Matti e manicomi tra XIX e XX secolo

L’associazione culturale Riflessistorici, l’Istituto Storico di Macerata e il Centro Studi Storici Maceratesi Vi invitano a partecipare all’evento “Matti e manicomi tra XIX e XX secolo”.

Luogo: biblioteca comunale Mozzi Borgetti (Macerata, piazza Vittorio Veneto)

Data e ora: martedì 13 e mercoledì 14 marzo ore 16:30

Ingresso libero e gratuito.

 

martedì 13 marzo ore 16:30

Interventi di:

Matteo BANZOLA (Centro Studi Storia del Lavoro di Imola)

autore di Il manicomio modello. Il caso imolese. Storia dell’ospedale psichiatrico (1804-1904)(La Mandragora, 2015)

Paolo GIOVANNINI (Università di Camerino)

autore di Un manicomio di provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918) (Affinità Elettive, 2017)

Ilaria LA FATA (Centro Studi Movimenti di Parma)

autrice di Follie di guerra. Medici e soldati in un manicomio lontano dal fronte (1915-1918) (Unicopli, 2014)

Mercoledì 14 marzo ore 16:30

Interventi di:

Matteo PETRACCI (Università di Camerino)

autore di I matti del duce. Manicomi e repressione politica nell’Italia fascista (Donzelli, 2014)

Annacarla VALERIANO (Fondazione Uiversità degli Studi di Teramo)

autrice di Malacarne. Donne e manicomio nell’Italia fascista (Donzelli, 2017)

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Viaggio nell’Archivio di Stato di Macerata

VIAGGIO NELL’ARCHIVIO DI STATO DI MACERATA.
Presentazione del video “L’ARCHIVIO LA STORIA – DOCUMENTI PER LA RICERCA”

Lunedì 28 agosto ore 17:00 presso la sala Castiglioni della Biblioteca comunale Mozzi Borgetti.

Ingresso libero e gratuito (capienza massima: 50-60 persone).
Sala aperta al pubblico dalle ore 16:30.

Evento organizzato dall’associazione culturale Riflessistorici con la collaborazione dell’Archivio di Stato di Macerata.

Per maggiori informazioni sull’evento contattare:
mail: riflessistorici@gmail.com
facebook: Associazione Culturale Riflessistorici
cellulare: 338 948 3043

Luca_Osteria.jpg
Luca Osteria (1905-1988), alias “Ugo” nell’organigramma O.V.R.A., alias “Raiola” in quello clandestino del Partito Comunista d’Italia, alias “prof. o dott. Ugo Modesti” in quello della polizia della Repubblica Sociale Italiana e come contatto del CLNAI al suo interno.

“Ugo”, la spia fascista che giocò Togliatti, Nenni e Churchill

“Bocchini soleva dire che Mussolini dall’idea della piovra, togliendo la p, aveva creato il nome OVRA, sulla cui interpretazione tanto si è sbizzarrito il popolo italiano, che dal nome stesso traeva un senso di incubo, come era nel desiderio di Mussolini” (testimonianza nel dopoguerra, davanti all’Alto Commissariato per l’Epurazione, di Guido Leto, capo PolPol dal 1938 alla fine del regime fascista, riportata da Mauro Canali in “Le spie del regime”, Il Mulino, Bologna, 2004, p. 303).

La sigla O.V.R.A. rivela nella sua stessa incerta interpretazione (che non risulta mai ufficialmente precisata in alcun atto amministrativo) il desiderio del regime fascista di circondare il braccio operativo all’estero della PolPol (la Polizia Politica istituita nell’ambito del Ministero degli Interni nel 1926) di un’aura di mistero che ne moltiplicasse psicologicamente la reputazione di efficienza operativa nell’ombra a spese delle organizzazioni partitiche antifasciste che, con percorso inverso a quello seguito dai fiduciari OVRA (termine burocratico con cui ne erano definiti gli agenti), tentavano dall’estero di tener viva la loro organizzazione clandestina in Italia (ed il risultato fu raggiunto a tal punto che, negli anni ’30, l’OVRA era attentamente studiata, come modello di efficienza, dalle analoghe branche dedicate alla lotta antisovversiva nell’ambito delle polizie di altri paesi europei, in primis la Francia, la cui democraticità non impediva di cercare comunque coi servizi informativi fascisti un terreno di collaborazione nella lotta a quelle aree della sinistra, anarchici principalmente, ma anche comunisti, che si collocavano fuori dai valori della democrazia parlamentare in virtù di una spinta cospirativa che, vuoi per la propensione anarchica all’organizzazione di attentati, vuoi per la dipendenza comunista da una grande potenza straniera,  era percepita come minacciosa anche per le istituzioni di paesi tutt’altro che fascisti). Il dilemma sull’esatta interpretazione della sigla OVRA, e sulle implicazioni sottese al seguire l’una o l’altra delle ipotesi interpretative, si sarebbe trascinato, senza soluzione, fino al dopoguerra, quando, deponendo davanti all’ Alto Commissariato per l’Epurazione dall’amministrazione statale dei funzionari compromessi col fascismo, gli uomini della PolPol avrebbero cercato di accreditare la versione “Organizzazione Vigilanza Reati Antistatali” rispetto ad “Opera Volontaria Repressione Antifascismo”, la neutrale ed asettica oggettività della prima ben prestandosi al loro gioco (spesso riuscito), funzionale al salvataggio di carriere e pensioni, diretto ad accreditarsi come non ideologizzati servitori dello Stato piuttosto che “volontarie” pedine della lotta all’antifascismo. Al di là degli interessi personali che supportavano detta strategia, va detto che in effetti i superpoliziotti del regime, Arturo Bocchini e Carmine Senise, cercarono sempre di ridurre al minimo l’arruolamento di elementi fortemente ideologizzati, privilegiando la fredda efficienza e la motivazione carrieristica rispetto a quella politica, e trattando col malcelato disprezzo del professionista nei confronti del dilettante i servizi informativi concorrenti che, tanto il Partito Nazionale Fascista quanto la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, a loro volta istituirono, nel loro caso ricorrendo principalmente a personale ideologicamente motivato. La storia di Luca Osteria, che ci si accinge a raccontare, rivela appunto, nella capacità di muoversi sui più svariati fronti della lotta all’antifascismo (e non solo), i livelli di efficienza attingibili da un tipico prodotto della premiata fabbrica di spie ideologicamente asettiche voluta da Arturo Bocchini, capace di camuffarsi a tal punto nel manto del diligente servitore dello Stato da riuscire, malgrado i notevoli danni inflitti agli esponenti dell’antifascismo (lunghe carcerazioni, quando non, in qualche caso, esiti mortali, anche se, a onor del vero, Osteria non fu mai un sicario, ma solo un infiltrato il cui scopo era l’arresto di soggetti ostili al regime),  a riciclarsi perfino nelle file dell’antifascismo e da concludere la propria lunga vita, nel 1988, ancora nella veste di rispettabile pensionato del Ministero degli Interni in forza dei servizi resi allo Stato italiano (o fatti passare come tali).

“R A I O L A”,  L’U O M O  DI  “E R C O L I”  A  B E R L I N O

Marzo 1929. A Parigi, il Café Figaro, presso la Gare de Lyon, è il luogo del rendez-vous tra Palmiro Togliatti (“Ercoli”) ed il suo uomo di fiducia, Luca Osteria (“Raiola”, nell’organizzazione clandestina comunista), tanto di fiducia da esserne stato l’inviato personale alla riunione del fior fiore del comunismo europeo tenutasi nei giorni precedenti a Berlino, in cui la spia fascista “Ugo” (sempre Luca Osteria, dal dicembre ’27 in forza alla zona OVRA I, responsabile del controspionaggio nell’area di Genova e Milano) aveva avuto l’onore di sedere fianco a fianco e di interloquire da pari a pari coi bei nomi, attuali o futuri, del comunismo internazionale (Jules Humbert-Drosz, Henri Barbusse, Bela Kun, Ernst Thalmann, Ernst Fischer, Josip Broz, Ignazio Silone, tra l’altro quest’ultimo anch’egli forse, sia pure con motivazioni ideologicamente e psicologicamente molto complesse, con un passato da informatore fascista, fin dal 1919, da cui stava faticosamente uscendo, a dar fede alla ricostruzione di Dario Biocca e Mauro Canali, “L’informatore: Silone, i comunisti e la polizia”, Milano-Trento, Luni Editrice, 2000). Ma come era potuto succedere che una spia fascista fosse riuscita ad acquisire la fiducia del pur esperto Togliatti al punto da esser prescelta come suo rappresentante, tra l’altro in una fase delicata in cui, nei consessi del comunismo internazionale, c’era da far valere la causa del comunismo “centrista”, conforme alle nuove direttive del Comintern, rispetto alla “sinistra” bordighiana, ormai in odore di scomunica per eresia? E come era potuto succedere che “Ercoli”, al termine del colloquio in cui “Raiola” gli aveva riferito gli esiti del dibattito berlinese, gli avesse affidato un plico contenente le istruzioni, firmate di proprio pugno, per la cellula di comunisti marittimi genovesi di cui “il compagno Raiola” gli diceva essere esponente? E, prima di tutto, chi era davvero Luca Osteria, prima di esser “Ugo” o “Raiola”?

Che fosse ideologicamente un fascista è difficile affermarlo, visto che dalla sua vicenda giovanile non traspare alcuna adesione al movimento mussoliniano. Nato a Genova nel 1905 da modesta e numerosa famiglia meridionale, col padre morto nella Grande Guerra, Osteria ha ben altro da fare che occuparsi di politica. Sbarca il lunario con saltuari impieghi come operaio o marittimo fino al 1926, anno in cui, richiamato per il servizio di leva, grazie allo status di orfano di guerra entra in un corso per sottufficiali di Marina tenuto ad Anzio, nel corso del quale è notato da Costanzo Ciano (allora titolare del Ministero delle Comunicazioni, non estraneo ad attività di controspionaggio), che ne intuisce le potenzialità di poliziotto e, dopo un breve periodo come proprio attendente, lo inserisce nei quadri dei servizi informativi governativi. Distaccato presso la questura di Genova, già nel dicembre ’27, come si è visto, risulta in organico all’OVRA, ed è a Genova che la sua esperienza di marittimo risulta determinante per farne il perno dell’“operazione Osteria“, diretta ad adescare l’organizzazione clandestina comunista con la prospettiva di aprire un “centro” italiano a Genova agganciando una  cellula genovese di portuali comunisti. Il gancio inconsapevole è Pietro Colotto, vecchio amico di Osteria quando anche lui lavorava come marittimo sulla rotta Genova-Marsiglia, ma ormai militante clandestino organico alla cellula comunista marsigliese, da cui Osteria si lascia arruolare. Sfruttando la conoscenza dell’ambiente dei marittimi ed  il suo lavoro di copertura come mozzo sulla nave Cesare, facente la spola tra Genova e Marsiglia, Osteria riesce in quello che non era riuscito anni prima al fascistissimo Amerigo Dumini, ossia guadagnarsi la fiducia della cellula marsigliese, che gli affida incarichi di corriere per i compagni dormienti in Italia, attività grazie alla quale viene a conoscenza di due cellule interne, una a Savona, l’altra a Torino, della cui esistenza ovviamente informa i suoi superiori della questura genovese (anche se, per il momento, per non bruciare Osteria, non sono operati arresti). Il salto di qualità avviene quando Osteria conosce Gino Giovetti (“Mario”), dirigente della cellula comunista parigina ed incaricato dalla direzione comunista di aprire, anche grazie ai buoni uffici di Osteria, una cellula “centrista” a Genova che contrasti l’influenza locale dei “bordighiani” (tra parentesi, è in questa fase, grazie a Giovetti, che Osteria è introdotto nella fiducia di Togliatti). Il “compagno Raiola” dimostra già nell’occasione un’ulteriore attitudine al doppiogioco, non disdegnando i contatti coi bordighiani (la cui referente a Genova, Piera Pent, in seguito tra gli arrestati grazie alle rivelazioni di Osteria, finirà, provata dal carcere, per diventare, rimessa in libertà, informatrice della PolPol, seguendo un’amara trafila comune a tanti esponenti dell’antifascismo clandestino in Italia), in funzione disgregatrice di quel comunismo clandestino interno che invece il centro estero parigino voleva che l’attivismo di Osteria rafforzasse. Il 17 agosto 1929 lo stesso Giovetti si reca a Genova per mettere ordine nella situazione locale, ma è arrestato, forse con troppa precipitazione, dalla polizia fascista, che così spreca l’opportunità di prendere nella rete qualche pesce ancora più grosso, come invece accadrà negli anni successivi, quando la tecnica messa a punto con l'”operazione Osteria” (attirare in Italia alti dirigenti del fuoruscitismo comunista con l’esca di cellule interne in realtà infiltrate dalla polizia fascista) verrà messa in atto con maggior freddezza, portando agli arresti eccellenti di personaggi del calibro di Pietro Secchia, Giorgio Amendola o Gian Carlo Pajetta. All’arresto di Giovetti fanno seguito quelli di 40 attivisti tra Genova e Savona, ma, sul breve, si riesce a salvare la copertura di Osteria sfruttando una tecnica di depistaggio che, nell’occasione, vede ancora l’ “operazione Osteria” fare da esperimento pilota, ma che poi diventerà usuale nelle tattiche della PolPol: a Giovetti sono mostrati falsi telegrammi dalla Francia e dalla Svizzera per far credere che la delazione sia partita da comunisti fuorusciti, tra l’altro un espediente che in futuro sarà, insieme alla durezza dell’esperienza carceraria, largamente utilizzato per minare la fiducia degli arrestati nella permeabilità delle centrali comuniste estere (in realtà, a differenza di quelle interne, di rado realmente penetrate dall’OVRA, se non con operazioni partenti dall’arruolamento di attivisti beccati durante uno dei loro rientri in Italia) e così incentivarne il cedimento alle lusinghe della rimessa in libertà in funzione di un ritorno, in funzione delatrice, nell’organizzazione comunista all’estero, alla quale era tenuto segreto l’arresto, quando, durando pochi giorni prima del cedimento dell’arrestato, era tale da non inficiarne la credibilità una volta tornato tra i compagni all’estero. Il delatore che, tornato all’estero, si “dimenticasse” dell’avvenuto arruolamento, era tenuto al gancio grazie alla spada di Damocle di “soffiate” da parte di altri infiltrati nell’organizzazione che avrebbero insospettito l’organizzazione comunista al punto da far prendere provvedimenti in merito, anche letali. In pratica si faceva capire all’arruolato che l’unica maniera per restare vivo, tra la macchina di violenza offensiva fascista e quella di violenza difensiva interna comunista, era continuare nella delazione.

Ma lasciamo la PolPol al suo lavoro e torniamo al nostro “Ugo”, che riesce ancora a sviare i sospetti, tanto che, in un nuovo incontro del 18 settembre 1929 a Parigi, Togliatti affida proprio a lui l’incarico di far luce, tornando a Genova, sui motivi della retata ligure. Ma al successivo ritorno in Francia, l’11 ottobre a Marsiglia, Osteria si rende conto che l’aria è diventata davvero pesante (lui non lo sa, ma, nel frattempo, Giovetti è riuscito a far arrivare dal carcere genovese una lettera denunciante sibillinamente l’avvenuta denuncia di “tutti” i contatti di Osteria, tranne appunto l’Osteria stesso), per cui, considerando ormai bruciata la sua copertura nell’organizzazione comunista, sceglie saggiamente di ritenere terminata la sua missione di infiltrazione in essa e di rientrare rapidamente in Italia. La storia (questa parte almeno, ché si vedrà presto Ugo tornare bravamente alla ribalta in altri contesti) terminò con la pubblicazione, sul numero 1 de L’Unità del gennaio 1930, di una foto di Osteria accompagnata da didascalia in cui lo si denunciava come truffatore e spia. Il marinaio Ugo avrebbe comunque fatto proficuamente rotta verso altri lidi. Nella fattispecie Sidney, porto che raggiunge nel marzo del ’30, impiegato come marittimo sulla nave Moncalieri (il cui capitano era informato della reale natura di spia dell’Osteria), per fare amicizia con Andrea Pagnotti, gestore di un bar in quel porto, ma anche fuoruscito anarchico sospettato dalla polizia fascista di esser implicato nell’organizzazione di un attentato contro Mussolini. Anche in quest’occasione l’operazione è coronata da successo, quando l’ingenuo Pagnotti, il 20 marzo, è attratto con un tranello a bordo della Moncalieri (l’amico Luca voleva fargli provare un toscano speciale che aveva nel suo bagaglio a bordo della nave) per trovarvi, invece del sigaro promessogli, una cella in cui sarebbe rimasto impacchettato fino alla sua consegna alla polizia fascista all’arrivo della nave a Messina qualche settimana dopo.

I L  T U R N O  D E I  S O C I A L I S T I

La vicenda dell’infiltrazione di Osteria nelle file dell’organizzazione clandestina comunista dimostra l’infondatezza del mito resistenziale dell’impermeabilità comunista alla penetrazione di agenti fascisti, anche attraverso l’arruolamento, come delatori, di attivisti comunisti, sia pure “comprati” con espedienti ingannatori e ricattatori. Detto per inciso, riconoscere l’efficienza della polizia fascista e la sua sostanziale vittoria sul tentativo comunista di creare centrali clandestine in Italia (a metà anni ’30 quasi non vi è più alcun contatto tra i leaders all’estero ed i pochi attivisti clandestini ancora a piede libero in Italia) non sminuisce il valore della lotta antifascista clandestina, anzi fa sì che “ne escano ingigantiti i meriti di chi andò consapevolmente incontro alla caduta certa e al martirio del carcere” (Mauro Canali, op. cit., p.452), e poco toglie al coraggio di questi uomini il fatto che alcuni di essi, di fronte alla durezza del carcere, abbiano accettato di venire a patti col carceriere, trattandosi di situazioni che solo il facile moralismo d’accatto di chi non le vive in prima persona può condannare senza se e senza ma. Ad ulteriore riprova della difficoltà comunista nel venire a capo dell’infiltrazione della sua organizzazione da parte della polizia fascista, le liste di proscrizione rese note in varie occasioni dal partito, per denunciare i militanti passati all’altra sponda, in base al confronto fatto ex post con gli archivi PolPol acquisiti nel dopoguerra dall’Alto Commissariato per l’Epurazione, risultano centrare il bersaglio solo per una sessantina delle 504 presunte spie denunciate (Mauro Canali, op. cit. p. 470), negli altri casi trattandosi solo di militanti che, scoraggiati, avevano abbandonato qualsiasi attività clandestina, oppure erano passati ad altre formazioni antifasciste, per cui l’attività difensiva del PCI fu più efficace nel provocare diffidenza tra i vari movimenti antifascisti, o nell’aggravare drammi esistenziali di ex militanti, che non nel controbattere realmente quella della polizia fascista.

La successiva “seconda operazione Osteria”, ossia la sua infiltrazione nel 1931 nella cellula socialista marsigliese, con tecniche e finalità analoghe a quelle operate nei confronti di quella comunista (aggancio proponendosi come esponente di fantomatiche cellule interne in cerca di guida), dimostra la capacità della polizia fascista di approfittare delle spaccature interne del movimento antifascista (il X Plenum del Comintern, decidendo la rottura dei rapporti tra comunisti e socialisti, accusati di “socialfascismo”, tronca anche qualsiasi scambio di informazioni tra i due movimenti, così che, nella fattispecie, i socialisti nulla sanno del fatto che Osteria è già stato smascherato, sia pur tardivamente, dai comunisti). Stavolta il gancio incolpevole è Filippo Amedeo, segretario politico della federazione socialista delle Bocche del Rodano, ma qui “Ugo” si trova parte del lavoro già fatto da un paio di apripista, a dimostrazione della maggior debolezza, rispetto alle infiltrazioni, dell’organizzazione socialista rispetto a quella comunista. Infatti, Amedeo è già  marcato stretto da due infiltrati, Mario Sorcinelli, addirittura segretario amministrativo di quella federazione socialista, e Alberto Fistermacher, scultore e sedicente simpatizzante socialista, utilizzato come corriere di materiale propagandistico diretto ai socialisti di Torino e Genova (in realtà squallido opportunista, tanto che nel ’44, nella Roma appena liberata, arriverà ad offrirsi ai servizi alleati come delatore a danno dei collaborazionisti dei nazisti). Sfruttando i contatti ormai acquisiti da Fistermacher a Parigi e Marsiglia, Osteria, nel corso del 1930, comincia ad inviare a Marsiglia emissari di un inesistente comitato di portuali genovesi in cerca di contatti con la dirigenza socialista, uno dei quali riesce addirittura a farsi ricevere in una riunione nella casa parigina di Buozzi, presenti Nenni, Saragat, Turati e Treves, ricevendone elogi ed incoraggiamenti. Presto torna in scena in Francia lo stesso Osteria, acquisendo in prima persona la fiducia degli esuli, tanto da esser inviato a partecipare, in rappresentanza del solito fantomatico comitato di portuali genovesi, al congresso sindacale dell’Internazionale dei Trasporti tenutosi a Praga dall’8 al 12 agosto 1932, ulteriore “medaglia”, dopo il congresso berlinese del 1929, nella carriera di “Ugo” come finto antifascista. Medaglia ben più gradita dalla dirigenza della polizia fascista, che muoveva i fili dell’operazione, era stato, il 31 agosto 1931, l’arresto a Torino di Giuseppe Romita (importante dirigente socialista e futuro ministro della Repubblica), rientratovi dalla Francia per prendere contatto col gruppo socialista torinese, anch’esso falcidiato dagli arresti (anche se, in questo ramo torinese dell’operazione, il ruolo di Fistermacher era stato preponderante rispetto a quello di Osteria).

