Dal Comune alla Signoria: un percorso di necessità e ideologie

Nell’approccio allo studio di un determinato fatto storico, sia questo generale oparticolare, ritengo assolutamente necessaria un’analisi che riesca ad illustrare, con quanta più attinenza al vero, le diverse dinamiche che hanno concorso all’esistenza del fatto storico stesso. Infatti, alla base di qualsiasi evento,  trasformazione o regressione, vi sono cause di natura diversa e dinamiche differenti ma al contempo concatenanti. Nulla può essere efficacemente spiegato facendo riferimento soltanto a una motivazione strettamente economica; così come non è oltremodo concepibile ostinarsi ad indagare esclusivamente fattori culturali o sociali per esporre fatti e cambiamenti di più ampia portata. Il giusto equilibrio, da un mio punto di vista, deve essere raggiunto rapportando tutte queste “vie di analisi” quanto mai eterogenee (economica, sociale, culturale, politica, ideologica), riuscendo magari a comprendere in quale misura siano di fatto collegate l’una con l’altra per poi infine giungere a risultati non tanto definitivi ma il più possibile vicini alla verità. Sento il dovere di fare questa premessa poiché spesso in alcuni metodi d’indagine storica o in un concetto della Storia molto approssimativo e grossolano, si tende a creare una gerarchizzazione delle varie vie d’indagine che ho sopra brevemente elencato. Troppe volte ci si concentra su aspetti meramente economici o sociali per comprendereun fenomeno in maniera esaustiva, declassando l’ultimo degli aspetti citati: il fattore ideologico. Sono consapevole del fatto che tutti i profondi cambiamenti sono ben spiegabili con cause di più immediato riscontro; ma sono tra l’altro fermamente convinto  che per qualsiasi evento storico si debba abbandonare, almeno in parte, il proprio punto di vista per calarsi in quello dei soggetti e protagonisti delle vicende che stiamo per analizzare. Se una crisi economica o l’ascesa sociale di un determinato ceto possono essere viste come cause più “dirette” e, come già detto, con effetti più “riscontrabili”, è opportuno tener presente un “filo rosso” continuo rappresentato dalle ideologie, dalle necessità e dai sentimenti di quel particolare periodo. Infatti non dobbiamo immaginare coloro che ci hanno preceduti nei secoli come figure cristallizzate e asettiche, alla stregua di meri reperti archeologici, da riesumare soltanto quando possono assurgere al ruolo di veri e propri esempi o, ancora meglio, da monito. E’ un dato di fatto che la mentalità di un uomo del XV-XVI secolo sia profondamente diversa da quella di un soggetto del XXI secolo[1], ma allo stesso tempo dobbiamo concepire i nostri antenati come protagonisti attivi, capaci di rispondere al proprio contingente “hic et nunc” e fautori, consapevoli o meno, dei cambiamenti succedutisi nel corso della Storia. Insomma, bisogna fare i conti anche con tutte quelle sfumature più significativamente umane e, aggiungerei, anche molto vicine a noi attenti lettori.

 

