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Luca Osteria (1905-1988), alias “Ugo” nell’organigramma O.V.R.A., alias “Raiola” in quello clandestino del Partito Comunista d’Italia, alias “prof. o dott. Ugo Modesti” in quello della polizia della Repubblica Sociale Italiana e come contatto del CLNAI al suo interno.

“Ugo”, la spia fascista che giocò Togliatti, Nenni e Churchill

“Bocchini soleva dire che Mussolini dall’idea della piovra, togliendo la p, aveva creato il nome OVRA, sulla cui interpretazione tanto si è sbizzarrito il popolo italiano, che dal nome stesso traeva un senso di incubo, come era nel desiderio di Mussolini” (testimonianza nel dopoguerra, davanti all’Alto Commissariato per l’Epurazione, di Guido Leto, capo PolPol dal 1938 alla fine del regime fascista, riportata da Mauro Canali in “Le spie del regime”, Il Mulino, Bologna, 2004, p. 303).

La sigla O.V.R.A. rivela nella sua stessa incerta interpretazione (che non risulta mai ufficialmente precisata in alcun atto amministrativo) il desiderio del regime fascista di circondare il braccio operativo all’estero della PolPol (la Polizia Politica istituita nell’ambito del Ministero degli Interni nel 1926) di un’aura di mistero che ne moltiplicasse psicologicamente la reputazione di efficienza operativa nell’ombra a spese delle organizzazioni partitiche antifasciste che, con percorso inverso a quello seguito dai fiduciari OVRA (termine burocratico con cui ne erano definiti gli agenti), tentavano dall’estero di tener viva la loro organizzazione clandestina in Italia (ed il risultato fu raggiunto a tal punto che, negli anni ’30, l’OVRA era attentamente studiata, come modello di efficienza, dalle analoghe branche dedicate alla lotta antisovversiva nell’ambito delle polizie di altri paesi europei, in primis la Francia, la cui democraticità non impediva di cercare comunque coi servizi informativi fascisti un terreno di collaborazione nella lotta a quelle aree della sinistra, anarchici principalmente, ma anche comunisti, che si collocavano fuori dai valori della democrazia parlamentare in virtù di una spinta cospirativa che, vuoi per la propensione anarchica all’organizzazione di attentati, vuoi per la dipendenza comunista da una grande potenza straniera,  era percepita come minacciosa anche per le istituzioni di paesi tutt’altro che fascisti). Il dilemma sull’esatta interpretazione della sigla OVRA, e sulle implicazioni sottese al seguire l’una o l’altra delle ipotesi interpretative, si sarebbe trascinato, senza soluzione, fino al dopoguerra, quando, deponendo davanti all’ Alto Commissariato per l’Epurazione dall’amministrazione statale dei funzionari compromessi col fascismo, gli uomini della PolPol avrebbero cercato di accreditare la versione “Organizzazione Vigilanza Reati Antistatali” rispetto ad “Opera Volontaria Repressione Antifascismo”, la neutrale ed asettica oggettività della prima ben prestandosi al loro gioco (spesso riuscito), funzionale al salvataggio di carriere e pensioni, diretto ad accreditarsi come non ideologizzati servitori dello Stato piuttosto che “volontarie” pedine della lotta all’antifascismo. Al di là degli interessi personali che supportavano detta strategia, va detto che in effetti i superpoliziotti del regime, Arturo Bocchini e Carmine Senise, cercarono sempre di ridurre al minimo l’arruolamento di elementi fortemente ideologizzati, privilegiando la fredda efficienza e la motivazione carrieristica rispetto a quella politica, e trattando col malcelato disprezzo del professionista nei confronti del dilettante i servizi informativi concorrenti che, tanto il Partito Nazionale Fascista quanto la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, a loro volta istituirono, nel loro caso ricorrendo principalmente a personale ideologicamente motivato. La storia di Luca Osteria, che ci si accinge a raccontare, rivela appunto, nella capacità di muoversi sui più svariati fronti della lotta all’antifascismo (e non solo), i livelli di efficienza attingibili da un tipico prodotto della premiata fabbrica di spie ideologicamente asettiche voluta da Arturo Bocchini, capace di camuffarsi a tal punto nel manto del diligente servitore dello Stato da riuscire, malgrado i notevoli danni inflitti agli esponenti dell’antifascismo (lunghe carcerazioni, quando non, in qualche caso, esiti mortali, anche se, a onor del vero, Osteria non fu mai un sicario, ma solo un infiltrato il cui scopo era l’arresto di soggetti ostili al regime),  a riciclarsi perfino nelle file dell’antifascismo e da concludere la propria lunga vita, nel 1988, ancora nella veste di rispettabile pensionato del Ministero degli Interni in forza dei servizi resi allo Stato italiano (o fatti passare come tali).

