Matti e manicomi tra XIX e XX secolo

L’associazione culturale Riflessistorici, l’Istituto Storico di Macerata e il Centro Studi Storici Maceratesi Vi invitano a partecipare all’evento “Matti e manicomi tra XIX e XX secolo”.

Luogo: biblioteca comunale Mozzi Borgetti (Macerata, piazza Vittorio Veneto)

Data e ora: martedì 13 e mercoledì 14 marzo ore 16:30

Ingresso libero e gratuito.

 

martedì 13 marzo ore 16:30

Interventi di:

Matteo BANZOLA (Centro Studi Storia del Lavoro di Imola)

autore di Il manicomio modello. Il caso imolese. Storia dell’ospedale psichiatrico (1804-1904)(La Mandragora, 2015)

Paolo GIOVANNINI (Università di Camerino)

autore di Un manicomio di provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918) (Affinità Elettive, 2017)

Ilaria LA FATA (Centro Studi Movimenti di Parma)

autrice di Follie di guerra. Medici e soldati in un manicomio lontano dal fronte (1915-1918) (Unicopli, 2014)

Mercoledì 14 marzo ore 16:30

Interventi di:

Matteo PETRACCI (Università di Camerino)

autore di I matti del duce. Manicomi e repressione politica nell’Italia fascista (Donzelli, 2014)

Annacarla VALERIANO (Fondazione Uiversità degli Studi di Teramo)

autrice di Malacarne. Donne e manicomio nell’Italia fascista (Donzelli, 2017)

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Viaggio nell’Archivio di Stato di Macerata

VIAGGIO NELL’ARCHIVIO DI STATO DI MACERATA.
Presentazione del video “L’ARCHIVIO LA STORIA – DOCUMENTI PER LA RICERCA”

Lunedì 28 agosto ore 17:00 presso la sala Castiglioni della Biblioteca comunale Mozzi Borgetti.

Ingresso libero e gratuito (capienza massima: 50-60 persone).
Sala aperta al pubblico dalle ore 16:30.

Evento organizzato dall’associazione culturale Riflessistorici con la collaborazione dell’Archivio di Stato di Macerata.

Per maggiori informazioni sull’evento contattare:
mail: riflessistorici@gmail.com
facebook: Associazione Culturale Riflessistorici
cellulare: 338 948 3043

A proposito di agnelli

 di Ilaria Bongiovanni

12443253_10207658010266563_1250377903_nIl pittore Exechias ci offre la meraviglia di questo dipinto a figure nere su anfora (540-530 a.C) scrivendo il nome dei due guerrieri a riposo (Achille e Aiace) che esclamano dei numeri, chini su un piano. Il fumetto ci suggerisce che giocano agli Astragali cioè i nostri dadi: per costruirli si utilizzavano delle piccole ossa ricavate dal tarso di agnelli e pecore (in precedenza offerti o più probabilmente mangiati) incisi sulle loro quattro facce con i numeri 1,3,4,6.

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 Le fonti (1) ci indicano l’eroe Palamede, compagno di Achille e Aiace alla scuola del centauro Chirone (in molti avremmo voluto partecipare alle sue lezioni) come inventore di questo semplice gioco utilizzato per alleviare la noia e le privazioni durante il lunghissimo assedio di Troia.

(1)Sofocle, fr.438Nauck Pausania,X,31,1;20,3.

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 Anfora attica a figure nere dipinta da Exechias (540-530 a.C), rinvenuta a Vulci e visibile ai Musei Vaticani.

L’importanza delle analisi dei rapporti di forza (cit. da un quaderno gramsciano)

– Tali analisi [dei rapporti di forza] non possono e non debbono essere fine a se sesse (a meno che non si scriva un capitolo di storia del passato) ma acquistano un significato solo se servono a giustificare una attività pratica, una iniziativa di volontà. Esse mostrano quali sono i punti di minore resistenza, dove la forza della volontà può essere applicata più fruttuosamente, suggeriscono le operazioni tattiche immediate, indicano come si può meglio impostare una campagna di agitazione politica, quale linguaggio sarà meglio compreso dalle moltitudini ecc. L’elemento decisivo di ogni situazione è la forza permanentemente organizzata e predisposta di lunga mano che si può fare avanzare quando si giudica che una situazione è favorevole (ed è favorevole solo in quanto una tale forza esista e sia piena di ardore combattivo); perciò il compito essenziale è quello di attendere sistematicamente e pazientemente a formare, sviluppare, rendere sempre più omogenea, compatta, consapevole di se stessa questa forza. Ciò si vede nella storia militare e nella cura con cui in ogni tempo sono stati predisposti gli eserciti ad iniziare una guerra in qualsiasi momento. I grandi Stati sono stati grandi Stati appunto perché erano in ogni momento preparati a inserirsi efficacemente nelle congiunture internazionali favorevoli e queste erano tali perché c’era la possibilità concreta di inserirsi efficacemente in esse. –
(Gramsci, Quaderno 13, paragrafo 17, p. 1589, 1934)

La Cop21 e gli attentati silenziosi all’ecosistema: parte 2

Di Mattia Balestra. (Parte 2) L’Italia ha destinato 8 milioni (dei 13 totali) al Fondo per l’energia sostenibile per l’Africa (Sustainable Energy Fund for Africa – SEFA) gestito dalla Banca Africana di sviluppo. L’impegno del nostro paese consente di rafforzare l’assistenza alle nazioni africane per gli investimenti privati nel settore dell’energia pulita. La nostra nazione si unisce così ai governi di Danimarca, Regno Unito e Stati Uniti, che sono quelli che sostengono lo sviluppo di progetti per l’energia rinnovabile come, appunto, il “New Deal” proposto dal presidente della AfDB, per dare fornitura elettrica a tutta l’Africa nei prossimi 10 anni e risolvere il deficit energetico del continente entro il 2025. I restanti 5 milioni di dollari verranno devoluti al fondo per il cambiamento climatico in Africa (Africa Climate Change Fund – ACCF), che passerà ad essere un fondo multilaterale, dato che prima, con il solo impegno della Germania, era bilaterale.

Naturalmente questi limiti posti dalla Cop21 aiuteranno la salvaguardia dell’ambiente ma, come tutto, avranno un costo. Proviamo quindi a vedere il punto di vista di “BlackRock” che è la più grande società di investimento nel mondo e gestisce un patrimonio totale di 4.320 miliardi di dollari circa. BlackRock è il primo gestore indipendente quotato alla Borsa di New York ed una delle più grandi società di investimento con un elevata influenza a Wall Street e Washington. Essi hanno stilato per la prima volta un report dal titolo “The Price of Climate Change. Global Warming’s impact on portfolios”, ovvero un documento che analizza nel dettaglio i cambiamenti e gli effetti dell’inquinamento, non tanto dal punto di vista scientifico, ma da un punto di vista economico-finanziario. I principali punti che possono essere estrapolati da questo report possono essere così riassunti:

  • Si può anche non credere al problema inquinamento e si può anche ignorare qualsiasi prova scientifica che ne dimostri la verità, però non si può essere in disaccordo che qualunque sia la prossima “mossa” contro i rischi connessi al cambiamento climatico porterà con se un sostanziale cambiamento dei mercati e delle forze che ne gestiscono l’andamento. Definendo precisi obiettivi per ridurre le emissioni di gas serra, i governi aprirebbero le porte a un cambiamento politico che si ripercuoterà inevitabilmente su tutti i settori dell’economia.
  • Non è solo questione di salvare il pianeta o mettersi a posto la coscienza, ma di saper produrre senza essere in perdita, focalizzandosi su una produzione che sia sostenibile, sociale e che segua una certa “governance” operativa con dei criteri prestabiliti (Environmental, Social and Governance – ESG). L’eccellenza in ambito ESG è sinonimo di qualità operativa e gestionale, indica la capacità di reagire all’evoluzione dei trend di mercato e di affrontare con flessibilità il rischio normativo grazie anche all’aiuto di collaboratori esperti nel settore.
  • Il primo settore che prese in considerazione i principali rischi da disastri naturali (alle quali attribuì un prezzo) furono le compagnie assicurative globali che per questo motivo hanno avuto un ruolo “guida” per tutti gli altri settori.
  • Le aziende che presentano livelli di inquinamento molto elevato saranno le prime che subiranno dei disinvestimenti dalle società, ma è anche vero che sarà proprio da quest’ultime che si trarrà maggiori miglioramenti se gestite correttamente. Il coinvolgimento con il management delle società può contribuire a un cambiamento positivo, soprattutto nel caso dei grandi investitori istituzionali con un orizzonte di lungo periodo.
  • Se ci saranno dei cambiamenti riguardanti le normative che gestiscono l’inquinamento delle aziende produttive, queste saranno costrette ad effettuare delle valutazioni e quindi automaticamente avremo più dati utilizzabili per misurare i rischi ambientali e per valutare quanto “pesa” una determinata risorsa in un determinato settore produttivo (come, ad esempio, quanto è determinante una risorsa come il carbonio in una certa catena produttiva analizzata).
  • Attribuire un prezzo alle emissioni di carbonio è essenziale per determinare il valore dei settori a uso intensivo di energia. Tuttavia i prezzi del carbonio dipendono perlopiù dalla politica del paese, e attualmente, non sono previsti molti incentivi per spingere gli emettitori ad azioni che ne riducano la produzione e che convincano i consumatori ad abbandonare i prodotti che, per essere resi disponibili, hanno bisogno di un elevato consumo di combustibili fossili.
  • Gli accordi che verranno presi per tutelare e controllare il cambiamento climatico, agevoleranno dei settori e ne penalizzeranno altri. Non bisogna però dare per vinto il settore petrolifero e gli esportatori di petrolio, come la maggior parte delle persone dà per scontato, perché il processo di decarbonizzazione sarà graduale e i vari settori potranno adattarsi al cambiamento. Naturalmente saranno sicuramente più agevolati quei settori che presentano titoli e obbligazioni relativi ad infrastrutture rinnovabili e quelle che, invece, sono specializzate nell’efficienza energetica e nelle tecnologie pulite.

Un altro report stilato dall’ “Intelligence Unit dell’Economist” stima in 4,2 trilioni di dollari il valore attuale medio delle perdite economiche attese da cambiamenti climatici sul totale, perciò stiamo parlando di una cifra che influenzerà notevolmente il mercato attuale e le decisioni future, cambiando completamente il nostro modo di vivere attuale. Prima del raggiungimento dell’accordo a livello mondiale stipulato nella Cop21, un numero sempre crescente di fondazioni, trust e altri investitori istituzionali e privati hanno aderito alla campagna di DivestInvest, un consorzio tra le istituzioni leader europee che hanno incoraggiato investitori e manager a disinvestire, in un arco di cinque anni, dai combustibili fossili e a re-investire, almeno in parte, in energie rinnovabili, tecnologie pulite ed efficienza energetica. Tra tutti, spicca il fondo sovrano della Norvegia che ha deciso di liquidare i suoi investimenti in aziende, la cui attività, dipende per almeno il 30% dal carbone;liquidando così un importo stimato in sei miliardi di euro.

Ci troveremo quindi tutti d’accordo nel dire che le decisioni prese nella Cop21 faranno parte del nostro prossimo futuro, con tutti i costi che ne derivano. Ma è davvero così? Al momento possiamo dire che si è parlato molto di quali saranno gli obiettivi ma, purtroppo, si è parlato più di promesse che di azioni programmate. I paesi hanno solamente delle linee guida che dovrebbero imporsi di seguire con opportune leggi su scala nazionale. Si è parlato di ridurre immediatamente le emissioni di gas serra, ma nessun percorso concreto è stato ancora indicato. Non sono previste né sanzioni né sistemi di controllo appropriati e gli esperti nel settore affermano che l’assenza di un sistema di tassazione potrebbe non far rispettare l’accordo stabilito. Inoltre, per quanto riguarda il finanziamento di 100 miliardi di dollari, non si ha nessun accordo ufficiale ma solamente uno scambio di parole d’onore tra i principali leader del mondo. Evidenziate le problematiche avremo: da un lato, l’entusiasmo e le speranze di milioni di persone che si fanno portatrici dei valori in cui credono e dall’altro, il peso dei soliti astuti manipolatori che cercano di trarre vantaggio personale a discapito di tutti gli altri. Solo il futuro ci potrà dare conferma che, effettivamente, chi si è seduto su quei tavoli per discutere e trovare concrete soluzioni lo ha fatto considerandolo come un beneficio collettivo e non individuale. Noi, come popolazione mondiale, abbiamo il potere e il dovere di attivarci. Noi dobbiamo essere i primi a cambiare le nostre abitudini quotidiane. E se con le nostre scelte non necessariamente riusciremo nell’immediato a impattare positivamente il clima, almeno potremmo dire che non siamo parte di quel lato che ragiona per il singolo, ma di quello che presenta dei valori e che si mette in gioco per difenderli.

SITOGRAFIA:

Breve riflessione sulla vittoria sovietica contro la Wehrmacht sul fronte orientale

Di Alfei Pier

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Quando si parla della vittoria sovietica contro la Wehrmacht sul fronte orientale secondo me si tende sempre più spesso a concepirla sic et simpliciter come una sorta di corrente di marea che, dopo un’iniziale arretramento (dovuto alle disfatte dei primi 2 anni di guerra), avanza uniforme e impetuosa fino a Berlino, dovuta SOLAMENTE all’alto numero di soldati (20 milioni di morti?) messi sul piatto della bilancia.

Fondamentale fu anche una raffinatissima strategia adottata dallo Stavka basata sulla sinergia tra fanteria, artiglieria e mezzi corazzati, su un dispiegamento delle truppe dosato magistralmente a seconda del campo di battaglia e sulla rapida creazione di movimenti a tenaglia per accerchiare il nemico (es. i 20-30000 uomini di Cujkov e Rodimcev asserragliati nella difesa urbana di Stalingrado e i più di 450000 uomini ammassati nelle controffensive di centinaia di km sulla steppa come nelle operazioni Marte e Urano).

Una strategia che fu appresa e perfezionata nel giro di un anno durante la guerra contro i finlandesi. In questa breve guerra di 3 mesi, i sovietici conobbero inizialmente un’ impressionante serie di sconfitte dovute a diverse cause: le uniformi estive dei soldati (che verranno poi sostituite da altre imbottite e tute mimetiche), il frequente congelamento di armi e soprattutto dell’artiglieria (nel giro di qualche mese verranno creati anticongelanti capaci di non far inceppare le armi neanche a -30 gradi), e, infine, l’avanzata “suicida”, non accompagnata dal necessario consolidamento delle posizioni, contro la linea Mannerheim, fortificata con trincee, mine e batterie anticarro disposte in una vasta distesa di ghiaccio, e contro il nodo strategico di Suomussalmi (i finlandesi, pur essendo in inferiorità numerica in un rapporto di 1 a 5, uccisero in totale più di 200 000 soldati sovietici, accerchiando piccoli gruppi e annientandoli).

Timosenko decise quindi di cambiare tattica di attacco e di conferire maggiore autonomia ai vari comandi, che riuscirono così ad adeguarsi al meglio alla “guerriglia d’inverno”, nella quale le singole divisioni potevano agire più velocemente nell’attacco ai fianchi del nemico (in manovre adottate magistralmente un paio di mesi prima nella battaglia di Chalchin Gol contro i giapponesi e poi riutilizzate nella grande guerra patriottica).

Fu quindi a seguito di un disastro imbarazzante contro i finlandesi (sottovalutati ampiamente) che i sovietici riformarono profondamente l’organizzazione, le tecniche e le tattiche dell’Armata Rossa.

I tedeschi impegnarono più di 4 milioni di soldati sul fronte orientale, dividendo in un secondo tempo le forze in due armate, una diretta verso Leningrado, l’altra verso il Caucaso. Il genio strategico dello Stavka, e di Stalin in particolare, conobbe l’apice quando resistette alla penetrazione in profondità della sesta armata di Paulus e, invece di attestare una poderosa linea difensiva nei pressi di Stalingrado (solo 20-30000 soldati erano attestati in quella città…), avviò una impressionante manovra di accerchiamento (un “motto” finlandese in grande!), richiudendo nel kassel più di 250000 nemici.

Senza l’eccezionale capacità strategica dello Stavka i tedeschi avrebbero prima conquistato la zona del Caucaso (e le sue risorse petrolifere), poi virato a nord verso Mosca (portando a compimento, nel frattempo, l’assedio di Leningrado) e infine messo a ferro e fuoco ciò che rimaneva degli Alleati.

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La Cop21 e gli attentati silenziosi all’ecosistema

Di Mattia Balestra.

Dal 30 Novembre all’11 Dicembre 2015, si è tenuta a Parigi la Cop21. Essa è l’organo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations framework convention on climate change – UNFCCC), alla quale hanno partecipato più di 190 paesi che si sono riuniti per trovare un accordo che riesca a salvaguardare l’ambiente e il clima nei prossimi anni, regolando l’emissione di CO2 in atmosfera e limitando così il riscaldamento climatico.

Negli anni ’80 si è raggiunto un accordo per limitare l’utilizzo dei CFC (clorofluorocarburi; cfr. buco dell’ozono). In un recente articolo pubblicato su Nature dei ricercatori britannici hanno dimostrato che se non si fosse raggiunto un accordo sui CFC, oggi lo strato di ozono avrebbe perso più del 40% del suo spessore, e probabilmente un nuovo buco si sarebbe formato al Polo Nord creando problemi come tumori alla pelle e gravi danni agli ecosistemi. I due trattati per la salvaguardia dell’ambiente, di Vienna e Montreal, sono divenuti i primi due nella storia ad essere rispettati da tutti gli stati. Dopo questi accordi lo strato di ozono ha continuato a diminuire fino al 2000 per poi stabilizzarsi (Questo è uno degli esempi di come un accordo a livello mondiale come quello che si sta cercando di ottenere al Cop21 può funzionare).

Alla fine di questi 12 giorni, si è arrivati alla tanto attesa decisione che consiste in una proposta finale, la quale fissa il limite del riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 gradi centigradi entro il 2020 (obiettivo minimo iniziale) puntando al limite massimo di 1,5 gradi. Inoltre si è deciso di effettuare un taglio delle emissioni di gas serra, e di impegnarsi finanziariamente per aiutare i Paesi in via di sviluppo nella sfida alla sostenibilità ambientale. Un successo, secondo alcuni, che pone il paragone con il protocollo di Kyoto, siglato nel 1997, che coinvolgeva di fatto molti meno Paesi. Naturalmente ci sono alcuni Stati che si sono trovati in disaccordo con quanto sopra affermato, ad esempio, l’Arabia Saudita ha dichiarato che porsi un obiettivo così radicale e ambizioso in così poco tempo potrebbe mettere a rischio la sicurezza alimentare del pianeta.

Per quanto riguarda le emissioni inquinanti (calcolate come equivalente in CO2), si prevede di raggiungere un picco globale delle emissioni di gas a effetto serra in un breve periodo di tempo, anche se ci vorrà una tempistica probabilmente più lunga tenendo conto dei Paesi in via di sviluppo, e quindi intraprendere delle azioni prefissate da quel picco in poi secondo le conoscenze scientifiche disponibili, così da arrivare a un equilibrio tra le emissioni in atmosfera e le emissioni assorbite in modo persistente dalle biomasse (foreste, suolo) o catturate e stoccate dall’ambiente. Secondo i critici dell’accordo questo potrebbe aiutare a ridurre in modo significativo le emissioni, ma non potrà sostituire la necessità di ridurre a zero quelle risultanti inquinanti per la terra. Inoltre si è stabilito che da qui al 2020, verranno stanziati 100 miliardi di dollari per i Paesi in via di sviluppo, garantendo loro un supporto finanziario e velocizzando così le tempistiche per un loro adattamento rispetto allo sviluppo attuale e, oltre a ciò, per fornire l’appropriato supporto tecnologico con relativa competenza professionale nel campo.

Ogni Paese si è quindi impegnato per rispettare gli obiettivi sopra detti, dalle potenze economiche affermate (USA e Russia) a quelle che si uniranno tra i “potenti” nel prossimo futuro (India e Cina). Per quanto riguarda la nostra nazione, il governo italiano ha annunciato un contributo di 13 milioni di dollari per lo sviluppo delle energie rinnovabili e per le azioni sul clima degli Stati Africani. Questa somma di denaro sarà versata nella Banca africana di sviluppo (African Development Bank – AfDB), un’istituzione finanziaria no profit avente lo scopo di aiutare lo sviluppo economico e il processo sociale delle nazioni africane. “L’Italia – ha detto il ministro dell’Ambiente Galletti – si conferma nazione in prima linea nel contrasto al cambiamento climatico e schierata al fianco dei Paesi in via di sviluppo per sostenerli verso una crescita sostenibile. Questo accordo può aiutare molto l’Africa in un settore determinante per gli obiettivi che ci daremo qui a Parigi e in generale per il suo futuro economico e sociale”.

(La seconda parte dell’articolo verrà pubblicata il 15 gennaio)

Sitografia (1° e 2° parte):

 

 

GLI ATTENTATI HANNO UN CERVELLO ANTICO (parte 2)

di Mario Nardulli

(parte 1: https://riflessistorici.com/2015/11/15/gli-attentati-hanno-un-cervello-antico-parte-1/)

(…) C’è un precedente piuttosto evidente : la consolida dell’impero Romano grosso modo ai tempi di Augusto. Sembra davvero che la Pax Augustea sia la panacea di tutti i contrasti della società dell’ormai quasi universale Impero, viene chiuso definitivamente il tempio di Giano, Orazio compone il Carmen Saeculare exsegi monumentum aere perennius, le provincie tutte romanizzate (o quasi! c’è sempre qualche incidente tipo quello della foresta di Teutoburgo con Augusto che grida Quintili Vare redde legiones, ma, insomma, sulle generali sembra proprio che nulla possa turbare quell’ordine. Eppure di lì a poco cominciano a diffondersi, strani disagi, malcontenti sempre più frequenti,

(ECCO UN IPOTETICO DIAGOLETTO CHE MI SONO SEMPRE FIGURATO TRA DUE ROMANI DEL I SECOLO):

“Sette misteriose che si rifanno a idee delle più strampalate, quella di un dio che si professa unico, dove si parla di un messia…, e cosa sarebbe un messia? Bho!? uno che dice che dovrebbe mettere le cose a posto!” “in che senso?” mha!? sempre a senso unico, quattro caproni di beduini che si autoprofessano il popolo eletto, minchiate a perdifiato e neppure originali, prese qua e là, senza discernimento, “va bhe, ma noi qui a Roma che ce ne frega? Bhe insomma!!!! non è proprio l’Hic sunt leones da quelle parti ci abbiamo messo Procuratori, Prefetti…” Caligola si era incazzato quando gli avevano distrutto le statue e già chissa’ quali ritorsioni stava organizzando” “sì ma Caligola è stato ammazzato da Cassio Cherea e ora è salito al potere suo zio Claudio, sai quello balbuziente e storpio” “il fratello del Grande Germanico, sì ma lo sai chi lo ha protetto nei giorni in cui tutti gli esponenti della Gens Giulia venivano passati a fil di spada? Chi lo ha nascosto nella sua villa di trastevere e chi lo ha rifatto spuntare fuori, quando i Senatori si sono resi conto che un ritorno alla Republica era improponibile?” “ma io sapevo del Gallo che lo aveva trovato dietro una tenda!” “ma dai…davvero credi a queste idiozie, ma quale Gallo, è stato Erode Agrippa, già amico di Caligola, ma sopratutto intimo amico di Claudio, e non è un caso che Claudio tra le prime azioni della sua ascesa al trono imperiale, lo abbia nominato Re di Giudea. 

“già ma quello, Eroda Agrippa, dopo un po’ del suo nuovo lignaggio aveva cominciato a tempestare di lettere l’amico, lettere di lamentele, anzi di vera e propria disperazione; il tono era più o meno questo: “mi hai fatto re di un Paese, dove il malcontento, la disperazione è all’ordine del giorno, ci sono mille e una setta, Farisei, Zeloti, di cui alcune frange particolarmente violente e sanguinarie che praticamente ogni giorno si mischiano alla gente e accoltellano col loro corto pugnale (sica) chicchessia, ad ogni sorgere del sole, spunta fuori qualcuno che si professa il Messia, ovvero colui che secondo le profezie di David,e di altri, verrà a liberare il Paese dall’oppressore. Fammi tornare a Roma e dai questo orrido regno a qualcuno dei miei fratelli”. 


