Marco Damiani: un renitente alla leva all’alba dell’Unità: parte prima

Questo articolo è la prima parte di una tesi di laurea specialistica in Storia delle Marche, che porge all’attenzione il primo vero esempio di diario militare dell’Italia unita, importante anche in considerazione del fatto che, finora, i primi diari accertati sono relativi alla Grande Guerra. La vicenda di Marco Damiani, invece, risale a parecchi anni prima, all’alba dell’Unità.

INTRODUZIONE

 

 

“ In nome di sua Maestà Vittorio Emanuele II, per grazia di Dio e volontà della Nazione, il Regio Tribunale del Circondario di Pesaro contro Andreani  Giovanni[…], imputato di renitenza alla leva militare della classe del 1839-1840…”

Così esordisce uno dei numerosi dibattimenti presenti nei registri delle sentenze dei Tribunali di Pesaro e di Urbino  ,ora conservati nella sezioni di Archivio di Stato.

Una formula che si ripete, identica e quasi rituale, in numerosi casi, negli anni che seguono l’Unità d’Italia.

I registri delle sentenze di quel periodo e  i fogli matricolari dell’esercito  sono pieni di casi di renitenti e disertori  dal servizio militare, e la provincia di Pesaro e Urbino si distingue per  essere una delle zone   più attraversate da questa forma di dissenso.

Si potrebbe ipotizzare una reazione collettiva contro il nuovo Stato appena creatosi.. uno Stato che aveva portato un vero e proprio terremoto tra le classi più umili: la leva obbligatoria per i giovani,  a partire dalla classe dei  nati nel 1839 e 1840. Un decreto del nuovo Stato, questo, che portava una sgradevole novità: niente di tutto ciò vi era stato sotto il governo pontificio. E così le braccia dei giovani venivano sottratte alle proprie famiglie e al lavoro dei campi, per una vita militare che veniva sentita  come un’imposizione ingiusta,  sentimento  confermato dalle pochissime testimonianze che  si ha la fortuna di avere.

Un aspetto che la storiografia ha poco esplorato, in quegli anni così densi di grandi avvenimenti.

Infatti, questa reazione collettiva- verrebbe da dire istintiva- era causata non solo dalla novità del fenomeno, ma anche da come lo stesso Stato appena formato si poneva ne confronti della popolazione.

Lo si nota molto bene andando a leggere le  “istruzioni pei funzionari di P.S.” che Bettino Ricasoli emanò il 4 aprile 1867. Egli incarica  l’ autorità di pubblica sicurezza di “scrutare i bisogni delle moltitudini, conoscerne gli interessi morali ed economici, indagare il grado della loro educazione, e studiarne le vere condizioni sociali”.

E ciò al fine di meglio esercitare la funzione primaria di polizia che è la prevenzione dei reati.

Per conseguire questo obiettivo, dicono le istruzioni, bisogna ricercare e rimuovere le cause del reato, perché “non poche questioni di sicurezza pubblica sono intimamente connesse a gravi problemi sociali, la cui soluzione non può dipendere da semplici misure di polizia, ma da provvedimenti governativi o legislativi d’interesse generale”.

Erano trascorsi appena sei anni dalla proclamazione dell’unità d’Italia (1861) e l’eredità di Cavour, morto pochi mesi dopo, era stata raccolta dalla “destra storica” rappresentata a livello istituzionale da uomini di grande rigore morale, piemontesi come Rattazzi, Lanza e Sella o improntati a quel tipo di cultura dello Stato, come appunto il toscano Bettino Ricasoli, che aveva collaborato a suo tempo con Cavour nella complessa operazione delle annessioni.

Nonostante l’irreprensibilità della classe politica, notevole era il distacco tra governanti e governati e un rigido accentramento amministrativo conferiva ai prefetti grandi poteri sulla vita locale.[1]

E, difatti, in quelle “istruzioni” si dice anche: “alla fine di ogni mese ciascun prefetto deve inviare al Ministero una relazione sulle condizioni della provincia” che deve spingersi fino a fornire un quadro dettagliato “dell’attitudine, degli intendimenti e dell’influenza dei partiti politici, delle manifestazioni dell’opinione pubblica e del giornalismo”. E certo alla base di certi indirizzi vi era un equivoco che portava ad “identificare lo Stato con l’esecutivo e con l’apparato da questo diretto in perfetta continuità con l’assolutismo”.

Nelle “istruzioni” di Ricasoli coesistono dunque due “anime” in certo senso antitetiche: da una parte una lungimirante ansia di far dei responsabili della “sicurezza pubblica” dei “sagaci esploratori dei bisogni della collettività” per consentire agli uomini di governo ed alle istituzioni pubbliche di soddisfarli o di alleviare i disagi; dall’altra una volontà, altrettanto palese di esercitare un rigido controllo su ogni aspetto della vita sociale, politica, culturale dei singoli e della collettività che sconfina in una presenza soffocante dell’apparato statale, non tanto pervasa dal desiderio di assicurare la pacifica convivenza intervenendo per tempo sulle situazioni di malessere sociale, quanto protesa a garantire l’ordine e la sicurezza pubblica attraverso una limitazione delle libertà fondamentali.

Nel panorama abbastanza povero di studi su questo argomento, gli unici contributi di un certo rilievo sono dovuti a studiosi di storia militare, come Giorgio Rochat e Piero del Negro,  che si sono occupati prevalentemente  degli aspetti politico-militari e dei dati statistici relativi al fenomeno.

Una parziale eccezione è rappresentata dalla monografia di Gianni  Oliva, “Soldati e ufficiali. L’esercito italiano dal Risorgimento ad oggi”, che nella sezione dedicata al fenomeno della renitenza, si sofferma anche sui risvolti e sulle implicazioni umane e sociali innescati dall’istituzione della leva obbligatoria

Così il senso e lo scopo del presente lavoro si chiariscono:  esplorare il fenomeno della diserzione e della renitenza alla leva, in Italia ,con particolare attenzione alla Provincia di Pesaro e Urbino,  nell’epoca della Destra Storica, soffermandosi non solo sugli aspetti per così dire “tecnici” ( le cause del rifiuto della leva,  il numero dei casi e le pene previste dalla legge) , ma anche da un punto di vista prettamente sociale: il significato che questa esperienza di vita comportasse, la propaganda istituzionale a suo favore, l’impatto che ebbe sulla società che ne venne maggiormente coinvolta, quella rurale.

Aspetti, questi, che finora si sono potuti approfondire  attraverso le “canzoni di protesta” .

La parte più significativa di questo lavoro, però, è costituita da un’importante testimonianza di  chi quegli avvenimenti, quelle scelte e quei disagi li ha vissuti sulla propria pelle: “ Sventura di un giovane per il tempo di undici i anni ( 1860-1871)”, di Marco Damiani, contadino di Pietralata.  Una testimonianza nota a pochi, che può aprire e stimolare nuove vie di analisi storiografica.

[1] Vedi anche: Fulvio Cammarano … [et al.]Il nuovo stato e la società civile : 1861-1887. ( fa parte di: Storia d’Italia ,  a cura di Giovanni Sabbatucci e Vittorio Vidotto,  Roma , Bari : Laterza, 1995)

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