“R A I O L A”,  L’U O M O  DI  “E R C O L I”  A  B E R L I N O

Marzo 1929. A Parigi, il Café Figaro, presso la Gare de Lyon, è il luogo del rendez-vous tra Palmiro Togliatti (“Ercoli”) ed il suo uomo di fiducia, Luca Osteria (“Raiola”, nell’organizzazione clandestina comunista), tanto di fiducia da esserne stato l’inviato personale alla riunione del fior fiore del comunismo europeo tenutasi nei giorni precedenti a Berlino, in cui la spia fascista “Ugo” (sempre Luca Osteria, dal dicembre ’27 in forza alla zona OVRA I, responsabile del controspionaggio nell’area di Genova e Milano) aveva avuto l’onore di sedere fianco a fianco e di interloquire da pari a pari coi bei nomi, attuali o futuri, del comunismo internazionale (Jules Humbert-Drosz, Henri Barbusse, Bela Kun, Ernst Thalmann, Ernst Fischer, Josip Broz, Ignazio Silone, tra l’altro quest’ultimo anch’egli forse, sia pure con motivazioni ideologicamente e psicologicamente molto complesse, con un passato da informatore fascista, fin dal 1919, da cui stava faticosamente uscendo, a dar fede alla ricostruzione di Dario Biocca e Mauro Canali, “L’informatore: Silone, i comunisti e la polizia”, Milano-Trento, Luni Editrice, 2000). Ma come era potuto succedere che una spia fascista fosse riuscita ad acquisire la fiducia del pur esperto Togliatti al punto da esser prescelta come suo rappresentante, tra l’altro in una fase delicata in cui, nei consessi del comunismo internazionale, c’era da far valere la causa del comunismo “centrista”, conforme alle nuove direttive del Comintern, rispetto alla “sinistra” bordighiana, ormai in odore di scomunica per eresia? E come era potuto succedere che “Ercoli”, al termine del colloquio in cui “Raiola” gli aveva riferito gli esiti del dibattito berlinese, gli avesse affidato un plico contenente le istruzioni, firmate di proprio pugno, per la cellula di comunisti marittimi genovesi di cui “il compagno Raiola” gli diceva essere esponente? E, prima di tutto, chi era davvero Luca Osteria, prima di esser “Ugo” o “Raiola”?