Il ramo genovese dell’operazione Osteria non porta gli stessi risultati di quello torinese solo perché la farsa del comitato dei portuali è troncata, prima che possa produrre i suoi migliori frutti polizieschi, dall’accordo, a fine 1932,  tra Giustizia e Libertà e Partito Socialista Italiano, che prevede, a livello di ogni cellula di territorio (quindi incluse quelle genovesi), uno scambio di nominativi. Ovviamente Osteria fornisce i nomi di tre fiduciari della questura genovese, ma i dubbi espressi da Marcello Cirenei, militante GL, dopo un abboccamento, circa l’attendibilità dei tre, ed ancor più l’arresto, di lì a breve, dello stesso Cirenei e di altri due militanti GL, insospettiscono il servizio informativo di GL che, evidentemente più accorto di quello socialista, invita i compagni a procedere ad un’accurata indagine interna, che porta ad un incontro a Marsiglia, nel settembre ’33, tra Pallante Rugginenti, emissario della direzione socialista parigina, e Oreste Tarditi, portuale genovese, ma in realtà informatore fascista, accompagnato da tal Crovetto, spacciato come “Paolo”, leader del fantomatico comitato dei portuali (la questura genovese, timorosa che le cose possano prendere una brutta piega, non rischia il prezioso Osteria, preferendo inviare due agenti di minor livello). I due sembrano riuscire a convincere Rugginenti, e per qualche mese continua l’invio di materiale dai socialisti marsigliesi ai compagni genovesi (di fatto alla questura di Genova), ma a fine ’33 è la stessa questura genovese che tronca l’operazione, e, ritenendo ormai probabile uno smascheramento dei propri agenti in Francia, li richiama in Italia. Lo stesso Osteria non metterà mai più piede in Francia, preferendo negli anni successivi servirsi prudenzialmente della moglie, anch’ella efficiente agente OVRA, per eventuali missioni di collegamento oltralpe. Ma il lavoro non gli mancherà di certo, specie quando, dopo aver messo nel sacco comunisti e socialisti, si dovrà aprire un terzo fronte, di nome e di fatto.

I L   “T E R Z O   F R O N T E”

L’ingenuo Filippo Amedeo ha in sorte, nel 1939, ancora una volta il ruolo di primo aggancio utilizzato da “Ugo” per mettere in atto una nuova operazione di camuffamento antifascista, stavolta a spese niente meno che degli efficientissimi servizi segreti inglesi. Agganciato da un emissario di Osteria, che gli fa credere di voler costituire, con l’aiuto dei servizi inglesi, un’organizzazione clandestina diretta a compiere sabotaggi in Italia, Amedeo lo indirizza a Piero Pellegrini, direttore del giornale del fuoruscitismo in Svizzera “Libera stampa”, uomo in contatto coi servizi inglesi. In realtà di altro non si trattava che dell’ “operazione Terzo Fronte”, un’idea di Osteria, prontamente approvata da Guido Leto, capo della DAGR (Direzione Affari Generali e Riservati, branca del Ministero degli Interni che coordinava PolPol e OVRA), di dar vita ad una cellula di sabotatori antifascisti fantomatica quanto l’antico comitato di portuali genovesi, ma abbastanza credibile da intercettare gli aiuti dei servizi britannici e, cosa  ancor più importante, dal dissuaderli dal creare un’analoga, ma stavolta vera, organizzazione, inducendoli ad accontentarsi di quella preconfezionata ad essi ammannita dai servizi militari italiani. I “Tigrotti” (nome scelto dai falsi sabotatori per autodesignarsi) acquisiscono credibilità agli occhi degli Inglesi sia inviando informazioni (ovviamente addomesticate, mischiando frammenti veritieri a corposi depistaggi), sia attribuendo a proprio merito qualsiasi incidente avvenuto casualmente negli impianti industriali italiani o nelle vie di comunicazione ferroviarie (si trattava semplicemente, avuta notizia dell’incidente, di precipitarsi sul posto per collocarvi schegge di bombe o tracce di fosforo, in modo da accreditare presso i servizi inglesi la tesi della non casualità dell’incidente). La cosa riesce talmente bene che gli Inglesi rinunciano a creare altre organizzazioni parallele, con veri antifascisti, ed anzi, nel ’43, avvicinandosi il momento dello sbarco in Sicilia, ne comunicano la data con un mese di anticipo ai “Tigrotti” (e quindi, inconsapevolmente, a Mussolini, anche se il saperlo in anticipo  poco giova alla causa di un’Italia militarmente e moralmente ormai a pezzi, ma questa è altra storia che nulla toglie al valore dell’impresa spionistica di Osteria, sicuramente più efficiente dei colleghi tedeschi nell’individuare data e luogo dello sbarco in Normandia). Addirittura, nelle settimane precedenti lo sbarco, gli Inglesi inviano due sommergibili, sulle coste liguri e pugliesi, per rifornire i “Tigrotti” di materiale di sabotaggio d’avanguardia per danneggiare la linea ferroviaria Salerno-Reggio Calabria, bloccando l’afflusso di rinforzi dell’Asse in Sicilia (ed anche in questo caso gli incidenti che puntualmente vi si verificano, a causa del caos in cui ormai versa l’intero sistema operativo italiano, son fatti abilmente passare per atti di sabotaggio messi in atto dagli uomini di Osteria). Il crollo del fascismo e l’8 settembre vanificano i pur notevoli risultati ottenuti da Osteria nell’attività di controspionaggio, ma non ne interrompono l’attività, che anzi, proprio nell’atmosfera del biennio di Salò, dominata dall’incertezza e dall’intrigo, attingerà i massimi vertici di virtuosismo equilibristico tra le varie parti in causa (per i dettagli sulla vicenda dei “Tigrotti”, si rinvia a Franco Fucci, Le polizie di Mussolini, la repressione dell’antifascismo nel Ventennio, Ugo Mursia Editore, Milano, ed. 2001).

IL “DOTT. UGO MODESTI” TRA NAZISTI, ALLEATI E PARTIGIANI. L’AMBIGUO RAPPORTO COL “COMANDANTE MAURIZIO”

La divisione dell’Italia dopo l’8 settembre vede Osteria aderire alla Repubblica di Salò, chiamato dal solito Guido Leto, di nuovo alla guida della ricostituita polizia politica fascista, ad organizzare un nucleo di polizia italiana al servizio dell’occupante nazista. Sarà la “squadra Ugo”, che Osteria organizza reclutando suoi precedenti collaboratori nel gruppo dei “Tigrotti”. La squadra si guadagna rapidamente la fiducia del comando interregionale SD competente per il nordovest italiano, insediato a Milano, in quello che presto diventerà il famigerato Hotel Regina, ed affidato a Walther Rauff, col cui vice, il tenente Theodor Saevecke, Osteria instaura un rapporto di amicizia foriero di importanti sviluppi quando deciderà di passare, dal febbraio ’44, al doppio gioco tra nazisti e partigiani (triplo gioco, visto che intanto riprende l’attività di finto sabotaggio in “collaborazione” coi servizi inglesi, ancora convinti della lealtà dei “Tigrotti”). Ciò che contraddistingue la “squadra Ugo”, rispetto ad altre formazioni fasciste fiancheggianti l’occupante nazista (si pensi, ad esempio, alla Banda Carità, alla Banda Koch o alla Legione Muti) è l’assenza, nel modus operandi, della carica ideologica e della violenza gratuita tipiche degli altri gruppi antipartigiani fascisti, nonché della propensione dei loro membri alla corruzione ed alla rapine a fini di mero arricchimento personale. Onestà personale e fredda efficienza continuano ad essere i requisiti che  Osteria chiede ai suoi uomini, e che valgono all’affidabilità del suo gruppo, da parte della polizia nazista, ben maggiore stima di quella riservata agli altri nuclei polizieschi antifascisti, utilizzati dai Tedeschi ma sostanzialmente disprezzati.

È in questo quadro che si colloca la “conversione” di Osteria alla collaborazione coi movimenti antifascisti operanti in Alta Italia, forse all’inizio con intenti ancora di infiltrazione doppiogiochista (l’idea, stando alle sue deposizioni nel dopoguerra, gli era stata proposta dalle SS fin dal settembre ’43), ma poi, a partire dalla primavera del ’44, in funzione di sostanziale fiancheggiamento del CLNAI, in cui sono coinvolti anche il suo superiore, Guido Leto, e l’amico Saevecke. Fiutare l’ormai irreversibile direzione presa dal vento della storia, e mettersi in grado di garantirsi un’uscita di sicurezza al momento del crollo del nazifascismo, è la verosimile molla della nuova linea operativa, anche se nel dopoguerra Osteria tenterà di avvalorare la tesi di una crisi di coscienza di fronte al crollo dello Stato italiano ed alla necessità di cui lui, da leale servitore, si era presto reso conto, di ricostituirlo con forze politiche nuove. Il suo interlocutore nell’ambito del CLNAI è il “comandante Maurizio”, Ferruccio Parri, che nel dopoguerra testimonierà (testimonianza citata da M. Canali, op. cit., p. 490) che Leto era “a giorno del fatto che ‘Ugo’, già funzionario degli Interni, e messo a disposizione della polizia tedesca dalla primavera del ’44, si era messo a contatto col movimento della Resistenza, e particolarmente con me, e che egli ‘Ugo’, con una squadra di dodici agenti alle sue dipendenze, operò attivamente in nostro favore, evitando o limitando arresti, organizzando liberazioni ed assistendo gli arrestati” (detto per inciso, in tutta quest’attività collaborativa mai il CLNAI si rende conto che il “dott. Ugo Modesti”, nome con cui Osteria è conosciuto dal movimento resistenziale ed apprezzato come contatto nella polizia fascista, altri che non è che l’antico tessitore delle trame doppiogiochiste a spese di comunisti e socialisti nel periodo 1929-33). L’arresto di Parri, avvenuto il 2 febbraio 1945, malgrado la protezione di Osteria nel lungo periodo di precedente latitanza, non interrompe la collaborazione tra i due, che anzi riceve un ulteriore impulso. Mentre la sede della squadra “Ugo” continua ad essere, sotto il naso dei Tedeschi (alcuni dei quali, come Saevecke, in realtà conniventi), un viavai di parenti di arrestati che si raccomandano per la liberazione dei loro congiunti (anche con finte fuhe, organizzate da Osteria e Saevecke e finalizzate all’espatrio in Svizzera, come nei casi, tra i più clamorosi, di Indro Montanelli e della moglie di Parri, mentre un analogo tentativo in favore dello stesso Parri fallirà per l’intempestivo, e non coordinato, tentativo di liberazione da parte di Edgardo Sogno), la cella in cui è rinchiuso Parri diventa una centrale operativa del CLNAI, dove Parri legge i rapporti trafugati da Osteria dal comando SS, e da dove continuano a partire le sue direttive per i compagni in libertà, al punto che, in cambio della sua collaborazione, dal 17 gennaio 1945 la “squadra Ugo” riceve dal CLNAI un appannaggio di 200.000 lire mensili come fondo per corruzione di agenti di polizia fascisti o nazisti. “Aver trasportato all’Hotel Regina una succursale del comando partigiano mi riempiva di soddisfazione”, dirà Parri nel dopoguerra.

Nel suo rischioso equilibrismo doppiogiochista Osteria incappa però nell’unico infortunio professionale della sua carriera di agente segreto. Paradossalmente proprio quando il suo passaggio all’antifascismo è ormai cosa fatta, i servizi inglesi si rendono di esser stati giocati per anni nell'”operazione Terzo Fronte”, ed il 25 febbraio ’45, durante un incontro in Svizzera col suo contatto inglese, John McCaffey, alias il “signor Rossi”, Ugo è catturato dagli Inglesi e destinato ad alcuni mesi di detenzione. Ma, a dimostrazione di quanto sia ormai solida l’intesa tra “squadra Ugo” e CLNAI, l’assenza di Osteria non inficia la continuazione della collaborazione, che addirittura, in occasione della liberazione di Milano del 25 aprile, esce alla luce del sole, con gli uomini di Osteria che affiancano negli ultimi combattimenti le unità partigiane di Giustizia e Libertà, alle dirette dipendenze di Parri.

Con la fine delle ostilità inizia la pagina più ambigua di tutta la vicenda. Personaggi come Leto ed Osteria (emblematici di tanti altri che ne condividono la sorte) vedono il loro ralliement all’antifascismo premiato dalla scarcerazione e dalla riabilitazione, frutto delle testimonianze in loro favore di capi e comuni militanti partigiani, a stendere un velo su tanti anni di efficiente attività al servizio del regime fascista, e sulle conseguenze umane di tale attività. Ai due superpoliziotti fa buon gioco nell’immediato dopoguerra anche l’avvelenata atmosfera di caccia alle streghe e di diffidenze reciproche tra le varie branche dell’antifascismo, all’origine della frenetica ricerca dello schedario del Ministero degli Interni fascista relativo agli esponenti antifascisti ed agli informatori tra essi reclutati, con l’obiettivo, da parte di comunisti, socialisti ed azionisti, di arrivare prima dei servizi alleati, nonché dei compagni di lotta ora divenuti possibili avversari politici, ad eventuali dossiers compromettenti qualcuno dei propri od altrui attivisti, in funzione, secondo i casi, del loro occultamento difensivo o del loro utilizzo offensivo. In questo torbido quadro, nelle settimane successive alla fine della guerra due volte Guido Leto vede la sua provvisoria carcerazione a Regina Coeli interrotta clandestinamente da furtivi colloqui, una volta con Nenni, l’altra con Togliatti, del cui contenuto non trapelerà nulla, né allora né dopo. Nel caso di Nenni la sparizione del dossier a lui intestato diede luogo all’epoca a velenose polemiche (corroborate anche dai sospetti avanzati in merito dall’intelligence inglese, certo non proprio in odore di simpatia per il leader socialista, considerato perfino meno addomesticabile di Togliatti) circa la presunta volontà di Nenni di nascondere qualche défaillance, sua personale o di qualche suo intimo, nel resistere all’arruolamento da parte dei servizi informativi antifascisti. Più verosimile appare semmai l’ipotesi che Nenni volesse coprire qualche sua collaborazione col Deuxième Bureau, il servizio informativo francese, in funzione verosimilmente antifascista, quindi in sé tutt’altro che esecrabile, ma forse comunque da lui ritenuta non giovevole alla sua immagine di leader puramente politico (per i dettagli della vicenda Nenni si rinvia a M. Canali, op. cit., pp. 521-525). Certo è che a Nenni e Togliatti qualcosa di utile in quei colloqui clandestini Leto deve aver dato, perché il dopoguerra lo vede clamorosamente assolto da ogni addebito e addirittura (e ciò è più difficile da giustificare come corrispettivo della semplice collaborazione col CLNAI sotto l’occupante nazista) reintegrato nei gradi del Ministero degli Interni, con l’incarico di Direttore tecnico delle scuole di polizia (e di cose da insegnare doveva averne parecchie, anche se non tutte confessabili), che ricopre dal 1948 al pensionamento nel 1951 (successivamente passerà, fino alla morte nel 1956, alla direzione della catena Jolly Hotels, alle dipendenze di Gaetano Marzotto, a suo tempo beneficiato dal fascismo del titolo di conte e di importanti concessioni nelle colonie agricole).

Ed il nostro amico “Ugo”? Nel suo caso il mèntore che gli assicura il viatico per la riabilitazione è Ferruccio Parri, la cui fiducia nel personaggio è tale da spingerlo, durante la sua presidenza del Consiglio (giugno-dicembre ’46), ad affidargli, assistito da altri ex agenti fascisti, un suo servizio informativo “privato” diretto a tenerlo informato sulle attività potenzialmente sovversive principalmente dei comunisti, ma anche di socialisti e monarchici.

Con la fine dell’esperienza governativa di Parri, Osteria si allontana dall’attività di agente informativo ( ma gradualmente, pare, non mancando ancora saltuarie consulenze offerte ai servizi italiani ed alleati fino al 1954) per entrare nella parte di tranquillo e rispettabile pensionato del Ministero degli Interni, che arrotonda la pensione coi proventi della gestione di case da gioco, dapprima, tra fine ’46 e fine ’48, come ispettore di una appartenente addirittura all’Associazione Nazionale Partigiani Italiani (ancora i buoni uffici di Parri?), poi come titolare in proprio di altre due a Milano. Degno epilogo della vicenda di un uomo che aveva saputo ben giocare le sue fiches nella roulette del torbido sottobosco del Ventennio e dell’immediato dopoguerra. La sua lunga vita scivolerà nell’anonimato fino alla morte, a Genova nel 1988. Fascista? Anticomunista? Servitore dello Stato? O forse solo italiano?

 

Alessandro Colarusso

IL SISTEMA SANITARIO DEGLI STATI UNITI D’AMERICA. Capitolo 1: conquiste e criticità nel Novecento

Lo scopo della presente trattazione è quello di ripercorrere sinteticamente la storia del sistema sanitario americano, dalla fine del Diciannovesimo secolo fino al Patient Protection and Affordable Care Act (ACA), ovvero la riforma sanitaria voluta dal presidente del Stati Uniti Barak Obama, firmata il 23 marzo 2010 dopo oltre un anno di dibattiti pubblici e difficili trattative parlamentari. In questo primo capitolo si offre al lettore una breve panoramica delle problematiche relative al sistema sanitario americano durante il Novecento, analizzando la sua struttura frammentaria e le sue anomalie rispetto alle altre grandi democrazie ad economia avanzata. Ci si soffermerà sui più grandi tentativi di riforma del sistema sanitario, inquadrando la problematica all’interno del dibattito ideologico tra democratici e repubblicani, contrapponendo le due diverse scuole di pensiero sul tema dell’assistenzialismo, specificatamente soffermandoci su welfare e sull’efficacia dell’intervento statale a tutela delle categorie sociali più in difficoltà. Si analizzerà, inoltre, la centralità di alcuni gruppi di pressione e i loro tentativi di influenzare il Congresso e l’esecutivo americano.

All’inizio del Ventesimo secolo molti paesi europei inauguravano una serie di provvedimenti atti a garantire forme, sebbene ancora parziali, di assistenza sanitaria regolata dallo Stato, seguendo il “modello Bismark”, cancelliere tedesco che dal 1881 alla fine del Diciannovesimo secolo aveva instituito in Germania l’assicurazione obbligatoria contro le malattie, quella contro gli infortuni sul lavoro, ed infine una legge sull’invalidità e la vecchiaia. Read more

Dal Comune alla Signoria: un percorso di necessità e ideologie

Nell’approccio allo studio di un determinato fatto storico, sia questo generale oparticolare, ritengo assolutamente necessaria un’analisi che riesca ad illustrare, con quanta più attinenza al vero, le diverse dinamiche che hanno concorso all’esistenza del fatto storico stesso. Infatti, alla base di qualsiasi evento,  trasformazione o regressione, vi sono cause di natura diversa e dinamiche differenti ma al contempo concatenanti. Nulla può essere efficacemente spiegato facendo riferimento soltanto a una motivazione strettamente economica; così come non è oltremodo concepibile ostinarsi ad indagare esclusivamente fattori culturali o sociali per esporre fatti e cambiamenti di più ampia portata. Il giusto equilibrio, da un mio punto di vista, deve essere raggiunto rapportando tutte queste “vie di analisi” quanto mai eterogenee (economica, sociale, culturale, politica, ideologica), riuscendo magari a comprendere in quale misura siano di fatto collegate l’una con l’altra per poi infine giungere a risultati non tanto definitivi ma il più possibile vicini alla verità. Sento il dovere di fare questa premessa poiché spesso in alcuni metodi d’indagine storica o in un concetto della Storia molto approssimativo e grossolano, si tende a creare una gerarchizzazione delle varie vie d’indagine che ho sopra brevemente elencato. Troppe volte ci si concentra su aspetti meramente economici o sociali per comprendereun fenomeno in maniera esaustiva, declassando l’ultimo degli aspetti citati: il fattore ideologico. Sono consapevole del fatto che tutti i profondi cambiamenti sono ben spiegabili con cause di più immediato riscontro; ma sono tra l’altro fermamente convinto  che per qualsiasi evento storico si debba abbandonare, almeno in parte, il proprio punto di vista per calarsi in quello dei soggetti e protagonisti delle vicende che stiamo per analizzare. Se una crisi economica o l’ascesa sociale di un determinato ceto possono essere viste come cause più “dirette” e, come già detto, con effetti più “riscontrabili”, è opportuno tener presente un “filo rosso” continuo rappresentato dalle ideologie, dalle necessità e dai sentimenti di quel particolare periodo. Infatti non dobbiamo immaginare coloro che ci hanno preceduti nei secoli come figure cristallizzate e asettiche, alla stregua di meri reperti archeologici, da riesumare soltanto quando possono assurgere al ruolo di veri e propri esempi o, ancora meglio, da monito. E’ un dato di fatto che la mentalità di un uomo del XV-XVI secolo sia profondamente diversa da quella di un soggetto del XXI secolo[1], ma allo stesso tempo dobbiamo concepire i nostri antenati come protagonisti attivi, capaci di rispondere al proprio contingente “hic et nunc” e fautori, consapevoli o meno, dei cambiamenti succedutisi nel corso della Storia. Insomma, bisogna fare i conti anche con tutte quelle sfumature più significativamente umane e, aggiungerei, anche molto vicine a noi attenti lettori.

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Marco Damiani: un renitente alla leva all’alba dell’Unità. Parte seconda

 

 

 Capitolo I

 La renitenza e la diserzione dal punto di vista storico-statistico

 

 

Modelli di reclutamento e leva nell’Europa  del XIX secolo

Gli eserciti ottocenteschi dovevano far fronte a due esigenze diverse e in parte contrapposte. Dovevano garantire il mantenimento dell’ordine costituito, in particolar modo nei  paesi  in cui le tensioni sociali o le spinte nazionali costituivano un pericolo sempre presente per le classi dominanti, come  in Italia e in Francia. Di  conseguenza l’esercito  era sotto stretto controllo del potere esecutivo, che attribuiva  le posizioni di comando  agli esponenti della classe dirigente, cioè alla proprietà agraria;  e il reclutamento veniva a far ricadere il peso del servizio militare sui contadini poveri, o comunque sulle classi subalterne. Inoltre, la vita di caserma aveva come obiettivo lo staccare il soldato dal suo ambiente di origine, per renderlo disponibile all’obbedienza passiva verso i superiori. In più, ogni esercito doveva ovviamente mettere in conto una guerra difensiva o offensiva  contro gli eserciti di stati nemici, mobilitando le risorse nazionali in misura più ampia di quanto richiedesse il mantenimento  dell’ordine interno.  Per noi questi due compiti sono notevolmente contrapposti, ma agli occhi della società dell’epoca non era affatto così: i governi ottocenteschi tendevano a condurre solo guerre limitate, che non coinvolgessero attivamente la popolazione.  Nel caso  poi si profilassero  motivi di contrasto tra le esigenze della guerra  e quelle del mantenimento dell’ordine interno , “il governo e gli alti comandi sceglievano senza esitazione le seconde, consapevoli dell’importanza di poter continuare a contare sulle truppe per la difesa dell’assetto politico –sociale.”[1]

Vi erano quindi due modelli per il reclutamento e l’organizzazione dell’esercito in Europa, e a essi  tutti i paesi si attennero: il modello francese e il modello prussiano. I due modelli si caratterizzavano per una diversa impostazione e per le scelte di reclutamento, ma avevano un punto in comune: la coscrizione obbligatoria. Read more

Marco Damiani: un renitente alla leva all’alba dell’Unità: parte prima

Questo articolo è la prima parte di una tesi di laurea specialistica in Storia delle Marche, che porge all’attenzione il primo vero esempio di diario militare dell’Italia unita, importante anche in considerazione del fatto che, finora, i primi diari accertati sono relativi alla Grande Guerra. La vicenda di Marco Damiani, invece, risale a parecchi anni prima, all’alba dell’Unità.