Claudio non poteva dimenticare il grande favore che l’amico gli aveva fatto e così aveva incaricato funzionari che lo ragguagliassero sulla situazione di quella riottosa regione del suo Impero “tutto vero, verissimo!” avevano confermato i dignitari “quegli attentatori vengono detti “sicari” e sono la frangia estrema degli Zeloti, che comunque propugnano l’uso della spada””e i cosidetti Messia?” “uno al giorno, proprio come dice il tuo amico” Mannaggia e mò che devo fare?””Claudio!!!!” aveva esordito un altro dignitario “ti informo che c’è anche una setta, totalmente pacifica, anzi contraria ad ogni forma di violenza, pensa che propugnano che se qualcuno ti dà uno schiaffo, devi porgere l’altra guancia!” Ah si!!!e dimmi dimmi di più su questa setta!” “Bè, vivono in delle grotte vicino Qumran, praticano l’ascesi, hanno degli strani rituali tipo quella di immergersi nelle acque del Giordano, che darebbe loro una seconda nascita, loro stessi si identificano in pesci e il pesce è il loro simbolo per eccellenza, inoltre fanno uso di un fungo allucinogeno che secerne un liquido che li fa entrare in trance, una secrezione estremamente untuosa colla quale si ungono tutto il corpo, tant’è che con termine greco sono detti “Cristòs” gli unti ” …” molto interessante” aveva fatto l’imperatore e già nel suo cervello, che contrariamente all’aspetto e alla parola, era sempre stato piuttosto efficiente andava soppesando una delle massime preferite dei suoi avi DIVIDE ET IMPERA.

L’incarico era preciso: mandare qualcuno lì, in quelle terre ostili, perchè andasse alla ricerca di uno di quei “cristi” da favorire perchè qualificandosi come nuovo messia potesse coagulare tutto lo scontento delle masse in un qualcosa di sostanzialmente innocuo, ecco “ad hoc” tutte le minchiate del “porgi l’altra guancia” de “la buona novella” di “qualche miracolo da contrabbandare per vero” “ma non c’è nessuno che possa assumere un ruolo siffatto, verrebbe subito sbugiardato da avversari molto più raffinati da un punto di vista intellettuale” aveva prontamente risposto l’incaricato “ah non c’è nessuno!” aveva risposto Claudio “e va bè, allora inventiamocelo! qual’è il nome più comune da quelle parti?” “Joshua!” ecco perfetto Joshua , l’unto.. Gesù Cristo” Non essendo una persona reale, ma solo un nome, non sarà difficile appiccicargli addosso tutte le cose che più favoriscano una pacificazione, ecco una “religio” che tenga la gente buona e tranquilla, magari perseguendo un’altra vita di beatitudine, e poi non sarà difficile pagare gente che racconti che tali cose sono successe davvero, fategli dire cose straordinarie e poi toglietelo di mezzo, inventatevi un’esecuzione, però fatela succedere qualche anno prima, di modo che nessuno possa ricordare, trovate ufficiali delle Auxilia che siano disposti a fingere dei pentimenti plateali, magari ecco su qualche via che porta a Damasco” Ma Claudio, lo sai è impossibile che un ufficiale delle Auxilia, possa traversare il confine della Siria, ci vorebbe un decreto di Vitellio, il procuratore della Siria. “Vitellio!!!??? forse tu mi consideri meno di un mio Procuratore” Io sono l’Imperatore!

GLI ATTENTATI HANNO UN CERVELLO ANTICO (parte 1)

di Mario Nardulli

Quando l’inquietudine, la frustrazione, la rivalsa di larghe fette della popolazione mondiale si trasformano in rabbia e quindi in odio, con manifestazioni esagerate e alla cupio dissolvi tipo quella di Parigi, allora significa che “c’è qualcosa di fondo che non va!”. Non solo nei criminali che compiono simili gesta, sempre e comunque all’insegna di una frustrazione divenuta oramai intollerabile e quindi all’azione disperata, ma anche nei contesti apparentemente ordinari, falsamente “buonisti”.

Questo capitalismo iper avanzato, il consumismo sempre più onnicomprensivo, il mercato e l’iper mercato dei beni oramai non solo di consumo, il valore unico del danaro, il tutto si compra, la mercificazione totale di ogni cosa, sono già di per se la prova che si marcia in una direzione viziata, che non persegue niente che possa fare da contraltare alla malignità della vita; non si è neppure nella corrente del “desiderio” perché non si desidera mai una cosa, si desidera sempre e solo una risposta dall’altro, una risposta che sia indice di riconoscimento della propria essenza, che non è per nulla identificabile nell’avere ma sempre e solo nell’essere (mò ce vole Fromm).

Sono grosso modo 250 anni che andiamo perseguendo tale disastro, da quando abbiamo cominciato ad inverare quel mito di Prometeo, che si, tramite il furto, aveva inventato la “technè”. il nome Prometeo viene dalla radice del verbo greco mantano che significa “io penso” e con l’aggiunta del prefisso “pro” assume il senso di “pensare prima, in anticipo” pro-methes”. Pensare in anticipo significa pre-vedere, pro-gettare una modalità anche temporale di relazione col mondo, non più il tempo ciclico, dell’eterno ritorno, il tempo degli dei,ma quello degli uomini del tempo opportuno, di quello che i Greci antichi denominavano il “kairos” e che utilizzava la figura del tiro dell’arco e la possibilità o meno di centrare il bersaglio.

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Il Mito greco non consiste nelle favolette idiote della religione ebraica e cristiana, non ha la sconfortante presunzione di tutti i monoteismi, è un qualcosa di serissimo e di profondissimo che impone sempre una forte riflessione su tutti i suoi parametri…dietro l’indovinello idiota della Sfinge, c’è la tragedia di Edipo e il mancamento plateale del bersaglio, laddove la freccia è andata a colpire la madre e non la figlia, con tutte le conseguenze di tale errore.

Così tanto per tornare a Prometeo, quel famoso furto del fuoco, può essere sì, foriero di progresso e benessere, può addirittura inaugurare una nuova modalità di rapportarsi con il tempo, ma può anche allungare un po’ troppo la traiettoria e allora quella technè diviene le catene di ferro (il ferro è una delle prime conquiste della technè)che servono a incatenare Prometeo alla roccia del Caucaso. Parlavo di 250 anni in cui le allungate di traiettoria della freccia si sono fatte eccessive, ovvero da quando la technè è divenuta non solo dominante ma addirittura permeante di tutto il nostro mondo, dove “la macchina” è divenuta addirittura il referente fondamentale del nostro essere e ha di fatto espropriato l’essenza umana della sua centralità.

Se non sono più io il referente dell’essere al mondo, ma una macchina, allora possono adottarsi tutti i parametri che regolano il funzionamento di una macchina, una macchina si aggiorna, si rompe, si aggiusta, si sostituisce, se ne sostituiscono i pezzi. Ed eccoci dunque sbalzati ai tempi di oggi, ove tutto si consuma, tutto si aggiorna, tutto può essere comprato, così sembra almeno, ma non è così, qualche cosa che sfugge c’è sempre: ora può essere il proletariato di Malthus, ora il plus valore di Marx, ora certe discrasie tipiche del capitalismo quale ad esempio i nazionalismi che ingenerano guerre furibonde, e ora certe parti del mondo che non hanno avuto uno stesso processo di accelerazione in merito all’adeguamento del nuovo valore apparentemente universale.

 parte 2: https://riflessistorici.com/2015/11/15/gli-attentati-hanno-un-cervello-antico-parte-2/

La gogna proletaria

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di P. Alfei

Nell’Italia della contestazione e dello stragismo di Stato (anni ’60-’70 del Novecento) ricomparve lo spettro di una guerra fratricida quale si era avuta nel Belpaese tra repubblichini e partigiani. Il Movimento Sociale Italiano e altre organizzazioni neofasciste quali Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo, da una parte, e la sinistra extraparlamentare, rappresentata ad esempio dal Movimento Studentesco, da Potere Operaio e Lotta Continua, dall’altro, si fronteggiarono in uno scontro decennale, che comprese linciaggi, aggressioni ad personam (dopo una puntigliosa schedatura del bersaglio), scontri di piazza e di strada e attentati dinamitardi.

Una vera e propria “guerra intestina” nella quale i suddetti due schieramenti (ripartiti semplicisticamente ai fini di una maggiore sintesi) si configurarono come entità dai tratti fluidi, dati i contatti (ma anche gli scontri) tra i primi con la Democrazia Cristiana, le forze dell’ordine e i servizi segreti, e tra i secondi con il Partito comunista italiano. Si pensi ad esempio ai pur sporadici contatti tra i Gap di Giangiacomo Feltrinelli e diverse frange eversive neofasciste.

Nel quadro di una virale militarizzazione della società e di un imbarbarimento della politica italiana, come avvenne negli anni seguenti alla Grande Guerra, l’avversario da battere democraticamente divenne il Nemico da annientare moralmente (e/o fisicamente). Si pensi agli strali di Mario tedeschi dalle pagine de Il Borghese contro la “piaga” rappresentata dagli “anarco-comunisti”, bubboni da estirpare secondo la lezione mussoliniana…

Alla fine degli anni Sessanta entrambi gli schieramenti cominciarono a stilare delle minuziose schede personali di bersagli avversari per poi pubblicarle ed esporre i malcapitati ad estorsioni o aggressioni. Nomi, cognomi, descrizioni somatiche, età, luoghi frequentati venivano accompagnati spesso da fotografie. I nemici (soprattutto quelli di maggior spicco, come dirigenti e giovani leader attivi negli scontri nelle facoltà) cominciarono ad essere identificati, pedinati e fotografati.

Dal 1970 il nemico “fascista” cominciò ad essere umiliato pubblicamente. Il 30 luglio di quell’anno a Gardolo, in provincia di Trento, tre operai vennero accoltellati da due missini, giunti in soccorso di alcuni sindacalisti della Cisnal venuti alle mani con alcuni lavoratori dello stabilimento locale della Ignis. I due responsabili vennero “catturati” e obbligati a camminare per le strade della città con al collo un cartello sul quale vi era scritto “Siamo fascisti, oggi abbiamo accoltellato 3 operai Ignis. Questa è la nostra politica pro operai”.

Nel 1970 si verificarono episodi simili: a Reggio Emilia un direttore industriale venne fatto deambulare tra due ali di operai mentre questi lo ricoprivano di insulti; a Rimini un professore liceale (che aveva applicato delle sanzioni contro un paio di alunni coinvolti in un’occupazione) fu trascinato con un cappio al collo nel corridoio della scuola; a Genova uno studente neofascista fu costretto a girare per tutta l’istituto con al collo un cartello sul quale vi era scritto “sono un fascista e metto le bombe”, con i jeans abbassati e una scritta sul sedere (“W il Duce”); a Roma uno studente universitario missino venne obbligato a passare diverse volte tra due ali di studenti mentre questi gli sputavano addosso e lo insultavano.

Il nemico “catturato” e “imprigionato”, esposto al pubblico ludibrio, passava sotto le forche caudine degli astanti, i quali rinforzavano il loro spirito di corpo contro l’Altro, schernito ed umiliato.

Segue: “Trenta luglio alla Ignishttps://www.youtube.com/watch?v=fa_f32O-kKY

Testo:

Questa mattina, davanti ai cancelli sono arrivati trenta fascisti: erano armati di bombe e coltelli, questi di Borghi son gli squadristi. Han cominciato tirando sassi contro i compagni di un capannello; alle proteste han risposto sparando: tre ne han feriti con il coltello. Noi operai gli siam corsi dietro ma quei vigliacchi sono fuggiti, approfittando della confusione mentre portiamo in salvo i feriti. Subito dopo la vile aggressione ecco arrivare due capi fascisti; van con la borsa dal porco padrone a prender la paga pei loro squadristi. Li abbiamo presto riconosciuti: uno è Del Piccolo, quell’assassino, e l’altro è Mitolo, capo fascista, torturatore repubblichino. Dentro la borsa, coi passaporti, hanno una scure ben affilata: questa è la prova che i due compari la sanno lunga su come è andata. Gli abbiamo fatto alzare le mani, gli abbiamo messo al collo un cartello con sopra scritto: « Siamo fascisti, facciam politica con il coltello ». E dalla Ignis fino in città, mentre tremavano per la vergogna, li abbiam portati in testa al corteo e tutta Trento li ha messi alla gogna. E in fin dei conti vi è andata bene, perché alla fine della passeggiata quella gran forca che meritate non ce l’avete ancora trovata. Cari compagni, quella gran forca dovremo farla ben resistente, per impiccarci, assieme ai fascisti, il padron Borghi porco e fetente. Cari compagni, quella gran forca dovremo farla ben resistente per impiccarci, assieme ai fascisti, ogni padrone, porco e fetente.

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La DC e Il PCI l’Italia che fu

di Rosaria Fortuna

La nascita della Cortina di ferro nel dopoguerra, frutto di un bilanciamento dei Poteri –  è più semplice comandare se ci sono due parti speculari -, diede vita a due visioni del mondo: quello comunista (o del socialismo reale, per essere più corretti) e quello americano, che inglobava tutto il resto. In Italia i due grandi partiti erano il PCI e la DC, le logiche della cortina erano salve. Su di loro si costruiva il Paese, già a due velocità per la diversa connotazione che gli stessi avevano sul territorio. A Sud se da una parte la DC con le Acli e le parrocchie raccoglieva anime e voti, il PCI era impegnato in maniera più serrata sui problemi di tutti quelli che avevano vite più esposte: braccianti e ai quali garantiva anche la possibilità di imparare a leggere e scrivere.

 Se volete farvi un’idea vostra di quel periodo la storiografia è piuttosto ampia. Così la letteratura e pure il cinema. Vi Consiglio di guardare Novecento di Bernardo Bertolucci. In fondo siamo ancora così.

“Di un sol colpo si è illuminata la cupa notte”: Gheddafi, giovane rivoluzionario

Di Pier Paolo Alfei 

(…) Nel nome di Dio, il compassionevole, il misericordioso, o grande popolo di Libia! (…) Con la rapida determinazione le tue valorose forze armate hanno abbattuto gli idoli e infranto i simulacri. Di un sol colpo si è illuminata la cupa notte durante la quale si sono succeduti nel nostro paese la dominazione turca, il colonialismo italiano e infine l’oppressione di un regime autocratico e marcio, preda della concussione, delle fazioni, dei peggiori tradimenti. Da questo momento la Libia è una repubblica libera e sovrana, che prende il nome di Repubblica Araba Libica che, per grazia di Dio, si mette all’opera. (…)

(uno stralcio del discorso che Gheddafi tenne dalla stazione radio di Bengasi il 1 settembre 1969, alle 06.30, 2 ore e mezza dopo l’inizio del colpo di stato)

Gheddafi nasce il 7 giugno 1942 (sulla sua data di nascita sono nate diverse controversie; bisogna tener presente che solo dal 1950 i beduini furono costretti a denunciare le nascite all’anagrafe), lo stesso anno dell’apogeo dell’offensiva di Rommel in Nordafrica (al dicembre 1942 risale la disfatta di El Alamein). La madre Aisha, provata fisicamente e psicologicamente dalla morte di sei figli a causa della malaria, e il padre Mohamed lo crescono in una tenda da beduino, nella Sirtica. Il piccolo Gheddafi vive così i suoi primi anni di vita, aiutando il padre con il bestiame (composto da pecore, capre e cammelli) e la famiglia nei lunghi spostamenti annuali nel Fezzan alla ricerca di nuovi pascoli.

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Durante la seconda guerra mondiale italiani, inglesi e tedeschi avevano disseminato di mine diverse zone del territorio libico e una di queste (italiana), nel 1948, ferisce al braccio destro G. e uccide due suoi cugini. Oltre che da questa vicenda, una naturale avversione nei confronti dell’italiano “colonizzatore” viene alimentata dai racconti del padre sulle “eroiche” battaglie combattute dai libici contro l’invasore italiano (il nonno e il padre avevano partecipato attivamente nello scontro), e in particolare da quello riguardante Hamd Hamid, un fratello del nonno, imprigionato da Graziani nel 1928 e fatto immediatamente impiccare con altri combattenti.

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prigionieri libici impiccati

A 10 anni il padre manda Gheddafi a studiare a Sirte, situata a circa 20 km dall’accampamento familiare. Là Mohamed vive in una ristrettezza tale che è costretto a pernottare nelle moschee della città e viene emarginato dai suoi coetanei (figli appartenenti alla classe media) per le sue umilissime origini (in seguito, egli ricorderà che gli altri lo canzonavano con esclamazioni del tipo “Vai a pascolare le pecore!”). Pur vivendo molto traumaticamente questi 4 anni, Mohamed nel 1956 finisce le elementari e prosegue gli studi a Sebha. In questa città non dorme nelle moschee come a Sirte ma nel dormitorio del ginnasio e porta avanti con ottimi risultati lo studio, terminando le medie in 1 anno e frequentando il liceo per 4 anni (quando la polizia segreta di re Idris lo obbligherà ad abbandonare la città).

A Sebha egli, tramite una radio regalategli dal padre, ascolta le trasmissioni della Voce degli Arabi (che aveva la sede al Cairo), monopolizzate dai discorsi di Nasser, infiammandosi di spirito nazionalista e panarabista. Mohamed resta fin da subito incantato dalla mitica figura del rais egiziano, ne studia gli scritti e i discorsi (si vedano i numerosi riferimenti presenti nel Libro Verde) e lo sostiene attivamente, in due occasioni in particolare: una prima volta, il 29 ottobre 1956 (quando inglesi, francesi ed israeliani invadono l’Egitto, che ha da poco nazionalizzato il canale di Suez) a 14 anni, organizza un corteo davanti al consolato francese e, in piedi su uno sgabello, pronuncia il suo primo discorso politico davanti a una moltitudine di persone; una seconda volta, il 5 ottobre 1961 (quando il leader egiziano annuncia alla radio la fine della Repubblica Araba Unita – l’unione tra Egitto e Siria, sancita 3 anni prima-), Gheddafi organizza quello stesso giorno una grande manifestazione pro-Nasser contro gli “imperialisti”. Tra l’altro, in quell’occasione la polizia arresta diversi dimostranti e identifica Mohamed come agitatore pericoloso (per questo espulso da tutte le scuole del Fezzan e, perciò, costretto a lasciare Sebha – come si è accennato nel paragrafo precedente).

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Nasser

Tra i 15 e i 19 anni Gheddafi continua ad organizzare manifestazioni a favore del panarabismo o di protesta (ad esempio contro la colonizzazione criminale francese, contro l’assassinio di Patrice Lumumba etc.). Esemplare di questo spirito irrequieto animato da genuino spirito critico può essere la lettera che scrive a 15 anni al Journal de Fezzan, dove tra l’altro chiede a che cosa debba servire il petrolio estratto in Algeria, chi sia incaricato dello sfruttamento dei giacimenti, chi guadagna e chi sia lo sfruttato e che fine abbia fatto Ahmed Ben Bella dopo il dirottamento del suo aereo, organizzato dai servizi speciali francesi.

A Sebha matura definitivamente l’avversione nei confronti di re Idris, da lui considerato una marionetta delle potenze occidentali (per intenderci, una sorta di Pu Yi nordafricano; si tenga presente che re Idris aveva ceduto agli inglesi alcune basi militari in Cirenaica e Tripolitania e agli americani Wheelus Field) e, a 17 anni, crea la sua prima cellula politica scegliendo i suoi coetanei più studiosi e coraggiosi, come ad esempio Abdessalam Jallud, che nel colpo di Stato agirà a Tripoli al comando di 600 uomini. 2 anni dopo, a 19 anni, continua la sua opera di proselitismo durante i 2 anni di liceo a Misurata, creando nuove cellule eversive e intensificando lo studio di Montesquieu, Rousseau, Voltaire, Sun Yat Sen e Mao Tse Tung.

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Re Idris

Nel 1963, a 21 anni, organizza la prima riunione generale clandestina del movimento cospirativo e, in quell’occasione, dichiara che lui, Jallud ed altri si iscriveranno all’Accademia militare di Bengasi per crearvi un nucleo cospirativo di ufficiali, obiettivo da perseguire parallelamente ad un’intensa opera di proselitismo tra i soldati. A 24 anni Gheddafi viene inviato a Beaconsfield (in Gran Bretagna) per un corso di addestramento al reparto comunicazioni dell’esercito e, durante questo soggiorno inglese, acquisisce diverse cognizioni che gli torneranno utili nell’organizzazione del colpo di stato (ad esempio, al ritorno in Libia riuscirà a creare una rete di collegamento radio tra le diverse cellule eversive).

Nel 1969, l’annus mirabilis, Gheddafi ha 27 anni. Ormai è tutto pronto per il colpo di Stato. Esso avverrà alla stessa ora in tre diverse città: Tripoli (dove agiscono Jallud, Yunes, al-Huni, al-Hamidi, al-Meheishi e 600 soldati), Bengasi (Gheddagi, al-Kharrubi, al-Mugarieff e 300 soldati) e Sebha (al-Hawadi e Hamza). L’Operazione Gerusalemme (questo il nome in codice del putsch) viene rinviata 3 volte: prima doveva compiersi il 12 marzo (genetliaco del re), poi il 24 marzo (durante il trasferimento del re da Tripoli a Tobruk), poi il 13 agosto (in occasione della conferenza annuale dell’Accademia militare di Bengasi).

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Alla fine si stabilisce che il colpo di Stato avverrà nella notte tra il 31 agosto e il 1 settembre 1969. Il putsch viene avviato alle 4 di mattina e, dopo 2 ore e mezzo, si risolve perfettamente, con l’arresto di 400 autorità e senza alcun spargimento di sangue (per certi versi il colpo di stato dei 12 del Consiglio del Comando della Rivoluzione può essere assimilabile al putsch leninista).

Un ventisettenne nato nel deserto in assoluta povertà, di origine beduina (come altri due componenti del CCR, Jallud e Hamza), prende così il potere e avvia una politica guidata dai quattro principi cardini del nazionalismo, riformismo, anti-imperialismo e panarabismo.

Testo di riferimento: Angelo Del Boca, Gheddafi. Una sfida dal deserto 

La via dell’impero. L’espansionismo giapponese durante la seconda guerra mondiale

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di Pier Paolo Alfei

Abbiamo già detto che al Giappone rimangono soltanto tre vie per sfuggire alla pressione demografica. Siamo come una grande moltitudine di persone stipate in una stanza piccola e stretta con soltanto tre porte attraverso le quali possiamo sfuggire, cioè, l’emigrazione, la conquista dei mercati mondiali e l’espansione territoriale

La prima porta, l’emigrazione, ci è stata sbarrata dalla politica ostile all’emigrazione giapponese di altri paesi. La seconda porta, la conquista dei mercati mondiali, sta per esserci serrata con barriere doganali e con l’abrogazione dei trattati commerciali. Che cosa dovrebbe fare il Giappone se due di queste tre porte gli sono state sbarrate?

È del tutto naturale che il Giappone si avventi contro l’ultima porta rimasta. Può sembrare pericoloso quando parliamo di espansione territoriale, ma l’espressione “espansione territoriale” di cui parliamo non implica in nessun senso l’occupazione dei possedimenti di altri paesi, il piantare su di essi la bandiera giapponese e la dichiarazione della loro annessione al Giappone.

È esatto che finché le potenze impediranno la circolazione di articoli e merci giapponesi all’estero, noi cercheremo paesi oltremare in cui i capitali giapponesi, l’abilità giapponese e la manodopera giapponese possano agire liberamente, lontano dall’oppressione della razza bianca.

Saremmo davvero soddisfatti di tutto ciò. Quale diritto morale hanno le potenze mondiali che ci hanno sbarrato le due porte dell’emigrazione e della conquista dei mercati mondiali, di criticare il tentativo del Giappone di forzare la terza e ultima porta? Se non approvano ciò, dovranno riaprire le porte che ci hanno sbarrato e permettere liberi movimenti oltremare agli emigranti e alle merci giapponesi. (…)

E se si sta ancora protestando che le nostre azioni in Manciuria furono eccessivamente violente, non possiamo chiedere alla razza bianca quale paese è mai quello che inviò navi da guerra e truppe in India, Sud Africa e Australia a massacrare innocenti aborigeni, a legare loro mani e piedi con catene di ferro, a frustare le loro schiene con sferze di ferro, a proclamare questi territori di sua proprietà ed occuparli sino ad oggi?

Essi risponderanno invariabilmente che queste erano terre abitate dai selvaggi che non sapevano come sviluppare le abbondanti risorse della loro terra a vantaggio del genere umano. Tuttavia era volontà di Dio che creò il cielo e la terra per il genere umano, generare per noi queste terre non sfruttare e promuovere la felicità del genere umano in loro voce. Dio lo vuole. È un argomento davvero vantaggioso per loro. Prendiamolo al valor nominale. Allora c’è un’altra domanda che possiamo fare loro.

Supponiamo che esistano ancora in questo mondo terre fornite di abbondanti risorse naturali che non siano state affatto valorizzate dalla razza bianca. Non sarebbe allora volontà di Dio e volontà della Provvidenza che il Giappone vi si insediasse per valorizzare tali risorse a vantaggio del genere umano? E rimangono ancora molte terre di tal tipo nel mondo.

Hashimoto_KingoroFoto: Hashimoto Kingoro (1890-1957).