Che fosse ideologicamente un fascista è difficile affermarlo, visto che dalla sua vicenda giovanile non traspare alcuna adesione al movimento mussoliniano. Nato a Genova nel 1905 da modesta e numerosa famiglia meridionale, col padre morto nella Grande Guerra, Osteria ha ben altro da fare che occuparsi di politica. Sbarca il lunario con saltuari impieghi come operaio o marittimo fino al 1926, anno in cui, richiamato per il servizio di leva, grazie allo status di orfano di guerra entra in un corso per sottufficiali di Marina tenuto ad Anzio, nel corso del quale è notato da Costanzo Ciano (allora titolare del Ministero delle Comunicazioni, non estraneo ad attività di controspionaggio), che ne intuisce le potenzialità di poliziotto e, dopo un breve periodo come proprio attendente, lo inserisce nei quadri dei servizi informativi governativi. Distaccato presso la questura di Genova, già nel dicembre ’27, come si è visto, risulta in organico all’OVRA, ed è a Genova che la sua esperienza di marittimo risulta determinante per farne il perno dell’“operazione Osteria“, diretta ad adescare l’organizzazione clandestina comunista con la prospettiva di aprire un “centro” italiano a Genova agganciando una  cellula genovese di portuali comunisti. Il gancio inconsapevole è Pietro Colotto, vecchio amico di Osteria quando anche lui lavorava come marittimo sulla rotta Genova-Marsiglia, ma ormai militante clandestino organico alla cellula comunista marsigliese, da cui Osteria si lascia arruolare. Sfruttando la conoscenza dell’ambiente dei marittimi ed  il suo lavoro di copertura come mozzo sulla nave Cesare, facente la spola tra Genova e Marsiglia, Osteria riesce in quello che non era riuscito anni prima al fascistissimo Amerigo Dumini, ossia guadagnarsi la fiducia della cellula marsigliese, che gli affida incarichi di corriere per i compagni dormienti in Italia, attività grazie alla quale viene a conoscenza di due cellule interne, una a Savona, l’altra a Torino, della cui esistenza ovviamente informa i suoi superiori della questura genovese (anche se, per il momento, per non bruciare Osteria, non sono operati arresti). Il salto di qualità avviene quando Osteria conosce Gino Giovetti (“Mario”), dirigente della cellula comunista parigina ed incaricato dalla direzione comunista di aprire, anche grazie ai buoni uffici di Osteria, una cellula “centrista” a Genova che contrasti l’influenza locale dei “bordighiani” (tra parentesi, è in questa fase, grazie a Giovetti, che Osteria è introdotto nella fiducia di Togliatti). Il “compagno Raiola” dimostra già nell’occasione un’ulteriore attitudine al doppiogioco, non disdegnando i contatti coi bordighiani (la cui referente a Genova, Piera Pent, in seguito tra gli arrestati grazie alle rivelazioni di Osteria, finirà, provata dal carcere, per diventare, rimessa in libertà, informatrice della PolPol, seguendo un’amara trafila comune a tanti esponenti dell’antifascismo clandestino in Italia), in funzione disgregatrice di quel comunismo clandestino interno che invece il centro estero parigino voleva che l’attivismo di Osteria rafforzasse. Il 17 agosto 1929 lo stesso Giovetti si reca a Genova per mettere ordine nella situazione locale, ma è arrestato, forse con troppa precipitazione, dalla polizia fascista, che così spreca l’opportunità di prendere nella rete qualche pesce ancora più grosso, come invece accadrà negli anni successivi, quando la tecnica messa a punto con l'”operazione Osteria” (attirare in Italia alti dirigenti del fuoruscitismo comunista con l’esca di cellule interne in realtà infiltrate dalla polizia fascista) verrà messa in atto con maggior freddezza, portando agli arresti eccellenti di personaggi del calibro di Pietro Secchia, Giorgio Amendola o Gian Carlo Pajetta. All’arresto di Giovetti fanno seguito quelli di 40 attivisti tra Genova e Savona, ma, sul breve, si riesce a salvare la copertura di Osteria sfruttando una tecnica di depistaggio che, nell’occasione, vede ancora l’ “operazione Osteria” fare da esperimento pilota, ma che poi diventerà usuale nelle tattiche della PolPol: a Giovetti sono mostrati falsi telegrammi dalla Francia e dalla Svizzera per far credere che la delazione sia partita da comunisti fuorusciti, tra l’altro un espediente che in futuro sarà, insieme alla durezza dell’esperienza carceraria, largamente utilizzato per minare la fiducia degli arrestati nella permeabilità delle centrali comuniste estere (in realtà, a differenza di quelle interne, di rado realmente penetrate dall’OVRA, se non con operazioni partenti dall’arruolamento di attivisti beccati durante uno dei loro rientri in Italia) e così incentivarne il cedimento alle lusinghe della rimessa in libertà in funzione di un ritorno, in funzione delatrice, nell’organizzazione comunista all’estero, alla quale era tenuto segreto l’arresto, quando, durando pochi giorni prima del cedimento dell’arrestato, era tale da non inficiarne la credibilità una volta tornato tra i compagni all’estero. Il delatore che, tornato all’estero, si “dimenticasse” dell’avvenuto arruolamento, era tenuto al gancio grazie alla spada di Damocle di “soffiate” da parte di altri infiltrati nell’organizzazione che avrebbero insospettito l’organizzazione comunista al punto da far prendere provvedimenti in merito, anche letali. In pratica si faceva capire all’arruolato che l’unica maniera per restare vivo, tra la macchina di violenza offensiva fascista e quella di violenza difensiva interna comunista, era continuare nella delazione.

Ma lasciamo la PolPol al suo lavoro e torniamo al nostro “Ugo”, che riesce ancora a sviare i sospetti, tanto che, in un nuovo incontro del 18 settembre 1929 a Parigi, Togliatti affida proprio a lui l’incarico di far luce, tornando a Genova, sui motivi della retata ligure. Ma al successivo ritorno in Francia, l’11 ottobre a Marsiglia, Osteria si rende conto che l’aria è diventata davvero pesante (lui non lo sa, ma, nel frattempo, Giovetti è riuscito a far arrivare dal carcere genovese una lettera denunciante sibillinamente l’avvenuta denuncia di “tutti” i contatti di Osteria, tranne appunto l’Osteria stesso), per cui, considerando ormai bruciata la sua copertura nell’organizzazione comunista, sceglie saggiamente di ritenere terminata la sua missione di infiltrazione in essa e di rientrare rapidamente in Italia. La storia (questa parte almeno, ché si vedrà presto Ugo tornare bravamente alla ribalta in altri contesti) terminò con la pubblicazione, sul numero 1 de L’Unità del gennaio 1930, di una foto di Osteria accompagnata da didascalia in cui lo si denunciava come truffatore e spia. Il marinaio Ugo avrebbe comunque fatto proficuamente rotta verso altri lidi. Nella fattispecie Sidney, porto che raggiunge nel marzo del ’30, impiegato come marittimo sulla nave Moncalieri (il cui capitano era informato della reale natura di spia dell’Osteria), per fare amicizia con Andrea Pagnotti, gestore di un bar in quel porto, ma anche fuoruscito anarchico sospettato dalla polizia fascista di esser implicato nell’organizzazione di un attentato contro Mussolini. Anche in quest’occasione l’operazione è coronata da successo, quando l’ingenuo Pagnotti, il 20 marzo, è attratto con un tranello a bordo della Moncalieri (l’amico Luca voleva fargli provare un toscano speciale che aveva nel suo bagaglio a bordo della nave) per trovarvi, invece del sigaro promessogli, una cella in cui sarebbe rimasto impacchettato fino alla sua consegna alla polizia fascista all’arrivo della nave a Messina qualche settimana dopo.