INTRODUZIONE

 

 

“ In nome di sua Maestà Vittorio Emanuele II, per grazia di Dio e volontà della Nazione, il Regio Tribunale del Circondario di Pesaro contro Andreani  Giovanni[…], imputato di renitenza alla leva militare della classe del 1839-1840…”

Così esordisce uno dei numerosi dibattimenti presenti nei registri delle sentenze dei Tribunali di Pesaro e di Urbino  ,ora conservati nella sezioni di Archivio di Stato.

Una formula che si ripete, identica e quasi rituale, in numerosi casi, negli anni che seguono l’Unità d’Italia.

I registri delle sentenze di quel periodo e  i fogli matricolari dell’esercito  sono pieni di casi di renitenti e disertori  dal servizio militare, e la provincia di Pesaro e Urbino si distingue per  essere una delle zone   più attraversate da questa forma di dissenso.

Si potrebbe ipotizzare una reazione collettiva contro il nuovo Stato appena creatosi.. uno Stato che aveva portato un vero e proprio terremoto tra le classi più umili: la leva obbligatoria per i giovani,  a partire dalla classe dei  nati nel 1839 e 1840. Un decreto del nuovo Stato, questo, che portava una sgradevole novità: niente di tutto ciò vi era stato sotto il governo pontificio. E così le braccia dei giovani venivano sottratte alle proprie famiglie e al lavoro dei campi, per una vita militare che veniva sentita  come un’imposizione ingiusta,  sentimento  confermato dalle pochissime testimonianze che  si ha la fortuna di avere.

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Andrej Vlasov, il mancato de Gaulle di Adolf Hitler

General Wlassow mit Soldaten der ROA
Andrej Vlasov parla ai soldati russi della Wehrmacht

A L L E    M O N T A G N E   D E L L A   F O L L I A

“All’inizio di ogni campagna apriamo la porta su una stanza buia, mai vista prima. Non si può sapere che cosa nasconda”. Potrebbe essere l’inizio di un horror-novel di Howard P. Lovecraft, invece l’autore di questo tenebroso incipit è un sorprendente Adolf Hitler, còlto il 23 giugno 1941, mentre lascia Berlino per recarsi alla Wolfssschanze di Rastenburg, in un insolito momento di realistica riflessività scevra dalle consuete venature di fanatismo autoesaltatorio apoditticamente fiducioso nelle sorti magnifiche e progressive della croce uncinata. Dubito che Hitler abbia mai letto Lovecraft (se lo avesse fatto, certamente lo avrebbe classificato tra gli autori degenerati di cui mandare le opere al rogo), eppure la corsa agli Urali in cui lanciò la Wehrmacht il 22 giugno ’41 sembra davvero modellata su quella “Alle montagne della follia” verso cui il solitario di Providence aveva lanciato appena dieci anni prima, nel 1931, gli esploratori antartici del suo gelidamente terrifico capolavoro horror. Effettivamente la corsa verso quelle montagne, gli Urali, immaginate comeultima Thule” dell’ Ariankultur, antemurale contro i residui della barbarie mongolico-bolscevica da lasciar sopravvivere nella macroriserva siberiana a beneficio delle future generazioni di studiosi della degenerazione umana, man mano che quelle montagne si rivelavano sempre più un miraggio veniva ad esser riempita dall’affastellarsi dei più strampalati progetti con cui si provava ad esorcizzare l’ horror vacui generato dall’immensità senza fine delle steppe eurasiatiche (“Sono contrario a pubblicare grandi carte geografiche della Russia. La vastità delle aree coinvolte potrebbe spaventare la gente.” – annotava nel suo diario Joseph Goebbels il 25 giugno ’41): villaggi turistici per le vacanze del buon Fritz, costruendi in Crimea dalla Kraft durch Freude; autostrade verso i vigneti e i pozzi di petrolio del Caucaso; piantagioni di cotone e banane con cui trasformare Ucraina e Crimea in una novella India; medievali cittadelle di colonizzazione disseminate dalla Vistola al Volga, da destinare all’operoso riposo dalle fatiche belliche del conquistatore ariano, riciclato nel ruolo di Cincinnato con la svastica;  “fortezze Bastiane” sugli Urali o intorno al Caspio, da opporre alle razzie che le residuali orde tartarico-staliniane fossero state ancora in grado di metter in atto; ricomposizione del ruolo e della distribuzione geografica del  variegato quadro di etnie che riempivano quell’immensità, in modo da massimizzare l’utilità per il padrone ariano di  ciascuna gradazione dell’ Untermenschheit; il tutto nello scenario della guerra personale tra Heinrich Himmler ed Alfred Rosenberg, col pratico sadismo dell’ex-allevatore di polli bavarese destinato a far aggio a gioco lungo sugli arzigogoli pseudoscientifici del “pensatore” baltico. Read more

“Itali Teucri”. L’Italia, l’Europa e la fine di Bisanzio

Quando nel 1453 Costantinopoli viene conquistata dalle truppe di Maometto II molti dei contemporanei rivolsero lo sguardo verso la penisola italiana.
Ci si domandava infatti come mai i potentati italici si macchiarono di non aiutare l’ormai defunto Impero romano d’Oriente.
Senza entrare nel vivo delle vicende belliche di cui Bizantini ( o Romei) ed Ottomani sono protagonisti è interessante soffermarci sulle ragione per cui le potenze europee, in primis quelle italiane, non sono intervenute nella difesa di Costantinopoli.
Si evince da alcuni comportamenti delle potenze cristiane qualcosa di più del semplice non interventismo, potremmo chiamare questo modus operandi come alleanze non dichiarate.
Venezia tra tutte era la nazione più coinvolta, poichè immischiata nei traffici commerciali dell’ Egeo e del Mar Nero. Tra la Serenissima e il sultanato ottomano risapute alleanze nascoste o smentite, affinchè le due parti godessero dei reciproci benefici.
Ai Veneziani non importava se il Mediterraneo era bizantino, egiziano o turco, ma desideravano occupare i maggiori centri commerciali ed estendere il loro Stado do Mar.
Venezia da questo punto di vista assiste inerte alla fine di Bisanzio; anche se alcuni Veneziani difesero Costantinopoli. Questi aiuti veneti non erano stati inviati dal Senato della Serenissima, ma erano gli abitanti dei quartieri latini di Costantinopoli, difendere l’Impero Romano d’Oriente significava difendere la propria casa.
Oltre ai Veneziani, in futuro altre potenze europee stipularono alleanze e trattati con i successori di Maometto II, come la Francia (la famosa “empia Alleanza), i principi tedeschi e Genova. Read more

LA RELIGIOSITA’ NELLA PRIMA ETA’ MODERNA

La categorizzazione della materia storica,così come per qualsiasi disciplina si affronti, è assolutamente un’operazione imprescindibile. Troppe volte però la suddivisione in determinate categorie rischia non soltanto di ridurre il tutto a una semplice successione di nomi e date, ma anche di confezionare un’immagine se non totalmente ma in larga parte distorta della realtà. Realtà che di conseguenza risulta formata da periodi ed eventi esatti e non concatenati, senza “sbavature” o “periodi di transizione”. Questi ultimi sembrano quasi non esistere, recisi dall’arma a doppio taglio della categorizzazione ma dai quali, in verità, nasce poi l’esattezza della categoria stessa. Ciò vale, ad esempio, sia per l’inizio della storia medievale sia per quello della storia moderna. Uno dei periodi di transizione su cui sicuramente si tende a fare più confusione è quello che va dalla seconda metà del XV secolo ad almeno il primo ventennio del XVI. In un precedente articolo abbiamo messo in evidenza la contiguità dal punto di vista militare, analizzando il fenomeno dei condottieri di ventura attraverso le vicende di Oliverotto da Fermo, tra il Medioevo e la Modernità. In questa riflessione cercheremo di creare un filo conduttore sotto un altro punto di vista ovvero il rapporto con la religione e le usanze.

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Messina 1908, la terra trema (ed un tantino anche il Regno)

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Messina 1908, la “palazzata a mare” dopo il terremoto

I L   P O S T I N O 

Antonio Barreca faceva il portalettere sulla tratta Siracusa-Messina, una professione che lo portava ad essere l’espressione dello Stato con cui più frequentemente si interfacciavano i cittadini del Regno, soprattutto in quelle plaghe del Sud dove lo Stato, ancora quasi mezzo secolo dopo l’unità, non offriva molto altro. Ma, in quel funesto 28 dicembre 1908, Barreca ebbe in sorte di esser lo Stato in quel di Messina, l’infima qualifica nell’ambito della gerarchia burocratica non impedendogli di esser l’unico “funzionario” statale che, nel generale liquefarsi delle istituzioni su entrambi i lati dello Stretto, restò ligio ai suoi doveri. Stando alle sue memorie, pubblicate a proprie spese nel 1931, quando ormai si fregiava del titolo di Cavaliere, i trentadue secondi, durante i quali Scilla e Cariddi avevano ricordato al mondo la loro esistenza, lo avevano sorpreso alle 5.21 di quel 28 dicembre mentre dormiva in casa di una vedova a Messina. Uscito miracolosamente indenne dall’impatto della scossa, si avvide che la padrona di casa e la nipote che con lei conviveva erano rimaste intrappolate. Sfidando il buio pesto e l’infernale trepestio di urla e crolli che lo squarciava, irruppe in quel che restava della camera delle due donne e riuscì a trascinarle fuori, convincendole anche a vincere la ritrosia a mostrarsi in pubblico nell’inadeguato abbigliamento notturno in cui il terremoto, indiscreto, le aveva sorprese. Adempiuto questo preliminare dovere privato, Barreca non dimenticò i suoi doveri di “funzionario” statale. Indossati l’uniforme ed il mantello da postino, affinché tutti potessero vedere in lui lo Stato, si aprì a stento un varco nel caos di fuoco, sofferenze e morte, puntando a raggiungere la stazione ferroviaria, cordone ombelicale col governo di Roma. Impiegò due ore per arrivarci, per scoprire che la stazione non c’era più, la linea ferroviaria era divelta, il telegrafo non operativo, l’ufficio postale un guscio vuoto ed il capostazione un disperato urlante la perdita dell’intera sua famiglia. Senza perdersi d’animo, Barreca avanzò faticosamente lungo il binario deformato alla ricerca di un trasmettitore funzionante. Lo trovò venti chilometri e tre ore dopo, alla stazione di Scaletta Zanclea, dove l’ufficio postale, benché seriamente lesionato, era ancora in piedi. Ma gli impiegati del posto di rischiare la pelle entrandoci non avevano alcuna intenzione, per cui toccò ancora una volta a Barreca mantenere i nervi saldi ed entrare per trasmettere, come di dovere,  al suo diretto superiore, il direttore della rete postale della provincia di Siracusa, queste poche drammatiche parole: “Scampata miracolosamente vita, sconosco sorte miei compagni, Messina distrutta”. Read more

Aureliano e il Sol Invictus: tra culto orientale e culto romano

Nel 274 d.C. l’imperatore Aureliano riedificò il santuario dedicato al culto del Sol Invictus a Palmira, capitale ormai in rovine del Regno della Regina Zenobia, tenace nemica dell’Impero romano in Asia.
La distruzione del Regno di Palmira pose fine ad un lungo periodo di instabilità politica e di frammentazione dell’impero romano, che dopo l’assassinio di Alessandro Severo (235), fu lacerato dalla cosiddetta “anarchia militare”.
Non è un caso se il restitutor Orbis si fece promotore del culto del Sol Invictus: la graduale identificazione tra l’imperatore e il sacerdos amplissimus di tale culto fu una mossa politica atta a favorire la graduale riorganizzazione dell’impero dopo la grave frammentazione del III secolo.

Tuttavia il culto del Sol non era nuovo a Roma.
Sarebbe inesatto limitarsi a considerare tale culto limitatamente alle sue origini orientali, quasi considerando la sua consacrazione al rango di religione imperiale un evento isolato.
In verità la divinità solare era già nota a Roma nella sua fase arcaica. Read more

1789, 1848, 1917: un filo conduttore

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Apertura degli Stati Generali, Parigi, 1789

STATO ACCENTRATO, DIRITTI DEL CITTADINO E IDEA DI NAZIONE, EREDITÁ DELLA RIVOLUZIONE DEL 1789-94

L’intera vicenda politico-istituzionale europea degli ultimi due secoli e passa ruota intorno alla rielaborazione dei tre valori fondanti lasciati in eredità all’Europa dalla Rivoluzione Francese: accentramento, cittadinanza e nazionalismo. Il valorizzare più o meno l’uno o l’altro di quei tre valori darà luogo ad esiti clamorosamente diversi, a seconda della specifica rivoluzione e dello specifico Paese preso in esame, ed è quanto si cercherà di evidenziare, limitando per ragioni di sintesi l’analisi ai tre momenti rivoluzionari più importanti della storia europea nell’età contemporanea (1789-94, 1848-51, 1917-20) ed ai tre principali Paesi dell’Europa continentale, Francia, Germania e Russia.

La Rivoluzione dell”89 aveva ereditato una dialettica che era già in nuce nell’ Ancien Régime, quella tra la giustificazione data dai sovrani assoluti alla loro sempre maggiore “invadenza” normativa nella vita dei sudditi,  ossia l’esser la monarchia la sola garante del bene comune rispetto agli interessi corporativi e particolari (idea fondativa dello Stato accentrato) e le pretese della parte elitaria dell’emergente borghesia, fattasi le ossa  nei meccanismi del potere accentrato della monarchia francese ove era entrata approfittando della messa in vendita delle cariche burocratiche generata proprio dalle crescenti esigenze finanziarie che i più ambiziosi obiettivi imponevano a quella monarchia, borghesia che, nell’affermazione dell’esistenza di un’idea di nazione come entità separata dalla persona del sovrano e nella difesa dei diritti dei suoi membri (nucleo dei futuri diritti del cittadino), vedeva gli argini che, senza negare lo Stato accentrato, di cui apprezzava il valore eversivo delle posizioni tradizionali di potere della nobiltà, lo poteva però rendere davvero funzionale ai propri interessi di riconoscimento politico del suo crescente prestigio socio-economico. Read more

Libero mercato e libera schiavitù

Le leggi per vietare il lavoro minorile possono sembrare un’ovvietà, qualcosa di superfluo nella società occidentale del ventunesimo secolo; tuttavia quando vennero introdotte nei suoi primi timidi tentativi nell’Inghilterra del 1820, incontrarono fiere opposizioni. Se un ragazzo, o un bambino, vuole lavorare in fabbrica e il proprietario della stessa vuole assumerlo, come può lo Stato commettere l’orribile ingerenza d’impedire un contratto? Sembra un’argomentazione grottesca, ma sorprenderebbe osservare quanti imprenditori e quanti padri di famiglia operai si opposero alle prime leggi contro il lavoro in industria.

Le proteste non erano feroci, erano veementi. Read more

Mito di una nazione colpevole

Il canale della BBC, in occasione del centenario, aveva offerto un gran numero di approfondimenti sulla prima guerra mondiale, non ultime sulle cause concomitanti al conflitto. Nonostante l’apparente onestà di mostrare sia l’opinione tradizionale che “revisionista”, l’accusa in fondo restava la stessa: era stata la Germania l’unica responsabile, l’unica miccia a innescare il conflitto, seguita a ruota dall’Austria-Ungheria. Gli imperi centrali avevano istigato una politica aggressiva e guerrafondaia, di contro al pacifismo inglese e americano. Un’opinione “morbida” e ragionata, com’era logico aspettarsi dalla BBC, ma pur sempre un’opinione che addossava il peso del conflitto agli Stati maggiori tedeschi.

La storiografia inglese ha sempre amato ritrarsi come una nazione aggredita dal tedesco invasore, costretta suo malgrado a una lotta impari contro un nemico bestiale e incivile. Se questa bella favola la si può raccontare a proposito della Seconda guerra mondiale, la Prima è un’altra faccenda e i puri fatti storici remano contro la sola idea che Inghilterra, Francia e Russia volessero evitare il conflitto. Vi sono certo responsabilità e atrocità da parte degli Imperi centrali anche nella Prima guerra mondiale, come nella politica a tratti eccentrica del Kaiser. Volere però ascrivere il conflitto alla sola volontà di distruzione dell’Imperatore appare ridicolo e non si discosta un granché dalla propaganda tra il ’10 e il ’20 nel mondo anglosassone. La prepotenza in campo coloniale dei britannici, le atrocità dei pogrom, della polizia segreta e del falso dei Protocolli di Sion nella Russia zarista, il revanscismo malato della Francia… un colpo di spugna e tutto sparisce da un orizzonte ideologico che pretende una Germania aggressiva contro un’Inghilterra inerme. Read more

IL SOGNO NELLA CULTURA E NELLA LETTERATURA MEDIEVALE

“La vita degli uomini del medioevo è piena di sogni. Sogni premonitori, sogni rivelatori, sogni istigatori, essi sono la trama stessa nonché gli stimolanti della vita mentale. I sogni innumerevoli dei personaggi biblici, che la scultura e la pittura rappresentano a sazietà, si prolungano in ogni uomo e in ogni donna della Cristianità medievale. […] Tutti gli «stati» della società sognano. […] Il sogno è conoscenza.” 
(J. Le Goff, Mentalità, sensibilità, atteggiamenti (X – XII secolo),in Id., La civiltà dell’occidente medievale, Firenze, Sansoni, 1969, p.406)

La mentalità contemporanea ha ereditato dalla psicanalisi una percezione della vita e dell’individuo che investe tutti gli aspetti dell’esistenza, in primis il sogno: da un secolo a questa parte, esso è stato valutato e studiato nella sua natura di fenomeno puramente psichico, intimamente legato cioè alla sfera individuale del soggetto, ai suoi ricordi, alle sue paure, ai suoi traumi, alle sue vicissitudini. Tali conquiste hanno tuttavia messo in ombra ciò che, per secoli, ha alimentato il sapere e la sensibilità onirica popolare: il patrimonio di nozioni accumulatosi in duemila anni e largamente trasmesso dalla Grecia classica all’Europa medievale è stato – più o meno consapevolmente – accantonato, apparendo decisamente ingenuo ed anacronistico rispetto alle moderne conoscenze.

La cognizione attuale, secondo cui raccontare ed interpretare i propri sogni equivale ad un’esplorazione di tipo individuale che ha valore unicamente per il soggetto, risulta effettivamente in contrasto con il valore collettivo che il mondo antico e medievale attribuivano all’esperienza onirica: questa non veniva infatti considerata una discesa dentro di sé, bensì un’uscita da sé, un colloquio con un’alterità di natura soprannaturale che si esprimeva attraverso un linguaggio simbolico, figurato, criptico. Occorre tener presente che la coscienza medievale avverte fortissima la presenza del soprannaturale come momento della vita quotidiana: l’uomo medievale percepisce con chiarezza la presenza e l’influsso di un piano più complesso e articolato, di carattere ultraterreno ma dotato di valore e concretezza non meno di quella realtà che egli quotidianamente vede; egli vive in una «foresta di simboli», e le vere realtà rimangono celate dietro quei segni che, soli, l’uomo può cogliere. L’intero pensiero speculativo medievale si sforza di comprendere il legame tra ciò che è visibile e ciò che è nascosto, al punto che ogni oggetto materiale viene considerato come raffigurazione di qualcosa che gli corrisponde su di un piano immateriale più elevato.

 In tale contesto non appare dunque bizzarro che la letteratura medievale sia ricchissima di racconti di sogni; ma per il lettore o lo studioso moderno il problema non è tanto sapere come e cosa gli uomini del medioevo abbiano sognato, quanto capire quale tipo di interpretazione dare a questi racconti di sogni: appartenenti alla fase scritta e letteraria della cultura, essi si delineano come il prodotto di un’elaborazione successiva rispetto alla narrazione orale di sogni autentici, e costituiscono solo la testimonianza più “illustre” di un’attenzione alquanto generalizzata nei confronti dell’esperienza onirica. Infatti, in un universo simbolico tanto fittamente popolato, per l’uomo medievale le manifestazioni oniriche non costituiscono che uno dei molti segni, un’esperienza dal senso nascosto la cui comprensione richiede necessariamente di ricorrere ad un interprete, affinché il sogno venga analizzato (nel senso più etimologico del termine) non già per trarne significati psicologici, ma solo per sminuzzare l’immagine onirica nei suoi componenti elementari, in una sorta cioè di “alfabeto dei sogni” il cui preciso significato è codificato in appositi manuali. Questa massa di conoscenze, strumento del mestiere degli oniromanti, non è rimasta patrimonio di pochi, ma è stata divulgata nel tempo per mezzo di opere che, più o meno fortunosamente, si sono tramandate nel corso dei secoli: da un lato quelle di impostazione filosofica, circoscritte agli ambienti letterario-eruditi, dall’altro quelle che potremmo definire “manabili”, concepite cioè per un utilizzo di tipo pratico ed una consultazione veloce ed immediata, ovvero le chiavi di sogni, opere che, contrariamente a quanto la loro struttura e funzione potrebbero far supporre, hanno avuto una diffusione capillare e non limitata agli ambienti bassi e popolari, venendo a trovarsi, nel corso dei secoli, tra le mani di lettori delle più diverse estrazioni sociali ed economiche. Read more

Londra, 1771: nasce l’opinione pubblica

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Può facilmente apparire velleitario l’attribuire una precisa data di nascita a qualcosa che esiste fin dalla prima volta che, riuniti intorno al fuoco di un bivacco serale, un gruppo di cacciatori paleolitici decise di impiegare il tempo discutendo l’andamento della caccia del giorno appena passato ed il talento o i limiti dimostrati da chi all’interno del gruppo se ne era assunto la guida, il tutto in rapporto alle prospettive dei giorni seguenti. Oppure,  al capo opposto dell’evoluzione umana, può apparire scontato e banale  insistere sul  ben noto salto di qualità che, nell’Inghilterra del XVIII secolo, l’opinione pubblica fa grazie alla nascita della stampa politica. Eppure vi è un preciso evento storico-istituzionale che segna nel 1771 il vero inizio dell’opinione pubblica intesa in senso moderno, un evento che, come l’assassino di qualsiasi giallo che si rispetti, non è il cugino emigrato trent’anni prima in Paraguay e che ricompare a sorpresa nella scena madre finale, ma qualcosa di ben inserito fin dall’inizio nella trama del film dell’Inghilterra del XVIII secolo, ma il cui verificarsi nel 1771 dà un senso compiuto a tutta l’evoluzione politico-istituzionale di quel periodo fondamentale per la nascita della prassi politica contemporanea. Sempre come in qualsiasi giallo che si rispetti, l’assassino si svelerà solo in chiusura di articolo, per chi avrà la pazienza di seguire prima una spero non troppo noiosa digressione sul milieu socio-politico dell’Inghilterra settecentesca, avente lo scopo di verificare quanto la democrazia fu davvero una conquista da parte di classi di popolazione fino ad allora escluse dal gioco politico e quanto non fu invece una nuova tecnica di gestione del gioco politico da parte dei gruppi dominanti che da sempre ne dettavano le regole.

