di altre divisioni, affidatagli da Stalin nel ’40 con l’idea che solo lui poteva riuscire nel disperato compito di cavarne qualcosa di buono) e la prestigiosa carriera militare. E chissà che del generale francese non gli avesse raccontato qualcosa, prima di finire ingoiato dalle purghe staliniane nel ’37, il suo superiore gerarchico, quel maresciallo Mihail Tuhacevskij che aveva condiviso con de Gaulle durante la prima guerra mondiale l’esperienza in un campo di prigionia tedesco, in cui, per ingannare il tempo, il giovane ufficiale transalpino aveva dato lezioni di francese al giovane ufficiale zarista.

Nato nel 1900 da umile famiglia della provincia di Niznij Novgorod ed avviato agli studi religiosi, Vlasov li aveva presto abbandonati per entrare nell’Armata Rossa, distinguendosi nella guerra rivoluzionaria fino a guadagnarsi i gradi di maggiore. L’esser filostalinista, insieme alle indubbie capacità militari, gli aveva consentito di salire negli anni ’30 fino al grado di generale, anche fruendo degli spazi vuoti lasciati nei quadri dell’Armata Rossa dalla falce delle purghe staliniane, e, segno della fiducia di Stalin, gli aveva fatto guadagnare anche la nomina nel ’38 per una delicata missione diplomatica in Cina, come capo istruttore dell’accademia militare della Cina nazionalista. Fu proprio in quest’occasione che si erano rivelate le prime dissintonie con Stalin, di cui Vlasov, rivelando la mancanza di quel talento politico che invece avrebbe fatto la fortuna di de Gaulle, non riusciva a capire la preferenza tattica accordata in quel momento storico al Kuomintang piuttosto che al Partito Comunista Cinese. Richiamato in patria nel ’39 e caduto momentaneamente in disgrazia (ma non al punto di esser fagocitato dalle purghe), era stato richiamato in servizio attivo nel ’40 appunto con l’incarico, già citato, di organizzare la 99ª divisione di fanteria. Distintosi per l’abilità tattica con cui era riuscito a salvare le sue truppe dall’accerchiamento durante le ritirate del ’41, quindi nella difesa di Kiev e poi in quella di Mosca nel dicembre ’41 (fu tra i nove generali menzionati come eroi nella prima pagina della Pravda del 13 dicembre), era stato catturato con tutta la sua 2ª Armata d’assalto nel giugno ’42 quando, incaricato di attaccare per rompere l’assedio di Leningrado, era finito in una sacca da cui Stalin gli aveva vietato di ritirarsi per salvare la sua unità, cosa che certo contribuì ad incrinare la sua fiducia in Stalin, da cui si era sentito abbandonato al suo destino insieme ai suoi uomini (non a caso, a parti invertite, i Russi cercheranno in seguito di formare anch’essi delle unità di prigionieri tedeschi arruolati dall’Armata Rossa, contando sul prestigio del generale Wilhelm von Seydlitz, rimasto vittima della stessa sindrome da abbandono, stavolta da parte di Hitler, quando fu catturato, coi resti delle armate di von Paulus, nella sacca di Stalingrado).

Il mix impersonato da Vlasov, di prestigio acquisito sul campo e di risentimento antistaliniano, lo aveva fatto subito individuare dal gruppo di Gehlen e von Tresckow come ottimo candidato per impersonare il de Gaulle russo che stavano cercando di fabbricare, ma l’impresa non era certo facile, dovendo essi barcamenarsi tra i bizantinismi dell’ortodossia nazista e la dirittura morale di Vlasov, portatore di una sua propria visione politica che non era disposto a negoziare per sottomettersi tout court a quella nazista, sia pure in cambio di un incarico di alto prestigio  (“Non è un uomo semplicemente assetato di gloria politica, e di conseguenza non diventerà mai un mercenario prezzolato, né mai accetterà di guidare mercenari. L’obiettivo che dichiara di proporsi è quello di combattere al fianco della Germania per una Russia socialista e per liberare il paese dal terrore staliniano”, affermava una relazione del Ministero degli esteri tedesco). Inoltre Vlasov, essendo un “grande russo”, era osteggiato anche dai rappresntanti dei vari comitati nazionali delle etnie minoritarie dell’Unione Sovietica, che ebbe occasione di incontrare dopo esser stato trasferito in una speciale residenza a Berlino per prigionieri sovietici illustri, e che, sostenuti da Rosenberg, auspicavano la creazione, nell’ambito del Lebensraum tedesco, di autonomie etniche distinte dalla grande Russia in favore delle etnie che essi rappresentavano (o credevano di rappresentare, visto che in sostanza erano tutti parti inconsapevoli di una farsa il cui finale, se Hitler avesse vinto, sarebbe stato comunque tragico per tutte quelle etnie).