I L  T U R N O  D E I  S O C I A L I S T I

La vicenda dell’infiltrazione di Osteria nelle file dell’organizzazione clandestina comunista dimostra l’infondatezza del mito resistenziale dell’impermeabilità comunista alla penetrazione di agenti fascisti, anche attraverso l’arruolamento, come delatori, di attivisti comunisti, sia pure “comprati” con espedienti ingannatori e ricattatori. Detto per inciso, riconoscere l’efficienza della polizia fascista e la sua sostanziale vittoria sul tentativo comunista di creare centrali clandestine in Italia (a metà anni ’30 quasi non vi è più alcun contatto tra i leaders all’estero ed i pochi attivisti clandestini ancora a piede libero in Italia) non sminuisce il valore della lotta antifascista clandestina, anzi fa sì che “ne escano ingigantiti i meriti di chi andò consapevolmente incontro alla caduta certa e al martirio del carcere” (Mauro Canali, op. cit., p.452), e poco toglie al coraggio di questi uomini il fatto che alcuni di essi, di fronte alla durezza del carcere, abbiano accettato di venire a patti col carceriere, trattandosi di situazioni che solo il facile moralismo d’accatto di chi non le vive in prima persona può condannare senza se e senza ma. Ad ulteriore riprova della difficoltà comunista nel venire a capo dell’infiltrazione della sua organizzazione da parte della polizia fascista, le liste di proscrizione rese note in varie occasioni dal partito, per denunciare i militanti passati all’altra sponda, in base al confronto fatto ex post con gli archivi PolPol acquisiti nel dopoguerra dall’Alto Commissariato per l’Epurazione, risultano centrare il bersaglio solo per una sessantina delle 504 presunte spie denunciate (Mauro Canali, op. cit. p. 470), negli altri casi trattandosi solo di militanti che, scoraggiati, avevano abbandonato qualsiasi attività clandestina, oppure erano passati ad altre formazioni antifasciste, per cui l’attività difensiva del PCI fu più efficace nel provocare diffidenza tra i vari movimenti antifascisti, o nell’aggravare drammi esistenziali di ex militanti, che non nel controbattere realmente quella della polizia fascista.

La successiva “seconda operazione Osteria”, ossia la sua infiltrazione nel 1931 nella cellula socialista marsigliese, con tecniche e finalità analoghe a quelle operate nei confronti di quella comunista (aggancio proponendosi come esponente di fantomatiche cellule interne in cerca di guida), dimostra la capacità della polizia fascista di approfittare delle spaccature interne del movimento antifascista (il X Plenum del Comintern, decidendo la rottura dei rapporti tra comunisti e socialisti, accusati di “socialfascismo”, tronca anche qualsiasi scambio di informazioni tra i due movimenti, così che, nella fattispecie, i socialisti nulla sanno del fatto che Osteria è già stato smascherato, sia pur tardivamente, dai comunisti). Stavolta il gancio incolpevole è Filippo Amedeo, segretario politico della federazione socialista delle Bocche del Rodano, ma qui “Ugo” si trova parte del lavoro già fatto da un paio di apripista, a dimostrazione della maggior debolezza, rispetto alle infiltrazioni, dell’organizzazione socialista rispetto a quella comunista. Infatti, Amedeo è già  marcato stretto da due infiltrati, Mario Sorcinelli, addirittura segretario amministrativo di quella federazione socialista, e Alberto Fistermacher, scultore e sedicente simpatizzante socialista, utilizzato come corriere di materiale propagandistico diretto ai socialisti di Torino e Genova (in realtà squallido opportunista, tanto che nel ’44, nella Roma appena liberata, arriverà ad offrirsi ai servizi alleati come delatore a danno dei collaborazionisti dei nazisti). Sfruttando i contatti ormai acquisiti da Fistermacher a Parigi e Marsiglia, Osteria, nel corso del 1930, comincia ad inviare a Marsiglia emissari di un inesistente comitato di portuali genovesi in cerca di contatti con la dirigenza socialista, uno dei quali riesce addirittura a farsi ricevere in una riunione nella casa parigina di Buozzi, presenti Nenni, Saragat, Turati e Treves, ricevendone elogi ed incoraggiamenti. Presto torna in scena in Francia lo stesso Osteria, acquisendo in prima persona la fiducia degli esuli, tanto da esser inviato a partecipare, in rappresentanza del solito fantomatico comitato di portuali genovesi, al congresso sindacale dell’Internazionale dei Trasporti tenutosi a Praga dall’8 al 12 agosto 1932, ulteriore “medaglia”, dopo il congresso berlinese del 1929, nella carriera di “Ugo” come finto antifascista. Medaglia ben più gradita dalla dirigenza della polizia fascista, che muoveva i fili dell’operazione, era stato, il 31 agosto 1931, l’arresto a Torino di Giuseppe Romita (importante dirigente socialista e futuro ministro della Repubblica), rientratovi dalla Francia per prendere contatto col gruppo socialista torinese, anch’esso falcidiato dagli arresti (anche se, in questo ramo torinese dell’operazione, il ruolo di Fistermacher era stato preponderante rispetto a quello di Osteria).