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L’ “homo colonialis italicus” plasmato dalla cultura nazionalfascista

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Etiopia, 1935. Alessandro Pavolini appoggiato alla carlinga di un bombardiere Caproni 101 della squadriglia “La Disperata”.

“Non dominatori, non tutori, non innovatori, ma amici ed aiutatori a guidare i nostri nuovi concittadini a miglioramenti compresi e desiderati: ecco il nostro programma in quanto ad Assab” (Pasquale Stanislao Mancini, ministro degli Esteri, discorso alla Camera del 12 giugno 1882).

“Tutti i civili che si trovano in Addis Abbeba hanno assunto il compito della vendetta, condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada. (…) Vedo un autista che, dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza, gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara e innocente” (annotazione del 20 febbraio 1937 di Ciro Poggiali, convinto fascista ed inviato del Corriere della Sera, sul suo “Diario AOI”, pubblicato solo nel 1971, circa il pogrom antiabissino seguito all’attentato a Rodolfo Graziani del giorno prima).

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L’Italia democristiana: nazione buona e nazione morta

In un succedersi quasi infinito di trasformazioni a livello ideologico del senso dell’italianità, si è giunti mediante diversi traumi storici ad una fase che, tra mille incertezze, sembra ancora quella più attuale, in cui l’Italia è la nazione cattolica per eccellenza, in cui la storia degli italiani in quanto civiltà, perlomeno nella sua fase unitaria, risulta essere una enumerazione di sconfitte, di umiliazioni, di smanie di grandezza rimaste tali, in cui l’unica figura politica, spirituale e simbolica in cui una buona parte degli italiani è ancora in grado di riconoscersi è quella del papa.

In definitiva la nostra storia risorgimentale risulta a livello di mentalità come offuscata, dilapidata nel suo valore fondante l’unità nazionale italiana in una serie di opinioni contrastanti e spesso subordinate ideologicamente al partito di turno. In ogni caso tale storia unitaria risulta sminuita, contraddistinta, più dall’autocommiserazione dei fallimenti di una intera classe politica post-unitaria, piuttosto che dai successi che, pur tra mille difficoltà (e mi chiedo: in quale realtà nazionale non ve ne furono?), tale classe politica conseguì.

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Inghilterra, 1768 : Josiah Wedgwood inventa il marketing

 

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Jean Antoine Watteau (1684-1721), “L’insegna di Gersaint”, 1719

Un quadro, un racconto, un vaso ed un paio di fini teste pensanti. Shakeriamo il tutto e vediamo se riusciamo a trarne un succo che non sfiguri troppo rispetto a  quello che, dal mutamento epocale dei commerci e del custome nella sua epoca, seppe trarre il signor Josiah Wedgwood, ceramista da Stoke-on-Trent ed inventore di un nuovo modo di rapportare arte e merce, estetica e produzione, bellezza e tornaconto, raffinatezza e sconvenienza, volgarizzazione dell’aulico e sublimazione del mediocre. In altre parole, la modernità.

 

WATTEAU E BALZAC, OVVERO DEL COMMERCIO COME NOBILE MISSIONE O COME BANCAROTTA DEI VALORI MORALI

“L’insegna di Gersaint”, destinata ad esser considerata una delle  opere più significative di Jean Antoine Watteau, in origine altro non è che un’immagine pubblicitaria, una tela di quasi tre metri di lunghezza destinata ad esser collocata sopra l’ingresso del negozio dell’amico Gersaint, mercante d’arte (in realtà, vi resterà solo quindici giorni, prima che il suo intrinseco valore artistico  la spinga inevitabilmente ad esser fagocitata proprio da quel mercato dei collezionisti d’arte che voleva promuovere, finendo, dopo vari passaggi di mano, nella collezione di Federico II di Prussia, nel palazzo berlinese di Charlottenburg, dove è tuttora). Siamo nel 1719, all’alba del marketing. Watteau spende la sua raffinata arte ed il suo celebre nome in favore di un commerciante, esaltandone la funzione sociale di divulgatore culturale in una tela che invita il passante ad entrare nel negozio per fruire di un nuovo modo di godere l’arte, fuori dalle chiese e dai palazzi nobiliari dove finora era stata relegata. Watteau vi colloca una trentina di quadri, dei più svariati generi (perfino dei nudi, a dimostrazione che Gersaint è aggiornato alle novità della moda) e formati (alla clientela dell’epoca, più che la singola opera, interessava vedere in anticipo come probabilmente si sarebbe andata a collocare tra le altre della collezione di quadri che ricopriva interamente le pareti del salone di casa), vi celebra un commerciante e divulgatore d’arte nell’esercizio delle sue funzioni, mentre, insieme ai collaboratori, dà nella scena di destra persuasivi chiarimenti ad una cliente, essa stessa oggetto di un nuovo tipo di processo creativo, avente ad oggetto un nuovo tipo umano, il collezionista borghese. Tutto finisce bene, come vediamo nella scena a sinistra, dove la cliente assiste soddisfatta all’impacchettamento del Luigi XIV appena acquistato, irriverente sberleffo di Watteau ad un’epoca ormai terminata (il Re Sole era morto quattro anni prima), ma anche segnale di un nuovo modo di promuovere arte, non più legato ai grandi mecenati regali, nobiliari ed ecclesiastici, essi stessi anzi ridotti ad oggetto di collezione, ma ad una classe di professionisti “tecnici” destinati a formare il gusto della clientela e, di conseguenza, gli orientamenti artistici (dovrebbe essere il contrario, ma il mercante d’arte vuole vendere e quindi deve andare sul sicuro).

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Medicina e letteratura, breve storia di un lunghissimo amore

“Tra medicina e letteratura corse sempre amicizia”. (C.Dossi)

Quella tra medicina e letteratura è da secoli un’affinità elettiva tutt’altro che rara: già nell’antica Grecia Apollo viene identificato come divinità tutelare tanto delle arti quanto della medicina, e, nei secoli successivi, la letteratura pullula sia di autori che ebbero una formazione medica (quando non furono addirittura medici nel pieno esercizio della professione) sia di personaggi-medici o celebri pazienti letterari. Si tratta di due discipline apparentemente lontanissime l’una dall’altra, eppure da un lato la medicina mostra, nel rapporto con il paziente, aspetti intuitivi che la avvicinano all’arte, mentre dall’altro la letteratura si è spesso ispirata alla medicina quanto a immagini, contenuti, linguaggio. Read more

La Serenissima Repubblica di Venezia tra terra e mare(parte 1)

Nostra civitas non agricolturis inservit, sed navigiis potius et mercimoniis est intenta”(1)

“La nostra città non si preoccupa d’agricoltura, ma piuttosto rivolge i propri sforzi alla navigazione e ai commerci”.

 

Sono queste le parole con cui una delegazione di messi veneziani si rivolge a sua santità papa Innocenzo III, supplicandolo di concedere loro la possibilità di vendere determinati prodotti agli infedeli musulmani; commerci proibiti dalla stessa Chiesa pena la scomunica. Parole che risalgono all’anno di grazia 1198, quando il “regnum aquosum” di Venezia ha già sicuramente visto cambiamenti urbanistici significativi così come trasformazioni dal punto di vista sociale,politico ed economico. D’altro canto risulta fondamentale contestualizzare la contro risposta veneziana, mirata ad esaltare la potenza marittima della Serenissima per ottenere una precisa concessione dal papa. Esulando però da qualsiasi glorificazione, la delegazione veneziana tende a mettere in risalto solo ciò per cui Venezia sente di  essere nata: solcare (e dominare) i mari per creare relazioni commerciali da cui trarre guadagno. La navigazione e i commerci via mare sono indubbiamente il fattore fondamentale e preponderante dell’ascesa ed espansione della città lagunare ma sicuramente non l’unico. Read more

MEDIOEVO VERO O PRESUNTO TALE

 

Che cosa è il medioevo? Dando per scontato che solo una semplificazione assai svilente potrebbe costringere l’idea di medioevo entro i limiti ristretti di una pura periodizzazione manualistica, occorre ammettere che, a latere della realtà indagata dalla ricerca storiografica, esiste nella mentalità comune un “medioevo mai esistito”, cioè un luogo e un tempo (o, sarebbe meglio dire, un non-luogo e un non-tempo) scaturiti dall’immaginario collettivo degli ultimi cinque secoli.

Come ciò sia potuto accadere, lo si comprende alla luce della natura stessa dell’epoca in questione. Il medioevo, per le sue caratteristiche intrinseche, è stato ed è tuttora una poderosa fucina di luoghi comuni: come parte preponderante della storia e dell’identità della civiltà europea, esso costituisce infatti un elemento fortemente rappresentativo, evocativo e fecondo di immaginario, un immaginario pregno di stereotipi che – pur germogliati da una matrice storica, sociale e antropologica e perciò connotati alla nascita da una dose di verità – veicolano un contenuto di forzatura e di mistificazione talmente predominante e significativo da non poter essere eliminato dalla coscienza collettiva; inoltre, tutta la cultura europea ha usato e continua ad usare il medioevo come contenitore di luoghi comuni e di equivoci, dettati non da semplice ignoranza ma da vere e proprie categorie mentali, in virtù delle quali sono nati, si sono diffusi e – nonostante le smentite della storiografia –  sopravvivono indisturbati i principali miti sulla storia medievale.

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Il “Piano Madagascar” di Adolf Hitler

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Madagascar, baia di Nosy Be

C I M I T E R O   C O N    V I S T A

Bel posto il Madagascar. Un po’ fuori mano, per la verità. Però ci si capita. Magari quasi per caso, come forse accadde ai suoi primi colonizzatori, arrivati dall’Indonesia forse 1500 anni fa. O come ultima chance, come accadde a quei pirati dei Caraibi che, braccati dalle flotte “normalizzatrici” delle stesse potenze europee che fino a pochi anni prima non si erano vergognate di arruolarli come corsari, a fine XVII secolo, ostinati nel non voler rinunciare al proprio modello di vita, vi diedero vita a quell’autunno dorato della filibusta che fu l’utopica repubblica anarchico-democratica di Libertalia (e poco importa che essa stessa forse sia stata solo il frutto della fantasia di qualche successivo pensatore giacobino desideroso di proiettare nel passato il suo presente non realizzato). Oppure ancora come accadde a quei marinai russi tra le cui tombe, nel cimitero della cittadina oggi turistica di Nosy Be, isola al largo della costa nord-ovest del Madagascar, stavo passeggiando qualche settimana fa, pensando al loro assurdo destino. In rotta, nel gennaio del 1905, con la flotta dell’ammiraglio Rodvestzenskij, verso il disastro di Tsushima, furono lasciati indietro, a custodire quelli, tra i “ferri da stiro” della flotta russa, per i quali la sosta di rifornimento nella baia di Nosy Be, gentilmente concessa dalla Francia, fu l’imprevista ultima tappa del viaggio consentita dalla vetustà delle macchine, e poi lasciati lì a marcire nelle febbri malariche dei tropici, in quanto l’autobus che li avrebbe dovuti riportare a casa non fece più ritorno dai mari orientali, e nessun altro fu inviato dalla madre patria a soccorrere quei suoi figli che troppo le ricordavano il disastro rimediato contro la flotta nipponica.

O come invece non accadde agli Ebrei d’Europa, per i quali, se la storia avesse fatto altri giri, il Madagascar sarebbe potuto essere un’alternativa tutto sommato abbastanza gradevole rispetto ai campi di sterminio a cui la follia di un regime e di un popolo si accingeva a destinarli. Sempre che l’alternativa immaginata non fosse essa stessa, fin dal principio, nient’altro che un ulteriore effetto collaterale, privo di qualsiasi potenziale realizzativo, della stessa follia che aveva deciso che essi dovevano liberare della loro presenza l’Europa, in una maniera o in un’altra. Raccontare la storia del “piano Madagascar”, come possibile Endlösung del problema ebraico, può esser utile a capire, partendo da una sua improbabile messa in scena tropicale, quale teatro dell’assurdo dominasse le menti della strampalata conventicola che governava la Germania nazista.

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Il dibattito sulle origini del Risorgimento nella storiografia italiana tra fascismo ed antifascismo

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Allegoria dei primi anni ’60 dell’Ottocento. L’Italia indica a Vittorio Emanuele II i suoi nemici (papa, clero, aristocratici, briganti filoborbonici), che nascono da un ambiguo Napoleone III, mentre Garibaldi “ozia” a Caprera.

Definire gli inizi del Risorgimento significa definirne l’essenza stessa, quindi provare a spiegare cos’è l’Italia, sua scaturigine, per cui non desta meraviglia il fatto che la svolta essenziale nel dibattito storiografico sul Risorgimento si sia avuta tra gli anni ’30 e ’40, in una fase storica in cui prima il “modellamento” dell’Italia da parte del fascismo, poi la reazione ad esso da parte dell’antifascismo, rendevano tutt’altro che politicamente neutra la questione.

Il Risorgimento, termine storiografico che indica il movimento che ebbe come fine la libertà politica, l’indipendenza politica e l’unità d’Italia, ed il periodo di tempo in cui si sviluppò,  è UN rinascimento, ma non è IL Rinascimento, ché altrimenti, data l’omogeneità semantica dei due termini, si sarebbe utilizzato lo stesso termine per definirlo come reviviscenza di qualcosa del passato. Read more

Una d’altare: come l’inquisizione e la lotta all’eresia forgiarono l’Italia moderna

Alla domanda se la Controriforma cattolica sia stata segnata più dall’elemento moderatore del Concilio di Trento o da quello repressivo del Sant’Uffizio è impossibile dare una risposta univoca, giacché i due elementi convissero quasi contemporaneamente e determinarono, aiutandosi reciprocamente, un nuovo assetto centralizzato e papalizzato dell’universo cattolico post-Lutero.

In realtà bisognerà correggere quest’ultima affermazione, poiché tale universo cattolico che viene generalmente identificato con Spagna, Portogallo, Polonia, Austria, Francia (in minima parte) e Italia, non trova una effettiva immediata corrispondenza con la situazione effettiva. In altre parole la lunga mano del papato accentratore, del sovrano pontefice ormai orfano di una concezione universalista da plenitudo potestatis innocenziana, ma consolidato in una dimensione terrena mista ad una ultraterrena, riuscì a realizzare i propri obiettivi soprattutto o quasi solamente in Italia.

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L’uomo che fu “atomizzato” due volte

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Hiroshima, 6 agosto 1945

 

U N A    S T O R I A

L’ingegner Ewemon Kawaguki era noto per la sua tempra energica e volitiva in tutte le immense officine Mitsubishi. A quarant’anni, appariva asciutto e vigoroso come un ventenne, e non aveva mai rinunciato a praticare sport, nemmeno nei momenti in cui il lavoro era più massacrante. Quella mattina del 6 agosto 1945 si trovava già in ufficio quando il rumore di un aereo lo distrasse.  Non poteva esser altro che un bombardiere americano, forse fuori rotta, visto che sembrava esser solo, come se avesse perso la sua squadriglia, tanto che la difesa aerea di Hiroshima non aveva neanche ritenuto che valesse la pena far suonare la lugubre sirena dell’allarme. Ad ogni buon conto, gli operai dello stabilimento stavano precauzionalmente raggiungendo i rifugi, quando Kawaguki, attardatosi tra gli ultimi ancora all’esterno del rifugio, vista l’apparenza non particolarmente preoccupante della situazione, fu sorpreso da un improvviso bagliore a circa cinque chilometri di distanza, prima di perdere i sensi, stordito dallo spostamento d’aria scaturito dal silenzio irreale di quella luce. Benché negli anni successivi tornasse mille volte col pensiero a quel momento, non seppe mai cosa gli accadde davvero negli attimi di tempo sospeso che gli occorsero per risvegliarsi, del tutto nudo, nel bel mezzo dell’officina fattasi improvvisamente deserta, tra fiamme che divampavano altissime e furiose.

Era ferito, un pezzo di ferro l’aveva colpito ed una tegola gli aveva aperto uno squarcio nella schiena, ma “un vento surriscaldato come fiamma ossidrica” (come lo descrisse in seguito), che dal centro di Hiroshima soffiava verso l’oceano, lo spinse ad ignorare il dolore, fuggendo verso il fiume che costeggiava il cantiere. Kawaguki vi si gettò nuotando verso la riva opposta, ma soltanto per scoprire che l’inferno si era scatenato anche di là. Rimase a lungo nell’acqua, l’abitudine al nuoto consentendogli di fare più volte la traversata del fiume nella speranza di  trovare un punto propizio per riprendere terra, lasciando che intanto l’acqua lo proteggesse da quell’irreale vento di fuoco. Alla fine riuscì a riemergere dall’acqua e salì su una collinetta, da dove vide che l’intera città era un immenso braciere in cui ardevano più di 50.000 case.

Come fuggire da quell’inferno? O forse come restarci, visto che, per quel che poteva saperne, poteva anche essere la nuova “normalità” del mondo intero, visto che lo sguardo, ruotando a 360 gradi, non sembrava offrirgli nessuna alternativa alla dimensione di abbacinante disperazione che lo avviluppava. Sei ore dopo l’esplosione, allo stremo delle forze, si gettò sulla riva del fiume e si addormentò.

Poco dopo le 5 del pomeriggio si risvegliò, il dolore delle ustioni si era leggermente calmato, mentre la brezza che veniva dal mare gli dava refrigerio e restituiva vigore. Incamminatosi verso il posto dove il suo senso dell’orientamento gli diceva doverci essere la stazione ferroviaria, mucchi di binari divelti ed un treno abbandonato circondato dai detriti delle strutture murarie gli dissero che era arrivato a destinazione, ma per non andare da nessuna parte. Salì su un vagone e si raggomitolò, mentre brividi di freddo gli scuotevano il corpo, anche se la spossatezza e la fame cominciavano a presentargli un conto ancor più salato di quanto stesse facendo il freddo. Perse di nuovo i sensi, né seppe mai per quanto tempo. Read more

La Vienna fin de siecle, tra socialisti e antisemiti

La situazione politica straordinariamente complessa della Vienna fin de siecle si presta bene ad analogie col mondo contemporaneo: ritroviamo in quel groviglio confuso di partiti e programmi contraddittori l’imbecillità dell’attualità di ogni giorno. Non si vuole esagerare, definendo come scriveva Karl Kraus a inizi ‘900 sulla rivista Fackel, Vienna come “la stazione meteorologica della fine del mondo”.

E tuttavia, il valore dell’Austria-Ungheria come acquario della storia, dove popoli, etnie e culture si battono in un microcosmo che sembra poi riproporsi nel ‘900 a livello globale, resta insuperato. La lotta di un’ideale sovranazionale contro l’agitarsi della nazione territoriale-etnica; il feudalesimo contro l’industrializzazione; la forma imperiale contro la forma nazionale; gli esempi si sprecano. E nel contempo, guardando i pesci nell’acquario da vicino, si scopre che molti dei personaggi storici dell’Austria-Ungheria erano in fondo più tradizionali di quanto si desidererebbe.

Occorre dunque anche trattenersi dalla mania dell’allegoria facile, di quel politico che presuppone quel dittatore, ecc ecc Read more

Lenin e “la fine dell’età dell’innocenza”. Seconda parte : “On s’engage, et puis on voit.”

Vladimir Ilyich Lenin
Lenin in occasione del discorso tenuto il 1° maggio 1939

“On s’engage, et puis on voit!”. “Ci si butta nella mischia, e poi si vede quel che succede!”. Lenin amava citare questa nota frase di Napoleone (lo fa anche nel famoso articolo “Sulla nostra rivoluzione”, quasi un suo testamento politico, pubblicato sulla Pravda il 30 maggio 1923, anche se in realtà scritto nel gennaio del ’23) per affermare l’importanza di cogliere le occasioni di volta in volta offerte dagli eventi storici per portare avanti il proprio progetto, senza rinunciarvi soltanto perché cogliere dette occasioni potrebbe talvolta implicare deviazioni dall’ortodossia nelle modalità attuative del programma rivoluzionario. Nella prima parte di questo articolo si è appunto evidenziato il permanere sostanzialmente intatto, a valle del trattato di Brest-Litovsk,  del programma leniniano della rivoluzione globale. In sostanza la fase del socialismo in un solo paese e della subordinazione degli interessi della rivoluzione mondiale a quelli nazionali russi, pur delineandosene sintomi premonitori  già in età leniniana, troverà attuazione consapevole solo in età staliniana. Negli anni tra la fine del ’18 e la metà del ’21 l’attenzione di Lenin è invece ben rivolta, quasi, mi si permetta, in maniera concupiscente, a quello che accade in Europa, ai focolai di insurrezione in cui trovar conferma della propria previsione “scientifica” dell’ineluttabilità della rivoluzione globale. Semmai una novità si vuol cogliere nell’atteggiarsi di Lenin di fronte a questa prospettiva, tra il ’18 ed il ’21 si coglie un graduale slittamento dal fideismo nell’autosufficienza del ribellismo delle classi lavoratrici dei paesi europei all’idea di tener pronta l’Armata Rossa a dare il suo sostegno a detto ribellismo, prima che la reazione controrivoluzionaria ne spenga i focolai. Quindi, un Lenin ancora pronto a mettere in gioco la sopravvivenza della stessa rivoluzione già attuata in Russia nella partita a dadi della rivoluzione europea, e tutt’altro che ripiegato nella mera difesa dei risultati già acquisiti, lasciando scadere il tema della rivoluzione globale a mero refrain propagandistico ad uso e consumo dei militanti non russi (come invece spesso accadrà nella storia postleniniana del comunismo sovietico).