All’interno di queste trasformazioni dobbiamo includere anche il lento passaggio dalla società comunale a quell’istituzione politica che definiamo comunemente come signoria. Questo mutamento politico è infatti all’origine della formazione degli stati territoriali o regionali che nel corso del XV secolo si espandono sempre di più, ai danni del sistema politico delle “città stato” e dell’autorità comunale[2]. Viene a crearsi di conseguenza un rapporto di dipendenza e di progressiva sottomissione nei confronti della città cosiddetta dominante e del suo signore, seppur quest’ultimo non sia esente da concessioni e dal riconoscimento di privilegi opportunatamente rivendicati da alcuni centri. Un’unificazione del potere concentrato nelle mani di un signore, sempre più arbiter della vita politica cittadina, e al contempo un collegamento più fitto tra ciò che indicativamente potremmo definire come “centro” e “provincia”; tenendo in considerazione però le difficoltà appena citate riguardo tale faticoso processo di accentramento politico e amministrativo. Questi due fenomeni, ovvero l’instaurazione delle signorie e una consolidata coesione territoriale, saranno fondamentali poi per la nascita e il rafforzamento degli stati italiani: un vero e proprio “laboratorio politico” composto da repubbliche, ducati, marchesati e regni in continuo contrasto tra di loro[3]. Processo che è anche alla base dei vari conflitti che dilaniano la penisola italiana nel corso della prima metà del XV secolo, riuniti sotto la denominazione di “guerre di Lombardia” (1423-1454) e ai quali si riesce a porre non proprio una fine ma quantomeno un limite soltanto con la tanto agognata pace di Lodi del 1454. Una guerra continua per espandere il proprio dominio che si protrasse, in misura minore, anche nella seconda metà del ‘400 per poi riprendere vigore all’interno della discesa di Carlo VIII (1494) e delle guerre d’Italia (1494-1559). La volontà di imporre la propria egemonia è percepibile chiaramente, ad esempio, nell’opposizione a Venezia, sia nel corso del XV secolo sia durante la guerra della lega di Cambrai (1508-1516), la quale aveva allargato la propria influenza sulla Terraferma italiana, abbandonando in parte una vocazione totalmente marittima e rivolta verso l’Oriente[4]. Inoltre possiamo sottolineare come la venuta di Carlo VIII in Italia sia stata determinata anche dagli appelli di Ludovico Maria Sforza, duca di Milano, il quale aveva chiamato in causa il re francese sì per legittimare “de iure” il titolo ducale sia per cercare di contrastare la Serenissima e al contempo allargare l’influenza milanese nell’Italia centro-settentrionale. In questo breve saggio non ci concentreremo circa le cause economiche o sociali che hanno contribuito allo sviluppo di tali fenomeni, ma presteremo maggiore attenzione a motivazioni di carattere “ideologico”. Infatti mostreremo come le necessità del periodo preso in considerazione e il modellamento di una nuova mentalità, non solo di coloro i cui nomi sono scritti indelebilmente nelle pagine di Storia ma anche degli “umili” di manzoniana memoria, abbiano giocato parimenti un ruolo fondamentale. Innanzitutto è obbligatorio partire da una caratteristica connaturata alla stessa istituzione comunale: la faziosità. Nel corso dei secoli i contrasti cittadini avevano assunto le forme più svariate perché collegati a rivendicazioni di volta in volta differenti, le quali però molto spesso erano venute a sovrapporsi. Dagli schieramenti “transnazionali” coincidenti con la classica contrapposizione tra guelfi e ghibellini, gli scontri all’interno delle mura cittadine si riverberavano tra le famiglie più influenti per le lotte di potere e quindi in quella dicotomia tra “parte nobiliare” e “parte popolare” che si rispecchiava nelle cariche politiche. A prova di questa “scissione” è la creazione del “Capitano del popolo”, ovvero una carica “popolare” affiancata al podestà nella gestione del potere per un periodo limitato (solitamente sei mesi o un anno) e nata per controbilanciare l’autorità delle famiglie nobili. Tuttavia l’asprezza degli scontri comportò un’aristocratizzazione della società a tal punto che molti storici usano l’espressione di “nuovo feudalesimo” per indicare tutte quelle pratiche di concessione e infeudazione utilizzate dal signore per favorire la formazione di uno stato regionale. Secondo Vigueur “Il propagarsi degli odi di parte e delle lotte di fazione al di fuori della nobiltà è uno dei mezzi più sicuri per diagnosticare questa inversione del processo sociale che Jones definisce la “riscossa aristocratica” dell’Italia del Rinascimento[5], portando di fatto al consolidamento di un’unica classe dominante con ampi poteri (se non esclusivi) nei regimi repubblicani o affiancata al signore nelle varie signorie. In un contesto di assoluta incertezza e di profonda faziosità “ i Signori erano apparsi tosto come i salvatori della borghesia cittadina, la quale, costretta a rinunziare alla sua piena padronanza […] aveva cercato tuttavia di salvare quanto più le era stato possibile della sua pristina autorità[6]. I regimi autoritari avevano saputo arginare, a differenza del comune, gli effetti delle lotte di fazione visto che vi era “la necessità di un potere forte che tenesse sicure le strade, tutelasse la proprietà e aprisse, con le sue conquiste, più ampi sbocchi al commercio[7]. Il disordine e gli