Il ramo genovese dell’operazione Osteria non porta gli stessi risultati di quello torinese solo perché la farsa del comitato dei portuali è troncata, prima che possa produrre i suoi migliori frutti polizieschi, dall’accordo, a fine 1932,  tra Giustizia e Libertà e Partito Socialista Italiano, che prevede, a livello di ogni cellula di territorio (quindi incluse quelle genovesi), uno scambio di nominativi. Ovviamente Osteria fornisce i nomi di tre fiduciari della questura genovese, ma i dubbi espressi da Marcello Cirenei, militante GL, dopo un abboccamento, circa l’attendibilità dei tre, ed ancor più l’arresto, di lì a breve, dello stesso Cirenei e di altri due militanti GL, insospettiscono il servizio informativo di GL che, evidentemente più accorto di quello socialista, invita i compagni a procedere ad un’accurata indagine interna, che porta ad un incontro a Marsiglia, nel settembre ’33, tra Pallante Rugginenti, emissario della direzione socialista parigina, e Oreste Tarditi, portuale genovese, ma in realtà informatore fascista, accompagnato da tal Crovetto, spacciato come “Paolo”, leader del fantomatico comitato dei portuali (la questura genovese, timorosa che le cose possano prendere una brutta piega, non rischia il prezioso Osteria, preferendo inviare due agenti di minor livello). I due sembrano riuscire a convincere Rugginenti, e per qualche mese continua l’invio di materiale dai socialisti marsigliesi ai compagni genovesi (di fatto alla questura di Genova), ma a fine ’33 è la stessa questura genovese che tronca l’operazione, e, ritenendo ormai probabile uno smascheramento dei propri agenti in Francia, li richiama in Italia. Lo stesso Osteria non metterà mai più piede in Francia, preferendo negli anni successivi servirsi prudenzialmente della moglie, anch’ella efficiente agente OVRA, per eventuali missioni di collegamento oltralpe. Ma il lavoro non gli mancherà di certo, specie quando, dopo aver messo nel sacco comunisti e socialisti, si dovrà aprire un terzo fronte, di nome e di fatto.

I L   “T E R Z O   F R O N T E”