L’appello ai giovani (dal quale è stata tratta la citazione) fu lanciato nel 1937 dal colonnello giapponese Hashimoto Kingoro. Quell’anno (si ricordi che l’anno precedente il Giappone stipulò un patto d’alleanza con il regime hitleriano) costituisce un churchilliano hinge of fate per la storia dell’umanità. Infatti, il Ministero della Pubblica Istruzione diffonde in tutto il paese I Fondamenti della politica nazionale (si veda nota 1), animati da una solida convinzione della superiorità del popolo del Sol Levante e della razza Yamato. Imbevuto di acre nazionalismo e trascinato da fallaci illusioni imperialistiche, l’esercito giapponese attacca la Cina nel 7 luglio 1937.

L’affermazione di Kingoro secondo il quale “l’espansione territoriale di cui parliamo non implica in nessun senso l’occupazione dei possedimenti di altri paesi, il piantare su di essi la bandiera giapponese e la dichiarazione della loro annessione al Giappone” giocoforza si rivelò falsa: nel giro di circa 5 anni i giapponesi occupano stabilmente, tra l’altro, diversi nodi nevralgici cinesi (ad esempio Pechino e Nanchino), l’Indocina e le Filippine, in seguito ad orribili crimini e terribili massacri (uno su tutti, lo stupro di Nanchino; si veda nota 2).

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Foto: una bandiera giapponese svetta su un edificio di Nanchino.

Senza dubbio il regime giapponese (attraverso i vari Ministeri e uomini come Kingoro) seppe giustificare adeguatamente il suo criminale espansionismo (nel caso di Kingoro, ammantandolo deterministicamente come soluzione necessaria per liberarsi dalle opprimenti catene delle potenze occidentali) agli occhi di una popolazione infervorata da una solidissima etica di sacrificio per la nazione, propagandata ubique, in buona parte attraverso il cinema ( penso ad esempio ai film di Tomotaka Tasaka e Kajiro Yamamoto).

Nota 1: così si conclude l’opuscolo: “La nostra missione attuale come popolo è di costruire una nuova cultura giapponese adottando e sublimando le culture occidentali con la nostra politica nazionale come base e di contribuire spontaneamente alla crescita della cultura mondiale. La nostra nazione anticamente conobbe l’introduzione delle culture cinese e indiana e riuscì ad elaborare creazioni e sviluppi originali. Ciò fu reso possibile, in verità, dalla natura profonda e sconfinata della nostra politica nazionale; cosicché la missione del popolo al quale viene trasmessa è davvero di grande significato storico.”

Nota 2: rimando alla visualizzazione delle foto del massacro di Nanchino reperibili online.

La logistica degli alpini nella Grande Guerra

di Mario Nardulli 

Gli alpini nel 1915 erano ordinati per 9 reggimenti con peculiarità di forte autonomia dei battaglioni che operavano sia a livello di unità tattica, che di minima unità strategica . Con la frettolosa mobilitazione, accelerata dalle indiscrezioni sul patto di Londra, fu anzitutto decisa la costituzione di nuovi battaglioni dalla costola base di un battaglione titolare, tipo il Morbegno, il Tirano, il Bassano, il Verona, etc., anzitutto di Milizia Territoriale, cioè con richiamati sopra i 35 anni che vennero denominati battaglioni “Valle” (es. Val Fella, Val Varaita, Val Maira, etc.) e subito dopo con battaglioni “Monte” e cioè di giovani di leva e delle prime classi richiamate ovvero la 1888, 1889, 1890,1891,1892 ; i primi venivano anche detti battaglioni “vecio” i secondi battaglioni “bocia” I quadri degli ufficiali (che servivano in maniera spasmodica) vennero colmati o presso i corsi ufficiali accelerati che venivano sfornati dall’accademia di Modena, con nomina ad Aspirante(“stella nera sulla spallina e fettuccia nera sul berretto) o da quelli reggimentali che venivano effettuati presso un battaglione titolare con nomina a caporale dopo un mese a Sergente dopo due, con invio ai reparti anche di prima linea e la nomina diretta a Sottotenente dopo altri tre mesi, senza passare per l’odiatissima stella nera di aspirante. c’era anche la possibilità di ottenere la nomina diretta a ufficiale se si optava per entrare in un battaglione Valle ovvero di Milizia Territoriale, che perlomeno nei primi mesi di guerra non erano impegnati in prima linea. Per il resto e perlomeno fino alla Straf Expedition, che impose una concentrazione inusitata di battaglioni alpini, continuava la piena autonomia di battaglione, laddove la dipendenza reggimentale era puramente nominale. Proprio la “emergenza” della offensiva austriaca sugli altopiani trentini, impose la costituzione di una nuova entità, di carattere strategico, ovvero “il Gruppo” che consisteva in un accorpamento di più battaglioni che si rivelò particolarmente efficace nel contenimento di detta offensiva, denominato a numeri romani IV Gruppo, V gruppo, VI Gruppo, tendeva tra i reparti combattenti ad assumere il nome del comandante di tale Gruppo (Gruppo Stringa, Gruppo Porta, Gruppo Sapienza, gruppo Barco). l’anno seguente in vista della battaglia dell’Ortigara tutta la congerie di battaglioni (addirittura 18) fu riunita in due grossi “raggruppamenti” che erano il nerbo della 52^ Divisione comandata dal Gen.Angelo Como Dagna Sabina. il raggruppare un numero così elevato di battaglione fu comunque un grave errore, perché tolse slancio alla abituale elasticità degli alpini e anche se non la principale, fu comunque una delle cause dell’insuccesso della offensiva ( si ripeterà l’errore nella seconda guerra mondiale, in Russia, quando gli alpini furono addirittura inquadrati in un corpo d’armata su tre Divisioni).

Conversazione in Sicilia: viaggio tra sogno e realtà

di Rosaria Fortuna

Elio Vittorini faceva l’editor, oltre ad essere uno scrittore, un’attività che uno scrittore, inevitabilmente, dovrebbe svolgere, visto che la correzione di un testo, determina la riuscita del testo stesso, oltre ad allenare l’occhio, e quindi a migliorare la capacità di scrivere di un autore . All’ Epoca, nel dopoguerra, chi sceglieva di scrivere come professione, sapeva pensare, aveva una sua visione del mondo assolutamente originale. Metteva insieme storie con lo scopo, pure, di allargare il mondo degli altri. Conversazione in Sicilia nasce a puntate, una cosa che facevano e avevano fatto anche altri autori italiani e stranieri, perché la narrazione deve fare compagnia, e pure perché è un modo per testare meglio quello che si scrive. È un libro insolito per quell’ Epoca proprio per la sua costruzione, apparentemente, scollegata, per questo viaggio alla Gulliver fuori e dentro di sé, che ricostruisce legami, li dissolve, li cambia, modifica dall’interno, e rapidamente il protagonista. Poi c’è la bellissima copertina di Guttuso. Allora scrivere voleva anche dire farsi contaminare, portare pezzi di altri dentro di sé. Se volete vivere a occhi aperti, mentre attraversate la vita da protagonisti, è un libro da leggere, oltre lo stereotipo.

Il Potere e la Violenza sono un tutt’uno: La Storia di Elsa Morante

di Rosaria Fortuna

La Storia di Elsa Morante ha già tutto nel titolo la sua ragion d’essere, è anche questa la sua potenza. Scrittrice intricata e umanamente complicata, riversa nelle sue opere la necessità di catalogare la realtà in maniera precisa, senza pregiudizi. E così La Storia ci racconta quello che siamo, ancora oggi, con la sua cronaca della guerra, del disordine di vite che la guerra comporta, della capacità di aggiustarsi, tanto partenopea, quando tutto sembra perduto. È la scrittrice italiana più importante, problematica, opaca, a tratti. Eppure riesce a raccontare lo squallore del vivere magicamente. Perché l’importante è incedere a passo spedito, pure nelle macerie, a costo di impazzire di dolore, come accadrà alla sua Ida, mancata Aida all’anagrafe. Resta un documento storico di rara bellezza. Da leggere e consultare ancora visto che la Storia e le guerre ci appartengono.

Gramsci e Radiodervish: parole e musica

di Rosaria Fortuna

22 aprile 1929

Carissima Tania, ho ricevuto le tue cartoline del 13 e del 19 aprile. Aspetterò con pazienza le notizie di casa. Credo che anche tu ti sia accorta, in quei pochi momenti che ci siamo visti, quanto io sia divenuto paziente. Lo ero anche prima, ma solo in virtú di un grande sforzo su me stesso: era una certa qualità diplomatica, necessaria per entrare in rapporto con gli imbecilli e con la gente noiosa, della quale purtroppo non si può fare a meno. Ora, invece, non mi costa nessuna fatica: è diventata un’abitudine, è l’espressione necessaria della routine carceraria, ed è anche un elemento di autodifesa istintiva. Qualche volta però questa «pazienza» diventa una specie di apatia e di indifferenza, che non riesco a superare: credo che ti sia accorta anche di questo e che un po’ ti abbia addolorato. Non è una novità neanche questo, sai? Tua madre se n’era accorta fin dal 1925 e Giulia me lo riferí. La verità è che fin da quegli anni io, per dirla con una immagine di Kipling, ero come una capra che ha perduto un occhio e gira in circolo, sempre sulla stessa ampiezza di raggio. Ma veniamo a qualcosa di piú allegro. La rosa ha preso una terribile insolazione: tutte le foglie e le parti più tenere sono bruciate e carbonizzate; ha un aspetto desolato e triste, ma caccia fuori nuovamente le gemme. Non è morta, almeno finora. La catastrofe solare era inevitabile, perché potei coprirla solo con della carta, che il vento portava via; sarebbe stato necessario avere un bel mazzo di paglia, che è cattiva conduttrice del calore e nello stesso tempo ripara dai raggi diretti. In ogni modo la prognosi è favorevole, a eccezione di complicazioni straordinarie. I semi hanno tardato molto a sortire in pianticelle: tutta una serie si intestardisce a fare la vita podpolie. Certo erano semi vecchi e in parte tarlati. Quelli usciti alla luce del mondo, si sviluppano lentamente, e sono irriconoscibili. Io penso che il giardiniere, quando ti ha detto che una parte dei semi erano bellissimi, voleva dire che erano utili da mangiare; infatti alcune pianticelle rassomigliano stranamente al prezzemolo e alle cipolline piú che a fiori. A me ogni giorno viene la tentazione di tirarle un po’ per aiutarle a crescere, ma rimango incerto tra le due concezioni del mondo e dell’educazione: se essere roussoiano e lasciar fare la natura che non sbaglia mai ed è fondamentalmente buona o se essere volontarista e sforzare la natura introducendo nell’evoluzione la mano esperta dell’uomo e il principio d’autorità. Finora l’incertezza non è finita e nel capo mi tenzonano le due ideologie. Le sei piantine di cicoria si sono subito sentite a casa loro e non hanno avuto paura del sole: già cacciano fuori il fusto che darà i semi per le messi future. Le dalie e il bambú dormono sotterra e non hanno ancora dato segno di vita. Le dalie specialmente credo siano veramente spacciate. – Poiché siamo su questo argomento, voglio pregarti di mandarmi ancora quattro qualità di semi: 1° di carote, ma della qualità detta pastinaca, che è un piacevole ricordo della mia prima fanciullezza: a Sassari ne vengono di quelle che pesano mezzo chilo e prima della guerra costavano un soldo, facendo una certa concorrenza alla liquerizia; – 2° di piselli; – 3° di spinacci; – 4° di sedani. Su un quarto di metro quadrato voglio mettere quattro o cinque semi per qualità e vedere come vengono. Li puoi trovare da Ingegnoli, che ha negozio in piazza del Duomo e in via Buenos Ayres; cosí ti farai dare anche il catalogo, dove è indicato il mese più propizio per la semina. 

(lettera scritta da Antonio Gramsci)

link: Radiodervish – Rosa di Turi

L’origine controversa di Praga

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di Mario Nardulli

Storia o leggenda!? gli studiosi non hanno dubbi, la origine di Praga è da accreditare ad un non meglio precisato signorotto locale che capì per primo l’importanza strategica di un sito collocato a ridosso dell’ansa di un fiume con un’altura prospiciente a sua difesa e altre disseminate nei paraggi, e quindi trasferi’ la sua residenza . Il suo nome ? Duca (ammesso che Duca fosse il suo titolo) di Borivoj, vissuto tra il IX e X secolo, rozzo, anzi rozzissimo, che mangiava con le mani e la sua reggia altro non era che una capanna fatta di tronchi, ma che oltre a quell’intuizione della migliore posizione sia per la difesa, sia per le possibilità di commerci, ne ebbe un’altra, forse addirittura più gravida di futuro, quella di convincersi a convertirsi al Cristianesimo. Il nome Praha, sempre per i nostri studiosi sarebbe da addursi ad un storpiatura del termine na praze che significava disboscare un terreno col fuoco. Tutt’altra storia, personaggio, luogo (non l’altura a ridosso dell’ansa del fiume, ma assai più giù, in termini attuali non l’Hradcany e Malastrana , bensì Visehrad) e persino etimologia del termine Praha, per la leggenda che pone invece una donna, o meglio una principessa e anche una profetessa come fondatrice della città, quella che a noi è arrivata col nome di Libuše che era rimasta ispirata da un ragazzo che stava intagliando la soglia della sua casa e “prah” è la dizione ceca del termine soglia.
Libuše e Bořivoj, soglia o disboscamento con il fuoco, voi per quale optereste? Voi quale scegliereste se, diciamo, foste membri di una dinastia, che solo da pochissimo è pervenuta alla dignità reale e ha bisogno di legittimare, anche con un’appropriata tradizione, il suo potere? da una parte un rozzo capo tribù, magari un tantino più avveduto e scaltro di altri signorotti locali, ma che mangiava per terra e con le mani e aveva una residenza fatta con tronchi di legno, dall’altra una dolce e avvenente fanciulla, ispirata profetessa che fa il verso a Virgilio nella formulazione della sua visione, mostrando quindi una raffinata cultura. Incontriamo la figura di Libuše che non si chiamava ancora così, anzi per la verità non aveva neppure un nome, ma era solo genericamente indicata come una profetessa, parecchio prima dell’anno mille, in storie e racconti popolari, la cui trasmissione di tipo orale era solo occasionalmente e assai confusamente tradotta in qualche scritto, ma è grazie ad un diacono dal nome Cosma vissuto nella metà dell’XI secolo, con tutta probabilità in associazione al nome di Matilde di Canossa, una donna assai famosa in quell’epoca e che il diacono, in numerosi passi del racconto, mostrava di conoscere molto bene. E’ indubbio che questa prima versione del mito fatta da una persona coltissima (futuri continuatori della storia, come ad esempio Clement Brentano, ammiravano la eleganza del tardo stile latino del suo “Cronica Bohemicarum”) in servizio presso la dinastia al potere in Boemia, i Premyslidi, risenta di un forte intento agiografico, difatti dare un nome alla protagonista del mito che si associasse ad una delle donne più celebri dell’epoca non poteva che rafforzarne l’impatto sulla immaginazione popolare ed in qualche modo lusingare quegli stessi sovrani, che, come si è detto, da non troppo tempo, erano passati da nobilotti di provincia al rango reale. La Lubossa di questa primissima versione del mito è alquanto contraddittoria: risente della cultura del suo autore, e riprende il tema della figlia più piccola contrapposta alle due sorelle malvagie (il padre Krok, figlio di Czech alla sua morte non aveva lasciato figli maschi), ma nelle sue ulteriori manifestazioni si mostra alquanto avversa al marito Premysl, che pure aveva scelto a seguito di una visione nella quale aveva visto un contadino tra l’aratro e due buoi chiazzati. Anche nella successiva visione dell’intagliatore intento a lavorare alla sua soglia, la fatidica “ prah” dove in una nuova trance sempre lei, aveva indicato dove sarebbe sorta la nuova città, c’è qualcosa che non torna: come mai i due personaggi (aratore e intagliatore) non erano coincidenti, e perché subito dopo il trasferimento da Vyšehrad ad Hradčany, invece di una idilliaca generale solidarietà, si era arrivati addirittura ad una guerra tra uomini e donne, la cosidetta “guerra delle fanciulle”? Sembrerebbe proprio che il diacono Cosma, ma soprattutto i Re Premyslidi che senza dubbio sovraintendevano alla stesura delle “Cronichae” ci tenessero a mantenere il mito ad un livello solo di accenno – non avevano potuto scegliere il rozzo Bořivoj e neppure qualcun altro Duca a lui successivo, come ad esempio il famosissimo Venceslao, perché oramai indisponibile per il ruolo di fondatore, date le vicende più circostanziate (contrasto con la madre, con il fratello, uccisione e persino canonizzazione) della sua vita, ed erano stati costretti a scegliere una figura femminile – il femminile è sempre più archetipo, più ancestrale del maschile, ed inoltre su di esso erano incentrate anche le tradizioni orali del luogo e quei pochi scritti precedenti, che alludevano chiaramente ad una profetessa – però era quanto mai necessario che una volta assolto al suo ruolo, diciamo così istituzionale, uscisse velocemente di scena, lasciando spazio ai degni rappresentanti della dinastia Premyslide. Nella controversia tra storia e leggenda, ovvero tra Bořivoy e Lubossa, non c’è alcun confronto di popolarità e riscontro: il povero Bořivoy è pressocchè assente dalla tradizione nazionale e per trovare almeno una strada che lo ricordi dobbiamo inerpicarci per i saliscendi del popolare quartiere di Žižkov, il quartiere che deve la sua denominazione all’eroe Hussita Jan Žižka. E’ li che si snoda la lunga e contorta Bořivojova, una strada con costruzioni sul popolare e molte moltissime birrerie. Tutt’altra musica per la dolce Libuše, dove c’è un intero quartiere a ricordarla, il quartiere di Vyšehrad,! Libuše di cui non si contano le statue, i dipinti, le raffigurazioni su palazzi, sulle hall di alberghi, sui saloni di ristoranti. C’è pero da fare una precisazione: il Mito così come lo percepiamo oggi, nomina Libuše e non Lubossa la controversa protagonista delle Chronica Boemicorum del diacono Cosma. Sembrano differenze marginali, l’eliminazione di una “o” lo spostamento della “u” e la perdita di una delle due “s”, ma a queste sia pur insignificanti modifiche del nome tengono dietro radicali trasformazioni del personaggio che nel corso dei secoli ha perduto tutto il suo carico di ambiguità ed è divenuta l’attuale eroina a tutto tondo della tradizione. A cominciare l’opera di revisione era stato l’imperatore Carlo IV che intorno alla metà del ‘300 aveva incaricato un autore italiano di riadattarne il mito a proprio uso e consumo, si da offrire anche una sorta di omaggio per la propria adorata madre, la principessa Eližška, ultima esponente della dinastia Premyslide. Ad occuparsi di Libussa che già in quella prima revisione aveva perduta la “o” richiamo troppo esplicito a Matilde di Canossa, furono, nel corso dei secoli successivi, un numero altissimo di autori, persino esponenti di punta delle letterature germanica e austriaca del periodo romantico, come Brentano e Grillparzer, che oltre ad inserire irrevocabilmente il personaggio nella cultura ceca, riuscirono a farne una figura della tradizione mitteleuropea. E’ nella seconda metà dell’ottocento che il Mito si stabilizza ed assume anche la denominazione attuale Libuše; il merito principale non è da ascrivere, ad uno scrittore, storico, saggista o novelliere che fosse, bensi ad un musicista Bédrich Smetana, e il mezzo, lo specifico, attraverso il quale il mito si fissa, non è lo scritto, ma la musica.
Bédrich Smetana c’è da precisarlo, non era un uomo staccato dal contesto popolare e sociale del suo paese, che era all’epoca sotto il dominio dell’Impero Austro-Ungarico, né come l’altro grande compositore ceco Dvořak, interessato soprattutto a confrontarsi con le più avanzate tendenze europee in campo musicale: in lui gli elementi di riferimento ad un passionale patriottismo erano preminenti e si traducevano con facilità in composizioni enfatiche, celebrative. Una precedente dimostrazione di tale ispirazione, si era avuta nell’opera “Vtlava” che faceva parte di un ciclo intitolato “la mia Patria” (Ma Vlast), dove, oltre all’incondizionata accettazione da parte dell’autore, del mito completo con tanto di antecedente di Czech e l’assurdo storico di Vyšehrad precedente a Hradčany, la musica era al servizio del racconto e sottolineava con un ritmo maestoso, incalzante addirittura trionfale il punto in cui il fiume entrava nella piana di Praga. Nell’opera “Libuše” non a caso scelta per l’inaugurazione del Nàrodnì Divadlo nel 1881 e alla quale più che in ogni altra composizione resta affidata la fama di Smetana, quello stesso ritmo celebrativo e trionfale veniva trasposto dalla Rocca di Vyšehrad a quella di Hradčany e faveva da contesto alle ulteriori visioni profetiche della protagonista che come in una lanterna magica elencava i maggiori eroi della Nazione.

Praga la città d’oro

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di Mario Nardulli

Perché Praga è detta “la città d’oro? Perché l’oro c’è per davvero! Una soffusa, impalpabile atmosfera dorata sembra come spalmata per la città, enfatizza i monumenti, le strade, gli scorci e asseconda il verticalismo dei tetti, delle proverbiali cento torri e delle guglie nere, che, con appena un po’ di immaginazione, si trasformano in aguzzi pennelli, pronti a ridisegnare in oro la tonalità del cielo. E’ la “Zlatà Praha” la Praga d’oro! l’origine di questa nomea è lontana ed ha riscontri precisi nella prassi costruttiva che fa seguito all’acquisito rango di capitale Imperiale, sotto Carlo IV alla metà del XIV secolo. Il famoso Imperatore difatti non era soddisfatto dell’affetto cromatico dei monumenti, delle statue, degli stessi edifici più rappresentativi, fatti tutti con la scura pietra locale, così poco appariscente, e cominciò a pretendere che le si desse maggiore visibilità corredando ogni opera con un particolare (una spada, un crocifisso, una corona, un vessillo, etc.), rigorosamente verniciato in oro. Un effetto cromatico davvero inusitato e di forte effetto (il contrasto nero-oro) che doveva divenire la peculiarità costruttiva nei secoli successivi, anche con il declinare della importanza storico-politica della città. C’è da dire che tale contrasto tende a farsi metafora di un contrasto molto più informante, quello che vede Praga non solo perdere il rango di capitale imperiale, ma divenire sempre più marginale rispetto ai grandi eventi e le trasformazioni d’Europa. Forse per questo la dorata atmosfera della città ha sempre più attratto, addirittura ammaliato, gli spiriti più sensibili, gli artisti, i poeti, i letterati, ma non ha mai esercitato il suo fascino sui più noti uomini d’azione. Per ogniPetrarca (che fu a lungo ospite di Carlo IV), per ogni Rodolfo II d’Asburgo e la sua pittoresca corte di alchimisti, per ogni Chateubriand, che sulla collina di Petrin si lasciava indurre a rifare il verso a Polibio dissertando sulle oscure ragioni che determinano l’ascesa e il crollo di grandi civiltà, per ogni anima gotica del periodo romantico che al cospetto della città si lasciava facilmente trasportare verso il magico, l’esoterico, c’è sempre stato un, Cola di Rienzo, che portava a Praga il suo spirito popolaresco dei rioni di Roma, un Federico II che dopo la conquista militare delle città non vi si trattenne più di una notte, un Napoleone Bonaparte che pur vincendo, nei suoi pressi, la più famosa delle sue battaglie (Austerliz) non prese neppure in considerazione la città, ed ancora in tempi più recenti, Hitler, Stalin, tutti più che indifferenti al fascino della “Zlatà Praha”. Non si vuole qui avallare la tesi dell’aut-aut, o tutto o niente: i versi del poeta Oscar Wiener che paragonava la città a una Salomè Tenebrosa “chi l’abbia vista una sola volta negli occhi, trepidi e misteriosi rimane per sempre vittima dell’incantatrice” diceva o di Kafka che la definiva “Mamička” mammina, ma con gli artigli – “era la più bella del mondo” dice Kundera nel suo romanzo più famoso “L’insostenibile leggerezza dell’essere” indotto a tale affermazione dalla vista della città che si coglie dalla collina di Petrin (la stessa di Chateubriand), così come il “era più bella di Roma” nel poema “Vestita di luce” del premio nobel 1984 Jeroslav Seifert.
Praga può anche essere molto più “normale” di quanto si respira nelle pagine del famoso libro di Angelo Maria Ripellino “Praga Magica” – così alla corte di Rodolfo II c’erano artigiani, intagliatori di pietre, maestri di lavorazione dei cristalli, personaggi di solida concretezza come Brahe e Keplero e la celeberrima Zlatà Ulička (la straduzza d’oro) era in verità abitata più da questo tipo di persone, financo da lacchè e stallieri, che dai misteriosi alchimisti; per Mozart era un palcoscenico più caloroso di Vienna o Salisburgo, mentre per Goering, il famoso braccio destro di Hitler, ai tempi dell’invasione del 1939, si rallegrava con Ciano che non ci fosse stata resistenza “sarebbe stato davvero un peccato distruggere una simile bella città” e in tal senso il nazismo mostrò di apprezzare molto più del successivo regime comunista il fascino conturbante della città, anche se certo con intenti dettati più dalla conquista e dall’assimilazione che dal semplice piacere estetico: nel 1942 uscì difatti dalle case di produzione germaniche un film, soffusa pellicola a colori, colonna sonora con le musiche di Smetana, vincitore tra l’altro della Coppa Volpi a Venezia, che cercava di tradurre la Zlatà Praha nella “Die Goldene stadt” giustappunto “la città d’oro”.