 

“E F F E T T O   D O M I N O”   E D    O C C A S I O N I    P E R S E

Le convulsioni sociali nella Germania postbellica sembrano confortare la previsione leniniana di un “effetto domino” scaturente dalla rivoluzione russa, cominciando proprio dal paese che Lenin riteneva quello la cui perdita sarebbe stata il passo decisivo per il crollo del capitalismo mondiale. Del resto anche la personalità di maggior spicco del comunismo tedesco, Rosa Luxembourg, pur critica verso Lenin (la sua sensibilità umanistica e democratica le consente di vedere già in nuce gli sviluppi anti-democratici del bolscevismo), lo è ancor più verso i socialdemocratici, e vede nell’inserimento nel solco della rivoluzione russa l’unica chance per il movimento operaio europeo, esprimendo con la sua formula “socialismo o barbarie” una scelta radicale che, sotto questo aspetto, invece, la accomuna a Lenin .Né la repressione nel sangue del moto spartachista, a seguito dell'”alleanza” tra socialdemocratici ed esercito tedesco, scoraggia Lenin (il suo inviato a Berlino, Karl Radek, scriveva che, a suo giudizio, comunque entro pochi mesi i comunisti tedeschi avrebbero potuto riprovarci), anzi ne fortifica la convinzione che la socialdemocrazia è parte integrante del potere borghese da combattere, con la stessa virulenza con cui va combattuto il resto di detto sistema di potere.

In realtà gli eventi del 1919-20 smentiranno la fede leniniana nello sconvolgimento postbellico come fattore di dislocamento della lotta politica dal piano delle vecchie contrapposizioni nazionalistiche a quello transnazionale della lotta di classe (la smentita più clamorosa sarà, come vedremo, la levata di scudo compatta dei Polacchi contro l’invasione dell’Armata Rossa nel 1920, che invece, secondo Lenin, avrebbe dovuto trovare l’appoggio del proletariato polacco). L’effimera ascesa al potere, nel corso del ’19, dei comunisti a Budapest ed a Monaco, provoca una spasmodica esaltazione nei comunisti russi, pur impossibilitati ad intervenire in appoggio perché impegnati nella fase più difficile della loro guerra civile (Zinov’ev pronostica che, entro un anno, tutta l’Europa sarebbe stata comunista), ma tanto entusiasmo sarà frustrato dal fallimento di quegli esperimenti rivoluzionari, soprattutto di quello ungherese, nel cui caso si registra una ribellione popolare contro i metodi violenti ed antidemocratici di Bela Kun che appare troppo spontanea per esser imputata realisticamente, al di là della propaganda, alle mene controrivoluzionarie del capitalismo mondiale. Read more

Della Rovere-Urbino: ascesa e decadenza tra Giovanna e Livia

In questo articolo, come si può evincere dal titolo, ci concentreremo principalmente sulle figure di due donne: da una parte Giovanna da Montefeltro, il cui matrimonio con Giovanni Della Rovere sancì de facto l’acquisizione del ducato di Urbino da parte dei Della Rovere, e dall’altra Livia della Rovere, ultima duchessa della stessa città. L’obiettivo non sarà solo quello di mettere in luce le rispettive personalità, quanto di delineare la loro importanza nell’ascesa e nella decadenza di una famiglia “sui generis”; la cui sopravvivenza nei propri domini è indissolubilmente legata a Roma e ai diversi pontefici che si susseguirono tra fine XIV e il primo trentennio del XVII secolo.

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Lenin e “la fine dell’età dell’innocenza”. Prima parte : il controverso significato di Brest-Litovsk.

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5 maggio 1920, a Mosca, davanti al teatro Bolshoi, Lenin arringa le truppe in partenza per la guerra russo-polacca

L’espressione “fine dell’età dell’innocenza”, a proposito della rivoluzione bolscevica, è utilizzata per la prima volta dallo storico statunitense di origine polacca Adam Ulam (1922-2000) nel suo saggio del 1968 “Storia della politica estera sovietica”, per definire il momento del ripiegamento ideologico leniniano dalle certezze “scientifiche” circa il rapido successo della rivoluzione mondiale, di cui la Rivoluzione di Ottobre non poteva non essere che un mero tassello iniziale, al pragmatismo politico del salvataggio del “socialismo in un solo paese”, col rinvio a tempi migliori dell’attuazione della rivoluzione mondiale, ma anche col corollario dell’inizio dell’impoverimento dello slancio rivoluzionario e del fermento ideologico che aveva accompagnato l’ascesa bolscevica e l’aspettativa messianica di un suo rapido trionfo su scala almeno paneuropea, grazie ad un rullo compressore di liberazione delle classi lavoratrici che, partendo da Pietrogrado, passando per Varsavia e Berlino, arrivasse fino a Parigi, ripercorrendo in senso contrario il cammino libertario percorso oltre un secolo prima dalle armate popolari francesi scaturite dalla Rivoluzione del 1789 (di cui Lenin era interessato studioso e da cui traeva la parte giacobina del suo sentire, spesso sottovalutata dalla critica, più propensa a metterne in evidenza il freddo scientismo ideologico). In altre parole, l’inizio di quello che sarà il vizio di fondo del comunismo reale, che alla lunga lo porterà al fallimento storico, ossia la dicotomia tra quanto enunciato ideologicamente e quanto attuato praticamente, col ricorso all’uso  tattico dell’ideologia rivoluzionaria, di fatto sempre più subordinata alla politica di potenza della nazione russa, ed alla coartazione delle coscienze, Read more

L’ultima crociata e la prima colazione

Essere uno studente universitario durante le sessione d’esame comporta due cose: avere uno stress logorante, che ci rende irascibili verso ogni persona che ci circonda e assumere quantità industriali di caffeina. La nostra giornata inizia presto, i più socievoli di noi si dirigono al bar, con gli occhi sfogliano la golosa collezione di paste e poi ordinano un cappuccino. L’aroma del caffè, la dolcezza del latte e la fragranza del cornetto sono il carburante ideale per affrontare la pila di libri che ci aspetta sulla scrivania. Eppure mentre mi gusto il cappuccino so che questa colazione nasconde qualcosa, un mistero oppure un segreto perso nei secoli.
Mi chiedo perchè si chiami ” Cappuccino”, il come e quando è nato; ai miei interrogativi si apre un cassetto della memoria, impolverato dagli anni, ma cela la risposta agognata.
La risposta la conosco già, mi basta ripensare al contenuto di un libro saggistico, e mentre rimugino su queste parole sento l’eco di una battaglia avvenuta secoli addietro.

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Lo Stato Pontificio: il sogno irrealizzato di un “Regno di Dio sulla Terra”

Lo Stato Pontificio ha costituito una delle entità politiche più contestate da parte della moderna storiografia liberale risorgimentale italiana, nonché da buona parte della storiografia successiva.

La fine del potere temporale dei papi è stato visto in questo senso come un autentico spartiacque tra un sistema universalmente percepito come monolitico e arretrato, immobile e sempre uguale a sé stesso da secoli e una fase di progresso e di effettivo sviluppo.

Fermo restando che la crisi politica dello Stato Pontificio era incominciata, come si vedrà, da almeno un paio di secoli, sarebbe semplicistico e del tutto privo di qualsiasi logica storica basarsi ancora oggi su considerazioni politicamente orientate riguardo il problema (se di problema si tratta) del potere temporale del papa.

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Oliverotto da Fermo: il tiranno “ammazza tiranni”

L’abitudine di fissare una data precisa con la quale far iniziare la cosiddetta “età moderna” risulta essere, a mio avviso, non soltanto sbagliata ma anche inutile. Sicuramente gli ultimi anni del XV secolo e i primi del XVI sono caratterizzati da una diffusa incertezza dovuta a fenomeni che sconvolgono, sia a breve che a lungo termine, gli aspetti culturali, economici e politici dell’Europa e degli Stati italiani. Costantinopoli cade nel 1453 per mano dei Turchi che iniziano a spingersi verso l’area balcanica, nel 1492 Cristoforo Colombo giunge in America e nello stesso anno muore Lorenzo il Magnifico ovvero il “difensore”della pace di Lodi che aveva garantito per circa 40 anni un sostanziale clima di pace e tranquillità nella penisola italiana. All’incertezza si accompagnano poi alcuni “residui medievali” come la radicata faziosità all’interno dei nuclei cittadini o il proliferare di capitani di ventura; entrambi presenti nei temi che andremo a trattare dove assoluti protagonisti saranno papa Alessandro VI, Cesare Borgia ma soprattutto Oliverotto Euffreducci e il suo rapporto con la città di Fermo.

La politica degli Euffreducci a Fermo, già potenti a Falerone dal x secolo, iniziò nel 1380 grazie a Giovanni il quale venne chiamato dai Priori della città perché essi “vollero sedare le discordie e i tumulti che avevano suscitato nella loro patria”(1).  Read more

L’origine non tedesca della disciplina tedesca

di Massimiliano Vino

Non è mai corretto attribuire un particolare carattere ad un popolo nel suo insieme. Si tratta in effetti di una generalizzazione che non può avere riscontri a livello scientifico.

Tuttavia, partire da tale generalizzazione può essere utile ad un studioso o anche ad un lettore incuriosito, per disporre di un punto di partenza da cui ricavare l’origine materiale, artificiale e squisitamente utilitaristica di una certa idea generale.

Prendiamo come esempio i tedeschi: proveremo a ricercare l’origine di una certa immagine del tedesco tipico, così ligio all’ordine, disciplinato e (rispetto agli ugualmente disciplinati svizzeri) fortemente propenso ad un’espansione militare o anche culturale (in cui il termine Kultur ha un valore infinitamente più vasto del semplice cultura) nel resto del continente. Read more

L’importanza delle analisi dei rapporti di forza (cit. da un quaderno gramsciano)

– Tali analisi [dei rapporti di forza] non possono e non debbono essere fine a se sesse (a meno che non si scriva un capitolo di storia del passato) ma acquistano un significato solo se servono a giustificare una attività pratica, una iniziativa di volontà. Esse mostrano quali sono i punti di minore resistenza, dove la forza della volontà può essere applicata più fruttuosamente, suggeriscono le operazioni tattiche immediate, indicano come si può meglio impostare una campagna di agitazione politica, quale linguaggio sarà meglio compreso dalle moltitudini ecc. L’elemento decisivo di ogni situazione è la forza permanentemente organizzata e predisposta di lunga mano che si può fare avanzare quando si giudica che una situazione è favorevole (ed è favorevole solo in quanto una tale forza esista e sia piena di ardore combattivo); perciò il compito essenziale è quello di attendere sistematicamente e pazientemente a formare, sviluppare, rendere sempre più omogenea, compatta, consapevole di se stessa questa forza. Ciò si vede nella storia militare e nella cura con cui in ogni tempo sono stati predisposti gli eserciti ad iniziare una guerra in qualsiasi momento. I grandi Stati sono stati grandi Stati appunto perché erano in ogni momento preparati a inserirsi efficacemente nelle congiunture internazionali favorevoli e queste erano tali perché c’era la possibilità concreta di inserirsi efficacemente in esse. –
(Gramsci, Quaderno 13, paragrafo 17, p. 1589, 1934)

Le civiltà dei fiumi e la “trappola idraulica”: il caso della Cina

di Massimiliano Vino

Nei 4000 anni che intercorrono tra la comparsa dei primi Stati e l’inizio dell’era cristiana, quasi 4/5 della popolazione mondiale visse e morì sotto il dominio dei Romani, della dinastia cinese degli Han e degli imperi indiani dei Gupta.
Nel corso dei secoli ognuna di queste realtà sintetizzò adeguatamente tutti gli stimoli culturali, economici, sociali e politici delle rispettive aree di espansione. Possiamo confermare che questi domini si presentavano come degli “universi” a sé stanti, ognuno con le proprie particolarità. In quest’articolo prenderemo in esame l’ultimo “impero” di questo tipo ancora esistente: la Cina comunista.

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La “Rinascita carolingia”: la cultura al servizio dell’Imperatore

Di Massimiliano Vino

L’età di Carlo Magno si contraddistinse per un grandissimo fervore artistico, letterario e filosofico, in buona parte voluto dallo stesso sovrano, Re dei Franchi (768) e primo Imperatore del Sacro Romano Impero (800). Carlo Magno, semianalfabeta, ma mosso da una insaziabile e brillante curiosità, intravide nella sviluppo culturale un collante naturale grazie al quale far convergere in un unico centro, la sua corte, l’enorme varietà del suo impero multietnico. Oltretutto il fervore culturale che fu alla base dell’abbellimento architettonico di Aquisgrana, rispondeva ad una precisa dinamica di potere, volta a rendere l’Impero di Carlo Magno il perfetto rivale occidentale dell’Impero romano d’Oriente.

L’attribuzione del titolo di “rinascita carolingia” è dello studioso J.J. Ampère, che rimase affascinato, come tanti altri studiosi, dallo splendore culturale e politico dell’impero carolingio.

Nella corte di Carlo Magno si concentrarono effettivamente le menti più brillanti dell’epoca, provenienti da ogni angolo dell’Occidente cristiano.

Il più importante, oltreché l’intellettuale cui venne attribuito il compito di organizzare le scuole e i programmi di istruzione dell’impero, fu senza dubbio Alcuino di York. Alcuino era un monaco, cresciuto intellettualmente nella colta Inghilterra. Oltre a provvedere ai programmi scolastici imperiali, ad Alcuino fu affidata dal re in persona la revisione del testo biblico: questa operazione avrebbe garantito, nelle intenzioni di Carlo Magno, uniformità e riferimenti corretti per tutto l’impero.

Altre figure chiave sono Paolo Diacono, un longobardo autore della storia del suo popolo (Historia Langobardorum) e il visigoto Teodulfo.

La corte di Carlo Magno era quindi riuscita a centralizzare i tre principali poli culturali dell’Occidente cristiano, vale a dire il polo anglosassone, quello longobardo e quello visigoto.

Gli effetti di questa miscela multiculturale sono evidenti dalle architetture di Aquisgrana, la quale divenne una sintesi di stilemi differenti, celebranti la rinascita di un impero romano cristiano.

Capolavoro indiscusso di questo periodo resta la cappella palatina, il cui ricchissimo apparato decorativo interno è ancora oggi perfettamente conservato.

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Ultimo, ma non meno importante, tra i prodotti della “rinascenza carolingia” resta l’invenzione di una nuova forma di trascrizione: la minuscola carolina.

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Questa trascrizione rese più facile la comprensione dei testi, alla ricopiatura dei quali provvidero le abbazie dell’Impero: fu forse l’eredità più importante del mondo carolingio. Un eredità di cui l’Europa moderna farà tesoro.

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“Non avrai altro Dio all’infuori di Aton”

di Massimiliano Vino

<< Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono!”. Poi disse: “Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi” >> (Esodo 3,14)

Il Libro dell’Esodo è uno tra i più interessanti della Torah ebraica, in quanto segna una sorta di spartiacque. E’ infatti con questo libro che il Dio ebraico si “trasforma” in una divinità sanguinaria, tale da spingere il “Popolo Eletto” a passare a fil di spada tutti gli abitanti di Canaan.

Procediamo però con ordine provando a riordinare alcune delle principali teorie di ricostruzione storiografica degli eventi descritti nell’Esodo e provando, altresì, a ricercare in questi eventi la chiave per comprendere l’evoluzione della figura di Dio descritta nella Torah.

Punto di inizio per raccontare la storia dei rapporti tra gli Ebrei e l’Egitto, è capire se gli Ebrei siano effettivamente stati in Egitto. In proposito esistono due teorie, le quali si riagganciano efficacemente al tema dell’Esodo:

La prima teoria fa riferimento all’unico accenno delle fonti egiziane sulla presenza di popolazioni di origine semitiche (come gli Ebrei) in territorio egizio: queste popolazioni erano note come Hyksos, ed invasero l’Egitto intorno al 1700 a.C. insediandosi sul Delta del Nilo e stabilendo la loro capitale ad Avaris (città sacra al Dio malvagio Seth). Il primo ad identificare gli Ebrei con gli Hyksos fu addirittura Erodoto nel V secolo, ed in questo senso più che di una fuga si trattò di una cacciata. Con la nascita del Nuovo Regno in Egitto, gli Hyksos furono infatti allontanati.

A non convincere di questa teoria è il fatto che gli Ebrei-Hyksos siano qui rappresentati come la classe dominante, anziché come una popolazione sottomessa all’Egitto.

La seconda teoria, la più accreditata, fa leva sul termine stesso di Esodo, che originariamente aveva un’altra valenza. Secondo l’orientalista Mario Liverani si tratterebbe infatti di un termine facente parte di un “codice motorio” indicante non tanto lo spostamento di una popolazione, ma piuttosto un cambiamento di ordine politico. L’Esodo potrebbe essere quindi associato all’allentamento progressivo dell’influenza dell’Egitto sui territori dell’odierna Palestina, tali per cui anche la popolazione ebraica riuscì ad organizzarsi in un’entità politica autonoma.

Accettando per vera la seconda teoria bisognerebbe allora domandarsi per quale motivo gli Ebrei, tra tutte le popolazioni di Canaan, fossero l’unica di religione monoteista.

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A tale proposito comprendere a fondo, o provare ad interpretare, un personaggio come Mosé può essere quanto mai esemplificativo. A tentare di far luce su Mosé è un’opera di Sigmund Freud, “L’uomo Mosé e la religione monoteistica” al quale farò costantemente riferimento da questo punto in avanti.

Tralasciamo il problema delle “piaghe d’Egitto”, che forse riprenderò in un secondo articolo, trattandosi di un tema ancora più complicato, per il quale sarebbe riduttivo un semplice riassunto. Secondo Freud, Mosè non era altro che un egiziano dedito al culto della divinità solare Aton.

Aton era la divinità che sotto il regno di Amenhotep IV era stato innalzato ad unico Dio, del quale il Faraone si faceva custode e rappresentante sulla terra, tanto da cambiare il proprio nome in Akhenaton e da dedicare al Dio unico una nuova capitale d’Egitto, Akhet-Aton.

A supporto di questa teoria starebbero alcune interessanti similitudini tra il culto della religione ebraica e quello del Dio Aton:

Il credo ebraico, come è noto, recita “Shemà Israel Adonai Elohenu Adonai Ehad”. Se la somiglianza del nome dell’egizio Aton alla parola ebraica Adonai e al nome divino siriaco Adonis non è casuale, ma proviene da una vetusta unità di linguaggio e significato, così si potrebbe tradurre la formula ebraica: “Ascolta Israele il nostro Dio Aton (Adonai) è l’unico Dio”.

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Akhenaton in compagnia di Nefertiti e di loro figlio, sovrastati dal disco solare di Aton

Mosè sarebbe dunque stato un egiziano seguace di Aton, che presumibilmente abbandonò l’Egitto a seguito della caduta di Akhenaton e della damnatio memoriae cui fu sottoposta la sua intera “rivoluzione spirituale”, per rifugiarsi nella terra di Canaan.

E non è tutto: secondo Freud questo Mosè non sarebbe altro che un primo Mosè, il quale sarebbe stato in seguito ucciso da alcuni suoi seguaci semiti ed egizi.

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Da questo punto in avanti comincia la storia di un secondo Mosè, ovvero di un secondo “liberatore”: l’Aton misericordioso si tramutò in una divinità crudele, quella che sancì la sanguinosa ascesa d’Israele nella Terra di Canaan. Il secondo Mosè era, secondo Freud, un sacerdote adoratore di una divinità vulcanica e sanguinaria, forse anch’essa di origine egizia. Tale sacerdote avrebbe influenzato (facendo riferimento alla teoria di Liverani) le popolazioni semitiche già insediate in Canaan, tanto da spingerle alla guerra nei confronti dei vicini, una volta cessato il controllo dell’Egitto su questo territorio.

La storia degli Ebrei potrebbe allora porre il proprio punto di partenza proprio nell’Esodo. E’ solo in rapporto alla leggendaria partenza dall’Egitto che il culto della divinità unica trova, a livello storiografico, un retroterra di straordinaria ricchezza e fermento religioso, come poteva essere la rivoluzionaria azione di soppressione dei culti tradizionali, operata da Akhenaton.

In realtà però è la stessa religiosità egizia a presentare delle caratteristiche tali da potersi considerare la naturale “progenitrice” del monoteismo ebraico. Si pensi all’Arca dell’Alleanza, la quale presenta delle sorprendenti analogie con la “Barca degli Dèi” dei templi egizi. Si pensi inoltre alla Regola di Maat, che letta nella sua interezza presenta delle sorprendenti analogie con i Dieci Comandamenti:

Esodo, 20, 2-17

[7] Non pronunzierai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano.

[13] Non uccidere.

[14] Non commettere adulterio.

[15] Non rubare.

[16] Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.

[17] Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo.

Regola di Maat

  1. Non uccidere e non permettere che nessuno lo faccia.
  2. Non commettere adulterio.
  3. Rispetta il prossimo.
  4. Non rubare ciò che non ti appartiene.
  5. Non nominare Dio invano.

Tra mito e storia, tra realtà e fantasie, la storia degli Ebrei ha sempre viaggiato su questo doppio filo, legandosi al destino di alcune tra le più importanti civiltà del mondo antico.

Se alcune delle supposizioni di Freud fossero definitivamente confermate significherebbe non soltanto che la storia dell’Ebraismo, ma anche quella di alcune delle sue naturali o meno naturali discendenza, vale a dire il Cristianesimo e l’Islam, deriverebbero da una vicenda di “eresia” nei confronti delle divinità tradizionali, tutta interna all’Egitto.

La “rivoluzione” di Akhenaton è un fatto, in sé, piuttosto insignificante nella millenaria storia dell’Antico Egitto, eppure, se approfondita, amplierebbe ulteriormente i già sorprendenti legami tra questa potente civiltà, fino all’’800 quasi sconosciuta, è la storia della stessa cultura dell’Occidente, modellata da un cristianesimo, figlio di un ebraismo strettamente legato alla religione dell’Antico Egitto.

Letture consigliate: Sigmund Freud “L’uomo Mosè e la religione monoteistica” 

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La Nubia e la stirpe dei “faraoni neri”

di Massimiliano Vino

“La Nubia era sempre incantevole, tanto da far dimenticare a Ramses che il suo non era un viaggio di piacere. Gli sembrava di non sentirsi più addosso nessun peso; l’aria tiepida, il vento che smuoveva le splendide palme dum, l’ocra del deserto e il rosso delle rocce gli riempivano l’anima di leggerezza”

Christian Jacq, “Il romanzo di Ramses: il figlio della luce”, pag 379

Tremila anni di storia e trentatre dinastie (comprese quella di Alessandro Magno e dei Tolomei) hanno caratterizzato una tra le più note, affascinanti e potenti civiltà del mondo antico. Nessuna civiltà nel Mediterraneo antico ha mantenuto un’unità e un’integrità territoriale tanto a lungo quanto l’Egitto.

Risulta, proprio per la vastità dell’estensione temporale, molto difficoltoso scrivere dell’Egitto in generale, che pure ha conservato nel tempo una certa omogeneità nel passaggio tra le varie dinastie che si sono succedute.