L’ingenuo Filippo Amedeo ha in sorte, nel 1939, ancora una volta il ruolo di primo aggancio utilizzato da “Ugo” per mettere in atto una nuova operazione di camuffamento antifascista, stavolta a spese niente meno che degli efficientissimi servizi segreti inglesi. Agganciato da un emissario di Osteria, che gli fa credere di voler costituire, con l’aiuto dei servizi inglesi, un’organizzazione clandestina diretta a compiere sabotaggi in Italia, Amedeo lo indirizza a Piero Pellegrini, direttore del giornale del fuoruscitismo in Svizzera “Libera stampa”, uomo in contatto coi servizi inglesi. In realtà di altro non si trattava che dell’ “operazione Terzo Fronte”, un’idea di Osteria, prontamente approvata da Guido Leto, capo della DAGR (Direzione Affari Generali e Riservati, branca del Ministero degli Interni che coordinava PolPol e OVRA), di dar vita ad una cellula di sabotatori antifascisti fantomatica quanto l’antico comitato di portuali genovesi, ma abbastanza credibile da intercettare gli aiuti dei servizi britannici e, cosa  ancor più importante, dal dissuaderli dal creare un’analoga, ma stavolta vera, organizzazione, inducendoli ad accontentarsi di quella preconfezionata ad essi ammannita dai servizi militari italiani. I “Tigrotti” (nome scelto dai falsi sabotatori per autodesignarsi) acquisiscono credibilità agli occhi degli Inglesi sia inviando informazioni (ovviamente addomesticate, mischiando frammenti veritieri a corposi depistaggi), sia attribuendo a proprio merito qualsiasi incidente avvenuto casualmente negli impianti industriali italiani o nelle vie di comunicazione ferroviarie (si trattava semplicemente, avuta notizia dell’incidente, di precipitarsi sul posto per collocarvi schegge di bombe o tracce di fosforo, in modo da accreditare presso i servizi inglesi la tesi della non casualità dell’incidente). La cosa riesce talmente bene che gli Inglesi rinunciano a creare altre organizzazioni parallele, con veri antifascisti, ed anzi, nel ’43, avvicinandosi il momento dello sbarco in Sicilia, ne comunicano la data con un mese di anticipo ai “Tigrotti” (e quindi, inconsapevolmente, a Mussolini, anche se il saperlo in anticipo  poco giova alla causa di un’Italia militarmente e moralmente ormai a pezzi, ma questa è altra storia che nulla toglie al valore dell’impresa spionistica di Osteria, sicuramente più efficiente dei colleghi tedeschi nell’individuare data e luogo dello sbarco in Normandia). Addirittura, nelle settimane precedenti lo sbarco, gli Inglesi inviano due sommergibili, sulle coste liguri e pugliesi, per rifornire i “Tigrotti” di materiale di sabotaggio d’avanguardia per danneggiare la linea ferroviaria Salerno-Reggio Calabria, bloccando l’afflusso di rinforzi dell’Asse in Sicilia (ed anche in questo caso gli incidenti che puntualmente vi si verificano, a causa del caos in cui ormai versa l’intero sistema operativo italiano, son fatti abilmente passare per atti di sabotaggio messi in atto dagli uomini di Osteria). Il crollo del fascismo e l’8 settembre vanificano i pur notevoli risultati ottenuti da Osteria nell’attività di controspionaggio, ma non ne interrompono l’attività, che anzi, proprio nell’atmosfera del biennio di Salò, dominata dall’incertezza e dall’intrigo, attingerà i massimi vertici di virtuosismo equilibristico tra le varie parti in causa (per i dettagli sulla vicenda dei “Tigrotti”, si rinvia a Franco Fucci, Le polizie di Mussolini, la repressione dell’antifascismo nel Ventennio, Ugo Mursia Editore, Milano, ed. 2001).

IL “DOTT. UGO MODESTI” TRA NAZISTI, ALLEATI E PARTIGIANI. L’AMBIGUO RAPPORTO COL “COMANDANTE MAURIZIO”

La divisione dell’Italia dopo l’8 settembre vede Osteria aderire alla Repubblica di Salò, chiamato dal solito Guido Leto, di nuovo alla guida della ricostituita polizia politica fascista, ad organizzare un nucleo di polizia italiana al servizio dell’occupante nazista. Sarà la “squadra Ugo”, che Osteria organizza reclutando suoi precedenti collaboratori nel gruppo dei “Tigrotti”. La squadra si guadagna rapidamente la fiducia del comando interregionale SD competente per il nordovest italiano, insediato a Milano, in quello che presto diventerà il famigerato Hotel Regina, ed affidato a Walther Rauff, col cui vice, il tenente Theodor Saevecke, Osteria instaura un rapporto di amicizia foriero di importanti sviluppi quando deciderà di passare, dal febbraio ’44, al doppio gioco tra nazisti e partigiani (triplo gioco, visto che intanto riprende l’attività di finto sabotaggio in “collaborazione” coi servizi inglesi, ancora convinti della lealtà dei “Tigrotti”). Ciò che contraddistingue la “squadra Ugo”, rispetto ad altre formazioni fasciste fiancheggianti l’occupante nazista (si pensi, ad esempio, alla Banda Carità, alla Banda Koch o alla Legione Muti) è l’assenza, nel modus operandi, della carica ideologica e della violenza gratuita tipiche degli altri gruppi antipartigiani fascisti, nonché della propensione dei loro membri alla corruzione ed alla rapine a fini di mero arricchimento personale. Onestà personale e fredda efficienza continuano ad essere i requisiti che  Osteria chiede ai suoi uomini, e che valgono all’affidabilità del suo gruppo, da parte della polizia nazista, ben maggiore stima di quella riservata agli altri nuclei polizieschi antifascisti, utilizzati dai Tedeschi ma sostanzialmente disprezzati.