Un ante-litteram di terapia Junghiana

di Mario Nardulli 

Duca di rivoli’ Non siete più Massena!?

Se l’identità personale tendi un po’ a perderla, o perlomeno a dimenticarla, ci può essere qualcuno, e qualcuno… del calibro di Napoleone, che con una frase del genere, te la fa ricordare! Napoleone non lo sapeva, ma in quel momento, mentre dava quella lapidaria “frecciata” al suo miglior Maresciallo, Andrea Massenà, insignito di titoli, medaglie e privilegi vari, stava fornendo la migliore esplicazione ante litteram dell’archetipo Junghiano della “Persona” che cosa è la “Persona” riprendiamo lo stesso Jung, in uno dei suoi libri più informanti “L’Io e l’inconscio” : la Persona non è nulla di reale: è un compromesso fra l’individuo e la società su ciò che uno “appare” : ogni individuo prende un nome, acquista un titolo, occupa un impiego, ed è ora questo, ora quello..” Ora sebbene la coscienza dell’Io si identifichi con la Persona, il Sè inconscio, la vera e propria individualità, rimane sempre presente, ovvero, pronta a far capolino, più o meno lentamente come tutti i rimossi, la frase di Napoleone invece è per Massena, un fulmineo ritorno del rimosso, quasi a guisa della sua fulminea carriera, da ex sottufficiale dell’esercito savoiardo a generale della Rivoluzione, ovvero un ritorno al nome, originario, depositario dell’identità…tutte le medaglie, il bastone di maresciallo, i titoli nobiliari, (Jung li avrebbe definiti “gli orpelli della Persona”) sono poca cosa per un inconscio che proprio attraverso il nome, quel nome… Massenà, ribadisce la sua assoluta e unica identità.

Con l’archetipo della Persona si attiva quella “funzione trascendente” che mette in moto “il processo di Individuazione”. Bhe questa del “processo di Individuazione” è, a mio parere, la parte più interessante e densa di significato, del pensiero di Jung. La dizione di “Duca di Rivoli” o quella di Principe di Essling” lo stesso Bastone di Maresciallo dell’Impero, la Gran Croce di Chevalier de la Legion d’Honneur, sono le modalità da cui il nome proprio Andrè Massena rischiava di identificarsi ed allora, eccola lì la frase ad hoc di napoleone, terapeuta Junghiano ante litteram, che è in grado di scongiurare quello che per il pensiero del terapeuta di Zurigo, è assimilabile ad un disastro psichico, ovvero il naufragio dell’Io nel collettivo. Jung è il primo ad individuare una vera e propria dinamica dell’Io, una dinamica intesa come duplice possibilità di identificazione, da una parte, quella che qui abbiamo esemplificato in un personaggio d’eccezione con l’intervento pre-terapeutico di una frase di una persona ancora più eccezionale, ovvero quella rappresentata dal ruolo sociale, elevato al ruolo di Archetipo, giusto il primo Archetipo “La Persona” da cui è sintomatico far iniziare il Processo di Individuazione, dall’altra quella dell’inconscio, sconosciuto ai tempi di questi due personaggi, ma abbastanza chiara a noi uomini del III° millennio, dopo oltre un secolo di psicoanalisi. E’ piuttosto noto: Jung è definito l’ideatore di un inconscio collettivo, quasi ad antitesi dell’inconscio freudiano, sempre etichettato come individuale, ma a mio parere, si tratta delle facce di una stessa medaglia: l’inconscio è collettivo ed individuale nel contempo, e quella che viene definita “dinamica” è in realtà un “volta e rivolta” dello stesso problema. E’ questo il motivo che sto dando tanto importanza a quella frase di Napoleone rivolta a Massena, ravvisando in essa addirittura una efficacia terapeutica di immenso valore: se Massena si identifica con il suo titolo di Dica di Rivoli, e perde di vista il suo nome, ovvero la personalità che lo ha portato a conseguire tale titolo, rischia il dissolvimento del suo “Io” più autentico, nelle forme, tra l’altro cangianti, del collettivo. (anche un Maresciallo di Francia, financo l’Imperatore stesso, può essere soggetto ai mutamenti del caso e della Fortuna, e ritrovarsi dalla Reggia di Versailles o dai campi vittoriosi di Austerliz , alle anguste pareti della casetta di Sant’Elena) Il disastro però è lo stesso per colui invece che sceglie l’altra faccia della dinamica, ovvero quello di identificarsi nelle strutture arcaiche dell’inconscio, quello cioè che Jung chiama “inflazione psichica” ove si rimane fissati ad un solo aspetto della sua sterminata complessità. Da una parte Massena con tutti i suoi titoli, tutte le sue medaglie, e fatte le debite proporzioni, di solito sempre a scendere : il giudice, l’ avvocato, l’imprenditore di successo, fino all’impiegatuccio e l’operaio, dall’altra, lo pseudo profeta, il santone, l’eterno fanciullo, fino al folle vero e proprio, che sono le figure che caratterizzano un adesione acritica ad un solo aspetto dell’inconscio, narcisisticamente ripiegato su se stesso.

MARESCIALLI D’ITALIA DELLA GUERRA 15-18

di Mario Nardulli

Ecco i 7 Generali che si guadagnarono nella guerra 15-18, il bastone di “Maresciallo d’Italia” Il nuovo grado, o meglio Qualifica, era stato istituito nel 1924 da Mussolini ma conferito solo ai due Generali che avevano comandato l’ esercito in guerra ovvero Luigi Cadorna e Armando Diaz, e si tratto’ di un altro di quegli espedienti un po’ maramaldeschi di cui Mussolini si serviva per ingraziarsi certi settori delle leve del potere e dell’opinione pubblica. L’inclusione di Cadorna messo sullo stesso piano di Diaz, significava difatti passare un colpo di spugna su tutta la cialtronesca e disastrosa condotta della guerra culminata nella disfatta di Caporetto e che aveva visto il Cadorna fare a scarica barile di responsabilità, arrivando a prendersela con la parte più debole e indifesa dell’esercito, i soldati semplici che nel suo bollettino erano apostrofati come “reparti vilmente arresisi”. Erano passati sei anni e la rabbia degli ex combattenti si era notevolmente annacquata, anzi passando piano piano dalla riprovazione all’accettazione su quel meccanismo tipico dell’essere mano e del reduce in particolare, che tende a dimenticare i disagi le sofferenze e a sostituirvi al loro posto un generale senso di accettazione con tendenza a farsi vera e propria esaltazione. Si certo “la guerra è scomoda” come giustappunto diceva un libro di due di quei reduci Novello e Monelli “ma bella!” e “l’io c’ero” tende a farsi motivo di orgoglio, con quel meccanismo psicologico di togliere un particolare (brutto) e aggiungerne invece uno bello in più. Un meccanismo, lo si è detto del tutto normale dell’essere umano che nella pletora dei combattenti andava facendosi sempre più dominante, cosa che quel furbastro di Mussolini ora che aveva superato la maretta dello “scandalo Matteotti” e si accingeva sul serio a fare “dell’aula sorda e grigia del Parlamento, un bivacco per i suoi manipoli “ come aveva minacciosamente annunciato fin dal suo primo discorso in veste di Presidente del Consiglio, aveva perfettamente recepito. Non che Diaz avesse mostrato di essere un fulmine di guerra, ma insomma perlomeno non aveva preso mazzate così plateali e sopratutto non si era mai sognato di apostrofare i soldati come vigliacchi; metterli sullo stesso piano a sei anni di distanza significava fare della guerra un tutt’uno, piena continuità fra i macelli delle spallate del Carso e le quasi vittorie del “Piave mormorò” All’incirca due anni dopo, venne deciso di conferire ad altri cinque Generali il bastone di “Maresciallo d’Italia” sostituendo il grado di Generale d’Esercito cui questi erano stati insigniti nell’immediato dopoguerra per il fatto di aver comandato una Armata in guerra , cui all’ultimo momento era stato aggiunto alla lista anche il Badoglio, che un’Armata non l’aveva mai comandata, ma era riuscito con le sue solite camarille a fare in modo che l’incarico di Sottocapo di Stato Maggiore venisse equiparato ad un Comando d’Armata. Di Cadorna per qualificarlo basta la sola parola di “Caporetto”, ma anche Diaz non è che sia molto facile trovarvi elementi di prestigio: comandante di corpo d’armata nell’Armata del Duca d’Aosta, non aveva fatto nulla , ma proprio nulla che potesse dar adito ad una preferenza per la scelta (affrettatissima e rigorosamente imposta da inglesi e francesi) ) della sostituzione di Cadorna , ma proprio quel perfetto anonimato, quella sua figura scialba e accattivante da ragioniere napoletano, erano state la sua fortuna! eh già di certo un Generale di nome e di prestigio non poteva essere sacrificato in una situazione tanto disperata qual’era quella di quel tardo autunno del ‘17, coi tedeschi e gli austriaci ad un passo da dilagare in pianura, dopo che avevano fatto un solo boccone di tutto lo schieramento dell’Isonzo con il subitaneo arretramento delle Armate montane, specie quella di Carnia e Cadore che si era andata ad asserragliare sul massiccio del Grappa e anche della 3^ Armata, l’Armata del Duca di Aosta che aveva preso posizione sul Piave. Ecco proprio il Duca d’Aosta era stato considerato come possibile comandante supremo, ma se la riserva valeva per un Generale di valore quale era senz’altro Caviglia che era stato l’unico comandante di Corpo d’Armata della 2^ Armata a non lasciarsi travolgere, figuriamoci quanto maggiore potesse essere la perplessità a mettere in campo un membro della Casa Reale. D’altronde la geniale strategia di Diaz, appena preso il comando, ma che conservava ancora alla vigilia della battaglia del Solstizio e cioè sette mesi dopo, era palese “ritirata al Mincio” C’erano voluti i soliti alleati a scongiurare una simile mattana “ma che siete matti!!! Una ritirata al Mincio significherebbe regalare al nemico tutto lo spazio di manovra e anche il potenziale industriale, per fare ancor peggio di Caporetto! E poi guardate qui : la linea del Piave è più corta di 100 e passa chilometri di quella dell’Isonzo, ha importanti città e punti nevralgici alle spalle che possono assicurare afflusso di riserve fulmineo e rapidi avvicendamenti di truppe, e come se non bastasse dispone di un baluardo naturale quale il massiccio del Grappa, che sembra fatto apposta per la difesa. Ma Diaz niente, aveva quell’idea fissa del Mincio e se non era per Caviglia, che assunto il comando dell’8^ Armata nel pieno dell’offensiva austriaca del giugno, non solo aveva colmato il buco di 9 chilometri che il nemico aveva operato sul Montello, ma era passato al contrattacco, di fatto ponendo le premesse per la successiva vittoria del novembre e scongiurando una volta per tutte quella malsana idea della ritirata al Mincio. Ma Diaz era così! D’altronde a proposito della famosa vittoria, detta dagli addetti ai lavori la vittoria “per telegramma”, in quanto effettuata solo per le fortissime pressioni del Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando che temendo giustappunto di venir sorpreso dall’armistizio che si stava oramai avviando in Francia, di rimanere sorpreso con l’esercito nemico ancora nel territorio nazionale aveva appunto telegrafato al duo Diaz-Badoglio “Tra l’inazione e la sconfitta, preferisco la sconfitta: MUOVETEVI!” E quando ancora una volta nel pieno della offensiva era stata l’Armata di Caviglia a sbloccare la situazione con un magistrale aggiramento della Alture di Valdobbiedene, che avevano spezzato in due tronconi lo schieramento difensivo nemico sull’ideale obiettivo di Vittorioveneto, ebbene Armando Diaz il Duca della Vittoria a fronte della enorma mappa del teatro di operazioni, se ne era uscito in un napoletanissimo “ma sta cazzo e’ Vittorio Veneto, addò sta?”
Dei nuovi insigniti del bastone di Maresciallo, quelli edizione 1926, abbiamo quindi parlato, benissimo di Caviglia, malissimo di Badoglio, ma gli altri tre? Bhe sul Duca d’Aosta, poco da dire, la sua Armata fu qualificata del titolo di “Invitta” ma se tale fu, lo fu più che altro in quanto mai investita di punta da un’offensiva nemica. Per carità sul Piave fece benino, ma niente di paragonabile all’Armata di Caviglia e neppure all’Armata di Di Robilant, la IV che resistette magnificamente sul Grappa nel novembre dicembre (ignoro i motivi per i quali non venne anche lui insignito né nel 1919 del grado di Generale d’Esercito e nel 1926 di quello di Maresciallo d’Italia) e poi di Gaetano Giardino che a tutti gli effetti è passato come il difensore del Grappa (nelle prime fasi del nuovo corso di comando, era sottocapo di S.M. in condominio con Badoglio. Ancora più anonimo l’ultimo Maresciallo della lista : Guglielmo Pecori Giraldi cte della 1^ Armata, che aveva sostituito Brusati alla vigilia della Straf Expedition, con l’unico merito di essere un tipo pacioso, accomodante, ma agli occhi e al commento di Cadorna che lo aveva scelto per tale incarico, richiamandolo in servizio dal quale era stato allontanato per una disgraziata operazione durante la guerra di Libia, grande, grandissimo merito, che gli aveva fatto esclamare “l’ho trattato come un sottotenente”.

L’orologio

di Mario Nardulli
Un libro letto mezzo secolo fa, può conservare una certa dirompenza, che magari una rilettura di verifica potrebbe anche ridimensionare; per questo ci sono opere, un romanzo un saggio, ma anche un film, financo una immagine, e persino un volto di donna, che si ha quasi il timore di ri-avvicinare: stanno lì come una sorta di firmamento di stelle fisse che potrebbero anche rappresentare un patteggiamento con le istanze del desiderio, la cui mancata verifica è un’assicurazione di assolutezza e di non consumabilità. Tutti noi, penso, abbiamo provato la delusione che si prova quando si fa ritorno nei luoghi dell’infanzia: quello che appariva grandissimo, smisurato, ora è lì sotto i nostri occhi, piccino, a portata di mano e di pochi passi, così quella ragazzetta che ci aveva fatto sospirare, il volto bellissimo, i capelli sciolti sulle spalle, le stringhe che avvolgevano il polpaccio arrivando a incrociarsi sui fantastici piedi, ora non è altro che una signora di mezza età francamente per nulla desiderabile. Fanno parte di questo firmamento, come ho detto, episodi, luoghi e persone reali, ma forse con maggiore frequenza: romanzi e pezzi di romanzi, un quadro, un’immagine, una canzone, e sono sempre un “chiamare per nome” il nome che noi e solo noi abbiamo dato ad un oggetto che nel suo riattivarsi, sempre non troppo definito, si fa ri-assunto sotto l’egida del desiderio. Per questo non è consigliabile precisare quel nome, sopratutto non è opportuna la sua ripetizione effettiva, basta il ricordo, un ricordo, fumoso, indistinto che diviene significante solo per la nostra mente, che dice “l’ultima volta che vidi Parigi” e voilà scatta la sequenza con la splendida Elizabeth Taylor, Van Johnson, Walter Pidgeon e le note struggenti della colonna sonora, oppure insegue i mille puntini di un quadro di Derain, o ecco!!! nel nostro caso ricerca la suggestione di uno scritto “la notte a Roma, sembra di sentire il ruggito di leoni” straordinario no, per andare colla mente ad una città che il traffico delle automobili non aveva ancora soffocato i suoni della città, e la ripresa della marce dei tramwaj che ancora si inerpicavano per le numerose salite degli antichi “Sette Colli” e di nuovi (si fa per dire) “monti”…Verde, Mario, Sacro, producevano quel rumore che allo scrittore, ma anche capace pittore, suggerivano quell’associazione. Il libro è “l’Orologio”, e non rientra nei più famosi di Carlo Levi, ecco non è “Cristo si è fermato a Eboli” e neppure “Le parole sono pietre”, ma è un romanzo che a me, a titolo del tutto personale, provoca quelle sensazioni, di cui ho fatto cenno e che sto qui cercando di rendere partecipe quel famoso “altro” cui lo psicoanalista Jacques Lacan attribuiva le peculiarità di un inconscio con localizzazione del “desiderio” L’impressione di una Roma che “non c’è piu’” e il rimando al mondo incantato dell’infanzia, quando un giorno durava mille anni, il sole su nel cielo, sembrava non volesse tramontare mai e il mondo, tutto il mondo, era lì sotto al balcone, che bastava allungare una mano per afferrare in toto. Di questo trattava il romanzo? Bhe!!! le pagine di descrizione di quel mondo, quello che Schelling definiva il paradiso terrestre di tutti noi, una sorta di “intelligenza pietrificata” della natura, sono le più straordinarie, le più intimamente profonde che mi sia capitato di leggere, ma non è tutto! Il romanzo è ambientato nel primissimo dopoguerra, nell’atmosfera di grande, grandissima speranza del Governo Parri: nessun compromesso con l’orrido passato, piazza pulita con tutte le collusioni, niente “se” e niente “ma” : Ferruccio Parri veniva dal Partito d’Azione ed era stato il comandante ed uno dei più fulgidi eroi della Resistenza, antifascista da sempre era anche stato un valorosissimo combattente della Grande Guerra dove a soli 28 anni si era guadagnato il grado di Maggiore, la Croce di Savoia e una sfilza di medaglie al valore e non solo italiane, ma anche inglesi e francesi. Eppure tutto questo non era sufficiente ad accreditare tale splendida persona come traghettatore verso una nuova Italia, le pagine del libro di Levi, riportano con particolare crudezza, tutte la serie di operazioni messe in atto da una società, che temeva come la peste, proprio le istanze di cui Parri si faceva paladino, rinnovamento ma anche riesamina del recente passato, senza indulgenze e senza patteggiamenti: si va dal tentativo di discredito del personaggio, l’epiteto di “fessuccio” storpiando il nome di battesimo Ferruccio, l’adamantina e integerrima onestà, comune a tutto il movimento di provenienza, il Partito d’Azione e quindi la sua indisponibilità a compromessi, quali perfino un uomo come Palmiro Togliatti si stava rivelando, per ragioni di stato, disponibile. Insomma per farla breve uno spaccato di quel “mancato” cui l’Italia di allora, stava appunto tessendo le fila, un mancato di assurgere a Nazione “corretta” che andava traendo sempre più sostenitori e “cavalier serventi”, da una stampa addomesticata alla ragion di stato, a quelli che avrebbero dovuto essere gli esecutori, dall’alto dirigente, al medio funzionario, fino all’ultimo usciere, che facevano in modo che ogni singola pratica si impantanasse, fino a scomparire del tutto, nei meandri di una burocrazia, che cominciava a rialzare la testa. Siamo nel periodo degli Aiuti del Piano Marshall, della scelta di campo tra occidente e oriente e ne vedremo il seguito, i prodromi della Guerra Fredda, De Gasperi e la Democrazia Cristiana, i comunisti fuori dal Governo, dopo aver fatto in modo che proprio loro (Togliatti Guardiasigilli) togliessero la patata dal fuoco della pacificazione nazionale con quella passata alla storia come “amnistia Togliatti”, insomma un po’ l’Italia di sempre, come l’abbiamo sempre conosciuta.
Un grande libro l’Orologio, un libro che quasi si ha paura a rileggere per non trovarsi troppo al cospetto di quel “mancato” di “quell’avrebbe potuto essere” e proprio in ultimo, così quasi come boutade, un’accezione molto soggettiva, molto personale, che investe l’antitesi uomo-macchina e che però giustifica il titolo dato il romanzo, dove l’autore è portato a ritenere che giustappunto si stabilisca una sorta di affiato o di ripulsa tra l’uomo e uno dei suoi oggetti apparentemente più neutrali, come un orologio: le lancette si fermano inesorabilmente, quando c’è qualcuno che pensi che non più di due volte quelle stesse lancette indicheranno l’ora giusta.