Mi piacerebbe ciononostante approfondire alcune tematiche, alcune dinastie o alcuni sovrani particolari, spesso passati (ingiustamente) in secondo piano. E’ questo il caso della dinastia dei “faraoni neri”, originaria di una regione importantissima per l’Egitto, nel corso di tutta la sua storia (e anche nelle vicende contemporanee): la Nubia

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L’antica Nubia (attuale Sudan) si trovava a sud dei confini dell’Egitto. Gli egizi chiamavano questa regione il “Regno di Kush”. Una terra che agli occhi dell’avanzatissima civiltà egizia appariva selvaggia, quasi primordiale e di un fascino unico (come ho riportato nel brano introduttivo).

Si trattava però anche di una regione ricchissima di risorse sotto forma di oro e ferro. Furono tali risorse a spingere i faraoni, specialmente nel corso del Nuovo Regno, ad espandere l’influenza della monarchia nilotica verso la Nubia.

Sotto il sovrano protagonista del meraviglioso ciclo di romanzi di Christian Jacq, Ramses II (o Ramesse, che dir si voglia), l’Egitto aveva già saldamente in mano la regione, anche se il faraone, come il suo predecessore Sethi, dovette gestire alcune rivolte.

Fu Thutmose III (ca. 1457 a.C.- 1424 a.C.), della XVIII dinastia, il primo conquistatore della Nubia, la quale costituì un serbatoio non indifferente di uomini adatti alle armi, di cui il faraone si servì per sconfiggere i principi ribelli della terra di Canaan. La Nubia divenne un vicereame sotto l’influenza della monarchia nilotica.

Il controllo militare dell’Egitto sulla Nubia è reso evidente dal poderoso sistema di fortezze distribuite lungo le sponde dell’alto corso del Nilo e di cui ci restano solo alcune vestigia.

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Distribuzione delle principali fortezze egizie lungo l’alto corso del Nilo

Se l’Egitto trasse enormi ricchezze dalla Nubia, la stessa Nubia seppe trarre moltissimo dall’influenza dell’Egitto: divenne infatti in tutto e per tutto simile al potente vicino, entrando nella vasta cerchia delle culture “egittizzanti”, affascinate dai tratti unici, peculiari della civiltà del Nilo.

Con la fine del Nuovo Regno e l’allentamento del controllo militare il vicereame della Nubia divenne di fatto indipendente e governata da una dinastia autonoma, avente come propria capitale la città di Napata e fondata probabilmente da un gruppo di sacerdoti di Amon provenienti da Tebe, la più vicina delle grandi città dell’Egitto al confine con la Nubia. Il legame della Nubia con i potenti sacerdoti del culto di Amon divenne però ancora più evidente in seguito, nell’VIII secolo a.C., con la nascita della XXV dinastia “etiopica” grazie alla conquista dell’Egitto da parte del sovrano di Napata, Piankhi.

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I dominati divennero così i dominatori. Le vecchie forze di un Egitto in declino furono sostituite dalle energie nuove provenienti dalla Nubia. Nacque una stirpe di “faraoni neri” che seppe trarre vantaggi dalla rinnovata integrazione tra la Nubia e l’Egitto, che favorì enormemente lo sviluppo economico del regno.

Tutto ciò è reso evidente dalla costruzione di nuovi templi (l’area monumentale di Karnak fu interessata da una rinnovata fase di espansione architettonica) e dalla centralizzazione del potere, operata dal fondatore della dinastia e dai suoi successori.

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La capitale tornò ad essere Menfi, dopo un lungo dominio di Tebe, ma i sovrani etiopici si assicurarono anche il controllo dei potenti sacerdoti tebani scegliendo una principessa della dinastia come Divina Adoratrice di Amon.

L’invasione assira nel 671 a.C. interruppe però bruscamente la rinascita dell’Egitto. Gli assiri occuparono dapprima il basso Egitto con Menfi. Poi si spinsero fino all’alto Egitto, travolgendo l’ultimo sovrano della dinastia Tenutamon e saccheggiando addirittura Tebe.

Finì in questo modo la dinastia etiopica, ma non si chiuse la stirpe dei sovrani di Napata, che si ritirarono a sud, stabilendo a Meroe la loro nuova capitale, e creando un regno dai tratti ancora tipicamente egittizzanti, ma che per la prima volta adottò una lingua locale come lingua ufficiale.

Il regno di Meroe seppe mantenersi indipendente tanto dai successivi sovrani dell’Egitto, quanto dai persiani, dai greci e dai romani: rimase come la piccola testimonianza di un Egitto indipendente, riprodotto in forme autonome e per certi tratti originali, come testimoniato dal meraviglioso complesso delle piramidi di Meroe il cui sito è attualmente Patrimonio dell’umanità UNESCO.

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Solo con il 325 d.C. decadde anche il regno di Meroe, ponendo fine alla stirpe dei “faraoni neri” e alla civiltà nubiana.

 

Fonti: “Le civiltà del vicino oriente” tratto dal ciclo sull’antichità, parte della collana “La grande storia”

Letture consigliate: “Il faraone nero” romanzo di Christian Jacq sulla figura del faraone Piankhi

 

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La guerriglia urbana delle Suffrajitsu

La glassa di politicamente corretto sul movimento inglese delle suffragette lascia perplessi.

Se è vero che le suffragette furono per composizione sociale un movimento borghese, la loro protesta incontrò una violenta risposta nelle forze dell’ordine, nell’aristocrazia – che vedeva questo movimento “borghese” come un attentato ai suoi ultimi privilegi – e tra i maschi di ogni generazione e composizione.

Come ogni movimento di emancipazione nella storia, non puoi togliere i privilegi di una classe per redistribuirli alla massa, e sperare che il processo sia indolore.

Anche il movimento delle suffragette, nel suo neanche tanto “piccolo”, fu un affare duro e sanguinoso.

Si può a questo proposito tentare un paragone con le Trade Unions operaie.

I primi sindacati inglesi, sbrigati in tutta fretta con due righe e una data sui manuali, risultarono la dura conquista di decenni di proteste. Se scioperi e proteste sfociarono alla fine nella legalizzazione del sindacato, fu solo per la testardaggine pagata nel sangue degli operai. Le richieste di emancipazione erano in violento contrasto, sia con l’industrializzazione rampante, sia con il mercato liberale. Il sindacato rallentava, danneggiava il processo: gli imprenditori avrebbero di gran lunga preferito traslocare oltremare, nelle colonie. Ma decentralizzare in quelle stesse colonie che sarebbero poi diventare i paesi del terzo mondo, non era ancora possibile.

Possiamo notare quanto sia sciocca l’idea che industria e democrazia vadano a braccetto d’altre semplici considerazioni; la prevalenza tra i paesi pesantemente industrializzati di monarchie classiste (Inghilterra), o reazionarie (la Prussia post Bismark), o Imperialiste (la Francia di Napoleone III); il richiamo delle Trade Unions alle corporazioni e ai diritti dell’Ancient Regime come “scudo” verso il capitalismo borghese; il business delle ferrovie costruite in tempi rapidissimi nell’Austria-Ungheria di Francesco Giuseppe e nella Russia Zarista, contrade dove certo la democrazia non andava di moda!

Nonostante i sostenitori delle meravigliose e progressive sorti, non esiste alcun nesso necessario tra Democrazia-Industria-Progresso. Dalla crisi economica del 2007, la direzione centralizzata della Cina ha permesso di assorbire e limitare i danni molto più di quanto sia riuscita l’Europa liberale, o i liberalissimi Stati Uniti.

Le suffragette, come le Trade Unions, si muovevano contro l’economia liberale e contro l’industria.

In altre parole, erano in contrasto con il “progresso”, se intendiamo con questo termine lo sviluppo di un’economia liberale e capitalista. Lo vediamo tutt’oggi: lo sfruttamento della donna, sia nel banale sfruttamento in fabbrica nei paesi sottosviluppati, sia nel traffico della prostituzione verso i paesi in via di sviluppo, sia nello sfruttamento del corpo femminile nei paesi “avanzati” sono tutti ingranaggi di un turbo-capitalismo che mira unicamente al puro guadagno.

Come le Trade Unions erano ritenute anticaglie, ostacoli al progresso Adam Smith(iano), così le suffragette erano ritenute pericolose “distruttrici” dell’ordine naturale, del buon funzionamento dell’economia. Ai giorni nostri il femminismo che rifiuti l’individualismo liberale è accusato proprio di questo; di volersi opporre a libertà fondamentali, al “progresso” capitalista che vuole che ogni uomo o donna si svenda sul mercato al miglior offerente.

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E’ questo, l’autentico contesto di lettere di protesta e manifestazioni in cui dovete inserire le suffragette. Gli scioperi della fame risultarono una sgradita novità per le carceri inglesi, che scelsero un’alimentazione forzata che non possedeva certo la delicatezza delle flebo endovena moderne: dovete immaginare tubi che spaccano denti di bocche risolutamente serrate, sbobba ficcata in gola, rigurgiti&vomiti, gente soffocata e altre simili piacevolezze.

Verso il 1913 la situazione raggiunse il classico “punto di ebollizione”.

Gli scontri con la polizia erano degenerati al punto tale che Sylvia Pankhurst arrivò a consigliare alle sue seguaci d’imparare le arti marziali.

Randelli, bastoni e muscoli per usarli erano caldamente raccomandati.

Le sue parole sono piuttosto eloquenti:

We have not yet made ourselves a match for the police, and we have got to do it. The police know jiu-jitsu. I advise you to learn jiu-jitsu. Women should practice it as well as men.
Don’t come to meetings without sticks in future, men and women alike. It is worth while really striking. It is no use pretending. We have got to fight.

L’esortazione di Sylvia Pankhurst ottenne più di quanto probabilmente sperava: per proteggere le diverse leader del movimento, la Women’s Social and Political Union creò una guardia del corpo femminile, con lo scopo di proteggere la Pankhurst nei comizi in piazza. Si stimano all’incirca trenta donne, della bassa borghesia e della classe lavoratrice. Il movimento pagò un istruttore professionale, e la bodyguard imparò a fondo il Jiu-jitsu. Questa particolare arte giapponese era già stata introdotta in Inghilterra quindici anni prima dalla leggendaria figura di Edward William Barton-Wright, il fondatore del Bartitsu, l’arte marziale di autodifesa usata da Arthur Conan Doyle nei racconti di Sherlock Holmes! I giornalisti non appena vennero a conoscenza del fatto deliziati coniarono l’impronunciabile neologismo Jujitsusufragettes…

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Probabilmente la battaglia in cui più le Jijitsusuffragette diedero prova di sé, fu nel comizio del 9 marzo 1913, a Glasgow. Tra le aspettative (e l’odio) di migliaia di persone, Emmeline Pankhurst aveva annunciato un comizio nella St Andrew Hall; l’iniziativa era legale ai sensi della legge, tant’è che bisognava pagare un biglietto per assistere.

La bodyguard, forte di trenta donne, viaggiò in un vagone di terza classe sotto la copertura di una compagnia teatrale. Alloggiarono in un hotel vicino alla St Andrew Hall e il giorno del comizio si disposero a cerchio attorno al palco.

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Intanto, il governo aveva piazzato cinquanta poliziotti nell’aula, specie all’ingresso. Investigatori e agenti in borghese erano stazionati nella folla.

Si diceva che Miss Pankhurst fosse in ritardo, quando all’improvviso comparve sul palco. Suffragette e poliziotti la fissarono meravigliati, ma si scoprì in seguito che era semplicemente entrata vestendosi in modo dismesso, e comprando il biglietto come ogni altro spettatore.

Nel momento in cui Emmeline Pankhurst iniziò il discorso, i poliziotti ricevettero l’autorizzazione legale a intervenire, e caricarono in massa. Le sedie si rovesciarono, mentre gli spettatori fuggivano qua e là. La guardia del corpo intorno al palco restò ferma al suo posto.

A pochi metri dall’impatto con la falange di poliziotti, Janie Allen, una delle bodyguard in cerchio, tirò fuori una pistola e sparò a bruciapelo nello stomaco di un gigante d’uomo a capo della carica.

Il poliziotto per poco non morì di paura. Indietreggiò, e cercò di fuggire davanti alla pistola fumante. Scompaginò così il confuso resto delle forze dell’ordine. Frattanto, si scopriva che la pistola era stata ovviamente caricata a salve…

I poliziotti ritornarono a caricare, estraendo manganelli e sfollagente. La bodyguard a sua volta brandiva dei randelli indiani che avevano nascosto nei corsetti. Scoppiò una mischia feroce. Gli spettatori che non erano ancora fuggiti dallo scontro riportarono che miss Pankhurst continuava imperterrita il discorso, ignorando di proposito la bolgia sottostante.

I detective in borghese avevano intanto “aggirato” la mischia tra suffragette e poliziotti, e miravano ad arrivare sul palco. Mentre salivano, si accorsero però inorriditi che le ghirlande di fiori nascondevano dello filo spinato! A complicare la situazione, numerose anziane signore che erano salite sul palco presero a ombrellate i pochi investigatori che riuscivano a passare tra quelle rose così piene di spine…

Alla fine, la polizia riuscì a farsi strada nella bodyguard, e ad afferrare miss Pankhurst. La donna aveva preso a divincolarsi e urlare, al punto che quando venne trascinata in strada aveva il vestito a brandelli. Le forze dell’ordine si sbrigarono a portar via la star del movimento su una carrozza, sotto lo sguardo di quattromila persone scese in strada. Successivamente, una carica di polizia a cavallo avrebbe aggiunto ulteriore caos a un giornata già politicamente disastrosa per il governo britannico.

Nei mesi successivi, la guardia del corpo continuerà a combattere come truppa di prima linea nelle proteste delle suffragette. Sebbene la St Andrew Hall resti l’azione più significativa del gruppo, le Jijitsusuffragette colpiranno anche il 21 maggio, quando proprio fuori da Buckingam Palace un poliziotto troppo sicuro di sé finì K.O. all’ospedale.

I disegni satirici del Punch poterono allora sbizzarrirsi…

Fonti: The Amazons of Edwardian London, martial arts-trained Suffragette Bodyguards.

Sulle considerazioni iniziali, La valle di lacrime cinese (Slavoj Zizek) Contenuto in “Politica della vergogna”.

Blog dell’autore: Cronache Bizantine.

Se è strega lascia che muoia: riscattare con la morte troppe anime innocenti.

di Luca Maria Valentini

Si sente spesso parlare di persecuzione e caccia alle streghe ma in realtà sono in pochi a sapere quando ebbe inizio questo capitolo buio della storia umana e quando finì. Ufficialmente la caccia alle streghe cominciò nel lontano 5 dicembre 1484, giorno in cui Giovan Battista Cybo (meglio conosciuto come Innocenzo III°) promulgò la bolla papale “Summis Desiderantes Affectibus”. Da allora, con l’istituzione dei vari tribunali dell’inquisizione, si può dire effettivamente avviato un processo di distruzione che ha lasciato segni indelebili nella percezione storica delle generazioni successive agli anni ’50 del Diciottesimo secolo. I vari tribunali si basavano quasi tutti su dettami diffusi da testi di persecutori, tra i quali testi il più famoso resta il Malleus Maleficarum, anche se godevano di una certa autonomia nella gestione dei processi. Tra i tribunali più intransigenti vanno annoverati quello Spagnolo, Francese e Tedesco, mentre quelli Inglesi e Italiani ebbero una gestione un po’ meno feroce (seppur violenta). E’ da notare che in queste sedi la “Legge imparziale ”,per come dovrebbe essere normalmente intesa, era molto spesso soggetta a rimaneggiamenti, tant’è che i giudici erano spesso più carnefici che veri e propri portavoci dello Ius. Sfogliando l’appendice della raccolta periodica “Indicatore Lombardo” , nel capitolo XIX° si possono leggere alcune delle accuse che potevano rendere una persona imputata:

  • Coloro ch’ hanno fatto patto implicitamente o esplicitamente, o per sè o per altri col demonio
  • Quelli che tengono costretti (come essi pretendono) demonj in anelli, specchi, medaglie, ampolle o in altre cose.
  • Quelli che se gli sono dati in anima e in corpo, apostatando dalla Santa Fede Cattolica, che hanno giurato d’esser suoi, o gliene hanno fatto scritto anche col proprio sangue.
  • Quelli che vanno al congresso, al ballo
  • Quelli che lo invocano (il demonio), domandandogli grazie, inginocchiandosi, accendendo candele o altri lumi, chiamandolo Angelo santo, Angelo bianco, Angelo negro…o fanno l’incanto.
  • Quelli che mettono sopra altari dove s’ha da celebrare, fave, cera vergine, calamita od altre cose acciocchè sopra di esse si celebri empiamente la santa messa..etc .

Si potrebbe andare avanti con l’elenco e si potrebbero notare molte altre cose che, pur essendo gesti a volte normali, in tempi difficili come in quelli delle persecuzioni potevano essere presi come scusanti per incolpare qualcuno di praticare la stregoneria. Ovviamente le accuse venivano vagliate attentamente per evitare che qualcuno denunciasse una persona per un tornaconto personale; ciononostante molto spesso succedeva proprio questo, in quanto una volta che le testimonianze aumentavano (la maggior parte delle volte testimonianze fatte per paura o per ignoranza o anche sotto pagamento)la persona poteva essere tranquillamente considerata colpevole e quindi processata e torturata durante tutta la durata delle indagini. Le torture erano tra le più varie: dalla “Pera” (oggetto che,  inserito in un orifizio della vittima, veniva allargato tramite una manovella portando alla lacerazione dei tessuti interni) al “Crogiuolo” (usato per colare piombo fuso sulla vittima)…

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dalla “Candela della strega” (una candela posizionata in bocca alla vittima e lasciata sciogliere nella gola di quest’ultima) alla “Pinza da pira” (che serviva a immobilizzare le “streghe” sulla pira per evitare che sfuggissero alle fiamme)e molti altri ancora.

 

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Alla fine se l’imputato veniva considerato colpevole (sempre che resistesse alle torture e non morisse prima) veniva condannato all’impiccagione o ad essere bruciato vivo per purificare l’anima dal peccato e dall’influsso del demonio. Come già detto all’inizio questo è stato e rimane ad oggi uno dei periodi più bui della storia dell’uomo, periodo in cui il valore di ogni singola vita era gestito in modo aberrante da una religione e da una giustizia sconsiderate e intransigenti.  L’ultimo processo ufficiale si svolse in Germania nel 1755; sottolineo l’aggettivo ufficiale in quanto ci è noto da fonti storiche accertate che un’altra forma di “giustizia”, quella privata, si protrasse per quasi tutto l’arco dei secoli successivi al XIX° giungendo fino al 1928, anno in cui in una contea di York, Pennsylvania (stato vicino a quello del Massachusetts, dove poco meno di 235 anni prima si era svolto il famoso processo a Salem) si consumò un omicidio ai danni di Nelson Rehmeyer , accusato dal suo vicino John Blymire di aver usato la magia nera avendogli arrecato dei danni. Rehmeyer venne bruciato vivo e leggenda narra che prima di morire lanciò una maledizione sulla sua casa (che da allora non è stata più abitata). Leggende a parte questo fa capire quanto sia radicato nell’animo umano il concetto deviato di male; a cosa possa condurre una visione estremista della religione che in tempi diversi e in luoghi diversi ha comunque continuato a portare una scia di morte e distruzione lungo tutto il suo passaggio.

 

 

Noi siamo spettacolo- Parte 2: la fine della storia e il trionfo dell’incompetenza

di Massimiliano Vino

Ho già accennato in un precedente articolo (https://riflessistorici.com/2015/11/27/noi-siamo-spettacolo-parte-1-la-fine-del-concetto-di-rivoluzione/) come il trionfo dello spettacolo abbia comportato la morte della rivoluzione, rendendola superflua, inutile, o comunque riassorbita entro i meccanismi della società e del sistema.

Si è parlato della capacità dello spettacolo di riassorbire in sé maggioranze e opposizioni, tanto che oggi la stessa critica allo spettacolo viene gestita dallo spettacolo.

Soffermiamoci però su questo particolare aspetto, dal quale sono scaturite delle interessanti conseguenze.

L’informazione che ha riassorbito la critica si vincola inesorabilmente a temi sempre uguali e ripetuti e da ciò scaturisce una circolazione sempre più diradata di notizie davvero importanti. Scrive Guy Debord nei Commentari della società dello spettacolo:

<< L’autorità spettacolare può negare qualunque cosa una, tre volte, e dire che non ne parlerà più, e parlare d’altro; sapendo benissimo di non rischiare più nessun’altra reazione sul proprio terreno né su un altro. Perché non esistono più agorà, comunità generali; e neppure comunità limitate a corpi intermedi o a istituzioni autonome, a salotti o a caffè, ai lavoratori di una sola azienda; non esiste luogo in cui il dibattito sulle verità che riguardano gli interessati possa affrancarsi in modo duraturo dalla presenza opprimente del discorso dei mass media e delle varie forze organizzate per assicurarne la continuità.>>

La negazione di un ruolo di reale discussione viaggia parallelamente al problema del riassorbimento delle opposizioni all’interno dei meccanismi dello spettacolo. Lo spettacolo vanifica l’elemento scientifico e, in particolare, rifiuta il tempo e la storia.

Se si confronta con quanto detto nel precedente articolo riguardo lo spettacolo, emerge chiaramente come la storia sia composta da rivoluzioni e che la fine di queste ultime in pratica annulli la prima.

In questo caso però è l’elemento della negazione, più che l’assorbimento, a farla da padrone:

<< Ciò di cui lo spettacolo può smettere di parlare per tre giorni è uguale a ciò che non esiste. Perché allora parla di qualcos’altro, e quindi è quella cosa che, a partire da quel momento, in definitiva esiste. Appare chiaro che le conseguenze pratiche sono immense.>>

La storia perde dei pezzi. E ciò equivale a negarla del tutto. Ridotti a semplici spettatori non facciamo altro che attendere l’episodio successivo: se tale episodio non sopraggiunge le falle interne alla trama impediscono una corretta valutazione del quadro d’insieme. Da ciò scaturisce un deficit di conoscenze storiche e geopolitiche dagli effetti devastanti sulle politiche degli stessi Stati.

Un caso simbolo è quello dell’Iraq, scomparso completamente dai monitor dopo la caduta e la condanna a morte di Saddam, ricomparso improvvisamente nell’ambito della lotta (se così si può definire) contro i terroristi dello Stato “islamico”.

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Ciò che è avvenuto tra la caduta dell’Iraq di Saddam e adesso non è dato a sapere.

A quanto pare, viste le discutibili strategie, non è dato a sapere neppure alle nostre classi dirigenti, un fatto che è persino più grave.