Il progetto di Vlasov prevedeva la costituzione di un comitato nazionale russo, in funzione di governo provvisorio antistaliniano, coadiuvato da un esercito di liberazione nazionale, ossia da unità armate dai Tedeschi e ad essi alleate, ma nelle quali il soldato russo potesse ritrovare la propria identità nazionale nel combattere in grosse formazioni indipendenti e non disperso, come si era fatto fino ad allora per i prigionieri sovietici che erano entrati nella Wehrmacht, in piccole unità aggregate ad altre maggiori tedesche (in pratica esattamente quello che stava accadendo in occidente per le forze della Francia Libera). Il programma politico del comitato presieduto da Vlasov fu esposto nel “manifesto di Smolensk”, città scelta come sua sede (liberazione dei prigionieri politici, libertà di parola, riunione, stampa e religione, giustizia sociale e protezione dei lavoratori dallo sfruttamento, abolizione delle fattorie collettive e ripristino delle imprese private, un socialismo democratico che ripudiava tanto il bolscevismo che il capitalismo, senza cadere nella tentazione di restaurare lo zarismo), manifesto che fu utilizzato il 6-7 maggio ’43 per l’Operazione Silberstreifen (Freccia d’argento), un volantinaggio aereo autorizzato di malavoglia da Hitler a condizione che nelle zone occupate fosse lanciata una versione attenuata del manifesto, che lasciava da parte i discorsi sulla liberazione nazionale e sulla Russia postbellica per sottolineare invece i vantaggi materiali dell’arruolamento nelle unità russe fiancheggiatrici della Wehrmacht (ma la fronda all’interno dello stato maggiore del gruppo di armate centro fece in modo che, “per errore”, il manifesto nel testo originale fosse lanciato anche nelle zone occupate). Inoltre, nello stesso periodo, fu concesso a Vlasov un tour propagandistico nei territori occupati per pubblicizzare il suo programma politico, e fu in uno di questi discorsi, tenuto a Smolensk, che, dopo aver dichiarato che “il popolo russo ha vissuto, vive e vivrà, non sarà mai possibile ridurlo allo status di una popolazione coloniale”, non esitò, pur circondato da ufficiali tedeschi, a denunciare le atrocità commesse dai Tedeschi nei territori occupati ed a prevedere come inevitabile la sconfitta della Germania se non avesse cercato un’intesa con la parte non stalinista del popolo russo, chiarendo ad essa quale sarebbe stato il suo futuro in caso di vittoria tedesca.

Tutto ciò, forse a malapena tollerabile da un gruppo di ufficiali più o meno frondisti, alla ricerca disperata di soluzioni d’emergenza per una situazione militare della cui crescente precarietà erano ben coscienti, era ovviamente intollerabile da chi, Hitler, era ancora saldamente convinto della vittoria finale senza dover scendere a compromessi coi vinti, per cui non desta meraviglia l’ira del Führer quando conobbe i contenuti del discorso di Vlasov, ed ancor più quando gli fu riferito che gli ufficiali tedeschi erano rimasti ad ascoltarlo senza zittirlo. L’esito fu la sospensione del ciclo di conferenze di Vlasov nei territori occupati e la messa in naftalina dell’intero progetto su lui incentrato, con decisione che, presa nell’ottobre ’43, sembrava definitiva. Si sarebbe cercato qualcun altro, più malleabile di Vlasov.

