Marco Damiani: un renitente alla leva all’alba dell’Unità. Parte seconda

 

 

 Capitolo I

 La renitenza e la diserzione dal punto di vista storico-statistico

 

 

Modelli di reclutamento e leva nell’Europa  del XIX secolo

Gli eserciti ottocenteschi dovevano far fronte a due esigenze diverse e in parte contrapposte. Dovevano garantire il mantenimento dell’ordine costituito, in particolar modo nei  paesi  in cui le tensioni sociali o le spinte nazionali costituivano un pericolo sempre presente per le classi dominanti, come  in Italia e in Francia. Di  conseguenza l’esercito  era sotto stretto controllo del potere esecutivo, che attribuiva  le posizioni di comando  agli esponenti della classe dirigente, cioè alla proprietà agraria;  e il reclutamento veniva a far ricadere il peso del servizio militare sui contadini poveri, o comunque sulle classi subalterne. Inoltre, la vita di caserma aveva come obiettivo lo staccare il soldato dal suo ambiente di origine, per renderlo disponibile all’obbedienza passiva verso i superiori. In più, ogni esercito doveva ovviamente mettere in conto una guerra difensiva o offensiva  contro gli eserciti di stati nemici, mobilitando le risorse nazionali in misura più ampia di quanto richiedesse il mantenimento  dell’ordine interno.  Per noi questi due compiti sono notevolmente contrapposti, ma agli occhi della società dell’epoca non era affatto così: i governi ottocenteschi tendevano a condurre solo guerre limitate, che non coinvolgessero attivamente la popolazione.  Nel caso  poi si profilassero  motivi di contrasto tra le esigenze della guerra  e quelle del mantenimento dell’ordine interno , “il governo e gli alti comandi sceglievano senza esitazione le seconde, consapevoli dell’importanza di poter continuare a contare sulle truppe per la difesa dell’assetto politico –sociale.”[1]

Vi erano quindi due modelli per il reclutamento e l’organizzazione dell’esercito in Europa, e a essi  tutti i paesi si attennero: il modello francese e il modello prussiano. I due modelli si caratterizzavano per una diversa impostazione e per le scelte di reclutamento, ma avevano un punto in comune: la coscrizione obbligatoria.

Modello francese: prevedeva un esercito permanente piccolo e agile, ben armato e addestrato, composto da professionisti a lunga ferma, e in caso di guerra rinforzato da reclute senza alcuna preparazione ( e comunque in quantità trascurabile).  L’elemento che lo distingueva era la ferma lunga, dai cinque agli otto anni, a seconda degli eserciti e delle specialità; ed era richiesta sia ai volontari, sia alle reclute fornite dalla coscrizione obbligatoria. Era convinzione ben radicata che cinque o più anni fossero necessari per formare un vero soldato, cioè per estraniarlo dal suo ambiente di origine e abituarlo all’obbedienza passiva.

Naturalmente non era possibile arruolare per questo periodo tutti i giovani fisicamente idonei; infatti il contingente necessario al completamento dell’esercito era sorteggiato annualmente tra gli iscritti alle liste di leva. I non arruolati erano esentati da ogni obbligo militare, ma anche i sorteggiati che disponessero di mezzi finanziari potevano evitare l’arruolamento procurandosi un sostituto a pagamento, oppure versando una somma notevole  con cui l’esercito otteneva la ferma  di un soldato anziano.

Di conseguenza, l’onere del servizio militare ricadeva così sui contadini poveri, chiamati alle armi però in numero limitato: infatti la maggioranza dei soldati di questi eserciti era costituita da volontari e raffermati, cioè da soldati di mestiere provenienti dalle classi povere; la classe dirigente invece forniva gli ufficiali sempre su base volontaria.

Modello prussiano: si basava sulla ferma breve– due o tre anni- e sull’incorporamento di buona parte dei fisicamente idonei,senza possibilità di sostituzione a pagamento. In questo modo veniva affermato il principio del servizio militare come dovere di ogni cittadino, che poteva essere richiamato dalla riserva, anche dopo aver soddisfatto gli obblighi di leva; in caso di guerra infatti l’esercito si completava con i riservisti più giovani, mentre  il resto dei fisicamente idonei- che per ragioni di bilancio avevano fatto solo poche settimane di addestramento- costituivano reparti di Landwehr,  la milizia territoriale destinata originariamente alla difesa del paese, ma impiegata in pratica anche per operazioni belliche offensive.