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la legge di Murphy nel 1917

di Mario Nardulli
La prima guerra mondiale sul fronte italiano sembra il terreno e l’ambientazione ideale per l’inverazione di una legge di qualche anno dopo, formulata, non a caso da un ingegnere in servizio nell’esercito statunitense Edward Murphy che colpito dall’impressionante sequenza di errori, che sistematicamente dei tecnici effettuavano nel montare dei pezzi di razzi su rotaia (erano possibili due modi in cui ciascun sensore poteva essere agganciato al suo supporto, e metodicamente i tecnici li montavano tutti e 16 nella maniera sbagliata.) che fu indotto a pronunciare la sua storica frase « Se ci sono due o più modi di fare una cosa, e uno di questi modi può condurre a una catastrofe,allora qualcuno la farà in quel modo. »
La frase che fu riportata da un maggiore medico John Paul Stapp a una conferenza stampa pochi giorni più tardi. E’’ la legge che sentenzia che una fetta di pane imburrata cada sempre dalla parte del burro e non solo ma che se in terra c’è un bel tappeto persiano la probabilità è direttamente proporzionale al valore di quel tappeto. Nella prima guerra mondiale tale legge non era stata ancora formulata, però c’erano le battute dello scrittore umoristico inglese Jerome Klapka Jerome Tre uomini in barca (per tacere del cane)”,che potrebbero anche essere considerate delle precorritrici della legge di Murphy, ma sopratutto c’erano loro: i nostri bravi generali che con metodica sistematicità, e una volenterosa dedizione quasi commovente facevano di tutto per avvalorare una legge e dei principi che ancora non erano stati scritti, ma che insomma, loro, si proprio loro, avrebbero potuto considerarsi assoluti campioni e precursori assai più dei tre uomini in barca e del cane.
Torniamo a quel 17: nel precedente articolo su Caporetto non si poteva mettere in ballo né la legge di Murphy, né la sfortuna, ma semmai solo la spaventosa incompetenza dei nostri Generali, però in perlomeno un paio di occasioni precedenti, sempre del ’17, si! Anzitutto c’è da dire che già allora il 17 era un numero che portava sfiga, senza che quasi nessuno, specie lì in quella congerie di umanità, di cui i tre quarti analfabeta, ne sapesse il perche’ (il numero in caratteri romani XVII che anagrammato dà il significato di VIXI = ho vissuto, quindi “sono morto”).
Tornando alla nostra legge di Murphy, Il Gen. Cadorna potrebbe benissimo rappresentare il bel tappeto, le sue due stelle con nel mezzo la corona bordata rosso su fondo argenteo del grado di Tenente Generale erano in attesa di ratifica di una terza stella quella che contraddistingueva il grado di Generale d’Esercito, cui l’unico insignito era il Gen.Carlo Caneva suo antico rivale, di cinque anni più vecchio e con provenienza dall’esercito asburgico, il che probabilmente gli aveva nuociuto quando nel ’14 si era dovuto scegliere il nuovo capo di S.M.data l’improvvisa morte del napoletano Alberto Pollio.
Eh si! nell’ideale tappeto della sua ambizione la mancanza di quella terza stella era davvero una nota dolente, ma per aggiungerla alla trama, bisognava fare qualcosa di, se non proprio straordinario, perlomeno di rilevante…no non erano bastate le famose spallate sul Carso e neppure la pur eroica difesa degli altopiani trentini del ’16 e neppure la strombazzata presa di Gorizia, il cui merito se l’era accaparrato tutto Capello; ci voleva qualcosa di eclatante e che fosse ascrivibile solo a lui: ecco un’offensiva in Trentino un po’ più ad est di dove gli austriaci avevano sferrato la loro “Straf-Expedition” nella zona che fino ad allora era denominata sbarramento “Altopiano dei Sette comuni” e che per l’occasione sarebbe stata elevata al rango di Armata, una nuova Armata, la 6^, dopo le prime quattro che erano state disposte allo scoppio della guerra e la 5^ cosidetta di Riserva che proprio Cadorna aveva in tutta fretta costituto nella pianura vicentina proprio nel corso della grande battaglia dell’anno precedente sugli altopiani trentini, se mai gli austriaci fossero riusciti a dilagare a valle.
Il tappeto era stato denominato “Operazione K”, ma eccola la fetta da imburrare, dove il burro era proprio il Generale che era stato prescelto per il nuovo comando colla responsabilità di condurre l’offensiva, un generale, per carità niente di che, né nel male , né nel bene, ma con una peculiarità particolare, che ben si adatta a quel fatto della fetta imburrata di cadere dalla parte del burro, proprio sul prezioso teppeto : Ettore Mambretti 58 anni, una carriera ineccepibile, ma con una sorta di costante quella di essere sempre che era sempre l’uomo giusto, ma nel posto sbagliato (ad Adua nel ’96 dove si era portato benissimo guadagnandosi la medaglia d’argento, in Libia dove aveva preso la croce di Savoia ma in una battaglia persa, e lo stesso dicasi in quei due primi anni di guerra, dove si erano succeduti episodi anche risibili) , per dirla papale papale, il Gen. Mambretti si era guadagnato “sul campo” una inossidabile fama di jettatore; soldati, ufficiali, tutti conoscevano la sua nomea, perfino quando si recava ad Udine convocato da Cadorna, che tra l’altro gli era amico, nelle sale del Caffè Dorta (il famoso Trincerone del Dorta, luogo d’elezione di tutti i peggiori imboscati, odiatissimi dai reparti combattenti) si vedevano tutti gli azzimati ufficiali di Stato Maggiore (portan gambali lucidi, capelli impomatati, din don dan e al fronte non ci van) armeggiare con qualcosa di ferro tra le mani, o in mancanza d’altro infilarle spasmodicamente nelle tasche dei pantaloni o con qualcosa di ferro tra le mani.
Affidare il comando dell’operazione e di un’ intera Armata ad un uomo con tale nomea, considerando l’eccezionalità della situazione che faceva si che ognuno faceva ricorso a tutti gli scongiuri possibili e immaginabili, significava quasi di prammatica elevare all’ennesima potenza la sfiducia, lo sconforto e la rassegnazione, e costituire un ideale precedente, che se Murphy ne avesse avuto conoscenza , lo avrebbe senz’altro messo tra i capisaldi della sua “Legge”. La punta di diamante della 6^ Armata e dell’Operazione K stava nella 52^ Divisione del Gen. Como Dagna Sabina dove c’era un raggruppamento spropositato dei battaglioni alpini; non a caso alla vigilia dell’offensiva proprio Como Dagna, si era rivolto ai soldati “affido all’onore dei battaglioni…” aveva detto, ma a parte il fatto che era un madornale errore strategico, tattico e logistico, raggruppare così il fior fiore dei battaglioni alpini in un’unica Divisione, che perdevano così le precipue ragioni della loro efficacia (agilità, autonomia etc.) , a parte la nomea del Comandante in capo, un altro punto dolens era la segretezza del piano, che sempre più stava scadendo nella farsa: nei giorni precedenti l’offensiva i soldati austriaci si divertivano ad apporre nelle loro trincee cartelli con su scritto “Quando farete l’operazione k?” e quello che era l’intendimento generale, ovvero la sfiducia, , cogli ufficiali che in una mano avevano il fischietto che assieme al rituale “Savoia!” dava inizio all’attacco, ma l’altra mano stava proprio nelle tasche dei pantaloni, proprio come quella dei Generali del “Dorta” si era quasi subito rivelata un disastro.
In verità, nel primo balzo d’offensiva l’Ortigara e anche parecchie posizioni, dal Costone dei Ponari, a Campigoletti, al passo dell’Agnellizza fu conquistato, ma per essere perduto poco dopo. Ufficialmente fu data la colpa al maltempo che aveva impantanato il movimento dei soldati, ma il vero motivo dell’insuccesso era chiaro a tutti e lo stesso cadorna dovette convenirne. Il giornalista de Il Messaggero Rino Alessi, in una lettera del 23 luglio 1917 inviata al suo direttore per informarlo del siluramento di Mambretti, a tal proposito scrisse riportando pari pari proprio quanto disse Cadorna «tutti gli ufficiali avevano interpretato l’irrompere improvviso del temporale come un segno ineluttabile di quella nomea che perseguitava il Mambretti, in ogni suo atto – La jettatura ha voluto esercitarsi fino all’estremo: gli Austriaci, dopo una gran preparazione di artiglieria, hanno assalito e ci hanno ripreso l’Ortigara, malgrado una difesa strenua…. quando i soldati vedono Mambretti fanno gli scongiuri. In Italia purtroppo questo pregiudizio costituisce una grande forza contraria”.
Nel dimenticatoio dunque l’Operazione K, il tappeto di Cadorna macchiato inesorabilmente, e come visto siluramento di Mambretti e cancellazione della stessa 6^Armata che non verrà più ricostituita. Eppure di lì a poco ci sarebbe stata una occasione davvero straordinaria, molto ma molto più rilevante dell’obiettivo della operazione k, che era in sostanza l’eliminazione del Costone di Portule, un’occasione che i libri di storia in genere non riportano e sul quale si è steso una sorta di velo pietoso, eh già perché in tale occasione non basta mettere sul piatto la nomea di un generale e gli ante litteram della legge di Murphy, qui vale l’insipienza e, diciamolo, la spaventosa incompetenza dei nostri Generali, che si lasciarono sfuggire, o meglio non furono in grado di recepire la straordinaria possibilità non solo di eliminare un Costone, ma di arrivare nientemeno che alle terga del campo trincerato di Trento.
In genere noi che abbiamo fatto il liceo classico e quando c’era ancora la terribile maturità, con tutte le materie dei tre anni di corso da portare, siamo rimasti colpiti da certi episodi, da certe frasi che poi ci hanno accompagnato tutta la vita: la discesa di Odisseo nell’Ade, il prato ricoperto di asfodeli sul quale si allontana l’ombra di Achille, dopo che ha profferito l’invettiva “preferirei essere l’ultimo degli uomini, un porcaro alle prese coi porci nella terra riscaldata del sole, che il signore di queste ombre che la morte ha consunto” il remo scambiato per un ventilabro, nel paese immerso da nebbie, di uomini che non conoscono il sapore del sale” in primo liceo c’era un passo dove nelle Storie Erodoto, raccontava di un uomo alla corte del Re di Persia, che era perfettamente consapevole del disastro un cui stava andando incontro “quanto segue l´ho sentito raccontare da Tersandro, uno dei cittadini più illustri di Orcomeno. Mi raccontò Tersandro di essere stato invitato pure lui da Attagino ad un banchetto, a cui partecipavano anche cinquanta personaggi di Tebe. Gli invitati non si sistemarono su divani separati, ma su ogni lettuccio c´erano un Persiano e un Tebano. Dopo il pasto, mentre si beveva, il Persiano con cui divideva il posto gli chiese in greco di dove fosse e lui gli rispose che era di Orcomeno. Il Persiano allora proseguì: \”Poiché sei stato mio compagno di tavola e hai brindato con me, voglio lasciarti un ricordo di ciò che penso, perché tu, preavvisato, possa riflettere bene su quello che ti conviene fare. Tu vedi questi Persiani che banchettano e l´esercito che abbiamo lasciato accampato sulle rive del fiume? Di tutti costoro fra non molto tu ne vedrai ben pochi ancora vivi\“. Diceva così il Persiano, e intanto piangeva, piangeva. Tersandro meravigliato delle sue parole gli domandò: \”Ma non sarebbe il caso di dirlo a Mardonio e agli altri che, dopo di lui, godono di maggior prestigio fra i Persiani?\”. Ma quello rispose: \”Straniero, quel che gli deve venire dal dio nessun uomo può stornarlo; e anche se dài avvertimenti degni di fede, nessuno vorrà prestarti ascolto. Siamo in tanti, fra i Persiani, ad essere convinti di ciò che si prepara e non ci opponiamo, obbligati dalla necessità. Ed è questa al mondo l´angoscia più odiosa: capire molto e sentirsi impotenti\“.
Questo sentii da Tersandro di Orcomeno; ed anche che ne aveva parlato subito ad altri, prima che avesse luogo la battaglia di Platea.
Un pezzo che mi è rimasto impresso e che ha un riferimento personale di “sentito dire” proprio in merito a quella straordinaria occasione di cambiare l’esito della guerra, di cui l’ufficiale che appare nella foto di testa Mario Nardulli cl. 1888 si trovò a partecipare quale cte del plotone d’assalto, poi compagnia del Btg.Monte Suello che per la battaglia dell’Ortigara era stato riportato nel battaglione originario, il Vestone (nota di chiarimento: alla mobilitazione nel 1915, i battaglioni precipui di un reggimento alpino (a prima guerra mondiale sul fronte italiano sembra il terreno e l’ambientazione ideale per l’inverazione di una legge di qualche anno dopo, formulata, non a caso da un ingegnere in servizio nell’esercito statunitense Edward Murphy che colpito dall’impressionante sequenza di errori, che sistematicamente dei tecnici effettuavano nel montare dei pezzi di razzi su rotaia (erano possibili due modi in cui ciascun sensore poteva essere agganciato al suo supporto, e metodicamente i tecnici li montavano tutti e 16 nella maniera sbagliata.) che fu indotto a pronunciare la sua storica frase « Se ci sono due o più modi di fare una cosa, e uno di questi modi può condurre a una catastrofe,allora qualcuno la farà in quel modo. »
La frase che fu riportata da un maggiore medico John Paul Stapp a una conferenza stampa pochi giorni più tardi. E’’ la legge che sentenzia che una fetta di pane imburrata cada sempre dalla parte del burro e non solo ma che se in terra c’è un bel tappeto persiano la probabilità è direttamente proporzionale al valore di quel tappeto. Nella prima guerra mondiale tale legge non era stata ancora formulata, però c’erano le battute dello scrittore umoristico inglese Jerome Klapka Jerome” Tre uomini in barca (per tacere del cane)”,che potrebbero anche essere considerate delle precorritrici della legge di Murphy, ma sopratutto c’erano loro: i nostri bravi generali che con metodica sistematicità, e una volenterosa dedizione quasi commovente facevano di tutto per avvalorare una legge e dei principi che ancora non erano stati scritti, ma che insomma, loro, si proprio loro, avrebbero potuto considerarsi assoluti campioni e precursori assai più dei tre uomini in barca e del cane.
Torniamo a quel 17: nel precedente articolo su Caporetto non si poteva mettere in ballo né la legge di Murphy, né la sfortuna, ma semmai solo la spaventosa incompetenza dei nostri Generali, però in perlomeno un paio di occasioni precedenti, sempre del ’17, si! Anzitutto c’è da dire che già allora il 17 era un numero che portava sfiga, senza che quasi nessuno, specie lì in quella congerie di umanità, di cui i tre quarti analfabeta, ne sapesse il perche’ (il numero in caratteri romani XVII che anagrammato dà il significato di VIXI = ho vissuto, quindi “sono morto”).
Tornando alla nostra legge di Murphy, Il Gen. Cadorna potrebbe benissimo rappresentare il bel tappeto, le sue due stelle con nel mezzo la corona bordata rosso su fondo argenteo del grado di Tenente Generale erano in attesa di ratifica di una terza stella quella che contraddistingueva il grado di Generale d’Esercito, cui l’unico insignito era il Gen.Carlo Caneva suo antico rivale, di cinque anni più vecchio e con provenienza dall’esercito asburgico, il che probabilmente gli aveva nuociuto quando nel ’14 si era dovuto scegliere il nuovo capo di S.M.data l’improvvisa morte del napoletano Alberto Pollio.
Eh si! nell’ideale tappeto della sua ambizione la mancanza di quella terza stella era davvero una nota dolente, ma per aggiungerla alla trama, bisognava fare qualcosa di, se non proprio straordinario, perlomeno di rilevante…no non erano bastate le famose spallate sul Carso e neppure la pur eroica difesa degli altopiani trentini del ’16 e neppure la strombazzata presa di Gorizia, il cui merito se l’era accaparrato tutto Capello; ci voleva qualcosa di eclatante e che fosse ascrivibile solo a lui: ecco un’offensiva in Trentino un po’ più ad est di dove gli austriaci avevano sferrato la loro “Straf-Expedition” nella zona che fino ad allora era denominata sbarramento “Altopiano dei Sette comuni” e che per l’occasione sarebbe stata elevata al rango di Armata, una nuova Armata, la 6^, dopo le prime quattro che erano state disposte allo scoppio della guerra e la 5^ cosidetta di Riserva che proprio Cadorna aveva in tutta fretta costituto nella pianura vicentina proprio nel corso della grande battaglia dell’anno precedente sugli altopiani trentini, se mai gli austriaci fossero riusciti a dilagare a valle.
Il tappeto era stato denominato “Operazione K”, ma eccola la fetta da imburrare, dove il burro era proprio il Generale che era stato prescelto per il nuovo comando colla responsabilità di condurre l’offensiva, un generale, per carità niente di che, né nel male , né nel bene, ma con una peculiarità particolare, che ben si adatta a quel fatto della fetta imburrata di cadere dalla parte del burro, proprio sul prezioso teppeto : Ettore Mambretti 58 anni, una carriera ineccepibile, ma con una sorta di costante quella di essere sempre che era sempre l’uomo giusto, ma nel posto sbagliato (ad Adua nel ’96 dove si era portato benissimo guadagnandosi la medaglia d’argento, in Libia dove aveva preso la croce di Savoia ma in una battaglia persa, e lo stesso dicasi in quei due primi anni di guerra, dove si erano succeduti episodi anche risibili) , per dirla papale papale, il Gen. Mambretti si era guadagnato “sul campo” una inossidabile fama di jettatore; soldati, ufficiali, tutti conoscevano la sua nomea, perfino quando si recava ad Udine convocato da Cadorna, che tra l’altro gli era amico, nelle sale del Caffè Dorta (il famoso Trincerone del Dorta, luogo d’elezione di tutti i peggiori imboscati, odiatissimi dai reparti combattenti) si vedevano tutti gli azzimati ufficiali di Stato Maggiore (portan gambali lucidi, capelli impomatati, din don dan e al fronte non ci van) armeggiare con qualcosa di ferro tra le mani, o in mancanza d’altro infilarle spasmodicamente nelle tasche dei pantaloni o con qualcosa di ferro tra le mani.
Affidare il comando dell’operazione e di un’ intera Armata ad un uomo con tale nomea, considerando l’eccezionalità della situazione che faceva si che ognuno faceva ricorso a tutti gli scongiuri possibili e immaginabili, significava quasi di prammatica elevare all’ennesima potenza la sfiducia, lo sconforto e la rassegnazione, e costituire un ideale precedente, che se Murphy ne avesse avuto conoscenza , lo avrebbe senz’altro messo tra i capisaldi della sua “Legge”. La punta di diamante della 6^ Armata e dell’Operazione K stava nella 52^ Divisione del Gen. Como Dagna Sabina dove c’era un raggruppamento spropositato dei battaglioni alpini; non a caso alla vigilia dell’offensiva proprio Como Dagna, si era rivolto ai soldati “affido all’onore dei battaglioni…” aveva detto, ma a parte il fatto che era un madornale errore strategico, tattico e logistico, raggruppare così il fior fiore dei battaglioni alpini in un’unica Divisione, che perdevano così le precipue ragioni della loro efficacia (agilità, autonomia etc.) , a parte la nomea del Comandante in capo, un altro punto dolens era la segretezza del piano, che sempre più stava scadendo nella farsa: nei giorni precedenti l’offensiva i soldati austriaci si divertivano ad apporre nelle loro trincee cartelli con su scritto “Quando farete l’operazione k?” e quello che era l’intendimento generale, ovvero la sfiducia, , cogli ufficiali che in una mano avevano il fischietto che assieme al rituale “Savoia!” dava inizio all’attacco, ma l’altra mano stava proprio nelle tasche dei pantaloni, proprio come quella dei Generali del “Dorta” si era quasi subito rivelata un disastro.
In verità, nel primo balzo d’offensiva l’Ortigara e anche parecchie posizioni, dal Costone dei Ponari, a Campigoletti, al passo dell’Agnellizza fu conquistato, ma per essere perduto poco dopo. Ufficialmente fu data la colpa al maltempo che aveva impantanato il movimento dei soldati, ma il vero motivo dell’insuccesso era chiaro a tutti e lo stesso cadorna dovette convenirne. Il giornalista de Il Messaggero Rino Alessi, in una lettera del 23 luglio 1917 inviata al suo direttore per informarlo del siluramento di Mambretti, a tal proposito scrisse riportando pari pari proprio quanto disse Cadorna «tutti gli ufficiali avevano interpretato l’irrompere improvviso del temporale come un segno ineluttabile di quella nomea che perseguitava il Mambretti, in ogni suo atto – La jettatura ha voluto esercitarsi fino all’estremo: gli Austriaci, dopo una gran preparazione di artiglieria, hanno assalito e ci hanno ripreso l’Ortigara, malgrado una difesa strenua…. quando i soldati vedono Mambretti fanno gli scongiuri. In Italia purtroppo questo pregiudizio costituisce una grande forza contraria”.
Nel dimenticatoio dunque l’Operazione K, il tappeto di Cadorna macchiato inesorabilmente, e come visto siluramento di Mambretti e cancellazione della stessa 6^Armata che non verrà più ricostituita. Eppure di lì a poco ci sarebbe stata una occasione davvero straordinaria, molto ma molto più rilevante dell’obiettivo della operazione k, che era in sostanza l’eliminazione del Costone di Portule, un’occasione che i libri di storia in genere non riportano e sul quale si è steso una sorta di velo pietoso, eh già perché in tale occasione non basta mettere sul piatto la nomea di un generale e gli ante litteram della legge di Murphy, qui vale l’insipienza e, diciamolo, la spaventosa incompetenza dei nostri Generali, che si lasciarono sfuggire, o meglio non furono in grado di recepire la straordinaria possibilità non solo di eliminare un Costone, ma di arrivare nientemeno che alle terga del campo trincerato di Trento.
In genere noi che abbiamo fatto il liceo classico e quando c’era ancora la terribile maturità, con tutte le materie dei tre anni di corso da portare, siamo rimasti colpiti da certi episodi, da certe frasi che poi ci hanno accompagnato tutta la vita: la discesa di Odisseo nell’Ade, il prato ricoperto di asfodeli sul quale si allontana l’ombra di Achille, dopo che ha profferito l’invettiva “preferirei essere l’ultimo degli uomini, un porcaro alle prese coi porci nella terra riscaldata del sole, che il signore di queste ombre che la morte ha consunto” il remo scambiato per un ventilabro, nel paese immerso da nebbie, di uomini che non conoscono il sapore del sale” in primo liceo c’era un passo dove nelle Storie Erodoto, raccontava di un uomo alla corte del Re di Persia, che era perfettamente consapevole del disastro un cui stava andando incontro “quanto segue l´ho sentito raccontare da Tersandro, uno dei cittadini più illustri di Orcomeno. Mi raccontò Tersandro di essere stato invitato pure lui da Attagino ad un banchetto, a cui partecipavano anche cinquanta personaggi di Tebe. Gli invitati non si sistemarono su divani separati, ma su ogni lettuccio c´erano un Persiano e un Tebano. Dopo il pasto, mentre si beveva, il Persiano con cui divideva il posto gli chiese in greco di dove fosse e lui gli rispose che era di Orcomeno. Il Persiano allora proseguì: \”Poiché sei stato mio compagno di tavola e hai brindato con me, voglio lasciarti un ricordo di ciò che penso, perché tu, preavvisato, possa riflettere bene su quello che ti conviene fare. Tu vedi questi Persiani che banchettano e l´esercito che abbiamo lasciato accampato sulle rive del fiume? Di tutti costoro fra non molto tu ne vedrai ben pochi ancora vivi\“. Diceva così il Persiano, e intanto piangeva, piangeva. Tersandro meravigliato delle sue parole gli domandò: \”Ma non sarebbe il caso di dirlo a Mardonio e agli altri che, dopo di lui, godono di maggior prestigio fra i Persiani?\”. Ma quello rispose: \”Straniero, quel che gli deve venire dal dio nessun uomo può stornarlo; e anche se dài avvertimenti degni di fede, nessuno vorrà prestarti ascolto. Siamo in tanti, fra i Persiani, ad essere convinti di ciò che si prepara e non ci opponiamo, obbligati dalla necessità. Ed è questa al mondo l´angoscia più odiosa: capire molto e sentirsi impotenti\“.Questo sentii da Tersandro di Orcomeno; ed anche che ne aveva parlato subito ad altri, prima che avesse luogo la battaglia di Platea.
Riporto questa impressione correlata ad un sentito dire che ha una personalissima individuazione nella persona che appare nella fotografia, Mario Nardulli cl.1888 che al comando dello speciale reparto d’assalto del btg.Monte Suello che per l’occasione di quella famosa “Operazione K” era tornato nell’alveo del battaglione originario il Vestone. Un reparto che preludeva alle famose “fiamme nere” di cui infatti si scorgono le fasce mollettiere nere, che aveva la consistenza di un grosso plotone, ma che subito dopo ascendendo a livello di compagnia con la promozione a Capitano del suddetto ufficiale era rimasto acquartierato nella zona che andava dal Costone dei Ponari al Monte Salubio, e cioè a ridosso di quell’abitato di Carzano che doveva dare il nome a quella incredibile occasione di mutare il volto della guerra e che magari in un successivo articolo mi posso provare a raccontare.

La malattia di Dracula

di Mario Nardulli
Il cinema è influenzato dalla letteratura, i romanzi del genere orrorifico sono parecchi e tutti in serbatoio per essere “ridotti” cinematograficamente, dal Dr.Jeckill e mister Hide di Stevenson (capirai Fredrich March, Spencer Tracy e anche una originale interpretazione di Albertazzi), all’uomo lupo (Lon Chaney), Frankstein (Boris Karolf), ma da quasi subito il più rappresentativo, il più famoso , il più inossidabile, è lui….Dracula il vampiro.

Come mai questo personaggio incontra un successo così straordinario e dopo averlo un pò diviso con Frankstein, (diciamo Bela Lugosi-Boris Karlof) con il film del ’58 di Fisher e quindi Cristhofer Lee, diventa incontrastato? L’atto letterario di origine dei due mostri è comune, addirittura circostanziato, quella riunione nella Villa Diodati vicino Ginevra nel maggio 1816 di quel po po di letterati, Byron in testa, Shelley la sua fidanzata Mary, Polidori, in cui decidono di fare quella curiosa gara sul chi scriverà il più originale racconto dell’orrore; manco a dirlo Ken Russel ci ha fatto un film, ma in prima battuta la vincitrice della gara è lei Mary Godwin Wollstonecraft, fidanzata di Percy Bysshe Shelley, con Frankstein, mentre il Vampiro di John William Polidori è per il momento in sott’ordine.

Mentre difatti il mostro ricomposto da pezzi di cadaveri si inscrive subito nell’immaginario collettivo mondiale, Il Vampiro che tra l’altro era l’evoluzione del racconto abbozzato da Byron, sul quale probabilmente Polidori rappresentava lo stesso Lord Byron, nei suoi aspetti più inquietanti: infatti il nome del protagonista, “Lord Ruthven“, riprendeva il nome del protagonista del racconto “Glenarvon” di Lady Caroline Lamb, nel quale ella aveva inteso rappresentare, nella figura del crudele Ruthven Glenarvon, lo stesso Lord Byron, col quale Lady Lamb aveva avuto una relazione.

l lVampiro, dicevamo, aveva dovuto aspettare oltre mezzo secolo prima che qualcuno ne riprendesse il filo: due scrittori irlandesi, il primo Joseph Sheridan Le Fanu, che ne dà una versione in femminile, il secondo venticinque anni dopo che legò indissolubilmente la figura del vampiro al nome Dracula, nome che aveva ripreso dalla iconografia più o meno leggendaria di storia e tradizione, rumena dove vi era un personaggio realmente esistito più di quattrocento anni prima Vlad Tapes che era insignito dell’Ordine del Drago (Dracul) titolo che aveva ereditato dal nonno Mircea il vecchio e che era stato particolarmente efficace nella lotta contro i Turchi, adottando con particolare frequenza uno dei supplizi da loro preferito, l’impalamento, tanto da meritare l’epiteto di Vlad l’Impalatore.

Attenzione Vlad Tapes era un personaggio di una certa rilevanza: accreditato presso la corte di Matteo Corvino, ne aveva avuto particolari gratifiche che lo ponevano in prima linea, ma anche in contrasto col fratello Radu, per assumere la Corona di un Regno che dalla Transilvania sarebbe dovuto arrivare fino al Mar Nero, tra l’altro è a lui che si attribuisce la fondazione di Bucarest ed è anche citato da Papa Pio II Piccolomini come indefesso difensore della Fede Cristiana.

Come mai Stoker si rifece ad un personaggio così celebrato e anche famoso, per rivestirlo dei panni del suo “Dracula il Vampiro”? Bhe!!! Non abbiamo menzionato un’altra peculiarità di questo principe del quattrocento, la feroce efferatezza! A parte quel soprannome de l’Impalatore, ancora quand’era vivo si raccontavano storie tremende sulla sua crudeltà, era capace di far impalare un intero paese, se non gli era stato fedele e bastava la minima mancanza per incorrere nel terribile supplizio: una donna che mandava il marito lacero, una risposta velata di irriverenza e non solo, a degli ambasciatori che non si erano tolti il cappello in sua presenza, glielo aveva fatto inchiodare nelle testa.

Un tipaccio insomma, di cui col tempo tale fama di crudeltà aveva dato adito ad una vera e propria letteratura fino a imprimersi saldamente in special modo nei popoli della Transilvania dove esercitava il suo dominio. Eppure la fama di crudelissimo, non è sufficiente a spiegare il perché della scelta di Stoker, che aveva passato tre anni a documentarsi sulle storie e leggende della Transilvania, dove avrebbe ambientato il suo romanzo; quanti principotti di efferatezza simile si annoveravano in quel periodo? No, ci voleva altro e quell’altro doveva probabilmente venire da alcuni rituali, apparentemente scollegati a Vlad Tapes, ma che in verità ne definivano il quadro.