Il vuoto storico è alla base di una crescente incompetenza decisionale a livello politico che è figlia di altri fattori, sempre interni allo spettacolo. La morte della divisione del lavoro, ad esempio, non è coincisa, come aveva previsto Marx, con l’inizio del comunismo, ma con l’annichilimento di quest’ultimo.

Il rimescolamento dei mestieri e il posto d’onore riservato alla parte “spettacolare” di ogni mestiere hanno fatto sì che l’incompetenza si annidasse in tutti gli strati della società, generando un assopimento generale ed irrimediabile.

Gli elementi spettacolarizzati si sono così insediati tra gli elementi meno spettacolarizzati, corrompendoli dall’interno, portando con sé l’incompetenza storico-temporale che prima, forse, era una caratteristica di pochi.

E’ in questo modo che, in colpo solo, lo spettacolo ha fatto fuori le rivoluzioni e l’evoluzione storica.

Il cambiamento ha ceduto il passo ad un eterno, apparentemente immutabile e da sempre esistito presente, di cui anche voi che leggete ed io, che ho scritto questi articoli, siamo parte.

Perché noi tutti, noi siamo lo spettacolo.

E davvero non ho idea di come si possa anche solo immaginare di uscirne.

Anzi, mi piacerebbe quantomeno capire come si può desiderare di uscirne, uscirne per davvero.

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La gogna proletaria

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di P. Alfei

Nell’Italia della contestazione e dello stragismo di Stato (anni ’60-’70 del Novecento) ricomparve lo spettro di una guerra fratricida quale si era avuta nel Belpaese tra repubblichini e partigiani. Il Movimento Sociale Italiano e altre organizzazioni neofasciste quali Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo, da una parte, e la sinistra extraparlamentare, rappresentata ad esempio dal Movimento Studentesco, da Potere Operaio e Lotta Continua, dall’altro, si fronteggiarono in uno scontro decennale, che comprese linciaggi, aggressioni ad personam (dopo una puntigliosa schedatura del bersaglio), scontri di piazza e di strada e attentati dinamitardi.

Una vera e propria “guerra intestina” nella quale i suddetti due schieramenti (ripartiti semplicisticamente ai fini di una maggiore sintesi) si configurarono come entità dai tratti fluidi, dati i contatti (ma anche gli scontri) tra i primi con la Democrazia Cristiana, le forze dell’ordine e i servizi segreti, e tra i secondi con il Partito comunista italiano. Si pensi ad esempio ai pur sporadici contatti tra i Gap di Giangiacomo Feltrinelli e diverse frange eversive neofasciste.

Nel quadro di una virale militarizzazione della società e di un imbarbarimento della politica italiana, come avvenne negli anni seguenti alla Grande Guerra, l’avversario da battere democraticamente divenne il Nemico da annientare moralmente (e/o fisicamente). Si pensi agli strali di Mario tedeschi dalle pagine de Il Borghese contro la “piaga” rappresentata dagli “anarco-comunisti”, bubboni da estirpare secondo la lezione mussoliniana…

Alla fine degli anni Sessanta entrambi gli schieramenti cominciarono a stilare delle minuziose schede personali di bersagli avversari per poi pubblicarle ed esporre i malcapitati ad estorsioni o aggressioni. Nomi, cognomi, descrizioni somatiche, età, luoghi frequentati venivano accompagnati spesso da fotografie. I nemici (soprattutto quelli di maggior spicco, come dirigenti e giovani leader attivi negli scontri nelle facoltà) cominciarono ad essere identificati, pedinati e fotografati.

Dal 1970 il nemico “fascista” cominciò ad essere umiliato pubblicamente. Il 30 luglio di quell’anno a Gardolo, in provincia di Trento, tre operai vennero accoltellati da due missini, giunti in soccorso di alcuni sindacalisti della Cisnal venuti alle mani con alcuni lavoratori dello stabilimento locale della Ignis. I due responsabili vennero “catturati” e obbligati a camminare per le strade della città con al collo un cartello sul quale vi era scritto “Siamo fascisti, oggi abbiamo accoltellato 3 operai Ignis. Questa è la nostra politica pro operai”.

Nel 1970 si verificarono episodi simili: a Reggio Emilia un direttore industriale venne fatto deambulare tra due ali di operai mentre questi lo ricoprivano di insulti; a Rimini un professore liceale (che aveva applicato delle sanzioni contro un paio di alunni coinvolti in un’occupazione) fu trascinato con un cappio al collo nel corridoio della scuola; a Genova uno studente neofascista fu costretto a girare per tutta l’istituto con al collo un cartello sul quale vi era scritto “sono un fascista e metto le bombe”, con i jeans abbassati e una scritta sul sedere (“W il Duce”); a Roma uno studente universitario missino venne obbligato a passare diverse volte tra due ali di studenti mentre questi gli sputavano addosso e lo insultavano.

Il nemico “catturato” e “imprigionato”, esposto al pubblico ludibrio, passava sotto le forche caudine degli astanti, i quali rinforzavano il loro spirito di corpo contro l’Altro, schernito ed umiliato.

Segue: “Trenta luglio alla Ignishttps://www.youtube.com/watch?v=fa_f32O-kKY

Testo:

Questa mattina, davanti ai cancelli sono arrivati trenta fascisti: erano armati di bombe e coltelli, questi di Borghi son gli squadristi. Han cominciato tirando sassi contro i compagni di un capannello; alle proteste han risposto sparando: tre ne han feriti con il coltello. Noi operai gli siam corsi dietro ma quei vigliacchi sono fuggiti, approfittando della confusione mentre portiamo in salvo i feriti. Subito dopo la vile aggressione ecco arrivare due capi fascisti; van con la borsa dal porco padrone a prender la paga pei loro squadristi. Li abbiamo presto riconosciuti: uno è Del Piccolo, quell’assassino, e l’altro è Mitolo, capo fascista, torturatore repubblichino. Dentro la borsa, coi passaporti, hanno una scure ben affilata: questa è la prova che i due compari la sanno lunga su come è andata. Gli abbiamo fatto alzare le mani, gli abbiamo messo al collo un cartello con sopra scritto: « Siamo fascisti, facciam politica con il coltello ». E dalla Ignis fino in città, mentre tremavano per la vergogna, li abbiam portati in testa al corteo e tutta Trento li ha messi alla gogna. E in fin dei conti vi è andata bene, perché alla fine della passeggiata quella gran forca che meritate non ce l’avete ancora trovata. Cari compagni, quella gran forca dovremo farla ben resistente, per impiccarci, assieme ai fascisti, il padron Borghi porco e fetente. Cari compagni, quella gran forca dovremo farla ben resistente per impiccarci, assieme ai fascisti, ogni padrone, porco e fetente.

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AEK Atene e PAOK Salonicco: il “derby di Costantinopoli”

Di Massimiliano Vino

Il calcio è da sempre qualcosa di molto superiore ad un semplice sport. Con questo non intendo ripetere le solite banalità, ma far riferimento ad una storia: la storia di uno degli eventi più drammatici del primo ‘900, tra i più significativi nella storia della Grecia contemporanea: la guerra greco-turca e il successivo trattato di Losanna.

La Grecia, uscita vincitrice dopo la Prima Guerra Mondiale, aveva perseguito un ambizioso piano di espansione territoriale che avrebbe dovuto riportare i territori ottomani affacciati sull’Egeo e la Tracia entro la sfera d’influenza ellenica. Il progetto, che divenne noto come Megali idea, sarebbe culminato con la costruzione di un “nuovo impero bizantino” con centro a Costantinopoli.

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Il trattato di Sèvres (con il quale si sarebbe attuata una spartizione in sfere d’influenza dell’impero ottomano) sembrò in linea con le intenzioni del governo greco. Le truppe elleniche penetrarono così in territorio turco nel 1919, e fu in quel momento che scoccò l’ora di Mustafa Kemal, uno dei protagonisti della vittoria ottomana a Gallipoli nel corso della Grande Guerra. Kemal respinse i greci dal territorio turco e recuperò le posizioni turche sul mar Egeo. Oggi è considerato il fondatore del moderno Stato turco post-impero ottomano. La sua vittoria però sortì come altra conseguenza una revisione dei precedenti trattati: un nuovo trattato, firmato a Losanna (1923) consolidò il nuovo stato turco, in pratica rendendo nulle le acquisizioni elleniche e diede avvio ad un massiccio esodo che coinvolse i turchi presenti in Grecia e, soprattutto, i greci della Turchia.

A fronte di centinaia di migliaia di turchi, circa un milione e mezzo di greci, abitanti da millenni lungo le coste asiatiche dell’Egeo, lasciarono le loro terre per riversarsi in una Grecia assolutamente incapace di gestire la situazione. I greci finirono infatti per ammassarsi nelle due principali città del Regno, Atene e Salonicco, modificando profondamente la fisionomia di questi centri (soprattutto d’Atene), creando vaste periferie e trasformandosi in un sottoproletariato urbano poverissimo.

Tra questi greci c’erano anche abitanti di Costantinopoli, già sopravvissuti alle rappresaglie turche e costretti, come i cugini dell’Asia Minore, a lasciare i loro secolari luoghi d’insediamento. Con sé, oltre ai pochi effetti personali, questi greci portarono i loro sogni sportivi. A Salonicco e Atene, in quei sobborghi poverissimi e degradati, nacquero delle associazioni sportive e ricreative, in cui era possibile praticare sport e anche, in molti casi, studiare, laddove per molti profughi questo non era praticamente possibile.

Per tantissimi ex abitanti di Costantinopoli fu perciò l’occasione del riscatto personale, dopo che lo scambio di popolazioni li aveva privati praticamente di ogni cosa. Si potrebbero citare tante squadre di calcio, e non solo di calcio, più o meno prestigiose, fondate dai greci provenienti dalla Turchia, come il Panionios, fondato dai greci di Smirne. Ma i due club forse più significativi furono l’AEK Atene, fondato nel 1924, e il PAOK Salonicco, nel 1926.

Tra la Grecia della Megali idea e la Turchia di Kemal, tutto nell’ottica dell’ideale wilsoniano dell’autodeterminazione dei popoli, ad uscire sconfitti furono soprattutto i popoli: perché in fondo la patria di quei greci era l’Asia Minore, era Smirne, era Costantinopoli. In quei luoghi erano le loro terre, le loro case e le loro botteghe, da generazioni.

Di tutto questo non è ovviamente rimasto più nulla, tranne, forse, proprio l’eredità sportiva. PAOK Salonicco ed AEK Atene sono oggi tra i club più tifati e popolari della Grecia. L’AEK in particolare, insieme ad Olympiakos e Panathinaikos, è uno dei club più titolati della Superleague ellenica, con 11 campionati, 17 coppe, 3 supercoppe e 1 coppa di Lega. Il PAOK Salonicco ha invece vinto solo 2 campionati e 4 coppe di Grecia, ma è di gran lunga il club più tifato della Grecia settentrionale. Oggi la partita tra AEK e PAOK è uno dei derby più importanti della massima serie calcistica ellenica: è il cosiddetto Ντέρμπι των Δικέφαλων Αετών (Derby dell’aquila a due teste), con chiaro riferimento ai due stemmi, i quali rappresentano l’orgogliosa manifestazione identitaria dei greci di Costantinopoli. L’aquila bifronte era stata infatti il simbolo dell’ultima dinastia a regnare sull’impero bizantino, quella dei Paleologi, prima della conquista ottomana di Costantinopoli (1453).

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La storia dei due club di Costantinopoli era destinata ad incrociarsi, delineando una sorta di derby bizantino, che probabilmente non ha eguali nel campionato ellenico. Fu così nella stagione 1939/1940, l’undicesimo campionato greco, in cui le due squadre si contesero per la prima volta il titolo: L’AEK aveva già vinto il campionato precedente, mentre il PAOK aveva la possibilità di vincere il suo primo titolo. Gli ateniesi però trionfarono, tra andata e ritorno, per 5-3.

Il duello tra le aquile a due teste si ripropose 35 anni dopo, segnando stavolta la vittoria del PAOK, nel corso del campionato 1975/1976: fu il primo titolo conquistato dal club di Salonicco.  Oggi, a quasi novant’anni dalla fondazione del PAOK, a novantadue dalla fondazione dell’AEK, le due squadre restano tra le più importanti della Grecia e nonostante il campionato sia da diversi anni pressoché un dominio del primo club dell’Olympiakos Pireo e l’AEK sia passato addirittura attraverso l’incubo della retrocessione, il derby di Costantinopoli resta uno dei più suggestivi d’Europa.

Come il residuo silenzioso e tragico della fine violenta di un impero, prima, e della cacciata dei suoi ultimi abitanti, poi, PAOK e AEK incarnano un’anima diversa della Grecia, un’anima forse un po’ trascurata che permette di riagganciarsi ai rapporti sempre tesi con la Turchia, fino allo scontro per il controllo di Cipro: un’anima forse in parte nazionalista, ma anche, e forse in misura maggiore, nostalgica. Perché AEK e PAOK rappresentarono e rappresentano ancora per molti greci quasi dei ponti sottili, e forse illusori, con la patria perduta.

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Stilicone: storia di un’integrazione fallita

di Massimiliano Vino

Anno 402. A Pollenzo, una località della pianura padana si fronteggiano gli eserciti dei Visigoti di Alarico e l’esercito romano guidato dal magister utrisque militiae (comandante di tutto l’esercito) Stilicone. La vittoria ottenuta da Stilicone fu solamente una delle numerose ottenute grazie al suo contributo: vittorie che, almeno in una fase iniziale, permisero all’Impero romano d’Occidente di sopravvivere e di risultare, alla lunga, persino la parte più forte dell’Impero romano diviso.

L’Impero d’Oriente era infatti profondamente turbato da dissidi religiosi e a regnare era l’instabilità politica. La storia poi andò in maniera differente, spegnendo gli ultimi fuochi dell’Occidente romano e facendo scaturire, dalla sua disgregazione, la nascita dell’Europa latino-germanica. In parte però questa Europa si stava già delineando, anche per il contributo dello stesso Stilicone.

Stilicone nacque in Germania da padre vandalo, ausiliario dell’esercito romano, e da madre romana. Si considerò sempre un romano, tanto che il suo nome completo era Flavius Stilicho e, come il padre, servì l’esercito romano, ottenendo in brevissimo tempo la fiducia dell’imperatore Teodosio, il quale dapprima lo inviò in missione diplomatica in Persia, poi gli affidò il comando delle truppe impegnate nella guerra all’usurpatore Flavio Eugenio, che fu sconfitto al Frigido.

Il legame tra l’imperatore e il suo migliore generale divenne tale che fu concesso a Stilicone di sposare la figlia di Teodosio, Serena, e di prendere in tutela gli altri due figli, Onorio ed Arcadio, i quali ottennero rispettivamente, alla morte di Teodosio, la parte occidentale e quella orientale dell’Impero (395).

I dissidi tra i due fratelli, però, costrinsero Stilicone (divenuto, oltre che tutore dei due figli, comandante dell’esercito romano d’Occidente) a rivedere i piani di amministrazione congiunta delle due parti dell’Impero. Mentre doveva farsi carico di una sorta di arbitrato internazionale tra le due parti dell’Impero, Stilicone favorì però l’immissione, entro i confini dell’impero, di un gran numero di barbari. Una politica che di fatto non era nuova all’Impero romano e, se vogliamo, non era nuova nemmeno alla civiltà romana, la quale era stata capace di assorbire le migliori energie delle popolazioni incontrate nel corso della propria lunga storia.

Stilicone fu in un certo senso un prosecutore di questa linea: l’esercito schierato a Pollenzo era un esercito più barbaro che romano, composto perlopiù da Alani, Vandali e Goti. Questa politica diede i propri frutti nel momento in cui le schiere di Visigoti, al comando di Alarico (il quale, peraltro, aveva in passato servito lo stesso Stilicone come ausiliario), si trovarono private di parecchi uomini i quali furono assorbiti nell’esercito romano-barbarico di Stilicone.

Negli ambienti di corte, tuttavia, cresceva continuamente il dissenso nei confronti di Stilicone, un dissenso in buona parte alimentato dalla parte orientale dell’Impero, la quale temeva di essere riassorbita nella sfera d’influenza del comandante vandalo e di subire la stessa opera di “barbarizzazione”. Se l’Impero d’Occidente tendeva a barbarizzarsi, la parte orientale viveva, infatti, un momento di rinascita e di consolidamento della cultura ellenistica, la quale avrebbe costituito un fattore di omogeneità per l’Impero d’Oriente contribuendo alla nascita della civiltà bizantina. Da ciò scaturì la risposta dell’aristocrazia romana nella parte Occidentale, che fu rinfocolata dall’odio nei confronti della crescente componente barbarica dell’impero. A questo punto occorre fare le dovute osservazioni, affinché non si cada in equivoco e si finisca con l’attribuire tutte le cause del collasso del sistema imperiale romano in Occidente alle mancate politiche di assorbimento dei barbari.

Posto che il livello di corruzione e di instabilità politica era equamente condiviso tra le due parti dell’Impero, e che la politica di integrazione di elementi etnicamente nuovi e giovani era sempre stato un punto di forza e di continuo ricambio per la civiltà romana, a crollare, alla fine, fu la parte occidentale, ovvero quella che, alla lunga, accolse il maggior numero di barbari al proprio interno.

Ciò risulta difficilmente spiegabile, se non si prende in considerazione che una buona politica di assorbimento etnico è spesso conseguenza della forza culturale della potenza ospitante, la quale deve essere in grado, per non crollare, di assorbire senza soccombere e di mantenere in pace e in accordo le varie componenti etniche. Nel corso della sua “giovinezza” Roma aveva mostrato una capacità di assorbimento notevolmente superiore rispetto a quanto fu in grado di fare nel V secolo. Per l’Impero d’Oriente il quale, come detto, presentava gli stessi problemi che affliggevano la parte occidentale, influì alla lunga il fattore strategico:

Se si osservano i confini dei due imperi si comprende perché fosse molto più difficile per l’Occidente controllare l’afflusso di popolazioni al proprio interno: il confine orientale dell’Impero d’Occidente correva dal mare del Nord fino all’attuale Belgrado, cioè lungo i territori di Belgio, Francia, Germania, Austria, Ungheria, Croazia e Serbia (senza dimenticare che si ritrovò a dover difendere anche la Britannia).

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L’Impero d’Oriente invece aveva da difendere solo la penisola balcanica, lungo una parte del fiume Danubio (lasciando per un momento da parte l’altro pericolo, rappresentato dai persiani Sasanidi in Medio Oriente).

Tornando a Stilicone, per vincere a Pollenzo gli fu necessario “sacrificare” la Britannia e ritirare le truppe schierate sul Reno. Da quest’ultima mossa scaturì l’attraversamento in massa di gruppi di Franchi, Suebi e Burgundi, che a bordo di carri, con tutte le famiglie, si riversarono in Gallia, sfruttando il Reno ghiacciato.

Questa mossa fu per Stilicone un errore, ma anche una necessità. L’Impero d’Occidente infatti non era in grado di schierare truppe lungo tutti i confini senza lasciare scoperta almeno una parte e non era in grado di assorbire tutte le forze barbariche, poiché i contrasti interni ad un numero estremamente numeroso di popolazioni barbariche costituivano un fattore di grande eterogeneità per un esercito romano impegnato a difendersi continuamente da incursioni lungo tutti i confini. Non c’erano i tempi tecnici per una politica di integrazione di lunga durata.

A riprova di questo, alla vigilia del sacco di Roma nel 410, la trattativa tra Alarico ed Onorio fu bruscamente interrotta da un’imboscata di un gruppo di barbari guidati da Saro, un comandante barbaro rivale di Alarico. L’Oriente, d’altra parte, si trovò a dover gestire un numero notevolmente inferiore di barbari, riuscendo ad assorbirne il numero necessario e respingendone una parte oltre confini o verso l’Occidente. Fu questo, probabilmente, ciò che garantì la sopravvivenza dell’Impero d’Oriente.

Stilicone si vide costretto a rispondere dinanzi alla corte e allo stesso Onorio della penetrazione di un gran numero di barbari entro dei confini lasciati praticamente scoperti. L’unione di fattori strategico-logistici e delle campagne anti-barbariche promosse dall’aristocrazia romana segnarono così la fine violenta di Stilicone: nel 408 il potente generale fu assassinato a Ravenna su ordine di Onorio, dopo essersi era rifugiato in una chiesa. Seguì il massacro dei suoi figli e di buona parte delle componenti barbariche dell’impero: una mossa fatale che favorì ulteriormente la spaccatura etnica dell’impero d’Occidente, tra barbari, romani e altri barbari, rendendo praticamente impossibile la difesa comune dell’immenso confine reno-danubiano. Allo sgretolamento del “cuore” dell’impero romano, ovvero il suo esercito, doveva seguire necessariamente la fine della civiltà romana in Occidente.

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Tucidide, modello a lungo insuperato di metodo storico

di Edoardo Nespeca

L’influsso esercitato da Tucidide sui successivi storici sia greci che romani è fortissimo. Polibio (II sec. a.C.), Sallustio (I sec. a.C.) e Tacito (I-II sec. d.C.) sono tra gli autori che più ne dipendono. Gli scritti di Tucidide danno infatti l’idea di un lavoro critico consapevole e robusto, davvero un’«acquisizione perenne»:

21, 1. Sulla base degli indizi suddetti non sbaglierebbe chi ritenesse che gli eventi da me rievocati siano stati più o meno come li ho esposti, e non come li hanno cantati i poeti, che li hanno abbelliti ingigantendoli¹; ne di come li narrarono i logografi², i quali miravano al diletto degli ascoltatori piuttosto che alla verità, visto che tale materia era incontrollabile e infida, essendo sfociata, per il grande lasso di tempo intercorso, nel mito. Chi dunque crede alla mia ricostruzione potrà concludere che questi eventi sono stati adeguatamente individuati sulla base degli indizi più evidenti, almeno per quanto è possibile riguardo a fatti così remoti. 2. E questa guerra³, sebbene di solito gli uomini valutino più grave il conflitto in cui sono di volta in volta impegnati – per poi volgere la loro ammirazione ai fatti d’armi più antichi, appena l’attuale si e concluso – risulterà sempre, a chi esamini le cose in concreto, la più importante di tutte.