elementi di conflittualità non raggiungevano il proprio apice soltanto nei centri urbani, anzi erano strettamente in correlazione con contado e i territori circostanti, dove l’instabilità poteva essere addirittura maggiore. I contrasti interni si rivolgevano per forza anche all’esterno attraverso due fenomeni concatenati: il mercenarismo e il fuoriuscitismo. “[…]Lo sviluppo del mercenarismo e il moltiplicarsi dei conflitti armati ebbero per i contemporanei conseguenze ben altrimenti concrete e dolorose: saccheggi, brigantaggio, distruzione dei raccolti, devastazione dei villaggi[8]; a cui poi si aggiungevano tutti i problemi connessi ai fuoriusciti o esiliati politici. Questi ultimi infatti erano coloro che facevano parte della fazione sconfitta e che di conseguenza erano costretti a dirigersi nel contado o in altri centri, anche perché l’allontanamento era spesso accompagnato dalla confisca dei loro beni. Se in alcuni casi il fuoriuscitismo aveva accelerato un rapporto di interdipendenza tra molte delle città che diventeranno poi parte di un determinato stato regionale, nella maggior parte delle volte esso era causa di ulteriori disagi per la popolazione perché “alcuni signori approfittano delle turbolenze per ribellarsi o per riprendere antiche lotte coi signori dei dintorni o semplicemente per riportare alla luce vecchie abitudini signorili come furti di bestiame, saccheggi di ogni genere, violenze varie”.[9] Emblematici sono i casi, non gli unici, di capitani di ventura come Biondo Michelotti o Braccio da Montone, i quali una volta cacciati da Perugia per la disfatta della propria fazione di appartenenza cercano un modo per mantenere il proprio rango e per sopravvivere “dapprima conducendo operazioni di saccheggio nel contado di Perugia contro le proprietà della fazione rivale, poi cercando fortuna alla testa di una piccola compagnia di mercenari agli ordini di condottieri più esperti, prima di raccogliere essi stessi sotto il loro comando diverse truppe mercenarie e di finire col fare la guerra per proprio conto[10]. Faziosità, incertezza e fuoriuscitismo sono riassunti, per esempio, anche da una delle rivolte popolari più famose del Medioevo: il tumulto dei Ciompi a Firenze nel 1378.  Dopo l’elezione obbligata di Michele di Lando a gonfaloniere di giustizia, l’odio e la precarietà del governo causò la condanna a morte di diversi oppositori ma anche l’esilio di altre figure politiche come l’ambasciatore Tommaso Strozzi che “campò la vita col fuggirsi ed ebbe bando in perpetuo lui e i suoi discendenti”. Anche Benedetto degli Alberti “che era uno dei primi aderenti loro, fu confinato” nel 1387, così come il nuovo gonfaloniere Maso degli Albizzi nel 1393 “in vendetta di Piero suo zio, cacciò di Firenze quasi tutti gli Alberti, e rimase il governo in mano di uomini da bene e savi”.[11]Oramai, come scrive Chabod, “all’ardore della lotta subentrava l’amor della quiete e del tranquillo lavoro” poiché “ la moltitudine era molto stanca; chiedeva ora la sicurezza, nel contado e lungo le vie, dei beni e delle persone[12]. La capacità da parte del comune cittadino di inviare degli ufficiali giurisdizionali con un adeguato supporto militare a controllare il contado sembrava sempre più compromessa, contemporaneamente all’aumento dell’instabilità e dell’impossibilità di reprimere il caos e le insubordinazioni. Ed è anche per questa difficoltà del comune di rappresentarsi capillarmente che si rafforza la figura del signore e quindi il profilo di una guida unica e forte. Un esempio di signore spesso interpellato dalle comunità, molto presente nella vita cittadina e molte volte ricordato come un vero “protettore del popolo” fu Federico da Montefeltro. Diverse sono le testimonianze che attestano delegazioni di abitanti i quali si recavano presso il signore e poi duca di Urbino per esporre le proprie questioni, dalle più intricate alle più semplici. In alcuni casi egli venne chiamato in causa in dispute che videro contrapposti laici a membri del clero per dare una sentenza definitiva. I cittadini si rivolsero a lui per richiedere un prete che sia loro gradito e “in un caso vanno addirittura a cercarsi da soli un sacerdote perché il loro rettore ha rinunziato e chiedono a Federico di approvarlo”.[13]Egli basò la coesione dei propri possedimenti e quindi dei suoi abitanti non solo sull’autorità politica ma soprattutto su quella militare. Le sue condotte a servizio dei diversi stati italiani rappresentarono degli introiti importanti per le finanze del proprio stato. Oltre alla ricchezza, la sicurezza e la protezione emanata dalla sua figura erano ben percepite dalla popolazione mentre il fratellastro Oddantonio, che lo precedette nel governo della città, venne assassinato in una congiura nel 1444 perché, non essendo di indole guerriera, aveva cercato di sopperire agli introiti bellici con l’aumento delle imposte, creando così una situazione economica gravemente dissestata. Anche Guidubaldo II della Rovere (1514-1564), duca di Urbino (1538-1574), cercò di riproporre le misure di Oddantonio andando nuovamente incontro alla sollevazione popolare. Alcuni dei processati affermarono che “avevamo bisogno di un principe che avesse bisogno delle persone, non delle ricchezze” oppure “il Duca (Guidobaldo II) non stava più con noi, come soleva fare Federico[14], sebbene dalla morte di Federico fosse trascorso più di mezzo secolo.