È in questo quadro che si colloca la “conversione” di Osteria alla collaborazione coi movimenti antifascisti operanti in Alta Italia, forse all’inizio con intenti ancora di infiltrazione doppiogiochista (l’idea, stando alle sue deposizioni nel dopoguerra, gli era stata proposta dalle SS fin dal settembre ’43), ma poi, a partire dalla primavera del ’44, in funzione di sostanziale fiancheggiamento del CLNAI, in cui sono coinvolti anche il suo superiore, Guido Leto, e l’amico Saevecke. Fiutare l’ormai irreversibile direzione presa dal vento della storia, e mettersi in grado di garantirsi un’uscita di sicurezza al momento del crollo del nazifascismo, è la verosimile molla della nuova linea operativa, anche se nel dopoguerra Osteria tenterà di avvalorare la tesi di una crisi di coscienza di fronte al crollo dello Stato italiano ed alla necessità di cui lui, da leale servitore, si era presto reso conto, di ricostituirlo con forze politiche nuove. Il suo interlocutore nell’ambito del CLNAI è il “comandante Maurizio”, Ferruccio Parri, che nel dopoguerra testimonierà (testimonianza citata da M. Canali, op. cit., p. 490) che Leto era “a giorno del fatto che ‘Ugo’, già funzionario degli Interni, e messo a disposizione della polizia tedesca dalla primavera del ’44, si era messo a contatto col movimento della Resistenza, e particolarmente con me, e che egli ‘Ugo’, con una squadra di dodici agenti alle sue dipendenze, operò attivamente in nostro favore, evitando o limitando arresti, organizzando liberazioni ed assistendo gli arrestati” (detto per inciso, in tutta quest’attività collaborativa mai il CLNAI si rende conto che il “dott. Ugo Modesti”, nome con cui Osteria è conosciuto dal movimento resistenziale ed apprezzato come contatto nella polizia fascista, altri che non è che l’antico tessitore delle trame doppiogiochiste a spese di comunisti e socialisti nel periodo 1929-33). L’arresto di Parri, avvenuto il 2 febbraio 1945, malgrado la protezione di Osteria nel lungo periodo di precedente latitanza, non interrompe la collaborazione tra i due, che anzi riceve un ulteriore impulso. Mentre la sede della squadra “Ugo” continua ad essere, sotto il naso dei Tedeschi (alcuni dei quali, come Saevecke, in realtà conniventi), un viavai di parenti di arrestati che si raccomandano per la liberazione dei loro congiunti (anche con finte fuhe, organizzate da Osteria e Saevecke e finalizzate all’espatrio in Svizzera, come nei casi, tra i più clamorosi, di Indro Montanelli e della moglie di Parri, mentre un analogo tentativo in favore dello stesso Parri fallirà per l’intempestivo, e non coordinato, tentativo di liberazione da parte di Edgardo Sogno), la cella in cui è rinchiuso Parri diventa una centrale operativa del CLNAI, dove Parri legge i rapporti trafugati da Osteria dal comando SS, e da dove continuano a partire le sue direttive per i compagni in libertà, al punto che, in cambio della sua collaborazione, dal 17 gennaio 1945 la “squadra Ugo” riceve dal CLNAI un appannaggio di 200.000 lire mensili come fondo per corruzione di agenti di polizia fascisti o nazisti. “Aver trasportato all’Hotel Regina una succursale del comando partigiano mi riempiva di soddisfazione”, dirà Parri nel dopoguerra.

Nel suo rischioso equilibrismo doppiogiochista Osteria incappa però nell’unico infortunio professionale della sua carriera di agente segreto. Paradossalmente proprio quando il suo passaggio all’antifascismo è ormai cosa fatta, i servizi inglesi si rendono di esser stati giocati per anni nell'”operazione Terzo Fronte”, ed il 25 febbraio ’45, durante un incontro in Svizzera col suo contatto inglese, John McCaffey, alias il “signor Rossi”, Ugo è catturato dagli Inglesi e destinato ad alcuni mesi di detenzione. Ma, a dimostrazione di quanto sia ormai solida l’intesa tra “squadra Ugo” e CLNAI, l’assenza di Osteria non inficia la continuazione della collaborazione, che addirittura, in occasione della liberazione di Milano del 25 aprile, esce alla luce del sole, con gli uomini di Osteria che affiancano negli ultimi combattimenti le unità partigiane di Giustizia e Libertà, alle dirette dipendenze di Parri.