Anzitutto quella sua abitudine di agire solo di notte, sempre coprendosi il volto e quei pochi che ne erano riusciti a scorgere qualche fattezza ne avevano riportato impressioni terrificanti; sembra fosse di un pallore cadaverico, e aveva i denti che sporgevano innaturalmente con le gengive arrossate di sangue, e bastasse questo: più d’uno lo avevano sorpreso a avvicinarsi ad un suppliziato e affondare quei suoi denti aguzzi nelle carni straziate per surgerne il sangue, trovando nello stuolo, spesso sterminato di gente ad agonizzare sui pali, un sorta di banchetto ideale per questa sua propensione.

C’era poi quell’abitudine della gente del luogo di apporre grandi caschi di aglio alle porte di casa, non si sa bene per quali motivi; tutto un armamentario che a parte e sopratutto dopo il romanzo, sarebbe andato a comporre un vero e proprio immaginario collettivo su Dracula il Vampiro. Va bhe c’è anche quella dicitura di “non morto” , la croce, il non riflettersi nello specchio, il paletto nel petto, ma se riusciremo ad avere un po’ di pazienza vedremo che tutto si spiega, tutto ha una sua logica.

Cominciamo con le prime peculiarità: il pallore, il non sopportare la luce del sole, i denti sporgenti e quell’andare disperatamente alla ricerca di sangue. Ebbene il moderno quadro clinico definisce tali sintomi come un’affezione gravissima, la porfiria, ovvero una fortissima carenza del corpo di non riuscire a secernere le pofirine del sangue (un medico sarebbe molto più preciso e dettagliato nel fornire ragguagli su tale malattia). Gli affetti da tale terribile affezione hanno bisogno di continue trasfusioni di sangue per mantenersi in vita, ma intanto il loro fisico va incontro a tutti quei sintomi che abbiamo elencato parlando di Vlad Tapes-Dracula: pallore estremo, ridottissima sopportazione di esposizione alla luce del sole, che tende a distruggere sopratutto gli epiteli gengivali e quindi a far calare la dentatura, e come in tutte le malattie del sangue una totale intolleranza verso l’anillina contenuta nell’aglio.

Alla nosologia prettamente clinica si aggiungono considerazioni che ecco magari potranno essere un tantino forzate e dovute a sistemizzazioni scientifiche ulteriormente più avanzate dell’epoca di uscita del romanzo (1897 ) tipo la psicoanalisi, la pulsione di morte, la fase dello specchio, me è proprio grazie a queste che il quadro, non solamente clinico di Dracula il Vampiro si precisa e ne spiega anche lo straordinario successo a livello di immaginario collettivo. Quella di Dracula è una malattia, una malattia talmente grave da essere assimilata ad una malattia terminale, ovvero quella che ti rende un morto vivente “il non morto” dell’armamentario vampiresco, anzi Draculesco, e il sangue che questi ricerca dalle sue vittime, può essere in realtà una metafora dell’energia che un malato del genere, letteralmente succhia da coloro che ne hanno a che fare.

“Non si riflette nello specchio!” qui addirittura entra in gioco Lacan: allo specchio può essere attribuita la formazione stessa della nostra identità: ci si identifica nell’immagine riflessa, prima per singole parti, poi in una visione d’assieme per accedere ad percezione dell’IO. E quali percezione vuoi che possa essere riservata ad uno che è in fin dei vita.

La bellezza salverà il mondo

di Rosaria Fortuna

La bellezza salverà il mondo scriveva Dostoevskij. Una frase che ti resta talmente impressa, da non poter neppure, per un attimo, credere che sia falsa, tutto sommato. Se fosse vera, il mondo sarebbe salvo da sempre. C’è bellezza in ogni anfratto, eppure non basta. Non accade perché la bellezza provoca assuefazione, e allo stesso tempo distacco, al punto di credere di poterne anche fare a meno. Semplicemente perché si crede che la bruttezza sia gestibile, addomesticabile, al punto che diventa più comodo distruggere la bellezza. Del resto il nostro rilevatore immediato ed autonomo di bellezza è l’occhio, un organo pigro, che se non è allenato al bello, mai lo riconoscerà.

E così l’Isis, in fondo, non fa altro che rendere plateale, eclatante il veleno che ogni giorno ci inoculano o ci viene inoculato attraverso la vista. L’estate sta finendo e le coste italiane, tutte, torneranno a fare da cornice a sbarchi di tutti i generi. Eppure ci sono sembrati luoghi bellissimi fino a quando li abbiamo guardati, adesso poco importa quello che ne faranno. L’occhio non lo rileva. Non è anche questa bellezza deturpata, al punto di essere uguale alla distruzione di Palmira?

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I retroscena di Caporetto

di Mario Nardulli

L’anno più tremendo davvero di stacco, era stato il 1917, eppure cavolo se di novità se ne sarebbero viste. Anzitutto quella della Russia, dopo Kerenszi nel febbraio e l’abdicazione dello Zar, la epocale rivoluzione bolscevica nell’ottobre, con Lenin, Trotzsky, Stalin e compagnia, che a noi in Italia, nel nostro ristretto “particulare” era costata Caporetto; difatti le truppe tedesche di stanza sul fronte orientale erano state direttamente dirottate sul nostro fronte e sai i tedeschi, specie se al loro comando ci stava uno come Dellmsinger, che già qualche mese prima, con il suo intervento aveva scongiurato il ritiro di tutto il fronte dell’Isonzo cui l’Alto comando austriaco era sul punto di effettuare dopo la vittoria di Caviglia sulla Bainsizza, semplicemente prendendo un compasso e facendo un largo cerchio che circoscriveva lo spazio logistico delle possibilità di manovra delle Armate italiane e dicendo “niente ritiro, basterà che vi attestate qui!” indicando la larga curva del cerchio.

Capirai per Generali come Dellmsinger, l’avere a che fare con cialtroni incompetenti come i Generali italiani (fatta eccezione per il solo Caviglia) era come affondare un coltello nel burro, e difatti….il Gen. Badoglio, il più giovane cte di corpo d’armata di tutto l’esercito, aveva pensato ad una sorta di trappola da riservare alle truppe tedesche che avessero avuto l’ardire di indentrarsi lungo la piana di Saga fino a Volzana (e trappola di Volzana doveva passare alla storia questo farsesco prodotto dell’acume strategico dei nostri Comandi).

E’ pur vero che il XXVII C.d’A. cioè quello posto sotto il comando del Badoglio, disponeva del più nutrito parco d’artiglierie di tutta la 2^ e 3^ Armata, e se fosse stato impiegato qualche risultato lo avrebbe pure sortito, già ma Badoglio non era uno che fosse disposto a condividere con alcuno la sua gloria, la voleva tutta per se come era successo l’anno prima sul Sabotino, dove il piano di scavare una galleria fino a far sbucare le fanterie a poche decine di metri dalle posizioni tedesche e quindi ridurre drasticamente l’esposizione alla linea del fuoco, aveva portato alla conquista del Monte.

Peccato però che il piano non fosse suo ma di un Maggiore, che Badoglio aveva tempestivamente allontanato, in virtù del suo grado più elevato (era appena stato promosso Colonnello) ma sopratutto era in stretta familiarità col Gen. Frugoni che lo proteggeva (le malelingue dicono che Frugoni fosse si più in alto in grado come militare, ma di un grado più basso nella gerarchia massone). Promosso Maggior Generale e poi addirittura preposto al comando di corpo d’armata, doveva essersi roduto il fegato per il successo di Caviglia che col suo XXIV corpo, non solo aveva preso il Kobilek, lo Jelenik, indentrandosi per la Bainsizza, ma aveva fatto vacillare tutta la difesa austriaca.

E quindi alla vigilia della battaglia (mai una battaglia era attesa e conosciuta in ogni particolare dai nostri comandi ) aveva impartito l’ordine al comandante del Parco di artiglieria del suo Corpo D’Armata, Col. Cannoniere (un nome, un destino) di non aprire il fuoco sotto suo espresso ordine, pena la fucilazione per tradimento in faccia al nemico. Peccato che a parte i gas, a parte la perfetta sincronicità e genialità dei singoli reparti germanici (vedi il caso del 1°tenente Erwin Rommel che con trecento uomini neutralizzò due divisioni e conquistò il Matajur) la prima cosa che saltarono furono le razzaffonate comunicazioni radio, sicchè il disperato Colonnello rimase lì colle mani in mano, senza trovare il coraggio di disubbidire al suo superiore, e i tedeschi non si limitarono certo a superare la Piana di Saga e la risibile “trappola di Valzana” Generali sorpresi in mutande, qualcuno che più dignitosamente si spara una palla alla tempia, debacle più che totale, soldati che furono trovati addirittura a Reggio Calabria eh si! E’ Caporetto!!! e il termine è ancor oggi in uso per indicare una rotta, un disastro senza se e senza ma.

Reparti vilmente arresisi” sentenziò Cadorna, eh! il viziaccio di prendersela coi più deboli, con quelli che non c’entrano niente, non ce lo siamo mai riusciti a togliercelo noi iTALIANI . Ma questa volta per fortuna entrano in gioco gli stranieri (Inglesi francesi e anche americani) e non tollerano che al posto di Comandante Supremo possa restare, non solo uno che si è fatto sorprendere così sprovvedutamente, ma che si è anche messo a insultare i soldati, e impongono il cambiamento.

IL Duca d’Aosta, comandante della cosidetta “invitta 3^ Armata, no! perchè non si può coinvolgere un rappresentante della Casa Reale,in quella che oramai si paventa come una sconfitta senza appello, Capello neppure perchè, mannaggia era lui il cte della 2^ Armata quella cioè letteralmente annientata dell’offensiva nemica. In quanto a Badoglio, bhe , tutti hanno sentito parlare di quelle famose tredici pagine che la Commissione d’inchiesta su Caporetto, presieduta dal Gen.Caneva, strappò, proprio perchè erano quelle che riguardavano il XXVII C.d’A. di cui il comandante Badoglio si era letteralmente volatizzato nei giorni della disfatta e prima due divisioni e poi una terza furono salvate solo perchè Caviglia le aveva inglobate nel suo Corpo d’Armata. a rigore avrebbe dovuto essere proprio Caviglia ad assurgere al comando Supremo, ma forse ecco Caviglia non avrebbe certo consentito che il suo cialtrone collega fosse messo sotto inchiesta e quindi fu depennato.

Indubbiamente resta il mistero su Badoglio: di quali conoscenze poteva disporre, che gli salvassero così platealmente il culo? Non solo militari, ma anche politiche, tant’è che anni dopo il Sen.Paratore ammise di essere stato lui stesso ad imporre la soppressione delle famose 13 pagine, e su disposizione dello stesso Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando. Al comando supremo andò uno dei più anonimi generali dell’esercito, un cte di Corpo d’armata della 3^ Armata Armando Diaz che non aveva fatto nulla ma proprio di nulla di rilevante, ma come disse qualcuno in seguito era fortunato, e per coprire quei giorni di buco di Badoglio che assieme a Giardino, nel nuovo consesso di Stato Maggiore, era stato nominato Sottocapo di S.M…. cosa c’è di meglio che decretare una medaglia d’argento al valore, davvero il caso di scomodare la boutade assai nota tra le truppe combattenti e provvedere immediatamente a conferire una seconda medaglia d’argento “per il coraggio mostrato nel portare la prima”.

La morte non è niente: sono solamente passato dall’altra parte

di Ilaria Bongiovanni

Nella necropoli minore della città greca di Paestum, è stato rinvenuto un sarcofago le cui pareti interne hanno restituito affreschi, rari perché estremamente deperibili. Sul coperchio è un dipinto di rara delicatezza ma con un forte significato simbolico: all’interno di una ideale cornice decorata con palmette agli angoli, un giovane nudo è ritratto nell’istante che separa il salto e l’ingresso nello specchio d’acqua presso il quale è già nato un albero. La meraviglia si può trovare nell’umanità senza tempo di colui che nel 480 a.c. rappresenta su commissione il luogo comune di un dopo sereno con i simboli classici delle porte dell’Ade e del fiume da attraversare; ma aggiunge quello che tutti abbiamo ancora oggi nel cuore: l’emozione,che è paura, del tuffo.

(Il titolo è l’incipit di una poesia di Henry Scott Holland)

Dalle campagne di Gallia alla battaglia di Munda. Brevi cenni storici sul cingolano Tito Labieno

Persino da Cingoli città fortificata da Labieno e con suo denaro ricostruita muovono ambasciatori a Cesare promettendo che avrebbero fatto volentieri quanto egli avesse loro comandato soldati comanda Cesare e soldati gli mandano. (Caio Giulio Cesare, De Bello civili, Lib. I. Cap. XV. 2. Si veda sotto il testo originale)

A Cingoli, In via Balcone delle Marche, poco dopo il luogo dove era situata porta Roma, due cippi di calcare uno con la trascrizione e l’altro con la traduzione del brano del De Bello Civili in cui si parla di Cingoli:

CINGVLVM ETIAMO CINGVLO QVOD OPPIDVM LABIENVS CONSTITVERAT SVAQVE PECVNIA EXAEDIFICAVERAT AD EVM LEGATI VENIVNT QVAEQVE IMPERAVERIT SE CVPIDISSIME FACTVUROS POLLICENTVR MILITES IMPERAT MITTVUNT (Caes. De Bello Civili L.I. Cap. XV.2)

Tito Labieno nacque a Cingoli intorno al 100 a.C. e morì a Munda (Spagna) nel 45 a.C. Egli appare sulla scena politica di Roma nel 63 a.C. come tribuno della plebe e nel Piceno amplia il territorio di Cingulum, città nella quale era nato.

Viene poi nominato da Cesare suo primo luogotenente nelle campagne di Gallia e qui dà prova di rara abilità militare. Contribuisce validamente alla vittoria nella battaglia della Sabis; vince poi i Treviri, sottomette i Morini e nella campagna contro i Parisii sconfigge e uccide Camulogeno.

Nel 50 a.C. Cesare gli affida il governo della Gallia cisalpina, ma un anno dopo (49 a.C.) al momento in cui si apre il conflitto tra Cesare e Pompeo, Tito Labieno abbandona Cesare passando dalla parte del Senato. Nella guerra civile ha, come legato di Pompeo, un importante comando militare e si mostra uno dei più agguerriti avversari di Cesare.

Nel 48 a.C., dopo la battaglia di Farsalo, fugge in Africa per organizzare la resistenza dell’esercito repubblicano e nel 46 a.C. riporta un importante successo contro Cesare presso Ruspina. Dopo la sconfitta di Tapso, Labieno passa insieme ai figli di Pompeo in Spagna.

Durante la battaglia di Munda, avendo visto che Bogud si preparava ad aggirare le posizioni del suo esercito, distacca cinque coorti per tagliargli la strada. Questa manovra dà l’impressione di essere una fuga e sparge il panico tra l’esercito, il quale finisce per sbandarsi. Labieno viene ucciso e la sua testa viene portata a Cesare. Questi, in memoria del suo antico legato, fa onoratamente seppellire il cadavere.

Passo tratto da Cingoli. Il Balcone delle marche di Pier Giuseppe Alfei (nel libro si trovano le foto dei due cippi di calcare)

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L’uomo e il mare

Homme libre, toujours tu chériras la mer!                                                             

La mer est ton miroir; tu contemples ton âme
Dans le déroulement infini de sa lame,
Et ton esprit n’est pas un gouffre moins amer.

Tu te plais à plonger au sein de ton image;
Tu l’embrasses des yeux et des bras, et ton coeur
Se distrait quelquefois de sa propre rumeur
Au bruit de cette plainte indomptable et sauvage.

Vous êtes tous les deux ténébreux et discrets:
Homme, nul n’a sondé le fond de tes abîmes;
Ô mer, nul ne connaît tes richesses intimes,
Tant vous êtes jaloux de garder vos secrets!

Et cependant voilà des siècles innombrables
Que vous vous combattez sans pitié ni remords,
Tellement vous aimez le carnage et la mort,
Ô lutteurs éternels, ô frères implacables!

Charles Baudelaire

traduzione di Attilio Bertolucci:

Uomo libero, sempre tu amerai il mare! il mare è il tuo specchio; tu miri, nello svolgersi infinito delle sue onde, la tua anima. Il tuo spirito non è abisso meno amaro.

Ti compiaci a tuffarti entro la propria immagine; tu l’abbracci con gli occhi e con le braccia, e il tuo cuore si distrae alle volte dal suo battito al rumore di questo lamento indomabile e selvaggio.

Siete entrambi a un tempo tenebrosi e discreti: uomo, nessuno ha mai misurato la profondità dei tuoi abissi; mare, nessuno conosce le tue ricchezze segrete, tanto siete gelosi di conservare il vostro mistero. 

E tuttavia sono innumerevoli secoli che vi combattete senza pietà né rimorsi, talmente amate la carneficina e la morte, eterni lottatori, fratelli implacabili. 

Pier Paolo Alfei

Aleksandr Deineka: il Maestro del Realismo Sovietico

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di Rosaria Fortuna

Nei periodi più brutti della mia vita mi sono sforzato di sognare ciò che c’è di più bello e ho provato a dipingere quadri pieni di luce“.

Aleksandr Deineka è il maggiore esponente del Realismo Sovietico. Un artista che, pur facendo propaganda per il regime, riesce ad esprimersi in maniera libera e consapevole. Pittore, scultore, grafico, “ossessionato” dalla luce, luce che dalle sue opere viene amplificata e restituita alle pupille. Suoi sono i Mosaici che ornano le volte della Metropolitana di Mosca come bella e smisurata è “La Mungitrice“. Mosaico anch’essa. Tantissime sono le sue opere ed è davvero difficile elencarle tutte. Se una scelta faccio è semplicemente sulla base dell’ impressione più duratura di alcune opere sulla retina. Per prima una gouache che incanta è “I Pattini” del ’27 realizzata con inchiostro di china su carta preparatoria grigia. Poi “Prima della discesa in miniera” del ’65, che ricorda gli affreschi rinascimentali, così come “Giocando con la palla” del ’34 rimanda a Botticelli. Se le tempere del ’34 dedicate a Sebastopoli ricordano De Chirico, sempre dello stesso periodo ci sono l’ olio su tela “Sul balcone”, nitido senza essere assolato e senza che l’argomento sia scabroso, “Il Bouquet autunnale” diversa ed aerea interpretazione della natura morta. Non visse solo in URSS ma anche all’estero. “Partii volontariamente senza macchina fotografica. Sapevo che passati due o tre anni una fotografia non mi avrebbe emozionato, mentre un disegno, quello si è capace di riportarmi immediatamente ad uno stato d’animo vissuto”. A quel lungo viaggio fanno riferimento “Concerto negro” che ricorda Modigliani per la silhouette ma che ha un’armonia differente e una ricerca più nitida dell’impasto cromatico “Notte” perché è intimo, prezioso, luminoso. “Modella” perché “l’incidenza del colore sulla forma è grandissima. È il colore che dà ritmo alla composizione, infonde dolcezza e leggerezza allo spazio, oppure al contrario ne rafforza la densità” Poi ci sono i nudi, tutti, i manifesti, le litografie, i bronzi. “L’emozione legata alla creazione incide accelerazione al battito” liberando i nostri occhi mentre si diffonde la quiete. Una cosa davvero difficile da realizzare ma che a Deineka riesce perfettamente.

Dalla “Chiquita” alla “Rosy”

di Rosaria Fortuna

Chiquita” è stata “la bananaper intere generazioni, al punto da essere una scelta obbligata, ogni volta che si acquistavano le banane. Anche gli yogurt alla banana, portavano la dicitura “Chiquita”, per differenziarli dagli altri che non potevano essere altrettanto buoni perché non la contenevano. Poi è arrivato ” l’Uomo Del Monte” mentre le banane diventavano sempre più un prodotto di consumo per tutti, anche perché ricche di potassio, e con una discreta riserva di calorie così da diventare in questa epoca di diete e malattie uno snack o un pasto a seconda delle esigenze. Solo che nel frattempo le banane sono diventate anche lo specchio di un mondo sempre più diseguale, e alle mercé delle multinazionali, al punto da essere l’emblema anche dello sfruttamento. E così la “Chiquita” è stata sostituita da altre banane, più o meno sfumate. Al punto da essere personalizzate: “Rosy“. A riprova che il nome è una cosa seria, i prodotti per le masse sono “vezzeggiativi”. Per indorare la pillola e allontanare dalla realtà.

Non ogni uomo è uomo

Ma forse non ogni uomo è uomo; e non tutto il genere umano è genere umano. Questo è un dubbio che viene, nella pioggia, quando uno ha le scarpe rotte, acqua nelle scarpe rotte, e non più nessuno in particolare che gli occupi il cuore, non più vita sua particolare che gli occupi il cuore, non più vita sua particolare, nulla più di fatto e nulla da fare, nulla neanche da temere, nulla più da perdere, e vede, al di là di se stesso, i massacri del mondo. Un uomo ride e un altro uomo piange. Tutti e due sono uomini; anche quello che ride è stato malato, è malato; eppure egli ride perché l’altro piange. Tutti e due sono uomini; anche quello che ride nella non speranza, lo vede che ride sui suoi giornali e manifesti di giornali, non va con lui che ride ma semmai piange, nella quiete, con l’altro che piange. Non ogni uomo è uomo, allora. Uno perseguita e uno è perseguitato; e genere umano non è tutto il genere umano, ma quello soltanto del perseguitato. Uccidete un uomo; egli sarà più uomo. E così è più uomo un malato, un affamato; è più genere umano il genere umano dei morti di fame.

Da: Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini

(immagine: minatori siciliani in una solfara)

di Pier Paolo Alfei

Amori letterari: Gabriele D’Annunzio ed Eleonora Duse

di Rosaria Fortuna

Quando Gabriele d’Annunzio conobbe Eleonora Duse a Venezia, grazie a Matilde Serao, aveva trentun’anni, l’attrice, trentasei. La Duse era già ” la Duse”, D’Annunzio un poeta ancora poco noto. L’amore tra i due fu immediato, così le lettere.

Molte di queste, quelle di D’Annunzio, sono state bruciate per volere della Duse. Ne sono rimaste tante, soprattutto quelle della Duse, raccolte in un volume che non è soltanto un carteggio amoroso, visto che l’amore non è solo una questione frivola, soprattutto quando c’è tanta vita in comune: Come il mare io ti parlo – Eleonora Duse / Gabriele d’Annunzio – Lettere 1894-1923, Bompiani a cura di Franca Minnucci.

Scriveva D’Annunzio «Io sono infedele per amore, anzi per arte d’amore quando amo a morte». E lei: «Libero sei verso di me come verso la vita stessa». Scrive Franca Minnucci «La Duse sul foglio corre, rallenta, rotola, urla, piange, sussurra, riproduce i suoi celebri monologhi, le sue intonazioni, quelle che hanno incantato il mondo».

Il foglio è il suo palcoscenico perché la scrittura è la più infedele rappresentazione di sé, chi scrive gioca con tutti i suoi “io” riflessi, li filtra, restituendo al lettore un’immagine addomesticata e composita. Come appunto accade quando si recita. Del resto erano due specchi non simmetrici, il Vate e l’attrice, con troppe passioni comuni ma nessuna voglia davvero di lasciarsi andare. Come accade spesso nelle passioni brucianti. Eppure è la resa comune a rendere l’amore davvero tale. Forse per la Duse, di certo non per D’ Annunzio a cui bastava brillare. Restano le lettere. E quelle sono per sempre.

Marcinelle 8 agosto 1956: Tout le monde est mort

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   Di Johann Glaes

Le bois du Cazier est un ancien charbonnage situé à Marcinelle (Charleroi) dans le sud de la Belgique. Le site est aujourd’hui classé au patrimoine mondial de l’UNESCO.

L’exploitation du charbon y a débuté en 1822. Mais le site devint tristement célèbre suite à la catastrophe du 08 août 1956. En effet, un incendie s’est déclaré dans la mine suite à la section d’une conduite d’huile sous pression et des câbles électriques à haute tension. Plus de 260 personnes périrent (dont 136 italiens et 95 belges) au cours de ce qui restera la catastrophe minière la plus importante en Belgique (vedi nota). Les corps seront enterrés autour d’un mémorial toujours présent aujourd’hui.

Cette catastrophe aura pour conséquences la modification des conditions de travail des mineurs en Belgique et en Europe. L’Italie stoppera alors l’envoi de mineurs dans les charbonnages belges qui devront se tourner vers d’autres pays (Espagne, Grèce, Maroc et Turquie).

Aujourd’hui site culturel majeur du Pays de Charleroi, le Bois du Cazier héberge notamment le musée de l’industrie présentant les principaux secteurs (charbonnage,  sidérurgie, verrerie, fabrication métallique, chimie, imprimerie, …) ainsi que le musée du Verre.

nota al testo: Pochi giorni dopo la catastrofe divennero tristemente famose queste due parole: Tutti cadaveri.