22, 1. Per quanto concerne i discorsi pronunciati da ciascun oratore, quando la guerra era imminente o già infuriava, sarebbe stato impossibile riprodurne i contenuti a memoria, con precisione e completezza, sia di quelli che avevo personalmente udito, sia di quelli che mi erano stati riferiti da diverse fonti. Questo metodo ho seguito riscrivendo i discorsi: riprodurre il linguaggio con cui, a parer mio, i singoli personaggi avrebbero potuto formulare i provvedimenti da loro ritenuti di volta in volta più opportuni. Ho impiegato il massimo scrupolo nel mantenermi il più possibile aderente al senso complessivo dei discorsi effettivamente declamati. 2. Ho ritenuto mio dovere descrivere le azioni compiute in questa guerra non sulla base di elementi d’informazione ricevuti dal primo che incontrassi per via, né come paresse a me, con un’approssimazione arbitraria, ma analizzando con infinita cura e precisione (naturalmente nei confini del possibile) ogni particolare dei fatti cui avevo di persona assistito o che altri mi avessero riferito. 3. È stata un’impresa faticosa: poiché le memorie di quanti prendono parte a una medesima azione non coincidono mai sulle stesse circostanze e sui suoi particolari. Da qui resoconti diversi, a seconda della individuale capacita di ricordo e delle soggettive propensioni. 4. Il tono severo della mia storia, mai indulgente al fiabesco, suonerà forse scabro all’orecchio; ma basterà che stimino feconda la mia opera quanti vogliano scrutare e penetrare la verità delle vicende passate e quelle nel tempo futuro, che per le leggi immanenti al mondo umano, s’attueranno in modo simile, o persino identico. La mia storia è un acquisto per sempre, non essendo stata composta per le lodi immediate e subito spente tipiche dall’ascolto pubblico.

da La guerra del Peloponneso I 21-22, 4, Tucidide

  1. Allude all’epica omerica e postomerica.
  2. Vuole prendere le distanze da Erodoto.
  3. Cioè la guerra del Peloponneso (431-404 a.C.)

Apologia degli Stati confederati d’America

di Massimiliano Vino

La prima cosa che mi viene in mente pensando alla guerra di secessione americana è una canzone, divenuta il simbolo delle armate nordiste: un inno a John Brown, l’antischiavista per eccellenza, condannato a morte dopo aver tentato di liberare alcuni schiavi ed aver messo a ferro e fuoco alcune tenute sudiste.

La propaganda nordista ne fece un martire e consacrò alla liberazione del Sud dalla schiavitù la propria guerra. L’atteggiamento complessivo di buona parte dell’opinione pubblica statunitense e mondiale riguardo il più sanguinoso conflitto mai combattuto sul suolo americano è rimasto il medesimo a 150 anni dalla fine della guerra.

Con la guerra di secessione ha preso cioè avvio quel processo, ancora oggi incompiuto, di integrazione dei cittadini afro-americani e di lotta al razzismo. Un processo che senza la fine della schiavitù non sarebbe stato possibile, certamente. A questo punto però ogni storico o comunque ogni persona avente un certo senso critico o in qualche modo sospettosa nei confronti di un conflitto caratterizzato da troppi intenti morali e da troppo pochi intenti economici, potrebbe chiedersi se davvero la guerra di secessione si risolva semplicemente così.

Per cominciare si potrebbe citare un dato: la schiavitù nel Sud è stata voluta ed introdotta dagli Stati del Nord, nell’ambito di una organizzazione economica del territorio delle colonie inglesi (divenute indipendenti) che prevedeva la perfetta ripartizione dei compiti economici: Il Nord produttore di manufatti. Il Centro ad economia mista. Il Sud dominato dal latifondo, rifornitore di cotone e tabacco.

Un altro dato può essere utile, se non a spiegare le dinamiche del conflitto, quanto meno a sminuire l’immagine del proprietario terriero sudista oppressore: una buona parte della classe dirigente degli Stati Uniti d’America al momento della loro nascita proveniva dal Sud. Questo perché il Sud era la parte intellettualmente e culturalmente più avanzata del Paese. Per fare un esempio George Washington era un proprietario di schiavi del Sud. Questi due aspetti risulteranno essenziali all’analisi che seguirà. Non mi soffermerò sulle dinamiche del conflitto, ma certo sarà utile ogni tanto un qualche riferimento. Se non si comprendono gli eventi prebellici è impossibile dare un giudizio storico della guerra civile americana.

Abbandonando ogni velleità morale concentriamoci dunque sui fatti: il Nord aveva alimentato la tratta di schiavi verso il Sud, il tutto contro la volontà dei meridionali, accumulando ingenti ricchezze. Il nascente sistema capitalista e il poderoso sviluppo industriale del Nord, avevano tuttavia rimescolato le carte: il Nord non voleva l’allargamento del sistema schiavista sudista verso i nuovi Stati acquisiti ad Ovest.

Ciò che deve essere chiaro è che solo una minoranza dei nordisti pretendeva, almeno inizialmente, l’abolizione della schiavitù del Sud. Ciò per cui invece premevano era la creazione di un grande mercato nazionale, il che avrebbe praticamente significato lo smantellamento del debole sistema economico sudista, oltre che l’estinzione di una cultura che assumeva sempre più i tratti di un corpo estraneo all’interno della nuova America borghese e capitalista. Per smantellare il mercato interno sudista era tuttavia necessaria una campagna di diffamazione morale nei confronti dei “fratelli” del Sud. Il mito della lotta alla schiavitù nacque proprio in questo contesto.

Tuttavia quasi nessuno dei grandi capitalisti del Nord era mosso da intenti morali. Non è perciò corretto utilizzare come metro di giudizio il presunto “razzismo” degli Stati meridionali, messo a confronto con la “tolleranza” nordista; come afferma Raimondo Luraghi, importante storico della guerra di secessione:

Già Tocqueville aveva osservato come i pregiudizi razziali fossero più violenti nel Nord che nel Sud e – in particolare –violentissimi nel Midwest, ove le locali leggi si spingevano in molti Stati fino a vietare il semplice pernottamento a un nero libero : l’atteggiamento dei nordisti era molto simile a quello che i liberali inglesi dell’età vittoriana o quelli francesi dei tempi di Luigi Filippo provavano di fronte a forme di “barbarie” come gli strangolatori dell’India o la schiavitù in Algeria. Esso si fondava sulla radicale, totale incomprensione di un mondo così diverso e lontano; sulla tranquilla assunzione che la propria scala di valori morali fosse “la” scala in base a cui tutto doveva venir giudicato; su una violenta carica espansionistica e messianica.

Date queste considerazioni è superfluo chiedersi per quale motivo ritenere la “difesa della schiavitù” il motivo principale della Secessione risulti, da un punto di vista storico, assolutamente scorretto ed ingenuo.

A prescindere da quanto detto risulterebbe, innanzitutto, difficile spiegare perché la maggioranza dei Sudisti avrebbe dovuto sostenere un sistema che era appannaggio di una parte molto esigua della popolazione:

Nessuno va a battersi e a morire per questioni meramente economiche, di dollari e centesimi, specialmente poi quando si tratta dei dollari e dei centesimi altrui.

Se a questo si potrebbe controbattere sostenendo come abbia influito il carisma della colta aristocrazia sudista, un altro aspetto da tener presente è che il Sud avrebbe potuto benissimo difendere la schiavitù rimanendo nell’Unione. La situazione del Sud in senato e alla camera era ottima, tale da poter influenzare in maniera decisiva l’operato dell’Unione. Inoltre Lincoln (dimenticando l’immagine stereotipata offerta da una recente filmografia) non intendeva in alcun modo esasperare la situazione. Anzi, egli riteneva che le responsabilità del problema schiavista fosse di tutti gli Stati, compresi quelli del Nord, che anzi potevano ritenersi persino maggiormente responsabili essendo stati i principali fautori della tratta di schiavi.     Tuttavia Lincoln era essenzialmente isolato nelle proprie opinioni:

La società borghese nordista non era certo disposta a tirar fuori nemmeno un centesimo per aiutare a indennizzare il Sud.

La questione del Sud era ormai divenuta una questione morale. Il Nord non voleva la semplice abolizione della schiavitù, per la quale sarebbe bastato un indennizzo economico, ma bensì l’annientamento del suo intero apparato economico, che non era in nulla rispondente alle esigenze di un sistema economico industrializzato.

Il diverso grado di sviluppo economico aveva forgiato due diverse civiltà. Per il Sud si trattava niente meno che di difendere la propria identità. A sostegno di quanto affermato prenderemo le dichiarazioni di un proprietario terriero dell’Alabama, convenuto presso la convenzione popolare di Montgomery ove si sarebbe deciso circa la secessione di questo Stato, e citato da Luraghi:

Signor presidente, se si trattasse solo della perdita pecuniaria conseguente all’abolizione della schiavitù, io esiterei a lungo a dare il voto che ora sto per dare (cioè votare per la secessione); se l’eliminazione della schiavitù recasse a noi solo la povertà, io saprei accettarla, perché ho conosciuto e saputo sopportare la povertà.

Il 18 febbraio del 1861 Jefferson Davis proclamò, con un solenne giuramento, la nascita degli Stati confederati d’America. Le incomprensioni reciproche e la distanza culturale ormai insanabili resero inevitabile il conflitto; un conflitto tragicamente innovativo per molti aspetti, in cui il ruolo delle nuove tecnologie (ferrovie per il trasporto rapido di uomini, munizioni e rifornimenti, battaglie navali tra corazzate, mitragliatrici) si affiancò ad un primo assaggio della guerra di trincea, la stessa che poi il Vecchio Continente avrebbe saggiato sulla propria pelle. Non mi soffermerò sugli eventi bellici, limitandomi a dire che alla fine òa superiorità industriale del Nord vanificò tutti gli sforzi del Sud, che capitolò nel 1865.

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A chiudere questa riflessione e questa breve apologia degli Stati confederati d’America mi soffermerò però ancora una volta sul ruolo di Lincoln al termine della guerra. Il presidente era fermamente deciso a non trattare gli Stati sudisti come terra nemica conquistata, ma come fratelli traviati e ritrovati.

Furono gli eventi successivi ad impedire che questo processo di ricostruzione degli Stati Uniti fosse portato a termine secondo le intenzioni di Lincoln, grazie al quale forse la storia dell’America avrebbe preso una piega radicalmente diversa:

La sera del 14 aprile 1865 Lincoln cadde ucciso da un colpo di pistola sparatogli da John Wilkes Booth, simpatizzante sudista deluso dall’esito della guerra; oppure, citando ancora Raimondo Luraghi, un agente provocatore dello spionaggio nordista…

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Fonti: Raimondo Luraghi, Storia della guerra civile americana

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Marc Bloch e l’analisi storica: giudicare o comprendere?

di Edoardo Nespeca

“È famosa la formula del vecchio Ranke: lo storico non si propone null’altro che di descrivere le cose «come sono avvenute». L’aveva detto ancor prima Erodoto: «raccontare ciò che fu». In altre parole, il dotto, lo storico, è invitato a eclissarsi di fronte ai fatti. Come molte massime, anche questa dovette forse la sua fortuna alla sua ambiguità. Vi si può leggere, modestamente, un consiglio di probità: tale ne era, senza dubbio, il senso per Ranke. Ma anche un consiglio di passività. Di modo che, ecco, ad un tempo, sollevati due problemi: quello dell’imparzialità storica, e quello della storia come tentativo di riproduzione o come tentativo di analisi.

Ma esiste davvero un problema dell’imparzialità? Esso si presenta solo perché la parola è, a sua volta, equivoca.

Marc Bloch

Ci sono due modi di essere imparziali: quello dello studioso e quello del giudice. Essi hanno una radice comune: l’onesta sottomissione alla verità. Lo studioso registra, anzi, meglio, provoca l’esperienza che forse capovolgerà le sue più care teorie. Il giudice, qualunque sia il voto segreto del suo cuore, interroga i testimoni senz’altra preoccupazione all’infuori di quella di conoscere i fatti, quali essi avvennero. È, in entrambi i casi, un obbligo di coscienza che non si discute.

Eppure, a un certo punto, le loro strade divergono. Quando uno studioso ha osservato e spiegato, ha concluso il suo compito. Al giudice tocca ancora di dare la sua sentenza. Facendo tacere ogni simpatia personale, egli la pronuncia secondo la legge? Allora si reputerà imparziale. E, in effetti, lo sarà, almeno secondo la misura dei giudici. Ma non secondo quella dei dotti. Infatti non si può condannare o assolvere senza prendere partito per una tavola di valori che non deriva da nessuna scienza positiva. Che un uomo ne abbia ucciso un altro, è un fatto in sommo grado suscettibile di prova. Ma punire l’omicida presuppone che si consideri colpevole l’omicidio: il che, tutto considerato, non è che un’opinione sulla quale non tutte le civiltà si sono trovate d’accordo.

Per lungo tempo, si vide nello storico, una specie di giudice degli Inferi, incaricato di distribuire elogi o condanne agli eroi morti. Bisogna credere che quest’opinione risponda a un istinto fortemente radicato, perché tutti i professori che si son trovati a correggere lavori di studenti sanno quanto difficilmente i giovani si lascino dissuadere dal rappresentare, dall’alto dei loro scranni, la parte di Minosse o di Osiride. […] Siamo davvero tanto sicuri di noi stessi e del nostro tempo, per separare, nella folla dei nostri padri, i giusti dai reprobi? […].

Una parola domina e illumina i nostri studi: «comprendere». Non diciamo che il buon storico è senza passioni; ha per lo meno quella di comprendere. Parola, non nascondiamocelo, gravida di difficoltà, ma anche di speranze. Soprattutto, carica di amicizia. Persino nell’azione, noi giudichiamo troppo. È così comodo gridare: «Alla forca!». Non comprendiamo mai abbastanza. Colui che differisce da noi – straniero, avversario politico – passa, quasi necessariamente, per un malvagio. Anche per condurre le lotte che si presentano come inevitabili, occorrerebbe un po’ più di intelligenza delle anime; e tanto più per evitarle, quando si è ancora in tempo. La storia, pur che rinunci alle sue false arie di arcangelo, deve aiutarci a guarire di questo difetto. È una vasta esperienza delle varietà umane, un lungo incontro degli uomini. La vita, al pari della scienza, ha tutto da guadagnare da che questo incontro sia fraterno.

da Apologia della storia o il mestiere di storico, Marc Bloch, Einaudi, Torino 1969, pp. 123-127

Costantino XI: l’ultimo Basileus

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di Massimiliano Vino

Nel 1449 salì al trono di ciò che rimaneva dell’Impero romano d’Oriente Costantino XI, ottavo membro della dinastia regnante dei Paleologi, che regnava su Bisanzio dal 1261. Il suo nome rievocava fasti ormai irraggiungibili richiamandosi al fondatore stesso della capitale imperiale Costantinopoli. Un destino che, ironia della sorte, accomuna la fine dell’Impero d’Oriente alla fine della parte occidentale dell’Impero romano, la quale avvenne con la deposizione del piccolo Romolo Augusto. Ma se, da parte occidentale, si trattò della momiglianea “caduta senza rumore”, per l’impero romano d’Oriente il trapasso fu più doloroso e il passaggio di consegne da Bisanzio all’Impero ottomano fu all’insegna di un cambiamento ben più radicale di quanto non fosse avvenuto a Ravenna nel 476.

La storia degli ultimi imperatori o in generale degli ultimi sovrani è spesso costellata di aneddoti, di miti che hanno attraversato i secoli e che, generalmente, li consacrano come le personificazioni del declino della propria monarchia. Romolo Augustolo era un bambino senza poteri effettivi, ritenuto di troppo dalla nuova élite barbarica, come di troppo fu ritenuto l’Impero romano d’Occidente al collasso. Dario III, ultimo sovrano dell’Impero achemenide, finì ucciso non dal suo conquistatore Alessandro, ma da uno dei suoi satrapi, a dimostrazione che la crisi e il crollo di uno dei potenti imperi dell’antichità fu dovuto principalmente allo sfaldamento interno e all’infedeltà dei burocrati imperiali. Si potrebbe proseguire così all’infinito, senza per questo costruire un filo conduttore comune che leghi il concetto di ultimo imperatore al termine “fannullone”.

L’estrema varietà di contesti storici e delle personalità che via via ebbero la sfortuna di trovarsi alla guida di imperi giunti al loro estremo respiro ci porta a considerare Costantino XI come un caso esemplare, in una delle vicende forse più affascinanti nella storia d’Europa.

“Costantino Paleologo, in Cristo vero Imperatore e Autocrate dei Romani”: così si firmava l’ultimo basileus, seguendo un protocollo che nel 1449 non aveva praticamente più alcun senso, ma che rappresentava l’estremo attaccamento con cui Bisanzio rimaneva legata ai propri millenari e radicati cerimoniali. Gli abitanti di Costantinopoli, ancora nel 1449, si sentivano e si chiamavano tra loro “romani” e “romano” si definiva anche il loro ultimo imperatore. Costantino tuttavia non solo non aveva nulla di romano, ma non era neanche greco. Era infatti di madre serba e il padre, Manuele II, era per metà italiano. In Costantino si andavano così racchiudendo le tre anime e la storia stessa dell’impero d’Oriente: la parte serba, ovvero la parte balcanica, una delle roccaforti del potere imperiale bizantino lungo tutta la sua storia; la parte italiana, ossia i legami profondi, di natura commerciale, che legavano a doppio filo il destino dell’impero a quello dei mercanti italiani; la parte greco-romana, ovvero l’orgoglio di essere il residuo di un impero conclusosi da quasi mille anni in Occidente. Nel delineare un carattere i cronisti dell’epoca definiscono Costantino una persona risoluta e retta, certamente il migliore tra i figli di Manuele II. In particolare lo caratterizzava un profondo senso di responsabilità nei confronti dell’Impero.

Le dispute dinastiche e l’instabilità politica erano state un tratto saliente della storia dell’Impero bizantino, frutto dell’eredità romana. Si trattava cioè della prosecuzione delle lotte interne alla corte imperiale che, alla lunga, avevano causato l’implodere della parte occidentale di Roma. Anche a Costantinopoli le lotte non erano mai cessate e a periodi più o meno floridi seguivano quasi sempre momenti di profonda decadenza, legati, oltre che alle circostanze, anche al susseguirsi di sovrani inetti alla guida dell’impero.

Nel caso di Costantino egli era forse la personalità migliore che mai potesse capitare in quel momento sul trono di Costantinopoli, ma alla lunga nemmeno questo fu sufficiente a salvare l’impero. A dimostrazione delle buone capacità di comando dell’ultimo imperatore bizantino, basti citare la sua esperienza come despota di Morea, antecedente all’ascesa al trono, durante la quale, nel 1430, aveva sottomesso la maggior parte dei piccoli regni della penisola del Peloponneso, finendo però alla fine sconfitto nel 1446 dall’intervento del sultano Murat. Era dunque un combattente il nuovo imperatore di Bisanzio, un combattente che nel 1453 si trovò ad affrontare l’ultimo assedio di Costantinopoli.

Per quanto riguarda questo evento, inoltre, occorre subito sfatare un mito, secondo cui le bombarde furono il motivo principale del successo ottomano. Se si analizzano molto sinteticamente le vicende dell’assedio di Costantinopoli appare invece come la vittoria finale non fosse per nulla scontata e che molto si giocò sul fattore psicologico, sulle motivazioni e, come spesso in guerra avviene, sulla capacità di ogni schieramento di commettere il minor numero di errori possibili.

Se si esclude il momento dell’assalto vero e proprio, avvenuto nella notte tra il 28 e il 29 maggio del 1453, l’assedio fu un susseguirsi di attacchi turchi respinti, per mare e poi per terra, dai difensori cristiani.

A difesa di Costantinopoli si trovavano, oltre all’imperatore con il contingente greco, due contingenti, uno veneziano e uno genovese, capitanato da Giovanni Giustiniani, oltre alle flotte genovesi, giunte in soccorso dall’Europa cattolica.

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In grave inferiorità numerica, gli eserciti di Costantinopoli riuscirono tuttavia a respingere a più riprese gli assalti ottomani via terra e via mare, vanificando l’imponente genio militare a disposizione dell’esercito del sultano (il quale dispose, oltre che dei cannoni, anche di grandi torri d’assedio e riuscì persino a spostare le proprie navi via terra, nel tentativo di aggirare i cristiani).

Costantino XI attese fino all’ultimo l’arrivo di rinforzi da Venezia, essenziali per non rendere inutile l’intera resistenza dei combattenti cristiani dentro le mura di Costantinopoli. Il 23 maggio quando di navi veneziane non ve ne era neppure l’ombra, i ministri e i senatori bizantini spinsero affinché l’imperatore lasciasse la capitale assediata. Il Basileus però rifiutò, pronunciando queste parole: << So che avrei vantaggi se abbandonassi la città, ma via non posso andare… Non vi lascerò mai. Ho deciso di morire con voi! >> Questa affermazione è ovviamente il frutto di successive enfatizzazioni della sua figura. Ciononostante non si può certo tacciarlo di codardia: nel momento più buio nella storia dell’Impero bizantino, egli seppe mostrarsi generoso e coraggioso come pochi altri sovrani prima di lui. Costantino si prodigò infatti costantemente per salvaguardare i propri sudditi e concittadini nel corso dell’assedio, mediante distribuzioni di cibo e … di parole affinché l’animo dei superstiti dell’Impero bizantino non demordesse.

Il 28 maggio, a dispetto delle previsioni dei ministri e delle paure superstiziose di buona parte della popolazione (popolazione che inorridì quando una mezzaluna simile a quella degli stendardi ottomani scintillò al di sopra di Santa Sofia), l’esito dell’assedio era ancora incerto: Mehmet II decise allora di affidare l’esito dell’assedio ad un ultimo attacco, nella notte del 28.

Fu in quella notte che, per un errore, crollarono di colpo mille anni di impero bizantino: per disattenzione un soldato italiano lasciò aperta una delle porte della città, la Kerkoporta. Le truppe di Costantino non si resero immediatamente conto di quanto avvenne in seguito. L’attacco ottomano presso la Kerkoporta poteva essere respinto con una certa facilità, se non che, durante lo scontro, rimase ferito Giovanni Giustiniani, carismatico comandante delle truppe genovesi e chiese di essere portato via. I genovesi non vedendo più il loro comandante abbandonarono la battaglia. I greci dovettero ripiegare, ma vedendo gli stendardi ottomani sopra la Kerkoporta credettero la città persa per sempre. I turchi potettero così dilagare, finalmente, dentro Costantinopoli.

Fu allora che l’imperatore, strappandosi le insegne imperiali, si gettò sull’esercito nemico, disperatamente. Il suo corpo non fu mai ritrovato.

La fine di Costantino coincise con l’esalazione dell’ultimo respiro da parte dell’Impero bizantino: fu la morte di un morto vivente.

La caduta di Costantinopoli diviene allora un evento in cui la storia accarezza la leggenda per poi fondersi con quest’ultima. Dopo la presa di Costantinopoli, Costantino divenne un santo e un martire della Chiesa ortodossa.

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