 

C U O R E    D I    T E N E B R A

Se le oniriche atmosfere gotiche dei racconti di Lovecraft costituivano forse una lettura troppo sofisticata per entrare nel bagaglio culturale del Führer e del suo staff, può anche darsi che essi potessero riconoscersi nel crudo e cupo realismo di Joseph Conrad. Certo è che il personaggio cui si affidarono, quando vollero cercare un’alternativa a Vlasov, sembrava uscito direttamente dal “Cuore di tenebra” del romanziere polacco, uno psicopatico avventuriero alla Kurtz, opportunista e dissoluto, antitesi dell’attivismo politico disinteressato e disciplinato che ispirava Vlasov. Ingegnere bielorusso della cittadina di Lokot, visceralmente anticomunista, Borislav Kaminski, all’arrivo della croce uncinata, intuì di poter sviluppare la sua innata propensione all’affarismo sadico offrendo i propri servigi alle SS, il cui leader, Himmler, ed i cui scherani, si muovevano sulla stessa lunghezza d’onda. Costituito con l’aiuto tedesco un personalissimo “Esercito russo di liberazione nazionale” di oltre 10.000 uomini,  Kaminski creò un impero personale basato sul terrore, utilizzando la lotta antipartigiana nelle retrovie del fronte orientale per fare di sé l’effettivo signore della Bielorussia nel biennio 1942-44. Razzie, stupri ed omicidi indiscriminati divennero il pane quotidiano nelle paludi del Pripjat, suo terreno operativo elettivo, pane di cui spesso anche i suoi aiutanti, vittime di faide interne, venivano a costituire il companatico, lasciato penzolare da forche improvvisate all’ingresso del suo campo principale nella foresta di Brjansk. Il tutto non mancava di inorridire perfino la non troppo tenera sensibilità degli ufficiali tedeschi di collegamento in visita, ma l’utilità di Kaminski nella lotta antipartigiana era tale da indurli a tenerselo comunque stretto (a tal punto che Kaminski fu persino onorato dall’assegnazione di una specifica Croce di Ferro di prima classe riservata ai collaborazionisti tra i popoli orientali). Nell’estate del ’44, ritiratisi in disordine di fronte all’avanzata dell’Armata Rossa in Bielorussia, gli uomini di Kaminski, riordinati ed inquadrati ora nella 29ª divisione delle Waffen-SS, trovarono ancora modo di rendersi utili nella repressione della rivolta di Varsavia, uccidendo 30.000 persone in un solo giorno nel quartiere operaio di Ochota. La visione di intere cantine stivate di cadaveri mitragliati e l’episodio della rapina e dello stupro di massa da essi messi in atto a danno dei pazienti e del personale di un ospedale, costituirono la goccia che fece traboccare il vaso della sopportabilità della violenza gratuita da parte degli stessi comandi delle SS, che decisero di ritirare dalle operazioni gli uomini di Kaminski, tanto più che il timore dei loro atti di brutalità gratuita non faceva altro che stimolare i malcapitati che si trovavano sul loro cammino a resistere davvero fino all’ultimo uomo, complicando la vita agli occupanti tedeschi. Rallentati dal bottino e annebbiati dall’alcol, gli uomini di Kaminski si avviarono allora ad ovest, verso Lodz, ossia verso una città che, pur polacca fino al ’39, era ormai stata annessa al grande Reich col nuovo nome di Litzmannstadt. Ad evitare che la presenza delle immonde scolte di Kaminski potesse ammorbare il sacro suolo germanico, la Gestapo alla frontiera tedesca procedette all’arresto in massa degli uomini di Kaminski ed alla fucilazione di molti di essi, a cominciare dallo stesso Kaminski, certamente affranto dal doversi separare dal pingue carico di gioielli ed orologi grazie al quale pensava di potersi riciclare ad ovest come rispettabile borghese. I pochi superstiti furono offerti a Vlasov, che li rifiutò, disprezzandoli come mercenari. Finiva così ingloriosamente, e con un clamoroso fiasco per quanti, tra i Tedeschi, avevano creduto in lui, la vicenda umana e bellica di Borislav Kaminski, Kurtz bielorusso abortito dalle stesse menti malate che lo avevano concepito.

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Bromislav Kaminski (il terzo da sinistra), l’alternativa a Vlasov

V-100   T O R N A    D I    M O D A

Nell’autunno del ’44 un Reich ormai alla frutta poteva fondare le sue residue speranze di salvezza solo sulle armi segrete vantate dal Führer. Tra quanti ormai in queste armi non è che ci credessero  più di tanto circolava la maliziosa definizione di V-100 per designare, tra le varie possibili armi segrete, la mai organizzata e sempre più fantomatica Armata Vlasov, considerata dai più avveduti come una delle tante boutades di quel tragico cabaret in cui il Reich nazista stava sprofondando nella sua agonia.