Pagina facebook dell’editor: “Johann Glaes Photography”

https://www.facebook.com/JohannGlaesPhotography?__mref=message_bubble

L’Arthemision di Efeso: meraviglia e presagio

di Ilaria Bongiovanni

Delle Sette Meraviglie del mondo antico la meno nota è forse l’Arthemision di Efeso, in Asia Minore. Il tempio, ionico e periptero, viene eretto nel 550 a.c. circa per volontà di Creso, leggendario re di Lidia, che tentava di placare l’ira della dea Artemide. Diventerà in poco tempo famoso e meta di frequenti pellegrinaggi anche per la presenza all’interno della statua della dea costruita in legno di vite e ricoperta d’oro e argento degli ex voto. Ma una notte di luglio del 356 a.C.è misteriosamente distrutto da un terribile incendio le cui fiamme saranno visibili in tutta la Grecia e interpretate come presagio: in quella stessa notte infatti nasce Alessandro Magno.

Sommersi dai libri

Il ruscello della letteratura è divenuto un torrente, s’è gonfiato sino a farsi fiume, s’è disteso fino a diventare un oceano. Qualche secolo fa un cinquecento o seicento manoscritti formavano una grande biblioteca; ma cosa direste voi di biblioteche quali esistono adesso, che contengono un tre o quattrocentomila volumi, danno da fare a legioni di scrittori che lavorano tutti quanti insieme, mentre la stampa va avanti con furia sempre crescente a raddoppiare e quadruplicare quei numeri? Il mondo sarà inevitabilmente seppellito sotto una valanga di libri eccellenti. Ben presto ci vorrà la vita di un uomo solo a impararne i titoli. Già molti uomini assai colti al giorno d’oggi non leggono più altro che recensioni, e non andrà molto che un erudito non sarà più altro che un catalogo ambulante.

Da: The sketchbook (1820; Il libro degli schizzi) di Washington Irving

Pier Paolo Alfei

Il mistero di un re romantico: re Ludwig II Wittelsbach von Bayern

(di Giada Tedaldi) ALBERO GENEALOGICO DELLA FAMIGLIA WITTELSBACH.

La famiglia Wittelsbach è una delle più antiche dinastie europee e la più antica in Germania. I vari titoli nobiliari di cui vennero investiti derivano daOttone I Wittelsbach che per primo fu incoronato Duca di Baviera nel 1180. Nel corso dei secoli la famiglia ottenne i titoli di Duchi, Elettori e Re di Baviera, tra il 1180 e il 1918; Conti Palatini del Reno, tra il 1214 e il 1803;Margavi di Brandeburgo, per il breve periodo compreso tra il 1323 e il 1373;Conti d’Olanda, Hainaut e Zelanda, dal 1345 al 1432; Arcivescovo Elettore di Colonia, dal 1583 al 1761; Duchi di Jülich e Berg (1614 – 1794/1806);Re di Svezia, 1441 – 1448 e 1654 – 1720 e un re di Grecia tra il 1832 e il 1862.

Dopo l’estinzione del ramo bavarese della casata e la breve guerra di successione che ne seguì, tra i due rami superstiti di Zweibrücken e di Birkenfeld, nel 1777 subentrò al potere il ramo del Palatinato di Zweibrücken. I territori vennero però riuniti solo dopo la morte di Carlo Teodoro, avvenuta nel 1799, sotto il regno di Massimiliano I Giuseppe(Maximilian I Josef), eletto con il titolo di re il 1° gennaio 1806.

Il potere politico della casata cessò dopo 738 anni il 12-13 novembre 1918con la Dichiarazione di Anif rilasciata da Re Ludwig III nel Castello di Anif in Austria.
<<ZeitmeinesLebenshabeichmitdem Volk und für das Volk gearbeitet. Die Sorgefür das Wohlmeinesgeliebten Bayern war meinhöchstesStreben.
NAchdemichinfolge der Ereignisse der letztenTagenichmehr in der Lage bin die Regierungweiterzuführen, stelleichallenBeamten, Offizieren und Soldaten die Weiterabeitunter den gegebenenVerhӓltnissenfrei und entbindesie des mirgeleistetenTreueides.
Anif den 13. November 1918.
Ludwig.>>

  • ALBERO GENEALOGICO DEL RE LUDWIG II WITTLESBACH.
Maximilian I Josef von Wittlesbach
1756-1825
Augusta Wilhelmine 1765-1796 Frederich Herzog von Sachsen-Altenburg
1763-1834
Charlotte von Meckelenburg
1769-1818
Friedrich Wilhelm II von Hohenzollern
1744-1797
Friederike von Hessen-Darmastad1751-1805 Friedrich con Hessen-Homburg1748-1820 Karoline von Hessen-Darmstadt1746-1821
Ludwig I con Wittelsbach1786-1868 Theresia von Sachsen-Altenburg1792-1854 Wilhelm von Hohenzollern1783-1851 Marianne von Hessen-Homburg1785-1846
Maximilien II Joseph von Wittelsbach1811-1864 Marie von Hohenzollern1825-1889
Ludwig II von Wittelsbach1845-1886
  • GLI ANNI GIOVANILI

Otto, Friedrich, Wilhelm, Ludwig II nacque il 25 Agosto 1845 nel Castello di Nymphenburg dalla Principessa di Prussia Marie von Hohnzollern e dal Re di Baviera Maximilien II Joseph von Wittelsbach. Maximilien II Joseph divenne Re nel 1848, anno in cui nacque l’unico fratello di Ludwig II Otto, dopo l’abdicazione di Ludwig I.
L’infanzia di Ludwig II non fu animata da giochi con gli altri nobili o dai giochi con i soldatini e cavalieri. Nel Castello di Hohenschwangau l’eredetrascorreva il tempo assieme al fratello Otto giocando con marionette e bambole, in unCastello che come dimostreremo nei capitoli seguenti, è certamente molto suggestivo e adatto a queste attività grazie alle preziose decorazioni e all’ambientazione stessa dell’edificio, inserito in una suggestiva cornice naturale.
La madre era molto interessata alla mitologia classica, così come lo era stato il nonno paterno che fece arrivare in Germania, dopo aver viaggiato a lungo in Oriente e Grecia, i Marmi di Elgin e creò con estrema lungimiranza la Gipsoteca di Monaco di Baviera. In particolar modo la madre narrava spesso ai figli il mito della Nascita di Venere, soprattutto in relazione alla figura del cigno.[1]
Anche Maximilien II Joseph sfruttò reminiscenze classiche per la formazione dei figli, infatti, dopo il trasferimento a Monaco di Baviera, venne impartita loro un’educazione simile a quella spartana in cui erano banditi tutti gli aspetti più effemminati, ma aspetto che si rivelò più decisivo nelle successive insicurezze sul governo dello Stato, lo tenne sempre molto lontano dagli affari pubblici e dall’esercizio del potere. Molto precocemente cominciò l’interesse per l’erede al trono per la popolazione alpina. Questo interesse crebbe così tanto nel corso del tempo che Ludwig II d’estate amava rifugiarsi lontano dalla caotica Monaco di Baviera e prendere parte alle folkloristiche feste da ballo tirolesi e rispettando tutte le minuziose tradizioni compresocanti e yodelling.
Come molti personaggi di spicco del 1800 anche Ludwig II soffrì dimalinconiae non era raro vederlo in atteggiamenti saturnini affacciato alle finestre del palazzo cittadino. Questo atteggiamento si unì a una psicologia molto romantica che lo portò nelle serate estive a cavalcate notturne in solitaria o in barca sul Schwansee.[2] Molto giovane si interessò a poesia, pittura, musica e belle arti e soprattutto allo studio dell’architettura che tanto si rivelò importante quando decise di far edificare i Castelli.[3]

  • GLI ANNI DELL’INCORONAZIONE.

Il 10 Marzo 1864 il Re Maximilien II Joseph morì e fu il figlio diciottenne Ludwig II a succedergli sul trono bavarese. Si narra che nell’ultimo periodo il padre cominciò a comunicare col figlio e che sul letto di morte gli augurò che la morte lo raggiungesse rapidamente come era successo a lui. Questa frase assieme a molte altre rappresentano i misteri che probabilmente non otterranno mai risposta.[4]
Nonostante il ruolo del monarca nel XIX secolo fosse molto diverso da quello di capo assoluto Ludwig II adempì sempre ai propri compiti di rappresentante dello Stato bavarese siglando e firmando tutti le deliberazioni del Parlamento che gli venivano sottoposti dai funzionari.

I gusti giovanili però rimasero e così Ludwig II rifiutò sempre di trasferirsi stabilmente a vivere a Monaco, città che considerava chiassosa e caotica. Il già debole rapporto che legava il Re alla capitale venne ulteriormente incrinato quando la popolazione decise, assieme al regime, di costringere Richard Wagner a lasciare il Regno. A questo punto la situazione era talmente poco tollerabile da parte del Re che prese seriamente in considerazione un trasferimento della capitale da Monaco a Norimberga.[5]

Nella vita di Ludwig II poche donne ebbero ruoli rilevanti, anche se il Re ebbe alcune amanti, tra cui famose scultrici, e riscuotesse un buon successo con le donne, come dimostra il resoconto del suo viaggio a BadKissingen nel 1864[6]. Di indubbia importanza anche per la formazione fu la Madre una donna severa ma anche estremamente pratica, che per prima fece conoscere al futuro Re e a suo fratello Otto le bellezze delle montagne accompagnandoli spesso in lunghe escursioni. Un’altra figura fondamentale è quella dellacugina: Elisabetta detta Sissi, moglie di Francesco Giuseppe e Imperatrice d’Austria. L’Imperatrice ebbe, come vedremo, un ruolo determinante nell’ultimo anno di vita di Ludwig II, ossia quando tentò più volte di salvarlo.
Il Re però non si sposò mai anche se finì per ben due volte sotto i riflettori della cronaca rosa dell’epoca, quando 1864 si vociferò che avesse scelto per moglie la figlia dello Zar di Russia e successivamente quando il 22 Gennaio 1867 si fidanzò con la sorella dell’Imperatrice d’Austria, la Principessa Sophie Charlotte di Baviera. Il fidanzamento però non sfociò in un matrimonio e anzi venne sciolto il 10 Ottobre 1867, ossia solo due giorni prima delle nozze.[7]

Per quanto riguarda gli eventi bellicosi Ludwig II non fece mai parte del corpo militare e cercò in ogni modo di evitare al suo popolo la guerra. Purtroppo proprio nei primissimi anni del suo Regno la Prussia decise di tentare di invadere la Baviera per creare un Impero. Questa intenzione si poteva già leggere in Pensieri e Ricordi del Principe Bismarck quando narra del loroprimo incontro a Monaco di Baviera nel 1863.

<<Fu qui che per la prima volta mi incontrai di persona con Re Ludwig, ma dalla sua ascesa al trono che avvenne poco dopo, fino alla sua morte, con lui ebbi buoni rapporti ed un vivace scambio epistolare. La mia impressione su di lui fu quella diunreggente professionale e limpido di sentimenti nazionali– germanici, anche se con prevalente preoccupazione per il mantenimento dei principi federativi riguardo la costituzione dell’Impero ed i privilegi costituzionali del suo Paese.>>[8]

Questa avversione verso gli scontri portò il Re, nella primavera del 1866, alasciare la Reggenza e la Capitale a causa di un forte senso di impotenzache lo pervase per non riuscire a modificare il corso degli eventi e quindi salvaguardare il Popolo. Questa crisi seguita da una fuga però durò solo pochi giorni, infatti Ludwig II tornò ben presto nella capitale e sottoscrisse la mobilitazione richiesta dal Parlamento per fronteggiare la minaccia prussiana. Fortunatamente la guerra durò solo tre settimane anche se rappresentò una delle sciagure che segnano la storia bavarese. Il trattato di pace del 22 Agosto 1866, infatti, stabiliva che i regnanti bavaresi avrebbero perso ulteriormente il loro potere e avrebbero dovuto sottostare agli ordini prussiani e versare ogni anno allo Stato vincitore, a titolo di risarcimento,trenta milioni di fiorini, ossia cinquantaquattro milioni di marchi d’oro.[9]
A seguito di questa guerra Ludwig II decise di intraprendere un viaggio lungo tutta la Franconia, ossia nelle zone in cui lo scontro era stato maggiormente cruento con l’intendo di far conoscere e magari amare la sua persona nonostante si fosse dovuti ricorrere alla guerra. Come ultima tappa del viaggio tenne Norimberga, la città che solo poche settimane prima aveva visto le truppe bavaresi arrendersi sconfitte. La popolazione mostrò al giovane Re quell’amore che per sempre lo accompagnò e allo stesso modo la nobiltà cominciò a mostrare il proprio dissenso per i comportamenti di questo regnante che non sembrava rispettare troppo il Cerimoniale e le decisioni della capitale.
Purtroppo la guerra del 1866 non fu l’unica in cui dovette prendere pace la Baviera. Nel 1870 a causa del trattato di Pace del 1866 la nazione dovette partecipare agli scontri tra Prussia e Francia. In quel caso il Re fu l’unico a opporsi allo scontro in quanto regime e Parlamento bavarese fecero molte pressioni affinché venisse firmata il 16 Luglio la mobilitazione.
A seguito della guerra e degli intrighi politici, nonché attacchi alla persona, che subì a seguito della vittoria Prussiana, Ludwig II decise di ritirarsi dagli intrighi politici andandosene di notte dalla capitale per raggiungere le sue amate Alpi e decidendo di comparire pubblicamente sempre più di rado lasciando emergere preponderante la sua timidezza che in breve tempo portò alla creazione della Leggenda che per tutta la vita lo ammantò. Il popolo, sempre benevole verso di lui, non lo definì un principe solitario, bensì il Principe delle Favole.[10]

  • GLI ULTIMI ANNI.

Ormai le aspirazioni politiche erano completamente scomparse dall’animo del Re, così tornò a dedicarsi ai suoi studi, soprattutto quelli classicisti e alle sue vecchie passioni come il teatro e l’architettura. La massima ambizione, in quegli anni, fu la costruzione di Castelli che lo aiutassero a estraniarsi dal mondo crudele e corrotto che lo attorniava per ritrovare una comunione con la natura e l’antico. Come vedremo nei capitoli seguenti, nel corso degli anni il Re fece costruire contemporaneamente tre castelli e una residenzastilisticamente molto diversi tra loro, anche se con elementi e particolari ricorrenti e ne progettò un terzo castello. Purtroppo il Re con il denaro che percepiva annualmente non sarebbe mai riuscito a costruire interamente i castelli e così si avvalse di molti crediti. Furono proprio questi debiti a rendere noti e quindi intollerabili i piani di Ludwig II.

I membri del Gabinetto e l’Alta Nobiltà, dopo aver cercato inutilmente di convincere il Re a ridurre le spese, decisero di dichiararlo incapace di intendere e di volere e quindi di sottoporlo alla reggenza. Per ottenere questo risultato venne creata una commissione medica capitanata dal dottor Gudden che, l’8 Giugno 1886, stilò una perizia medica discussa sia all’epoca che oggi in cui si indicava un’alienazione mentale del regnante. A questo punto il Gabinetto cercò di internare Ludwig II che, però, riuscì a fuggire a Schwangau all’interno del suo Castello reale Neuschwanstein. In questo luogo la Nobiltà cercò più volte di raggiungerlo e imprigionarlo ma grazie alla popolazione, all’Imperatrice d’Austria Elisabetta ed ad alcuni gendarmi fedeli al Re ciò non avvenne sino al 12 Giugno quando alcuni infiltrati riuscirono a raggiungere Ludwig II che condussero il Re di notte al Castello Berg sul lago Stanberg.

Il giorno seguente, Pentecoste, il Re assieme al medico Gudden, il capo della commissione medica che lo condannò, partirono assieme per una passeggiata attorno al lago. I due non fecero mai ritorno e dopo lunghe ricerche vennero ritrovati misteriosamente morti nel lago. La morte dell’amato Re venne mantenuta misteriosa, anche se ufficialmente venne dichiarato che il Ludwig II dopo aver ucciso il Re si era tolto la vita. Ciò però non interferì con i funerali solenni e molto sentiti dalla popolazione che si tennero a Monaco di Baviera il 19 Giugno nella chiesa di S. Michael.Per la tradizione della famiglia Wittelsbach il cuore venne estratto dal cadavere e conservato all’interno della tenuta di Berg sul lago Stanberg. Così si conclude l’esistenza di colui che Paul Verlaine definì “l’ultimo vero Re”.

  • LUDWIG II WITTELSBACH VON BAYERN E RICHARD WAGNER.

L’amore per l’arte di Ludwig II deriva indubbiamente dalla madre ma si approfondì grazie alle rappresentazioni teatrali di Richard Wagner. Il primo contatto con le opere del commediografo fu il 2 Febbraio 1861, quandoall’Opera di Corte di Monaco venne rappresentata l’operaLohengrin.Successivamente si incontrarono in occasione della guerra tra Baviera e Prussia, nel breve periodo in cui Ludwig II lasciò la reggenza. Il Re, infatti, si rifugiò da Wagner in Svizzera e da allora ebbero un rapporto diamiciziamolto stretto che comprese anche una fitta corrispondenza e molti viaggi.
Il giovane Re rimase così colpito dalle musiche delle opere wagneriane chedecise durante la progettazione dei castelli di inserire vari elementi più o meno espliciti riferiti alle varie opere e di donare a Wagner un teatro, a Bayreuth, che rispecchiasse le sue concezioni artistiche e fosse perfetto per rappresentare al meglio il suo genio.

[1]Bertram W. pp. 10-11.

[2]Bertram W. pp. 11-12.

[3]AAVV-3. p. 4.

[4]Bertrami W. pp. 12-16.

[5]AAVV-3. p. 5

[6]AAVV-3. p. 5.

[7]AAVV-3. pp. 5-6.

[8] Manca

[9]AAVV-3. p. 5.

[10]AAVV-3. p. 6.

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Giada Tedaldi

L’essenza del vero amore: Achille e Pentesilea

(di Ilaria Bongiovanni) L’immagine mostra Achille nell’atto di trafiggere Pentesilea, regina delle Amazzoni, che si sta battendo valorosamente durante la guerra di Troia. Al di là della perfetta tensione dell’atto fisico contenuta in un triangolo idealizzato, si nota la linea immaginaria che delinea lo sguardo, primo ed ultimo, tra i due. Nel momento in cui A. trafigge Pentesilea, alla donna si alza l’elmo ed entrambi intuiscono di essere l’unico vero amore vissuto nella perfezione di quell’attimo. La figura di P. sorretta da Achille era scolpita anche sul trono di Zeus ad Olimpia.

immagine in evidenza: Anfora a figure nere dipinta dal pittore Exechias nel 525 a.c. ed ora conservata al British Museum a Londra.

La strenua difesa di Stalingrado

(di Pier Paolo Alfei) “(…) Con la perdita di Ucraina, Bielorussia, del Baltico, del bacino del Donetsk e altre aree noi abbiamo perso vasti territori. Questo significa che abbiamo perso molte persone, cibo, metalli, fabbriche e impianti. Noi non abbiamo più la superiorità sul nemico nelle risorse umane e nelle forniture di cibo. Continuare la ritirata significa distruggere noi stessi e anche la nostra Madrepatria. Ogni nuovo pezzo di territorio che lasceremo al nemico rafforzerà il nemico e indebolirà noi stessi, le nostre difese e la nostra Madrepatria. (…)La conclusione è che è tempo di smettere di ritirarsi. Non un passo indietro!  Questo dovrà essere il nostro motto d’ora in poi. Dobbiamo proteggere ogni punto di forza, ogni metro di suolo sovietico ostinatamente, fino all’ultima goccia di sangue, stringere ogni pezzo della nostra terra e difenderla il più a lungo possibile. La nostra Madrepatria sta attraversando tempi difficili. Dobbiamo fermarci e poi contrattaccare e distruggere il nemico. A qualunque costo. I tedeschi non sono così forti come dicono coloro che si son fatti prendere dal panico. Stanno spingendo le loro forze al limite. Resistere ai loro colpi adesso significa assicurarsi la vittoria nel futuro (…).”

L’Ordine n.227 del 28 luglio 1942 (nota 1), del quale è stato riportato questo passo, non contiene solamente un’esortazione alla più accanita resistenza allo scopo di difendere la Rodina, la grande Madre Russia, dall’invasore nazista, ma anche crudeli disposizioni (che tuttavia si riveleranno efficaci), come quella di creare per ogni grande unità “da tre a cinque distaccamenti ben armati (fino a 200 uomini ciascuno)”, disposti dietro la prima linea, incaricati di freddare qualunque commilitone avesse deciso di disertare o di non obbedire ad un ordine. Ne I giorni e le notti (1944) di Konstantin Simonov (1915-1979) l’ufficiale Babcenko intima al suo sottoposto Saburov di far rispettare l’Ordine n.227 e di mandare all’assalto le sue truppe per riconquistare una zona di Stalingrado. Il secondo gli risponde: “L’ho letto. Ma non intendo ora mandare gli uomini dov’è inutile mandarli, quando è possibile rioccupare tutto senza quasi avere perdite” (nota 2).Gli ufficiali sovietici, tuttavia, si attennero in modo impeccabile alle disposizioni di Stalin. Soprattutto a Stalingrado, “l’estremo limite del mondo”, con un’espressione di Simonov.

Nel quadro della seconda guerra mondiale, il Terzo Reich aveva avviato l’invasione della Russia all’alba del 22 giugno 1941. Un esercito imponente invadeva un territorio immenso: circa 4 milioni di soldati (di cui circa 3050000 tedeschi), 6000 aerei, 7000 cannoni e più di 600000 cavalli utilizzati per il traino dei rifornimenti e dell’artiglieria. Questo moloch militare, del quale la 6° armata comandata da Friedrich Paulus (1890-1957) costituiva la punta di diamante, nelle prime fasi della guerra travolse l’Armata Rossa: in sole tre settimane di combattimento distrusse più di 6000 aerei e 3500 carri armati e uccise circa 2 milioni di soldati. Molti storici hanno attribuito a Stalin la colpa di questa impressionante disfatta iniziale. Infatti egli, da una parte, con le epurazioni attuate nell’Armata Rossa nel 1937, aveva decapitato il comando di questa, giustiziando, imprigionando o congedando più di 36000 ufficiali (la vittima più illustre di questa folle pulizia dell’esercito fu il maresciallo Michail Tuchacevskij), e, dall’altra, aveva ignorato numerosi segnali di allarme riguardo alla preparazione di un attacco da parte di Hitler:

La speciale Agenzia sovietica delle Truppe di Frontiera riferiva l’arresto di individui sospetti, il cui numero divenne cinque o sei volte superiore nei primi mesi del 1941. A metà giugno esistevano prove evidenti dei sabotatori che attraversavano la frontiera per danneggiare le linee ferroviarie ucraine e bielorusse. Il 16 giugno il primo disertore di un’unità tedesca attraversò il confine, ma il suo resoconto non venne creduto. Ancora più significativo è il caso degli sconfinamenti aerei tedeschi, palesi violazioni del principio di sovranità dello Stato che in altri casi i sovietici osservavano tanto rigidamente.” (nota 3)

Nonostante i notevoli successi della Wehrmacht, Hitler azzardò troppo nell’invadere un territorio separato dal Terzo Reich e dai suoi alleati da una frontiera di quasi 1600 km, mentre ancora sosteneva duri scontri sul fronte occidentale. Una delle motivazioni per cui Hitler abbia deciso di voler invadere e sconfiggere l’Urss può essere stata quello di mettere fuori gioco definitivamente l’Inghilterra, guidata all’epoca da un combattivo Winston Churchill. Infatti, il Führer il 31 luglio 1940 scriveva:

Se i risultati della guerra aerea non saranno soddisfacenti, i preparativi [dell’invasione] verranno sospese. Le speranze dell’Inghilterra sono la Russia e l’America. Se la speranza sulla Russia viene eliminata, si elimina anche l’America. […] La Russia [è] il fattore sul quale l’Inghilterra punta soprattutto. Se tuttavia la Russia venisse distrutta, allora anche l’ultima speranza dell’Inghilterra si spegnerebbe. […] Decisione: data questa situazione, la Russia deve essere eliminata. Primavera ’41. Prima schiacciamo la Russia, meglio è. L’operazione ha senso solo se schiacciamo completamente lo Stato con un colpo. Limitarsi a conquistare una certa porzione di territorio non basta. Una tregua durante l’inverno è un rischio. Pertanto è meglio attendere, ma la decisione definitiva è distruggere la Russia.”(nota 4). Il  Führer disse: “L’inizio di ogni guerra è come aprire la porta su una stanza buia. Non si sa mai cosa ci può essere nel buio.” (nota 5). Si potrebbe dire che irruppe facilmente nella stanza dell’orso russo ma poi vi fu disastrosamente sconfitto. Dopo essere stato sbaragliato nella battaglia di Mosca durante l’inverno del 1941, spostò la direttrice dell’avanzata della Wehrmacht verso il Caucaso, a sud. Il 5 aprile 1942 emanò la Direttiva 41: operazione Blu (Fall Blau). Obiettivo: conquistare i bacini del Don e del Volga, distruggere il nodo strategico rappresentato da Stalingrado e impossessarsi delle risorse petrolifere del Caucaso. Il 3 settembre 1942 Stalin scriveva a Vasil’evskij:

 “Ma che cosa succede? [Zukov e gli altri generali] non capiscono che, se cediamo Stalingrado, il sud del Paese sarà tagliato fuori dal centro e probabilmente non saremo in grado di difenderlo? Perderemmo la nostra principale via d’acqua e ben presto anche il nostro petrolio!” (nota 6)

Stalin inviava questo messaggio al capo di stato maggiore 48 giorni dopo l’inizio della battaglia più decisiva della seconda guerra mondiale. A Stalingrado, tuttavia, l’onda nazista si infrangerà disastrosamente. Non solo Hitler fallirà l’obiettivo di impossessarsi del petrolio del Caucaso ma verrà gradualmente ricacciato indietro dall’Armata Rossa. La Wehrmacht conoscerà una disfatta simile a quella subita dalla Grande Armée diNapoleone più di un secolo prima (nota 7), se non fosse per il maggior numero di vittime, feriti, prigionieri e dispersi rispetto alla prima: ma se

 “Il trionfo della Russia su Napoleone confermò e rafforzò lo status di grande potenza europea della Russia (…). Il trionfo di Stalin su Hitler, invece, fece della Russia una delle due superpotenze mondiali, la dominatrice dell’Europa orientale.” (nota 8)

La battaglia di Stalingrado ha come estremi cronologici il 17 luglio 1942 e il 2 febbraio 1943. Essa costituisce la svolta trionfale della “Grande Guerra patriottica”(Velikaja Otecestvennaja vojna).Da Stalingrado in poi tutti sapevano che la disfatta tedesca era solo una questione di tempo” (nota 9): ma la vittoria richiese un alto tributo di morti. Lo scontro durò circa 200 giorni e lasciò sul campo prive di vita quasi 4 milioni di persone (di entrambi gli schieramenti), fra uomini, donne e bambini. La 62° armata, comandata da Vasilij Cujkov (1900-1982) dall’ 11 settembre (quel giorno succedette a Lopatin), divenne la protagonista assoluta di questa battaglia. Infatti, fu impegnata in un’eroica resistenza urbana durata all’incirca 5 mesi, fino alla fatale controffensiva sovietica dell’operazione Urano, che tra la fine del ’42 e l’inizio del ’43 avrebbe circondato e sconfitto le truppe di Friedrich Paulus.