Con la fine delle ostilità inizia la pagina più ambigua di tutta la vicenda. Personaggi come Leto ed Osteria (emblematici di tanti altri che ne condividono la sorte) vedono il loro ralliement all’antifascismo premiato dalla scarcerazione e dalla riabilitazione, frutto delle testimonianze in loro favore di capi e comuni militanti partigiani, a stendere un velo su tanti anni di efficiente attività al servizio del regime fascista, e sulle conseguenze umane di tale attività. Ai due superpoliziotti fa buon gioco nell’immediato dopoguerra anche l’avvelenata atmosfera di caccia alle streghe e di diffidenze reciproche tra le varie branche dell’antifascismo, all’origine della frenetica ricerca dello schedario del Ministero degli Interni fascista relativo agli esponenti antifascisti ed agli informatori tra essi reclutati, con l’obiettivo, da parte di comunisti, socialisti ed azionisti, di arrivare prima dei servizi alleati, nonché dei compagni di lotta ora divenuti possibili avversari politici, ad eventuali dossiers compromettenti qualcuno dei propri od altrui attivisti, in funzione, secondo i casi, del loro occultamento difensivo o del loro utilizzo offensivo. In questo torbido quadro, nelle settimane successive alla fine della guerra due volte Guido Leto vede la sua provvisoria carcerazione a Regina Coeli interrotta clandestinamente da furtivi colloqui, una volta con Nenni, l’altra con Togliatti, del cui contenuto non trapelerà nulla, né allora né dopo. Nel caso di Nenni la sparizione del dossier a lui intestato diede luogo all’epoca a velenose polemiche (corroborate anche dai sospetti avanzati in merito dall’intelligence inglese, certo non proprio in odore di simpatia per il leader socialista, considerato perfino meno addomesticabile di Togliatti) circa la presunta volontà di Nenni di nascondere qualche défaillance, sua personale o di qualche suo intimo, nel resistere all’arruolamento da parte dei servizi informativi antifascisti. Più verosimile appare semmai l’ipotesi che Nenni volesse coprire qualche sua collaborazione col Deuxième Bureau, il servizio informativo francese, in funzione verosimilmente antifascista, quindi in sé tutt’altro che esecrabile, ma forse comunque da lui ritenuta non giovevole alla sua immagine di leader puramente politico (per i dettagli della vicenda Nenni si rinvia a M. Canali, op. cit., pp. 521-525). Certo è che a Nenni e Togliatti qualcosa di utile in quei colloqui clandestini Leto deve aver dato, perché il dopoguerra lo vede clamorosamente assolto da ogni addebito e addirittura (e ciò è più difficile da giustificare come corrispettivo della semplice collaborazione col CLNAI sotto l’occupante nazista) reintegrato nei gradi del Ministero degli Interni, con l’incarico di Direttore tecnico delle scuole di polizia (e di cose da insegnare doveva averne parecchie, anche se non tutte confessabili), che ricopre dal 1948 al pensionamento nel 1951 (successivamente passerà, fino alla morte nel 1956, alla direzione della catena Jolly Hotels, alle dipendenze di Gaetano Marzotto, a suo tempo beneficiato dal fascismo del titolo di conte e di importanti concessioni nelle colonie agricole).

Ed il nostro amico “Ugo”? Nel suo caso il mèntore che gli assicura il viatico per la riabilitazione è Ferruccio Parri, la cui fiducia nel personaggio è tale da spingerlo, durante la sua presidenza del Consiglio (giugno-dicembre ’46), ad affidargli, assistito da altri ex agenti fascisti, un suo servizio informativo “privato” diretto a tenerlo informato sulle attività potenzialmente sovversive principalmente dei comunisti, ma anche di socialisti e monarchici.

Con la fine dell’esperienza governativa di Parri, Osteria si allontana dall’attività di agente informativo ( ma gradualmente, pare, non mancando ancora saltuarie consulenze offerte ai servizi italiani ed alleati fino al 1954) per entrare nella parte di tranquillo e rispettabile pensionato del Ministero degli Interni, che arrotonda la pensione coi proventi della gestione di case da gioco, dapprima, tra fine ’46 e fine ’48, come ispettore di una appartenente addirittura all’Associazione Nazionale Partigiani Italiani (ancora i buoni uffici di Parri?), poi come titolare in proprio di altre due a Milano. Degno epilogo della vicenda di un uomo che aveva saputo ben giocare le sue fiches nella roulette del torbido sottobosco del Ventennio e dell’immediato dopoguerra. La sua lunga vita scivolerà nell’anonimato fino alla morte, a Genova nel 1988. Fascista? Anticomunista? Servitore dello Stato? O forse solo italiano?

 

Alessandro Colarusso

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