Quando ormai nessuno ci credeva più, nell’ottobre del ’44 fu Himmler, ancora fiducioso nella vittoria finale, a decidere di organizzare un coup de théâtre, tirando fuori Vlasov dalla naftalina per farne il primattore di una messinscena propagandistica organizzata nello Hradcany di Praga, con la partecipazione di una cospicua messe di comparse promosse all’improbabile rango di delegati del popolo russo, tirati fuori dai campi di detenzione, ripuliti e vestiti a festa per l’occasione, e fatti affluire a Praga con apposito treno speciale. Il tutto partorì un nuovo programma politico, esposto nel “Manifesto di Praga”, annunciante la costituzione di un Comitato nazionale per la liberazione dei popoli russi, finalmente autorizzato a costituire anche un proprio Esercito russo di liberazione, alleato dei Tedeschi, ma con quadri ed organizzazione propri. Un frutto fuori stagione ormai, ché tre anni di brutale occupazione, lavori forzati e sterminio avevano screditato ogni residua credibilità dei nazisti come compagni di viaggio, e due anni di ritirate di fronte all’Armata Rossa ne avevano screditato anche l’immagine vincente sul piano militare. Il nuovo comitato di Vlasov, trasferito nella sede ufficiale assegnatagli, l’Hotel Richmond della stazione termale ceca di Karlsbad, dovette subire anche lo scorno, a conferma dell’atmosfera farsesca della vicenda, di un tentativo di sfratto da parte del Gauleiter dei Sudeti Konrad Henlein, indignato dal fatto che Untermenschen slavi potessero alloggiare in un hotel di lusso, e finì con l’essere solo uno dei tanti grani del rosario di improbabili governi filonazisti in esilio insediati nelle varie stazioni sciistiche o termali delle Alpi austriache o dei Sudeti boemi. Né, a conferma che l’Est era davvero per le gerarchie naziste il luogo dell’impossibile, dove la fantasia perdeva ogni freno e contatto con la realtà, la creazione del comitato Vlasov pose termine alla guerra personale, combattuta fin sulle ultime spoglie del Reich, tra Himmler e Rosenberg, ché questi, ad ostacolare la campagna di arruolamento da parte di Vlasov, arrivò ad organizzare a Weimar nel gennaio del ’45, con le avanguardie sovietiche ormai sull’Oder, un’ancor più farsesca conferenza riservata ai “delegati” ucraini, che partorì un analogo pseudogoverno provvisorio ed un analogo inesistente esercito nazionale.

Malgrado il contesto assolutamente negativo, a conferma dell’ancor notevole ascendente di Vlasov, e di quanto l’iniziativa sarebbe potuta essere ben più efficace se messa in atto un paio d’anni prima, la campagna d’arruolamento messa in atto tra dicembre ’44 e gennaio ’45 raccolse l’insperata messe di 50-60.000 adesioni (la motivazione dei volontari, oltre che salvarsi dalle inumani condizioni di vita nei campi di detenzione, per i politicamente più avveduti era sorprendentemente simile a quella dei generali frondisti della Wehrmacht, ossia, dando ormai per scontata la sconfitta tedesca, si sperava in un clamoroso capovolgimento delle alleanze, con gli Angloamericani che avrebbero continuato la guerra fino a deporre Stalin, e quindi con Tedeschi e Russi antistalinisti in grado di ritrovare un proprio ruolo nel rinnovato scacchiere di alleanze). Finalmente, a fine gennaio del ’45, Vlasov ebbe la soddisfazione di poter passare in rassegna, nel suo campo di addestramento nel Württemberg, la prima delle due divisioni destinate a costituire il suo piccolo esercito, pronta per l’impiego bellico.

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Vlasov durante un’esercitazione dei suoi Panzergrenadieren russi