Nel settembre del 1942 la 62° armata era ridotta a circa 20000 combattenti e, insieme ad altre migliaia di soldati sovietici, doveva resistere alle centinaia di migliaia di soldati della 6° armata e della 4° Panzerarmee naziste (al momento dell’accerchiamento creato dalle armate sovietiche con il piano Urano, nel kassel si trovavano quasi 300000 soldati della Wehrmacht). La Stavka riforniva con il contagocce le forze di Cujkov (rimpolpando continuamente la tanto vessata 62° armata) e il resto delle truppe agli ordini di Eremenko, il maresciallo incaricato della difesa del fronte di Stalingrado. L’esiguità degli aiuti forniti agli assediati era dovuta alle operazioni di ammassamento di armate da utilizzare nella grande controffensiva del piano Urano. Così, i soldati di Cujkov e degli altri ufficiali (comprese le milizie di civili arruolate dall’NKVD), si ritrovarono a dover difendere ad ogni costo una minuscola porzione di terra compresa tra le micidiali forze di Paulus e il Volga, “l’ultima linea di difesa davanti agli Urali”(nota 10).

A Stalingrado l’esiziale tattica della guerra lampo (Blitzkrieg) adottata dalla Wehrmacht si tramutò in una sfiancante guerra di logoramento (Zermurbungskampf) all’interno di una città dilaniata dai bombardamenti della Luftwaffe. Tra le rovine di questo nodo industriale lambito dal Volga per circa 30 km, centinaia di migliaia di soldati si affrontarono quartiere per quartiere, strada per strada, casa per casa, stanza per stanza. Vasilij Grossman nel suo diario annotava: “Una casa presa dai russi, una dai tedeschi. Come si può usare l’artiglieria pesante in una simile battaglia?”(nota 11). Ma la vicinanza tra i due schieramenti era ancora più promiscua: talvolta nello stesso edificio potevano trovarsi sovietici e tedeschi (chi ai piani superiori, chi ai piani inferiori) o addirittura in due stanze adiacenti. Gli ufficiali tedeschi coniarono un termine per definire questo nuovo tipo di scontro: Rattenkrieg, la guerra dei topi.

Fame, sete e freddo (in inverno si raggiungevano tra i 20 e i 30 gradi sotto zero) spossavano grandemente i combattenti, sui quali si accanivano orde di pidocchi e le minacce delle più svariate malattie, dalla dissenteria all’itterizia. La lotta cavernicola riemergeva a circa trent’anni di distanza dal primo massacro mondiale. Arroccati per giorni in cantine o ai piani superiori di un edificio, molti soldati si cibavano di quello che riuscivano a procurarsi: croste di pane secco, carne cruda di cavallo morto o fieno bagnato, per esempio. Inoltre, Stalin rese la popolazione di Stalingrado una sorta di novella Ifigenia:

L’NKVD aveva requisito quasi tutte le imbarcazioni fluviali, destinandone una minima parte all’evacuazione dei civili. Poi Stalin, decidendo che il panico non era permesso, aveva rifiutato che gli abitanti di Stalingrado fossero evacuati attraverso il Volga. Questo, secondo lui, avrebbe costretto le truppe, in particolare la milizia arruolata sul posto, a difendere la città con maggiore accanimento.”(nota 12)

 Quella dei sovietici si rivelò veramente una resistenza “accanita”. Per il generale Heinz Guderian (1888-1954) i fanti russi sono “quasi sempre ostinati difensori”(nota 13); un comandante nazista riferiva a Paulus: “Ogni caposaldo doveva essere conquistato individualmente. Il più delle volte non riuscivamo a tirarli fuori nemmeno con i lanciafiamme e dovevamo far saltare in aria tutto”(nota 14); un caporale tedesco annotava: “Non potete immaginare come [i sovietici] difendano Stalingrado… come cani”(nota 15). Per mesi si lottò accanitamente per poche posizioni strategiche (qui elencate da quella più a Sud a quella più a Nord): il silo granario, la piazza Rossa, la stazione centrale (che cambiò “reggitore” 15 volte), l’aeroporto, il Mamaev Kurgan (un tumulo alto 102 metri), l’acciaieria Ottobre Rosso, la fabbrica d’armi Barricata, la fabbrica di trattori e il quartiere di Spartakovka. Le ultime due posizioni tenute nell’eroica resistenza di Stalingrado furono il Mamaev Kurgan e Spartakovka: sicuramente anche in questi due luoghi si trovava il celebre manifesto che recava le seguenti parole: “Non cederemo mai la città in cui siamo nati. Creiamo barricate in ogni via. Trasformiamo ogni quartiere, ogni blocco, ogni edificio in una fortezza inespugnabile.”(nota 16). La città dove si svolse lo scontro titanico che decise le sorti della seconda guerra mondiale ha conosciuto tre denominazioni: Caricyn (dal 1598 al 1925), Stalingrado (dal 1925 al 1961) e infine quello attuale, Volgograd. Tra il 1959 al 1967 nella zona del Mamaev Kurgan, ovvero quel tumulo che pochi anni prima fu difeso (perduto e riconquistato) con grandissimo spargimento di sangue, fu costruito un memoriale per celebrare l’epica battaglia sul fronte orientale.

 Durante i combattimenti Cujkov annotò: “Ogni uomo deve diventare una delle pietre della città.”(nota 11). I soldati della 62° armata di Cujkov , della 13° Divisione di Rodimcev e le varie altre forze sovietiche si arroccarono tra le rovine di Stalingrado e divennero “pietra” viva (o morta) sullo scheletro urbano che sarebbe assurto a ipostasi della riscossa sovietica. Resistenza e sacrificio per la Rodina. All’inizio del lungo viale del memoriale che conduce alla Piazza degli Eroi, vi è una statua scolpita in una roccia all’interno di una vasca d’acqua: il busto di un ideale homo sovieticus, tonico e muscoloso, a petto nudo e armato di un PPSh-41. Una esclamazione incisa a grandi lettere campeggia sulla roccia sotto di lui: Non un passo indietro!

1Il testo integrale dell’Ordine n.227 è disponibile dal 1988.

2Citato in F. Ellis, E le loro madri piansero: la grande guerra patriottica nella letteratura sovietica e postsovietica, Genova, Marietti, 2010, p.149.

3. Hobsbawm, Il secolo breve, Milano, Rizzoli, 1995, p.55.

4. Beevor, Stalingrado, Milano, BUR Rizzoli, 2000, p.138.

5. Beevor, op.cit., p.173.

6. Ivi, p.125.

7. Ivi, p.39.

8. Ivi, p.49.

9. Ivi, p.184.

10. Beevor, op.cit., p.128.

11. Ivi.,p.196.

Pier Paolo Alfei

Impara a star seduto: una lettera di Antonio Gramsci al figlio De

(di Rosaria Fortuna) “Caro Delio, i tuoi bigliettini diventano sempre più corti e stereotipati. Io credo che tu abbia abbastanza tempo per scrivere più a lungo e in modo più interessante; non c’è nessun bisogno di scrivere all’ultimo momento, in fretta in fretta, prima di andare a spasso. Ti pare? Non credo neppure che ti possa far piacere che il tuo babbo ti giudichi dai tuoi bigliettini come uno stupidello che si interessa solo della sorte del suo pappagalluccio, e fa sapere che sta leggendo un libro qualsiasi. Io credo che una delle cose più difficili alla tua età è quella di star seduto dinanzi a un tavolino per mettere in ordine i pensieri (e pensare addirittura) e per scriverli con un certo garbo; questo è un «apprendissaggio» talvolta più difficile di quello di un operaio che vuole acquistare una qualifica professionale, e deve incominciare proprio alla tua età. Ti abbraccio forte ANTONIO”
Rosaria Fortuna

Harry Truman, la Grecia e la Felicità: gli USA a difesa del mondo libero

(di Rosaria Fortuna) Se la Storia fosse davvero maestra di vita, i corsi e ricorsi di Giambattista Vico non sarebbero una delle teorie più rivoluzionarie, una teoria tanto più è evidentemente intuitiva, tanto più è rivoluzionaria, a disposizione degli umani.

Il bello dei documenti scritti è che leggendoli, di tutto quello che viviamo c’è già traccia, e così questa dichiarazione di Harry Truman sulla condizione della Grecia può solo far riflettere:

Gli Stati Uniti hanno ricevuto dal governo greco un urgente appello per l’assistenza economica e finanziaria [..] Io non credo che il popolo americano e il Congresso desiderino fare orecchie da mercante all’appello del governo greco […] La stessa esistenza dello Stato greco è oggi minacciata dalle attività terroristiche di parecchie migliaia di uomini armati, guidati dai comunisti, che sfidano in varie zone l’autorità del governo, in particolare lungo i confini settentrionali. La Grecia deve essere aiutata se si vuole che divenga una democrazia indipendente e dotata di amor proprio. Gli Stati Uniti debbono fornire questo aiuto[…] Anche la vicina della Grecia – la Turchia – merita la nostra attenzione. È chiaro che il futuro della Turchia quale Stato indipendente ed economicamente sano non è per le nazioni amanti della pace meno importante del futuro della Grecia […] “.

È singolare come si continuino a fare gli stessi sbagli: esportare democrazia sotto forma di favori economici sempre meno mirati alle esigenze degli Stati e sempre più ai mercati finanziari, dimenticando che la famosa Felicità di cui parla la Costituzione Americana è una attitudine, da lì la sua importanza all’interno di una Carta Costituzionale. Solo che le attitudini si coltivano non si vendono né si svendono. La ragione poi per cui la Felicità è così difficile da perseguire per qualsiasi Stato prima ancora che per i suoi cittadini.

Il discorso al Congresso Americano di Harry Truman è del ’47. È stato tratto da R. Hofstadter, Le grandi controversie della Storia Americana, Roma, ed. Opera Nuova 1966, vol II pag.496/500

Rosaria Fortuna

La prostituzione nella poesia di Baudelaire

“Da ultimo Baudelaire, di fronte allo scarso successo della sua opera, ha messo in vendita anche se stesso. Si è gettato dietro la sua opera, e ha verificato così fino in fondo, per se stesso, quello che pensava dell’ineluttabile necessità della prostituzione per il poeta.

Uno dei problemi decisivi per la comprensione della poesia di Baudelaire è la trasformazione dell’aspetto della prostituzione col sorgere delle metropoli. Poiché questo è certo: che Baudelaire esprime questa trasformazione, che essa è uno dei massimi oggetti della sua poesia. La prostituzione, col sorgere delle metropoli, entra in possesso di nuovi arcani. Uno dei quali è, anzitutto, il carattere labirintico della città stessa; l’immagine del labirinto è entrata nella carne e nel sangue del flaneur. La prostituzione, per così dire, la colora diversamente.

Il primo arcano di cui essa dispone è quindi il volto mitico della città come labirinto. Di cui fa parte, naturalmente, l’immagine del minotauro al suo centro. Che esso infligga la morte al singolo, non è decisivo. Decisiva è l’immagine delle forze mortali che esso incarna e rappresenta. Ma anche questa immagine è nuova per l’abitante delle metropoli.

Nella forma che la prostituzione ha assunto nelle grandi città, la donna appare non solo come merce, ma in senso stretto come articolo di massa. A ciò allude il travestimento artificiale dell’espressione individuale a favore di un’espressione professionale, che è operato dal maquillage. Che proprio questo aspetto della prostituta fosse sessualmente decisivo per Baudelaire, è provato, fra l’altro, dal fatto che nelle sue molteplici evocazioni della prostituta lo sfondo non è mai il bordello, ma spesso la strada.”

Da: Baudelaire e Parigi di Walter Benjamin (Angelus novus. Saggi e frammenti, a cura di Renato Solmi)

Pier Paolo Alfei

La condizione delle donne tra maternità e sfumature

(di Rosaria Fortuna) La condizione delle donne è argomento perenne di discussione perché da secoli, loro è il monopolio della cura, e dell’accudimento anche in virtù della funzione peculiare delle donne: la possibilità assoluta di generare. Questo è il nocciolo di tutte le questioni e forse il problema per certi versi più grande per una donna. Donne si diventa, e niente conta avere dei figli perché le potenzialità di una donna sono molte di più della maternità, semplicemente perché per far fronte al trauma della maternità, alle donne viene assegnato uno spazio ed un tempo differente rispetto ad un uomo. Se un uomo ragiona in maniera piana, una donna cercherà di inquadrare qualsiasi cosa nella maniera più cervellotica. L’accudimento ha bisogno di uno spazio anche per la riflessione, e per la costruzione di un io che vada al di là dell’accudimento stesso. Operazione non facile, e non alla portata di tutte proprio perché le fasi della vita delle donne sono complesse e oggi anche Klimt con la sua rappresentazione della femminilità attraverso gli anni è abbondantemente superato. Semplicemente perché la maternità è un momento nella vita di una donna, non la massima espressione di sé. Così la rappresentazione di una donna adulta non può essere solo quella di una donna che non potendo più essere madre si decompone. A furia di credere questo si arriva poi a legittimare qualsiasi comportamento sbagliato in relazione alla gioventù, a discapito di un’età differente che non comprende la procreazione, ma una vita tutta per sé. Del resto il bisogno di pratiche di sottomissione a letto conclamate e edulcorate, le sfumature e tutto il mondo che gli gira intorno, dimostrano che le donne hanno introiettato una visione del mondo che ormai neppure è più maschile, un uomo adulto cerca una compagna che gli sia pari non di certo una bimbaminkia. A questo punto bisognerebbe ripartire dalla lettura dei classici per bambine da: “Piccole donne” passando per le grandi infedeli della letteratura Anna e Emma, esempio di un malessere determinato da una presa d’atto con conclusione scontata, ma sono degli uomini a scrivere, e quindi devono in qualche modo arginare e punire il bisogno di emancipazione delle loro protagoniste letterarie, per approdare alla letteratura erotica, Saffo compresa. Tutto da leggere prima dei quindici anni. Dopo, al massimo si può essere una fotocopia di Cornelia che distrattamente contempla Klimt, e le sue età della donna.
Rosaria Fortuna

L’albero del riccio. Una lettera di Antonio Gramsci al figlio Delio

(di Rosaria Fortuna) Caro Delio, mi è piaciuto il tuo angoletto vivente coi fringuelli e i pesciolini. Se i fringuelli scappano dalla gabbietta, non bisogna afferrarli per le ali o per le gambe, che sono delicate e possono rompersi o slogarsi; occorre prenderli a pugno pieno per tutto il corpo, senza stringere. Io da ragazzo ho allevato molti uccelli e anche altri animali: falchi, barbagianni, cuculi, gazze, cornacchie, cardellini, canarini, fringuelli, allodole ecc. ecc.; ho allevato una serpicina, una donnola, dei ricci, delle tartarughe. Ecco dunque come ho visto i ricci fare la raccolta delle mele. Una sera d’autunno, quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna, sono andato con un altro ragazzo, mio amico, in un campo pieno di alberi da frutta, specialmente di meli. Ci siamo nascosti in un cespuglio, contro vento. Ecco, a un tratto, sbucano i ricci, cinque: due piú grossi e tre piccolini. In fila indiana si sono avviati verso i meli, hanno girellato tra l’erba e poi si sono messi al lavoro: aiutandosi coi musetti e con le gambette, facevano ruzzolare le mele, che il vento aveva staccato dagli alberi, e le raccoglievano insieme in uno spiazzetto, ben bene vicine una all’altra. Ma le mele giacenti per terra si vede che non bastavano; il riccio piú grande, col muso per aria, si guardò attorno, scelse un albero molto curvo e si arrampicò, seguito da sua moglie. Si posarono su un ramo carico e incominciarono a dondolarsi, ritmicamente: i loro movimenti si comunicarono al ramo, che oscillò sempre piú spesso, con scosse brusche, e molte altre mele caddero per terra. Radunate anche queste vicino alle altre, tutti i ricci, grandi e piccoli, si arrotolarono con gli aculei irti, e si sdraiarono sui frutti, che rimanevano infilzati: c’era chi aveva poche mele infilzate (i riccetti), ma il padre e la madre erano riusciti a infilzare sette o otto mele per ciascuno. Mentre stavano ritornando alla loro tana, noi uscimmo dal nascondiglio, prendemmo i ricci in un sacchetto e ce li portammo a casa. Io ebbi il padre e due riccetti e li tenni molti mesi, liberi, nel cortile; essi davano la caccia a tutti gli animaletti, blatte, maggiolini ecc., e mangiavano frutta e foglie d’insalata. Le foglie fresche piacevano loro molto e cosí li potei addomesticare un poco; non si appallottolavano piú quando vedevano la gente. Avevano però molta paura dei cani. Io mi divertivo a portare nel cortile delle bisce vive per vedere come i ricci le cacciavano. Appena il riccio si accorgeva della biscia, saltava lesto lesto sulle quattro gambette e caricava con molto coraggio. La biscia sollevava la testa, con la lingua fuori e fischiava; il riccio dava un leggero squittio, teneva la biscia con le gambette davanti, le mordeva la nuca e poi se la mangiava a pezzo a pezzo. Questi ricci un giorno sparirono: certo qualcuno se li era presi per mangiarli. Ti scriverò un’altra volta sul ballo delle lepri, dell’uccello tessitore e dell’orso, e su altri animali ti voglio raccontare altre cose che ho visto e sentito da ragazzo: la storia del polledrino, della volpe e del cavallo che aveva la coda solo nei giorni di festa ecc. ecc. Mi pare che tu conosca la storia di Kim, le novelle della jungla e specialmente quella della foca bianca e di RikkiTikkiTawi?

Ti bacio. ANTONIO

(da L’albero del riccio)

Fiat productio et pereat homo

“Non riesco a stabilire se quel senso di attesa, quell’atmosfera di tensione, che rende precipitoso ogni atto, ogni momento della vita tedesca di oggi, sia una mia impressione, derivi da una mia inquietudine interna, oppure sia veramente nell’aria. Ho l’impressione che, effettivamente, anche nella fase precipitosa con la quale la vita si svolge a Berlino, favorita dal clima stimolante, e in tutti i suoi settori, da quello affaristico a quello intellettuale (ci sono sempre tre o quattro conferenze o concerti o teatri importanti nello stesso giorno e la gente si scapicolla per afferrare almeno un pezzetto di ognuno), ci sia una certa ansia sotterranea, come di cosa che occorre afferrare, perché sono le ultime occasioni di vita, le ultime occasioni, dopo le quali, che cosa? Una guerra civile, un crollo, una distruzione definitiva dell’Europa centrale? E tutto questo in mezzo a fiumi di discussioni, di piani, dove l’intelligenza e una formidabile preparazione tecnica e precisa documentazione, si mescolano sempre, in tutti, a qualsiasi corrente appartengano, con fumosi filosofemi, infantili mitologie, assenza di concretezza. E il misticismo è vicino, come non mai, al marchese de Sade.”

           Ranuccio Bianchi Bandinelli (Berlino, gennaio 1933)

di Pier Paolo Alfei

La Storia e la Letteratura sono gemelle. “Uccidiamo Marechiaro”: una riflessione di lettura

 (di Rosaria Fortuna) In Uccidiamo il Marechiaro saggio che parla di Napoli, tanti sono gli spunti offerti al lettore. Il titolo stesso è una seria dichiarazione d’intenti perché rimanda a Raffaele La Capria, l’ultimo scrittore napoletano vivente, il solo, se si parte dall’assunto cromosomico della città ovvero dal fatto che Napoli è una città borbonica e borghese, e questo dato di Raffaele La Capria è certo ed inequivocabile.
Il resto è periferia più o meno prossima del Regno e quindi della scrittura. Questo implica che chiunque, a Napoli, a prescindere dalla classe sociale di appartenenza, aspiri alla qualità della vita non solo ad una messa in scena della stessa. Come accade molto spesso altrove. Così i bassi sono case super arredate, il ristorante è una necessità per tutti, come le vacanze.
Se non si parte da questo non si comprende pure la polemica di Goffredo Fofi sugli scrittori napoletani. Che napoletani non sono per la gran parte, periferici o fuori dal nucleo vivo e putrefatto della città, e che quindi non hanno in sé la visione immaginifica e crudele che solo un vero napoletano come Raffaele detto Dudù, La Capria possiede: l’idea di dominare se stessi tuffandosi direttamente dal balcone di casa propria, a Posillipo. Al punto di andare a vivere altrove per ricordarlo meglio. Non c’è niente di più vicino alla Storia della Letteratura e non c’è niente di più lontano da Napoli di uno scrittore che non si sia mai davvero e intimamente tuffato a Posillipo.

A coloro che verranno

(…) Nelle città venni al tempo del disordine,

quando la fame ragnava.

Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte

e mi ribellai insieme a loro.

Così il tempo passò

che sulla terra m’era stato dato.

Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.

Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.

Feci all’amore senza badarci

e la natura la guardai con impazienza.

Così il tempo passò

che sulla terra m’era stato dato.

Al mio tempo, le strade si perdevano nella palude.

La parola mi tradiva al carnefice.

Poco era in mio potere.

Ma i potenti

posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.

Così il tempo passò che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano misere. La meta

era molto remota.

La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me

quasi inattingibile.

Così il tempo passò

che sulla terra m’era stato dato.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,

attraverso le guerre di classe, disperati

quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

“A coloro che verranno” di Bertolt Brecht, 1939.

Pier Paolo Alfei

L’abuso politico della storia

(di Pier Paolo Alfei) “La guerra del Golfo, prima dell’era postbipolare, mentre riconduce il fatto bellico al centro del dibattito intellettuale, attribuisce nuovamente agli intellettuali un ruolo importante. Grazie a questa guerra ciò che Habermas aveva chiamato uso pubblico della storia diventa uso (e abuso) politico della storia.

Quanto più l’opinione pubblica appare incerta, preoccupata, dubbiosa, tanto più cospicuo deve essere lo sforzo della propaganda, tanto più frequente, persino necessario il ricorso alla storia.

La storia per i manipolatori della verità diventa uno straordinario supermercato dove a poco prezzo si può acquistare di tutto, senza controlli, senza limiti, senza remore.

Si è parlato di un atteggiamento turistico verso la storia: storia come serie di luoghi da visitare, preferibilmente attraverso le immagini, in modo acritico, esteriore.”

Da: D’Orsi, I chierici alla guerra: la seduzione bellica sugli intellettuali da Adua a Baghdad, Torino, Bollati Boringhieri, 2005