LAMPONI ROBERTO

Note e bibliografia:

[1] Emblematiche a questo proposito sono le considerazioni di Lucien Febvre in “Il problema dell’incredulità nel XVI secolo. La religione di Rabelais”, Einaudi,Torino,1997. François Rabelais (1494-1553) fu uno scrittore e umanista francese famoso per il suo atteggiamento dissacratorio, parodico e satirico anche nei confronti della religione a tal punto che molti lo hanno identificato come uno dei precursori dell’ateismo. Febvre mostra come la religione sia al centro dell’esperienza nel XVI secolo e che di fatto si tratta di un comportamento antidogmatico che non preclude una sincera fede in Dio. L’ateismo, come lo concepiamo noi contemporanei, non è possibile nel XVI secolo. Cfr. anche R.Bizzocchi, “Guida allo studio della storia moderna”,Laterza,Roma,2002.

[2] Cfr. G.Chittolini, Città, comunità e feudi nell’Italia centro-settentrionale (XIV-XVI secolo), Unicopli, Milano,1996.

G.Chittolini, La formazione dello stato regionale e le istituzioni del contado: secoli XIV-XV, Torino, Einaudi, 1979.

[3] Cfr. per una panoramica generale della penisola italiana G. Chittolini, “La crisi degli ordinamenti comunali e le origini dello Stato del Rinascimento”, Bologna, il Mulino, 1979. Per il ducato di Milano v. “Ducato di Milano” vol.1 (1395-1535) con un saggio di G.Chittolini, F.M. Ricci, Milano,2000 e A.Cellerino – A.Ceresatto – M. Fossati, “Comuni e signorie nell’Italia settentrionale: la Lombardia” in G.Galasso “Storia d’Italia” (a cura di), UTET, Torino, 1998.

[4] Vedi G.Cracco, Venezia nel Medioevo: dal secolo XI al secolo XIV: un altro mondo,UTET, Torino, 1986 e G.Cozzi – M.Knapton “Dalla guerra di Chioggia al 1517” in “La Repubblica di Venezia nell’età moderna”, Torino,UTET,1986.

[5] Jean- Claude Maire Vigueur, Comuni e signorie in Umbria, Marche e Lazio, Torino, UTET, 1987, pag.183.

[6] F.Chabod “La genesi del Principe e l’esperienza delle cose d’Italia” in G.Chittolini, “La crisi degli ordinamenti comunali…, Op. cit., p.328.

[7] Ivi, p.329.

[8] Jean-Claude Maire Vigueur, op.cit, p.199.

[9] Ivi, p.203.

[10] Ivi, p.197.

[11] F.Guicciardini, Storie fiorentine, Milano, BUR Rizzoli, 1998, p. 78-79.

[12] F.Chabod, La crisi…,op.cit., p.335.

[13] G.C.Baiardi,G.Chittolini,P.Floriani (a cura di), Federico di Montefeltro: lo stato, Roma, Bulzoni Editore,1986,p.165.

[14] Ivi, p.55.

 

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