E P I L O G O   A   P R A G A

Presa nel fuoco incrociato delle contrastanti concezioni della politica orientale da parte dei vari ministeri tedeschi,  impiegata ormai a guerra persa e sottoposta ad una catena di comando in cui l’autorità di Vlasov restava largamente fittizia rispetto alle direttive dell’ Oberkommando der Wehrmacht, l’impiego operativo dell’Armata Vlasov scontò con una sostanziale inefficacia l’affastellarsi delle contraddizioni che l’avevano generata. Lo stesso Vlasov, pur non brillando per intuito politico, si rendeva ormai conto che l’idealismo politico antistaliniano che sorreggeva la sua buona fede era un frutto fuori stagione, corroso dal disprezzo tedesco e dalle macchinazioni ostili di altri gruppi di profughi sovietici. Né mancavano le contraddizioni tra i suoi stessi colonnelli, andandosi dalle nostalgie filozariste di Sackarov all’odio antigermanico di Buniacenko, sotto sotto disposto anche a scendere a patteggiamenti con Stalin. Di fatto l’unico impiego operativo contro l’Armata Rossa si ebbe nel tentativo di contrastarne il passaggio dell’Oder all’inizio di aprile del ’45, e fu affidato, con unità incomplete impiegate in maniera frammentaria nell’ambito di maggiori unità tedesche, proprio al comando di Buniacenko, il meno adatto a collaborare coi Tedeschi, tanto che, dopo alcuni combattimenti in cui comunque la truppa, compatibilmente con lo sfascio morale e militare che la circondava, si era comportata dignitosamente, Buniacenko praticamente disertò, ritirando i suoi uomini dal fronte e spostandosi a fine aprile, in barba agli ordini del comando tedesco e dello stesso Vlasov, verso la Boemia, dove si trovava il quartier generale dell’Armata Vlasov.

A questo punto l’Armata Vlasov era divenuta un’ulteriore fonte di preoccupazione per il comando tedesco, minacciando di trasformarsi in un focolaio di ribellione proprio in quell’area, tra Austria, Boemia e Moravia, in cui programmava di organizzare la sua ultima ridotta difensiva, per poi, sparate le ultime cartucce e falliti i tentativi di convincere gli Alleati a quel rovesciamento di alleanze in cui molti di loro ancora assurdamente speravano, consegnarsi agli Americani piuttosto che ai Russi (programma che era ovviamente ancor più condiviso dai soldati di Vlasov, che da Stalin avevano da attendersi ancor meno clemenza di quanta potessero attendersene i Tedeschi). Tutto ciò ulteriormente complicato dagli aneliti di ribellione della resistenza ceca, a sua volta divisa tra elementi filorussi ed elementi filooccidentali, in una generale atmosfera di lotta di tutti contro tutti che non prometteva nulla di buono per le ultime giornate praghesi della guerra. Ad aggiungere un tocco di “drammaticità slava” ad una situazione che di ulteriori componenti drammatiche proprio non avrebbe avuto bisogno, intervenne anche l’apatia di Vlasov in quelle ultime giornate (i bene informati dicevano che ormai l’unica sua occupazione era annegare le  disillusioni nell’alcol, lasciando l’effettivo comando operativo a Buniacenko).

Non desta dunque meraviglia che, nel corso delle prime due giornate dell’insurrezione di Praga (5-9 maggio ’45), l’Armata Vlasov finisse per voltare le spalle alla Wehrmacht e schierarsi al fianco della resistenza ceca, dando un contributo importante alle sue operazioni, grazie all’armamento fornitole improvvidamente dagli stessi Tedeschi, ben superiore per potenza di fuoco rispetto a quello a disposizione dei partigiani praghesi (anche se pare che l’iniziativa fosse stata di Buniacenko, in quanto l’ormai apatico Vlasov preferiva una assoluta neutralità, ritenendo che un nuovo cambio di campo finisse con lo screditare ulteriormente i suoi uomini, avvicinandoli a quella definizione di “mercenari” che, in tutta la sua sfortunata esperienza di leader dei soldati russi arruolati nella Wehrmacht, aveva sempre cercato di combattere, in coerenza di buona fede ed ingenuità politica). Poi, sul finire della giornata del 7, quando apparve chiaro che, in forza degli accordi tra Truman e Stalin, mai gli Americani si sarebbero spinti fino ad occupare Praga, gli uomini di Vlasov abbandonarono la lotta e si mossero verso sudovest, incontro alle avanguardie americane, anticipando di un paio di giorni l’analogo tentativo che avrebbe fatto quel che restava dell’esercito tedesco in Boemia,  sollecitati anche dall’ammonizione alla resistenza ceca  a non accettare  alcun aiuto da parte dai “rinnegati sovietici”, fatta pervenire agli insorti il 7 maggio proprio da quel governo ceco filooccidentale di Londra nei cui buoni uffici quei rinnegati ancora speravano per ottenere un trattamento clemente a fine ostilità (né servì un ultimo appello di Buniacenko ai resistenti praghesi, vòlto a far causa comune sulla base dei comuni “sentimenti slavi”, rivelatore di un disperato richiamo ad un panslavismo al di sopra delle ideologie, anch’esso ormai del tutto fuori contesto).