Il modello che ebbe più presa fu quello francese, soprattutto negli Stati di formazione recente e scossi da continue tensioni sociali: questo perché” la ferma breve era considerata un rischio, non bastando a estraniare i soldati dal loro ambiente, visto che si prestava il servizio di leva nella città o regione d’origine. E anche perché il modello francese era forse meno adatto per una grande guerra, ma era decisamente più funzionale come strumento di controllo e repressione in Stati privi di consenso popolare o che si trovassero in grandi difficoltà nell’ottenerlo. “[2]

[1]Giorgio Rochat, Breve storia dell’esercito italiano dal 1861 al 1943, Torino, Einaudi, 1978

 

[2]Giorgio Rochat, Ibid.

 

In Italia: l’esercito unitario e la sua formazione

L’esercito unitario nacque in due tappe: nel 1859-60 con l’integrazione nell’esercito piemontese delle truppe delle regioni centro-settentrionali, nel1861-62 con l’estensione alle regioni meridionali.

La decisione più importante presa nel novembre del 1861 dal governo piemontese- sotto la decisa spinta dei militari- fu il netto rifiuto dell’incorporazione nell’esercito unitario di reparti già costituiti tratti dalle truppe garibaldine, nonostante molti fra soldati e ufficiali fossero elementi di sperimentato valore e rendimento. Con questa decisione- che fu esclusivamente politica- si volle scongiurare una possibile politicizzazione delle forze armate: il timore era che questo settore dell’esercito potesse venir influenzato dalla sinistra democratica, che stava mettendo in dubbio le modalità dell’unificazione politica e militare.  Qualunque  fosse il costo politico, l’esercito garibaldino doveva essere sciolto subito: Cavour con un decreto dell’11 novembre 1861 ne annunciò implicitamente la liquidazione, stabilendo che  “i garibaldini avrebbero potuto continuare a prestare servizio solo a titolo individuale, previa accettazione di una ferma di due anni per i soldati e il parere favorevole di una commissione per gli ufficiali.”[1]

Malgrado tumulti e proteste, lo scioglimento dei garibaldini fu portato a termine in tre mesi, con tanta decisione che furono mandate a casa anche le milizie create dalla borghesia meridionale per combattere il brigantaggio.

L’ampliamento dell’esercito unitario- reso necessario dalle nuove acquisizioni territoriali- fu così attuato con la creazione di 3 nuove divisioni nel gennaio 1861e di altre 3 un anno dopo, tutte formate sul modello piemontese- che seguiva il modello francese- con truppe, ufficiali e materiali tratti dalle unità preesistenti.

L’esercito arrivò a essere formato da 20 divisioni, le cui brigate vennero ad avere il nome di città a e regioni, ma molto raramente i soldati provenivano da quelle in cui i reparti erano stanziati o di cui portavano il nome: il reclutamento ormai era nazionale, e dunque i soldati provenivano da altre zone d’Italia.

Il trattamento riservato agli ufficiali garibaldini rivela la profondità dell’astio e dell’avversione dei generali piemontesi per questi “irregolari”, che venivano accusati di essere di fede democratica e  verso i quali era presente un forte risentimento per le  vittorie del 1860: su 7300 ufficiali dell’esercito  garibaldino meno di 2000 furono ammessi nell’esercito unitario nel marzo 1862. E ,visto che il nuovo esercito aveva ancora un bisogno estremo di ufficiali, ci si rende bene conto del fatto che il trattamento riservato agli ufficiali garibaldini fu in massima parte causato da motivazioni politiche, poiché per gli ex-ufficiali dell’esercito borbonico i criteri di ammissione furono ben più larghi. La commissione selezionatrice accolse infatti 2300 domande di ammissione su 3600 e il ministero diede subito approvazione alle nomine; l’onorevole trattamento che venne loro riservato impedì sicuramente che essi aderissero alla rivolta del brigantaggio.

Fallirono invece i tentativi di recuperare la massa dei soldati borbonici, perché l’esercito italiano non poteva rinunciare ad applicare la leva nelle province meridionali compresa la Sicilia, fino ad allora esclusa) per evidenti motivi di equità nazionale, anche se questo doveva spingere soldati anziani e reclute verso il brigantaggio.

 

[1]Giorgio Rochat, Ibid.

 

 

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