Non sapremo mai se agli uomini di Vlasov fosse stata fatta qualche promessa di clemenza per indurli a schierarsi il 5 maggio ’45 con la resistenza praghese. Se vi fu, fu tradita, perché non vi fu pietà né per gli sbandati rimasti indietro a combattere a Praga a fianco degli insorti cechi, immediatamente imprigionati dai Sovietici al loro arrivo, né per il grosso dell’armata, internato dagli Americani dopo che si era consegnato alle loro avanguardie incontrate a Pilsen, ma nelle settimane successive consegnato a Stalin verso un destino che non era difficile immaginare, come poi in effetti fu, di condanne a morte o a lunghi periodi di detenzione, che spesso si conclusero con lo stesso esito letale. Davvero sfortunati figli esemplari del secolo breve, i “dannati di Vlasov”, palleggiati tra due sistemi politici entrambi indifferenti ai diritti fondamentali dell’uomo, ed abbandonati al loro destino da un terzo sistemo politico, troppo spesso aduso a proclamarli ad alta voce per poi difenderli a corrente alternata, giocarono male le poche, pessime carte, che la mano del diavolo aveva messo a loro disposizione per salvarsi la vita. Il 2 agosto 1946 un laconico annuncio nell’ultima pagina della Pravda (lo stesso giornale che lo aveva esaltato in prima pagina il 13 dicembre ’41 come Eroe della Grande Guerra Patriottica) informava che Vlasov e molti suoi ufficiali erano stati processati per tradimento, spionaggio ed attività terroristica a danno dell’Unione Sovietica, giudicati colpevoli e giustiziati per impiccagione.

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Impiccagione di Vlasov (il secondo da destra) e di alcuni dei suoi ufficiali

I M    C A U D A    V E N E N U M

Per alcuni dei protagonisti della vicenda Vlasov la storia non ebbe lo stesso tragico finale. Una volta compreso il destino che attendeva, se consegnato a Stalin, chiunque e con qualsiasi motivazione lo avesse combattuto, gli Alleati abbandonarono la politica di rimpatrio forzoso e per i prigionieri russi in mano alleata non ancora restituiti alla falce e martello rifiorì la speranza di salvezza. Grazie alla concessione dello status di profughi, una volta dimostrato di non aver militato nelle SS (dimostrazione purtroppo spesso non veritiera), molti Russi, Ucraini, Bielorussi e Baltici riuscirono a trovare scampo negli Stati Uniti, in Canada, Australia, Gran Bretagna o Germania ovest. Lo stesso canale fu utilizzato, ma entrando dalla porta principale invece che da quella di servizio, dai tanti funzionari nazisti di seconda o terza schiera che finirono col riciclare il loro anticomunismo nella  nuova professione di agenti arruolati dalla CIA. Tra questi alcuni dei protagonisti della storia testé narrata, come Otto Bräutigam, che abbiamo conosciuto come consigliere di Rosenberg e primo ideatore del progetto di un esercito russo fiancheggiatore di quello nazista, e Reinhard Gehlen, capo dei servizi informativi della Wehrmacht in Europa orientale e patrono anche lui, in tale veste, del progetto Vlasov, nel dopoguerra arruolato dalla CIA, per sfruttarne il patrimonio acquisito di conoscenze e contatti nell’Est, come capo dei servizi segreti NATO per l’Europa orientale (oltre che come capo dei servizi informativi della Germania occidentale fino alla fine degli anni ’60), reclutatore e referente del corpus di informatori oltrecortina della CIA (spesso ex-informatori dei servizi nazisti), ruolo che gli servì per esercitare una funzione di sostanziale doppio gioco nell’ambito dell’organizzazione Odessa, favorendo la fuga in occidente di  criminali nazisti o filonazisti cui il ruolo autorevole gli consentiva di restituire una patina di rispettabilità in funzione anticomunista o almeno, per i casi più difficilmente difendibili, il riciclaggio oltreoceano in una nuova meno compromessa identità. No, non per tutti il secolo breve è stato patrigno.

A l e s s a n d r o    C o l a r u s s o

REFERENZE BIBLIOGRAFICHE

Adriano Bolzoni – I dannati di Vlassov. Il dramma dei russi antisovietici nella seconda guerra mondiale – 2009

Martin Gilbert – La grande storia della seconda guerra mondiale – 1989

Basil Liddell Hart – Storia militare della seconda guerra mondiale – 1970

Marc Mazower – L’impero di Hitler – 2009

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